lunedì 12 dicembre 2022

** RECENSIONE ** SIAMO TUTTI FIGLI UNICI di Giacomo Casaula



Arriva per tutti, prima o poi, il momento di chiederci se stiamo vivendo appieno la nostra vita o se, al contrario, essa ci stia scorrendo come sabbia tra le dita, senza che noi riusciamo ad afferrarla, a tenerla stretta, a coglierne tutta la bellezza e la pienezza.
Troppo di sovente ci lasciamo sopraffare da paure, fragilità, insicurezze, che diventano dei limiti, quando invece esse andrebbero semplicemente accettate come parte di noi e della nostra imperfetta ma meravigliosa umanità.


SIAMO TUTTI FIGLI UNICI 
di  Giacomo Casaula

Guida Editori
194 pp
15 euro
Maggio 2022
"Soli. Noi siamo soli.
Non l'abbiamo scelto, non ce l'hanno imposto. Siamo soli per natura, perché la solitudine non è una malattia da combattere ma solo una condizione. 
Anche se molti di noi hanno fratelli e sorelle, siamo più figli unici dei figli unici. (...)
Siamo semplicemente fragili senza compromessi o ipocrisie".

Viola è sempre stata una donna intelligente, arguta, riflessiva, profonda, con una grande memoria, ma gli anni passano per tutti e l'Alzheimer le sta giocando brutti scherzi; e così, dalla stanza della clinica in cui è ricoverata, guarda il mondo che continua a girare e i suoi famigliari che si affannano, forse senza rendersene conto, per afferrare una felicità che pare sempre sfuggire loro.
Sebbene non riesca più né a ricordare né a parlare ed interagire come prima, pure un minimo contatto con la realtà c'è ancora e una parte di lei si rende conto di quanto sia tormentata la quotidianità dei suoi famigliari.
E per essi ha preparato, già da diversi anni, un piccolo e personale dono, che potrebbe aiutarli nei momenti di smarrimento, di solitudine e di tristezza.

I Ricci sono una famiglia romana come se ne vedono tante, dove   l'amore, il rispetto, la comprensione, lo scherzo, hanno sempre regnato; ma è da un po', ormai, che qualcosa s'è spezzato e un'inesorabile cappa di angoscia, dolore, preoccupazione... ha reso l'aria in casa cupa, irrespirabile, triste: un giorno di otto anni prima, infatti, il figlio maggiore, Luca, ha deciso all'improvviso di andare via da casa, da Roma, per tentare di vivere una nuova vita a Londra.

Luca - irrequieto, insoddisfatto, desideroso di cercare di dare alla propria giovane esistenza una spinta,  una direzione e degli obiettivi che lo appagassero, gli mettessero le ali e lo rendessero libero, indipendente, felice - lascia tutto e tutti e va via, senza dare grandi spiegazioni, mollando anche Stefania (la fidanzata) e, soprattutto, non dando più notizie di sé, né scrivendo né telefonando né tanto meno tornando a trovare genitori, nonna e fratello.

Da quel giorno in cui Luca ha preso il volo per altri orizzonti, la vita in casa dei Ricci sembra essersi congelata, come in attesa di un ritorno, di uno squillo sul cellulare, di una porta finalmente aperta per riaccogliere il figlio/fratello fuggitivo.

Ambra e Riccardo si sono chiusi ciascuno nel proprio dolore, nella loro legittima apprensione per il destino di questo figlio che non sanno che stia facendo: sta bene? lavora? si è sposato? è morto? Che ne è di lui?? Perché non si è mai fatto sentire?
E se Ambra ha trovato nello scrivere un diario una via per sfogarsi, per buttare fuori pensieri, timori, sentimenti, il marito Riccardo ha dovuto ricorrere allo psicologo.
Dal canto suo, Francesco, il figlio minore, ha cercato di andare avanti con la propria vita, dedicandosi agli studi, ma in realtà anche lui ha subito un arresto: l'assenza di Luca è pesante, si fa sentire ogni giorno e per lunghi otto anni condiziona le vite di tutti, disegnando sui loro visi tensione, malinconia, senso di impotenza, a volte rabbia (di fronte all'egoistico silenzio di Luca), e ha creato un vuoto che di giorno in giorno si è allargato sempre più.

E lui, Luca, che fine ha fatto? Come se la sta passando a Londra? Ha trovato la realizzazione che cercava?
E cosa troverebbe in casa Ricci, dopo tutto quel tempo di assenza e silenzio assoluti, se dovesse rimettere piede a Roma?
Nonna, mamma, papà, Fra', Stefania...: la voglia di sapere che fanno e come stanno è tanta, ma con essa c'è il timore di trovarli arrabbiati con lui (e avrebbero ragione di esserlo); se lo rivedessero sulla soglia di casa, cosa farebbero? Gli chiuderebbero la porta in faccia, risentiti, o lo accoglierebbero comunque a braccia aperte, pronti a riempire con il suo ritorno quello spazio lasciato vuoto quando decise di andarsene?
E lui, cosa potrebbe raccontare loro: di essere tornato più sereno e appagato di quando era partito o di essersi trascinato dietro sempre gli stessi dubbi, le medesime paure ed incertezze...?


"Siamo tutti figli unici" è un romanzo che ha al centro una normalissima famiglia con le proprie vicissitudini; le voci di ciascun membro si alternano per raccontare, ognuno dal proprio punto di vista, come vivono giorno per giorno, cosa provano, pensano, desiderano, temono, ricordano.
In un continuo passaggio dal presente al passato e di cambi di prospettiva, conosciamo Francesco e i suoi famigliari un po' alla volta: come in un film, la "regia" si sofferma ora su un personaggio, ora su un altro, scegliendo per ciascuno la giusta inquadratura, cambiando la "scena" e lo sfondo quando è necessario, fermando l'immagine su un dialogo in particolare o su dei silenzi ricchi di cose che si volevano dire ma non si è avuto il coraggio di farlo, su sorrisi carichi di affetto, su gesti che avvicinano o allontanano, su rapporti lasciati in sospeso e su quelli, inattesi e belli, da costruire.

Nonna Viola è un po' il punto di riferimento per tutti ed è colei che, appassionata com'è dell'affascinante fenomeno del deja vù, desidera trasmettere ai suoi cari un messaggio fondamentale: ci sono esperienze che la mente ci porta a rivivere, a riportare alla memoria, perché la prima volta non ne abbiamo colto tutta l'inesauribile Bellezza.
Come anticipavo più su, sempre lei, Viola, lascerà ai suoi famigliari un'eredità profonda, fatta di parole su cui riflettere, di consigli da cui ripartire, di ricordi da custodire, di amore e incoraggiamento.

Tutti i personaggi, proprio come suggerisce il titolo, si sentono un po' come dei figli unici, ciascuno con il proprio fardello di solitudine silenziosa - una condizione sofferta di cui si nutrono inconsapevolmente -, vivendo come "trottole spinte da un flusso che non si vede", cercando di combattere l'angoscia, il "mal di vivere", nascondendo agli altri le proprie fragilità, la paura di fallire, di non sapere quale sia il proprio posto nel mondo e chissà se mai lo capiranno.
Il lettore può facilmente immedesimarsi in essi perché a tutti noi può succedere (o è successo) di perderci, di non sapere che strada prendere, di andare in crisi, di aver paura di deludere chi ci è vicino, quando basterebbe smettere di vergognarci di essere ciò che siamo e accettarci con tutto il nostro carico di contraddizioni, ansie, sfiducia, paura di essere giudicati. 

Mentre leggevo, pensavo a come spesso accada di desiderare tanto qualcosa (o qualcuno) per anni ma poi, quando essa si presenta all'improvviso sotto i nostri occhi - magari quando ormai ci eravamo messi l'animo in pace e convinti che quella mancanza era parte della nostra esistenza e, con essa, anche i solchi profondi creati dall'assenza -, non saper che fare e come reagire.

Un libro che viaggia sui binari di quella sensazione di essere sostanzialmente soli che ci accompagna pur stando in mezzo agli altri e che altresì ci ricorda come "la solitudine ha bisogno degli altri perché, se è vero che siamo tutti isole in cerca di un mare migliore, lo siamo perché possiamo comunicare, abbracciarci, parlare, stringerci, lottare".

La penna di Casaula è davvero molto fluida, piacevole, la lettura scorre senza intoppi e il lettore viene coinvolto dalle prime righe dai toni intimi e confidenziali con cui ogni personaggio racconta di sé, della propria solitudine, dei vuoti, delle assenze, delle paure; è una lettura densa e intensa, costellata di frasi e considerazioni che fanno riflettere senza voler dare lezioni di vita, ma anzi con la delicatezza di una mano rassicurante, di un sorriso amichevole e di una carezza al momento giusto. 

domenica 11 dicembre 2022

Donne e sportive in un mondo di uomini

 

Nel  mondo del lavoro - come nel mondo dello sport - non è facile per le donne far carriera in quanto ancora oggi la percentuale di esse parte spesso svantaggiata. 

Quali sono le possibili spiegazioni di questo fenomeno?
Oggi tutto sembra possibile e ormai tantissime bambine in tutto il mondo non sognano più di diventare delle ballerine o delle principesse ma magari di diventare delle sportive, astronaute, piloti o chef.

Abbiamo sicuramente tutti notato che nei film in cui c'è da andare nello spazio, non è un caso che gli astronauti siano quasi tutti uomini; ma nel mondo reale, una donna è riuscita ad abbattere tutti i pregiudizi: Samantha Cristoforetti.

Grazie al suo duro lavoro e ad anni di sacrifici è sbarcata sulla luna e oggi è la prima donna europea comandante della Stazione Spaziale Internazionale. Nel 2012, l’Esa (European Space Agency) rese noti i nomi degli astronauti selezionati per la missione “Futura” (che sarebbe durata 199 giorni) e  Samantha era fra questi. Furono necessari due anni di preparazione, durante i quali l’astronauta italiana decise di iniziare a scrivere un diario giornaliero in cui raccontava tutti gli step e le difficoltà da lei affrontate durante questo percorso.
Questo diario - pubblicato in lingua inglese e tradotto in italiano, francese e spagnolo - si prefiggeva l'obiettivo di abbattere le barriere tra questo mondo così complesso e il grande pubblico.


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Un’altra donna che è riuscita a brillare in un mondo prettamente maschile è Ana Carrasco Gabarrón. 

Era una bambina piccolina quando si appassionò al mondo dei motori, facendolo diventare il perno della sua vita. A 15 anni debutta nel Motomondiale in Qatar sotto la categoria Moto3 e poco dopo passa a Moto2 gareggiando anche nel campionato mondiale SuperSport 300. 

In un'intervista Ana ha affermato: “Il fatto di essere donna ha reso più difficile questo percorso. La cosa più difficile è stata soprattutto convincere gli sponsor che una donna potesse vincere tanto quanto un uomo”.
Ana ha lottato e ha cambiato l'opinione di tanti che pensavano che non ce l’avrebbe fatta. Oggi Ana ancora non è riuscita ad arrivare in MotoGP a causa di una serie di infortuni che l’hanno costretta a rallentare, ma chissà che un giorno non la vedremo sul podio proprio a fianco ai suoi colleghi uomini.


La scalata delle donne è difficoltosa anche nel settore sportivo, a livello agonistico, per tanto tempo appannaggio dei soli maschietti.

Le donne hanno iniziato a far parte di questo mondo solamente dal 1928 e nonostante questo grande traguardo ancora oggi c’è tantissimo lavoro da fare; ciò non toglie che sono tantissime le atlete che, con costanza, determinazione e tanto coraggio, sono riuscite a portare a termine i propri obiettivi, superando non poche difficoltà. 

Pensiamo ad esempio a Sofia Goggia, Antonella Palmisano e Vanessa Ferrari.

Sofia Goggia, nata a Bergamo nel 1992, inizia a sciare all’età di tre anni e quella che sembrava una passione si trasforma ben presto in un lavoro. A 16 anni debutta alla Coppa Europa e nel 2018 diventa la prima sciatrice italiana a vincere una discesa libera femminile alle Olimpiadi di PyeongChang.
Le difficoltà non sono mancate: Sofia si è più volte infortunata al ginocchio e ai legamenti e questo le ha impedito, in molteplici occasioni, di partecipare alle competizioni sportive, tra cui anche ai mondiali di Cortina d’Ampezzo del 2021. 
Ma Sofia non si è lasciata scoraggiare e nel 2022 è riuscita a primeggiare nei giochi olimpici invernali di Pechino e oggi è conosciuta come la prima sciatrice italiana a salire sul podio in 4 diverse specialità: Gigante, Super G, Discesa e Combinata. La sua forza di volontà ha prevalso sulle mille difficoltà incontrate.

Antonella Palmisano, classe 1991, è riuscita a brillare come campionessa alle Olimpiadi di Tokyo 2020 vincendo la medaglia d’oro nella marcia 20km. 
La sua prima vittoria sul podio risale al 2009, quando durante gli Europei under 20 è riuscita ad aggiudicarsi l’argento per la marcia 10km. Da quel momento in poi nulla l’ha fermata e la sua collezione di medaglie non ha fatto che allargarsi. 
Nella marcia il segreto è avere persistenza e tenacia e questi due elementi si riflettono anche nel carattere di Antonella, che si è dimostrata essere una donna forte che non ha nulla da invidiare ai suoi colleghi uomini. 

Vanessa Ferrari

Nella ginnastica artistica se vuoi diventare campionessa, i tempi sono molto stretti. La competizione è altissima e lo stress a cui viene sottoposto il fisico non permette di prolungare di troppo la propria carriera. 
Eppure Vanessa, a 32 anni, è stata la prima azzurra a laurearsi campionessa mondiale di ginnastica artistica.
Negli anni, ha partecipato a 4 competizioni olimpiche e altrettante gare mondiali ed europee riuscendo a vincere numerose medaglie tra cui anche otto ori. 
Purtroppo, a causa della rottura del tendine,è stata costretta ad un lungo stop dal 2017 al 2019 da cui però si è ripresa. 
Nel 2020, è riuscita a partecipare alle Olimpiadi di Tokyo 2020 diventando la prima ginnasta italiana a partecipare ai giochi olimpici. 
Vanessa Ferrari è una delle icone nel mondo della ginnastica, tanto che nel 2012 è riuscita a creare un nuovo elemento - “il Ferrari" - che è oggi parte del codice dei punteggi mondiale. 

Ci sono tanti settori professionali, sport compreso, in cui le donne ancora oggi non sono considerate abbastanza e le differenze di genere si fanno sentire, nonostante esse stiano riuscendo pian piano a farsi spazio e a imporsi come un valido esempio e un grande incoraggiamento per altre donne che vogliono intraprendere determinate carriere.


Questo post (che contiene alcune mie piccole modifiche rispetto al materiale originale) si prefigge di dare spazio all'associazione "Fondazione Idea" e vuol condividerne le tematiche attraverso questa serie di articoli.

Fonti consultate:

>> DONNE IN UN MONDO DI UOMINI <<

>> DONNE NELLO SPORT <<

Fondazione Idea è un progetto creato da donne per le donne, in cui si celebrano i successi di tantissime figure femminili che sono riuscite a realizzarsi in diversi campi, nonostante i tantissimi ostacoli.



Leggi anche:

venerdì 9 dicembre 2022

♣ RECENSIONE ♣ LE TRANSIZIONI di Pajtim Statovci

 

"Sei un uomo o una donna? A volte rispondo uomo, a volte donna, altre non rispondo affatto...": un romanzo sulla ricerca della propria identità, sui tanti passaggi e fasi che si attraversano nella vita, sui sentimenti che legano un individuo alla famiglia, al proprio Paese, alle proprie radici e su come spesso, da essi, si desideri - o meglio, si senta il bisogno di - prendere le distanze, necessarie per ritrovarsi e per tentare di trovare una pace, un equilibrio.


LE TRANSIZIONI 
di Pajtim Statovci

Sellerio Ed.
trad. N. Rainò
272 pp
16 euro
2020
"...è sempre la stessa antica maledizione: ciascuno desidera quel che non ha..." ed essere ciò che non è, aggiungo io.

Chi di noi, infatti, non ha mai desiderato, anche solo per una volta e "per gioco" di poter essere una persona diversa da quella che è, o magari anche più d'una nel corso di un'intera esistenza?

Bujar non solo lo desidera ma vive così: è tante cose, ora è uomo ora è donna, in un certo periodo della sua vita racconta di essere originario di Sarajevo, in un altro si mostra come un giovanotto affascinante che fa innamorare le ragazze.
Nel corso della sua giovane esistenza lo vediamo passare di nazione in nazione, di città in città, in Europa e non solo, e ogni volta provare a tirare avanti facendo tante cose e allacciando legami d'amicizia e d'amore: se in Germania sente il desiderio di iscriversi ad un corso di scrittura creativa, in Italia e a New York gli si spegne tutto, pure la voglia di vivere, e gli si accende un senso spaventoso di inutilità; magari in Finlandia le cose potrebbero andar meglio? 

La verità è che, a prescindere dalla città in cui decide di provare a stanziarsi, dal nome con cui si presenterà, dal Paese che sceglierà quale patria, dal lavoro che vorrà fare, dall'identità che avrà voglia di vestire, dagli uomini o dalle donne che amerà, la solitudine e un onnipresente guscio di malinconia lo accompagneranno sempre.


"Andai in Germania, e dalla Germania in Spagna, e poi dalla Spagna negli Stati Uniti, e per anni fui così sola da essere molto vicina a togliermi la vita, e non sapevo cosa farne di tutta quella solitudine, non potevo sbarazzarmene, era come l’aria, era lo spazio che divideva me e la persona che mi sedeva di fronte, era il volto di tutte le persone che guardavo e non ricambiavano lo sguardo, era ogni schiena che si allontanava e ogni parola che non mi veniva rivolta."

Ma, vi chiederete, chi è davvero Bujar? Da dove viene, quanti anni fa? Ha dei sogni, delle ambizioni? Dei famigliari e un focolare al quale ritornare dopo tanto peregrinare? Amici? Uno o più amori, braccia pronte ad accoglierlo, volti e corpi da accarezzare, accanto ai quali stendersi per poter parlare, di notte, a voce bassa, sussurrando fino a sentire null'altro che un bisbiglio, eppure con la consapevolezza che l'altro ti ascolta, ti capisce, ti ama per come sei e anche con i tuoi silenzi?

Bujar è un albanese e il lettore fa la sua conoscenza quando ha 22 anni e vive a Roma (nel 1998); la narrazione non è lineare, a volte fa dei balzi indietro ed altre in avanti; il protagonista ci racconta della sua infanzia povera in Albania, della sua famiglia, dei discorsi politici fatti in casa, della situazione del Paese ai tempi della dittatura comunista di Hoxha, ci dà dettagli della propria esistenza, sia reali che inventati, e lo fa mentre si racconta a un amico o a una sconosciuta, dando un resoconto (triste, drammatico) di una vita trascorsa in viaggio e in fuga, dall’Albania all’America, come dicevo, passando per Roma, Madrid, Berlino, Helsinki.  

Conosciamo, quindi, l’adolescenza poverissima a Tirana, «la discarica d’Europa, il fanalino di coda dell’Europa, la prigione a cielo aperto più grande d’Europa»  e Bujar narra la sua storia in prima persona: i genitori, la sorella maggiore, l'amico del cuore Agim, coetaneo e vicino di casa, rifiutato dalla famiglia per il suo orientamento sessuale; Agim con il suo carisma, il carattere determinato, sempre con le idee chiare, pronto a sfidare la vita con la sua intelligenza vivace; Bujar ci racconta di come la famiglia si sia disgregata dopo la morte del padre e di come, spinto proprio da Agim, abbia lasciato la madre e abbia incominciato ad andarsene in giro, prima con l'amico sempre in Albania, e poi fuori.

Bujar non fa che inventare continuamente sé stesso e la propria storia, ma in queste bugie una cosa è chiara: si vergogna di essere albanese e non vuole dire di esserlo, né ama parlare della famiglia d'origine.
È un piccolo e innocente impostore che costruisce la propria storia personale "rubando" frammenti di esistenze di altre persone, i loro nomi e il loro passato, scegliendo di volta in volta "...cosa sono, posso scegliere il mio sesso, la mia nazionalità e il mio nome, il luogo di nascita, semplicemente aprendo la bocca. Nessuno è tenuto a rimanere la persona che è nata, possiamo ricomporci come un nuovo puzzle."

Certo, non è facile,

"...bisogna essere preparati. Per vivere innumerevoli vite, devi essere in grado di coprire le menzogne con altre menzogne..."
  
Il periodo insieme ad Agim è costellato da problemi economici e di brutte esperienze, fatte di umiliazioni, maltrattamenti e abusi da parte di chi sembrava un angelo custode e invece...

Entrambi si sentono fuori luogo in questo loro paese così povero, devastato, ma la comune povertà li rende sempre più dipendenti l’uno dall’altro: vivono all'avventura e alla giornata, per le strade di Tirana, poi sulla costa, fino al viaggio da clandestini in Italia attraverso l’Adriatico.

Certi avvenimenti e incontri negativi finiscono per plasmare il povero Bujar, che dalle macerie di vergogna, cattiverie, solitudine, costruisce una creatura nuova senza più origine e nazionalità, pronta a sfidare e ad abitare il mondo intero, ad essere una sorta di "cittadino del mondo" senza patria.

"...non ho più avuto una patria ma solo altri Paesi, Stati stranieri che ho dovuto far diventare la mia patria".

Il racconto della tante vicissitudini e peripezie alle quali va incontro è contrassegnato dal dolore, dalla sofferenza, dalla tristezza, dalla difficoltà di mettere radici, di riuscire ad affidare il proprio cuore e la propria serenità nelle mani di qualcuno perché c'è sempre qualcosa che gli manca, che lo indispone anche verso colui o colei con cui, per un certo periodo, ha condiviso un amore, una convivenza ma che poi s'è rivelato insufficiente o inadeguato a colmare i tanti vuoti affettivi di Bujar, il quale più cerca di sfuggire alle proprie origini, meno ci riesce.

Non fa che ricordare a sé stesso l'odio che che ha nutrito per certi atteggiamenti ipocriti dei genitori, giurando che lui mai sarebbe diventato come loro, che non gli sarebbe importato di quel che la gente pensava di lui, che "non sarei stato un albanese, in nessun modo, ma qualcun altro, chiunque altro."

Leggiamo dell'amarezza provata riflettendo sulla triste verità che a nessuno importa niente della sua terra insignificante, abbandonata, retta da psicopatici, di questo popolo asfissiato e stanco a cui lui, volente o nolente, appartiene.

Viaggiamo insieme al protagonista, ci fermiamo con lui in piccoli appartamenti e stanzette, conosciamo i suoi amori, ci impressiona quel lato del carattere inaspettatamente violento, aggressivo, che emerge quando si sente preso in giro, giudicato, schernito.

Il giovane autore sa trasmetterci con molta efficacia tutta la gamma di stati d'animo ed emozioni del protagonista: la disperazione, la sensazione di noia e di insoddisfazione, i continui sensi di colpa che gli stringono il cuore, la nostalgia per chi non c'è più, la rabbia quando non si sente accettato e accolto (perché essere diversi dalla massa dev'essere considerato un reato o una cosa di cui vergognarsi?).

Sentiamo tutta la sua ingombrante ed opprimente tristezza nei momenti di maggiore debolezza, la sua angosciante convinzione di non essere nulla per gli altri, la paura di essere un "signor nessuno" e di come questa percezione equivalga a morire un pezzettino alla volta.

"Se la morte fosse una sensazione, sarebbe questo: l’invisibilità, vivere la tua vita in abiti scomodi,  camminare con scarpe strette."

"Le transizioni" è un libro che appassiona il lettore dalle prime righe per la scrittura potente, poetica e cruda allo stesso tempo e che risulta sempre coinvolgente grazie al protagonista e alla sua personalità complessa: ora sembra tanto fragile, ora più deciso, e comunque in costante movimento, coerentemente con quella fluidità che è sessuale ma non solo: è qualcosa che parte da dentro e che si estende in altri ambiti della vita; c'è in Bujar una tensione a vivere mille vite, possibilità, identità, allontanandosi il più possibile da quella originaria (il suo essere un albanese di umilissime origini), un'irrequietezza che lo induce a non star fermo in nessun posto, a cercare sempre qualcosa di più, di meglio, di più vero.

Sono pagine che a me hanno trasmesso dolore, angoscia, smarrimento; Bujar vive nell'incessante ricerca di un equilibrio, diviso tra il timore di sentirsi sempre inadeguato, non accettato per quel che è (ma com'è? chi è? Sono domande alle quali lui stesso non ha un'unica risposta) e l'euforia di voler essere comunque sé stesso, non definibile né etichettabile (anche l'uso dei pronomi - sia femminile che maschile - lo conferma).

Solitamente non mi dà fastidio che si salti da un periodo temporale ad un altro, ma in questo libro tale scelta narrativa l'ho "sofferta" un po' perché gli anni erano praticamente sempre differenti e non veniva automatico orientarmi a ogni nuova "transizione".

Mentre leggevo, soffrivo con Bujar ed empatizzavo con i suoi sentimenti; le esperienze brutte sono un pugno nello stomaco e il linguaggio in quei momenti è rude e "forte".

Un romanzo che, con la sua narrazione intensa, innovativa e spiazzante, fa riflettere sul tema dell'identità, sui legami d’appartenenza, sul sentirsi esclusi e rifiutati per il proprio modo di essere, sul diritto di tutti e di ciascuno di essere amati, sull'ingiustificata crudeltà che invece si riceve per il fatto di essere additati come "diversi"; una lettura che mi ha colpito per il suo essere enigmatica, quasi inafferrabile, proprio come il suo particolare protagonista.



Bio Autore (Sellerio)
Pajtim Statovci, nato in Kosovo nel 1990, è cresciuto in Finlandia dove si è trasferito con la famiglia fuggita dalla guerra quando aveva due anni. Il suo romanzo d’esordio, uscito nel 2014 e pubblicato in Italia con il titolo L’ultimo parallelo dell’anima, ha vinto il Premio Helsingin Sanomat. Le transizioni (Sellerio 2020), il suo secondo romanzo, tradotto in molte lingue, finalista al National Book Award, ha vinto il Toi-sinkoinen Literature Prize nel 2016 e nel 2018 gli è stato assegnato l’Helsinki Writer of the Year Award. Gli invisibili (Sellerio 2021) ha ricevuto il prestigioso Finlandia Prize, che consacra l’autore come il più giovane vincitore di ogni tempo.




giovedì 8 dicembre 2022

TRIPLA SEGNALAZIONE [ NOIR - SAGGIO ATTUALITÀ - TESTIMONIANZA ]


Buongiorno cari lettori! 

Stamattina desidero presentarvi tre di recenti pubblicazioni: da un noir tutto italiano, ambientato nel Lodigiano, a un saggio che si sofferma su quello che potrebbe essere definito "il più grande insuccesso annunciato della storia economica del Paese", a un libro-testimonianza che vuol mandare un messaggio di speranza a chi subisce interventi e si ammala.

Se siete curiosi di scoprire di cosa trattano questi libri, seguitemi nella lettura del post ^_-


NOIR/GIALLO

Vita personale e lavoro si intrecciano per l’Ispettrice Luce Frambelli, protagonista dei romanzi noir della scrittrice Marina Bertamoni. Conoscere la verità diventa fondamentale, anche per se stessa.
Riuscirà l’ispettrice Luce Frambelli a sconfiggere il mostro che si muove tra Milano e il Lodigiano?



IL MOSTRO DEL LODIGIANO
di Marina Bertamoni



Frilli Editori
15.90 euro

A Castiglione D’Adda, un piccolo comune del lodigiano, parte il primo focolaio di un’infezione proveniente dalla Cina che stravolgerà in breve tempo non solo la vita di tutta l’Italia e dell’Europa, ma quella del pianeta intero.
Per tutti cambia la quotidianità, cambiano i ritmi.

A Lodi la questura deve fare i conti con la messa in sicurezza degli abitanti del luogo e del rispetto delle norme di comportamento imposte dagli Organi dello Stato.
Si creano dunque nuove emergenze e il lavoro di routine subisce un rallentamento.

Per questo quando Ernesto Ghigliozzi arriva in questura a denunciare la sparizione della figlia Annarita, l’indagine parte a singhiozzo, soprattutto perché quella di Annarita, sedicenne inquieta, orfana di madre che vive con il padre a Lodi Vecchio, sembra una fuga volontaria, destinata a risolversi velocemente con il suo ritrovamento.

Ma i giorni trascorrono e di Annarita non c’è traccia; l’indagine assume ritmi più serrati, anche perché il vicequestore Bentivoglio, responsabile della squadra, ha un motivo molto personale per desiderare di riportare a casa Annarita il più presto possibile; per questo chiede a tutti la massima collaborazione e il rispetto delle regole. 
L’Ispettrice Luce Frambelli, soprannominata Frambé dai suoi colleghi e nota all’interno della questura per il suo orgoglio e per la convinzione di poter fare tutto da sola, abituata com'è a fare di testa propria, comincia a lavorare all'indagine per conto proprio. 

Raccoglie infatti informazioni e testimonianze, grazie ai suoi metodi anticonvenzionali, facendo presagire un quadro sempre più inquietante che la spinge a scandagliare a fondo il contesto familiare di Annarita, le sue amicizie e, soprattutto, le nuove conoscenze virtuali che per la ragazza, costretta come tutti gli adolescenti a un lockdown forzato, sono diventate oramai prioritarie.
Frambé si ritroverà a dover fare scelte dolorose, le uniche che le consentiranno di ricomporre il bandolo della matassa e risolvere il caso, ma che pagherà a carissimo prezzo. 

L'autrice.
Marina Bertamoni è nata a Milano nel 1961. Laureata in Scienze Geologiche, ha lavorato per molti anni in una multinazionale dell’energia. Scrive racconti e romanzi gialli e noir, ambientati nella provincia italiana. Suoi racconti sono presenti nelle antologie dei premi “Orme Gialle” e “Garfagnana in Giallo”, mentre i romanzi che hanno per protagonista Luce Frambelli, giovane ispettrice della Questura di Lodi – Chi muore giace, Dieci parole per uccidere e La pazienza della formica, pubblicati da Fratelli Frilli Editori – sono stati premiati in prestigiosi concorsi letterari, tra i quali ricordiamo il “Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo” e il “Premio Letterario Festival Giallo Garda
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SAGGIO/ATTUALITÀ

Come anticipato, la seconda segnalazione riguarda un saggio incentrato su una tematica che più attuale non si può. Il titolo dice già tanto da sé.

"I latini dicevano ab assuetis non fit passio.
Se si propongono sempre le stesse soluzioni, se siamo guidati dai pregiudizi, se non verifichiamo le teorie con la realtà potremmo mai avere risultati diversi che nel passato?
Perché il PNRR dovrebbe funzionare se lo schema usato è lo stesso dei Fondi Europei? Perché mai dovremmo occuparci del Sud se pensiamo che l’origine dei suoi problemi sia antropologica?
In Bla bla bla Sud. Perché il PNRR non salverà il Sud e il Paese l'autore illustra l’inizio di un ragionamento da fare per progettare un futuro diverso e migliore e ha cercato di farlo in modo semplice e diretto, ricco di esempi e riscontri.
Le soluzioni per lo sviluppo del Sud ci sono e si può colmare il gap purtroppo ancora oggi esistente con il resto d’Italia.
Se non guardiamo al nostro Paese e al Sud con amore non ci verrà mai nemmeno in testa di cercare delle vie diverse per lo sviluppo e ci adageremo sui più triti luoghi comuni.

>>   IN PREVENDITA    <<


Bla bla bla Sud. Perché il PNRR non salverà il Sud e il Paese
di Pietro De Sarlo


Altrimedia Ed.
232 pp
21 euro
Perché il Sud è rimasto indietro? È possibile un rilancio del sud senza modificare la centralità logistica, amministrativa e politica del Mezzogiorno e del Mediterraneo? 
De Sarlo inizia un ragionamento da fare per progettare un futuro diverso e migliore, con stile semplice e diretto, ricco di esempi e riscontri. 
Nella prima parte troviamo una disamina tra miti, pregiudizi e realtà sulla situazione meridionale. 
Nella seconda parte propone una soluzione per uno sviluppo possibile per colmare i gap che ancora esistono.
Noi tutti reagiamo agli stimoli, se pensiamo che il Sud sia abitato da fannulloni che all’Unità d’Italia a oggi campano sulle spalle del Nord operoso dobbiamo chiederci sulla base di quali dati e informazioni la pensiamo così. 
Perché le cose non stanno affatto in questo modo e i numeri che pubblico lo dimostrano, e sono numeri riscontrabili e certificati perché provengono da banche dati pubbliche e governative. 
E quindi decidete: «Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del Bianconiglio». 
Come Neo in Matrix sceglierete la pillola rossa? Scegliete se credere alle favole o se volete ragionare con la vostra testa basandovi sulla cruda realtà dei numeri. 
Siete liberi di pensarla in modo diverso o di arrivare a diverse conclusioni ma nessuno è libero di prescindere da un bagno di realtà.

L'autore.
Laureato alla Sapienza in Ingegneria, ha un lungo passato manageriale esercitato ai massimi livelli in società italiane ed estere. In tale ambito, come presidente della Fondazione Intesa Sanpaolo Onlus, ha promosso diversi interventi a favore della cultura tra cui le borse di studio per dottorati di ricerca in materie umanistiche. Oltre ad alcuni saggi di natura economica, ha pubblicato il primo romanzo nel novembre 2016, L’Ammerikano (premio della giuria al concorso Argentario 2017 e premio San Salvo-Artese, sempre nel 2017, riservato alle opere prime). Per Altrimedia nel 2020 ha pubblicato Dalla parte dell’assassino (Premio Narrativa Giallo/Thriller nell’ambito della quinta edizione del Concorso Letterario Nazionale Argentario 2020 - sezione Narrativa edita) e La congiura delle passioni (Premio letterario internazionale Montefiore, sezione opere edite, quarto classificato; Associazione Culturale Il Faro - Premio letterario città Cologna Spiaggia 2021, sezione Romanzo storico, terzo classificato; Agitazioni letterarie castelluccesi 2021, sezione Romanzi editi, secondo classificato). È appassionato di cucina, vela, sci e motociclismo.


LIBRI DELL'AUTORE RECENSITI SUL BLOG:




TESTIMONIANZA


Il coma e la rinascita. Una nuova vita, la consapevolezza di “cosa succede, dopo”. Sono questi gli ingredienti di “Altrove e ritorno – il racconto di una rinascita”.


ALTROVE E RITORNO – IL RACCONTO DI UNA RINASCITA
di Salvatore Casaburi


Intrecci Ed.
12 euro
30 marzo 2014 Salvatore viene ricoverato in codice rosso al San Giuseppe Moscati di Napoli per una dissezione aortica. L’unica speranza di sopravvivenza è l’intervento, ma in quelle condizioni le probabilità di riuscire a superarlo sono davvero poche. 
Lascia il suo corpo nelle mani dei medici mentre la coscienza, l’anima, chiamatela come volete, si trova al cospetto della Madre. La Madre di tutti che, con un sorriso rassicurante, lo spinge verso il suo nuovo cammino. 
Un’accecante luce bianca lo avvolge e lo trasporta in posti magnifici, apparentemente deserti.
 “Immaginate che qualcuno vi metta le mani sul petto e vi spinga con forza. Che voi non opponiate resistenza e, come in una scena al rallentatore, cadiate in una vasca colma d’acqua”, ricorda oggi l’autore. “Ecco, fu come un tuffo in una vasca. Un tuffo di schiena con l’acqua che mi risucchiava”.

Dopo venti lunghissimi giorni in terapia intensiva, Salvatore finalmente si sveglia, ed entra nel reparto di degenza cardiochirurgica, riacquistando velocemente le abilità neurologiche e la piena autonomia motoria. 
“Ho scritto questo libro per testimoniare la mia storia, l'esistenza di un "altrove", e per dare speranza a chi subisce interventi e si ammala. A queste persone voglio far sapere che si può guarire completamente. Io ne sono l’esempio”.

L'autore.
Salvatore Casaburi è nato a Frattamaggiore (Napoli) nel 1971. Oggi vive a Treviso. È un formatore e lavora nella scuola. Appassionato di interpretazione dei sogni, questo è il suo primo romanzo.



martedì 6 dicembre 2022

RECENSIONE ❤ L'ISOLA DELLE ANIME di Johanna Holmström ❤



Abbandonate, tristi, sole, disperate, confuse, smarrite ed impotenti: giunte sull'isola, le donne di diverse età che varcano la soglia dell'ospedale psichiatrico femminile, sono destinate a scoprire che da quelle mura, da quella vita cadenzata sempre dalle solite attività per riempire giornate, settimane, mesi, anni interminabili e sempre uguali, è difficile uscire; ma la speranza ha ali capaci di oltrepassare i muri più alti e apparentemente più impenetrabili.


L'ISOLA DELLE ANIME
di Johanna Holmström


Beat Ed.
trad. V. Gorla
363 pp
11 euro
C'è una piccola isola al limite estremo dell'arcipelago di Nagu, al largo della costa sud-occidentale della Finlandia: è Själö, nota per la presenza di un lebbrosario prima e dell'ospedale dei matti poi.

Lì, tra le mura di quell'istituto, tante donne sono passate, hanno vissuto, sono morte; alcune se ne sono andate, ma la maggior parte quel posto non lo ha più lasciato, una volta varcata la soglia.

Kristina, Elli, Martha, Karin...: nomi fittizi per storie realistiche, possibili; giovani donne che rappresentano delle tipologie di pazienti ricoverate nel manicomio in quanto ammalate di una qualche forma, più o meno grave, di patologia psichiatrica.

In realtà, si poteva essere portate a Själö per molto meno: vagabondaggio, promiscuità sessuale, carattere ribelle e quindi ritenuto socialmente pericoloso; se poi la presunta pazza era pure povera e la famiglia rifiutava (o non si sentiva in grado) di prendersene cura, il ricovero era una destinazione obbligata.

Si guariva a Själö? La permanenza poteva aver termine grazie a delle dimissioni decise dal medico psichiatra?
Purtroppo, i documenti ci dicono che difficilmente qualcuna delle pazienti veniva ritenuta "guarita", tanto da poter essere mandata via, libera di tornare dai propri cari e alla propria vita.

Già, la propria vita: ma quale vita?

Non tutte le pazienti potevano dire di avere un'esistenza bella, piena, soddisfacente... prima di finire in manicomio; non solo, ma tante di esse si abituavano così tanto alla vita istituzionalizzata da non volerla più lasciare, così l'ospedale di Själö - e, con esso, le "compagne pazze", le infermiere, e poi le attività "ricreative", le cure, l'orto, la lavanderia, il Faro, ecc... - diventava "casa", l'unico posto in cui queste donne ormai si sentivano accettate, autorizzate ad essere ciò che erano senza il timore di venire giudicate o disprezzate, perché tanto lì la malattia e la sofferenza regnavano e accomunavano quelle anime derelitte.
E chi erano esse se non donne spezzate - dalla malattia, dalla povertà, dalla disperazione, dalla solitudine, dall'infelicità... -, che all'interno di quelle mura - guardate con biasimo, compassione o indifferenza da "quelli di fuori" - trovavano il loro equilibrio, la loro tranquilla quotidianità, quella sicurezza che altrove, in un mondo che cambiava a vista d'occhio, lasciando indietro chi era diverso, più "lento" o più "strano", non conforme alle norme e al vivere sociale, non avrebbero mai avuto.

E allora meglio restare là e riempire i giorni, le settimane, gli anni con le cure (che oggi definiremmo non solo sorpassate, ma anche non idonee e, alcune, inumane), i colloqui con lo psichiatra, le medicine da ingerire quotidianamente, le crisi psicotiche con conseguente isolamento e cinghie di contenimento, le attività di cucito, colazioni, pranzi e cene, i litigi con le compagne.

Eppure, non tutte si rassegnavano a restare prigioniere in quell'ospedale per matte: la voglia di fuggire e tornare alla vita di fuori, riappropriarsene e tentare di essere felici come donne libere, era forte e per loro non moriva in quella celletta disadorna che accoglieva le povere pazienti.

L'autrice ci fa conoscere diverse giovani donne, ospiti della struttura. Come già spiegato nel post dedicato alle fonti alle quali la Holmström ha attinto per scrivere il romanzo, questi personaggi non sono realmente esistiti, non con questi nomi e con queste specifiche storie, ma di certo essi sono dei "tipi" di pazienti, e ad essere reali sono il contesto, le metodologie e gli strumenti per curare le malattie, il modo di gestire l'istituto, il rapporto che si instaurava tra le ospiti e tra loro e il personale medico e infermieristico.

Kristina vive a Turku nel 1891 con il suo amore, Einari, con cui ha avuto un figlioletto; lei ha già avuto una bambina (in circostanze tutt'altro che liete), è già "marchiata" agli occhi della comunità come una ragazza non facile, una ribelle, una che "va con gli uomini". 
Kristina non ha contatti con i genitori da un po' di tempo, avendo lasciato la famiglia per andarsene con Einari e tentare di costruire un futuro con lui, ma ogni progetto e sogno continuano a scontrarsi con una vita piena di difficoltà, limitazioni, scarse risorse economiche, necessità di accontentarsi di qualsiasi lavoretto pur di tirare avanti.
E quando la povera Kristina si ritrova a dover crescere i figli da sola (perchè Einari accetta un lavoro lontano da casa), la solitudine, l'infelicità, le speranze infrante e la consapevolezza di star fallendo su tutti i fronti (non era meglio restare a casa con i genitori, assicurarsi un tetto, del cibo caldo, delle cose da fare nella fattoria?) diventano un fardello troppo pesante per le spalle di questa ragazza e madre, che non ha nessuno ad aiutarla, a darle conforto, a rassicurarla.
Dal sogno di un'esistenza ricca di prospettive ed opportunità alla triste realtà di giornate noiose, sempre uguali nella loro inutilità, nella loro povertà e nell'accudimento dei bambini, che deve sfamare con le sue sole forze.
Trovare un lavoretto presso una famiglia è già qualcosa, la distrae... ma non può bastare, anzi, ben presto la stanchezza, l'insofferenza davanti ai continui pianti e capricci dei figli (che assumono sempre più le sembianze di un peso di cui vorrebbe sgravarsi), si fanno sentire e finiscono per annebbiarle il cervello.
E così, in una notte di ottobre, una notte terribile e da dimenticare, questa madre commette la peggiore delle azioni.
Dopo, la mente di Kristina si rifiuta di accettare una tale atrocità da essa stessa compiuta e va in uno stato prima di incoscienza e poi di crisi, sottoforma di pianti, strilla, aggressività..., fino a ridursi in uno stato catatonico, in cui la donna rifiuta di parlare, di interagire, di accettare la propria situazione.
Il suo ricovero a  Själö va avanti per otto anni, fino a quando qualcosa dentro di lei si ridesta e Kristina pare ritornare alla vita.
Non sarà facile perché pian piano il ricordo del proprio orribile gesto pesa come un macigno sul cuore, i sensi di colpa occupano sempre più spazio, eppure il contatto con la natura e la voglia di non lasciarsi andare hanno la meglio.
Guarirà e sarà pronta a lasciare Själö, a tornare ad un'esistenza serena, come sognava da ragazza?

Sigrid è un'infermiera, giovane e carina, professionale e amante del proprio lavoro, che svolge con diligenza, passione, serietà e molta empatia; è un angelo a Själö, le colleghe la adorano e le pazienti la cercano; è fidanzata, sogna di sposarsi con il suo Frans, anche se purtroppo il secondo conflitto mondiale interviene a mettere sottosopra i piani di tutti.
La sua amabile e necessaria presenza in quel luogo di dolore e malattia è un punto di riferimento: a dispetto di dove si trova, Sigrid ritiene l'isola un luogo di pace, di calma e non ha alcuna intenzione di lasciare il manicomio per lavorare altrove.

Lei conosce tutte le sue pazienti, non dimentica nomi, motivo del ricovero, caratteristiche, disagi...: quando può, offre loro il giusto conforto, fosse anche soltanto una mano sulla spalla, un gesto o uno sguardo; per lei quelle donne non sono delle semplici ospiti dell'ospedale psichiatrico, ma delle persone che sanno cos'è la sofferenza e meritano rispetto e cure.

Quando nel 1934 giunge la giovanissima Elli Curtén (la cui cartella riporta: grave psicopatia, demenza precoce, mitomania, ninfomania), capisce subito che sarà difficile gestirla perché la ragazza non viene da un contesto famigliare disagiato o povero, è lì per la sua condotta deviata (furti, vagabondaggio, minacce...) e non sembra esserci in lei la consapevolezza di essere malata e di aver bisogno di cure psichiatriche.
Elli non accetta che i suoi genitori abbiano permesso il suo ricovero a tempo indeterminato nientemeno che in un clinica per malati mentali e nei primi periodi ha un atteggiamento oppositivo, ma ben presto si rende conto che questo modo di fare non è affatto vantaggioso.

Elli ha davvero una patologia psichiatrica o è semplicemente un'adolescente molto ribelle e poco gestibile?
All'interno della struttura la ragazza porta la sua giovinezza, la sua voglia di vivere, di instaurare rapporti speciali con altre ospiti sue coetanee; e intanto spera che sua madre - la sua mamma che le vuol bene nonostante non sappia dimostrarglielo con eclatanti gesti d'affetto - smuova le acque per toglierla da quel postaccio a cui lei non ha alcuna intenzione di abituarsi.
Elli continua a ripetersi di non essere matta, di non meritare di stare lì in mezzo a quelle donne svitate; la sua vita è fuori da Själö e riuscirà ad andarsene, presto o tardi.

Menomale che c'è almeno Karin a riempire le sue giornate; Karin è anch'ella una paziente giovane ma, a differenza di Elli, lei non reputa l'ospedale un luogo così terribile in cui vivere: sono protette là dentro,  accettate, possono trovare il modo di impegnare il tempo o, se vogliono, oziare dalla mattina alla sera; cosa manca loro tra quelle pareti?

- Cosa ti manca Elli?
- La libertà!

"Io amo questo posto (...) È la mia casa. (...) Hai paura della verità, Elli?"
"Forse... sei tu che hai paura? della vita là fuori?"
"Certo che ho paura. Ma una parte di me non vuole nemmeno pensare di cercare di vivere là (...) O meglio, non solo una parte di me. Tutta me stessa. Non c'è niente in me che voglia vivere là fuori in quello che tu chiami mondo".

Ci si affeziona a queste ragazze come a Sigrid, alle loro vicende personali, ai loro umori e malumori, ai sogni, ai pianti, alle promesse, e si prosegue nella lettura sperando per esse un destino meno impietoso e crudele; un destino non già stabilito, ineluttabile, quello stesso che spetta alla maggioranza delle "pazze" dell'isola, ma uno più roseo.
Un destino che preveda parole come speranza, futuro, vita da costruire, rinascita, ricominciare, redenzione, perdono, e non più bagni caldi/freddi, psicofarmaci, ricamo e cucito, cinghie di contenimento, clisteri, camicie di forza, isolamento.

Che ne sarà di loro, in una società in cui i pregiudizi verso le donne ritenute "instabili", isteriche, strane sono troppi e ancora difficili da smantellare, e in un periodo storico che non fa sconti a nessuno, in cui la guerra che infuria in Europa sta per arrivare anche su quel pezzettino di mondo circondato da una natura rigogliosa?

"L'isola delle anime" è un romanzo sulla follia sì, ma ancor prima sulla sofferenza delle donne ricoverate in un ospedale psichiatrico; in queste pagine leggiamo di ragazze che hanno commesso degli errori e che si cerca di "raddrizzare" rinchiudendole in cliniche dove purtroppo le cure sono ancora poco adeguate e poco efficaci...
Leggiamo di ragazze deluse dall'uomo che amavano e sul quale basavano la loro felicità, e che hanno purtroppo pagato un alto prezzo per questa ingenuità romantica.
Sono figlie giudicate "scapestrate", da curare e internare perché in società non ci possono stare, non sanno starci; ma queste figlie hanno anche delle madri e queste ultime ci appaiono in tutta la loro inadeguatezza, con i loro sensi di colpa, col timore di non essere state delle buone genitrici, di non averle amate abbastanza queste figlie un po' "sulle righe", e forse avrebbero potuto fare di più e meglio per evitare che finissero su quell'isola.
Ma è anche la storia di donne come Sigrid, che hanno dedicato la loro vita a quelle povere anime, prendendosene cura e facendo sì che quel posto triste e cupo acquistasse umanità, divenendo una specie di casa per quante, arrivate lì ciascuna con la propria dolorosa storia, fossero stanche, logore, esauste, povere: un luogo in cui provare a smettere di lottare e, magari, riposare, riflettere, pensare a se stesse.

Si potrebbe essere spinti a immaginare Siälö come un postaccio squallido, disadorno, cupo, ma in realtà se c'è un aspetto che la scrittrice lascia emergere è la bellezza della natura che, con i suoi suoni, i colori, i fiori, i frutti, gli uccelli..., offre alle anime dell'isola qualcosa cui aggrapparsi, una fonte di pace in mezzo a tutto quel turbamento, a quella follia, a quella disperazione.
Il finale mi ha commossa perché manda un messaggio di amore, perdono, rinascita, di una nuova linfa da alimentare e della speranza di una nuova vita.

Un romanzo molto bello, che coinvolge dal punto di vista emotivo e che immerge il lettore in un periodo storico e in una realtà difficili, pieni di dolore ma anche di voglia di non arrendersi.

domenica 4 dicembre 2022

NOVEMBRE 2022 - TRA LIBRI, CONCERTO E MANI IN PASTA

 

Buongiorno, lettori carissimi!!!

Dicembre è entrato da pochi giorni e si avvicina il momento di tirare le somme di questo 2022, sul fronte letture... e non solo! 



Intanto, faccio il bilancio del mese di novembre, con l'aggiunta di alcune fotine su argomenti che non hanno a che fare con le letture ma che ugualmente mi interessano: Claudio Baglioni 🎹🎼 e dolciumi 🍩🍪

Ma partiamo dalle pagine che mi hanno accompagnata il mese scorso.


  1. MARY CELESTE di S. Lecce e C. Cazzato: all'interno di una cornice reale c'è una storia fittizia e tinta di giallo che ci farà salire sulla prima nave fantasma della storia (5/5);
  2. RIFQA di M. El-Kurd: imparare dalla tua granitica nonna cosa voglia dire resistere a chi ti occupa casa e ti caccia da essa come se la tua vita e le tue radici non contassero nulla, e raccontarlo attraverso poesie (5/5);
  3. IL TEMPO DELL'ATTESA di E. J. Howard: il secondo libro della saga famigliare sui Cazalet, dal punto di vista di tre ragazze diverse tra loro (4/5);
  4. PUTIN, L'ANGELO DI DIO di G. Boschetti: angelo o diavolo, dittatore o difensore della fede. Un punto di vista su Putin diverso dal solito e provocatorio (3/5);
  5. LA SETTIMA LUNA di P. Pulixi: noir che vede il trio Croce-Rais-Strega alle prese con uno scaltro assassino; colpi di scena assicurati (5/5);
  6. UNA PORTA NEL CIELO di R. Baggio: l'autobiografia, sincera e appassionata, di un campione del calcio italiano (4.5/5);
  7. CRONACHE DELLE MULTISFERE - L’ombra di Durgash, di T.Sguanci: fantasy classico, in cui il Bene combatte il Male attraverso un ragazzo impacciato ma coraggioso (4/5);
  8. L'ISOLA DELLE ANIME di J. Holmström (prossimamente la recensione): storie di ragazze e donne chiuse in un ospedale psichiatrico da cui è difficile uscire; ma la speranza ha ali capaci di oltrepassare i muri più alti e apparentemente impenetrabili (5/5).

Le letture novembrine sono state tutte, a modo loro, interessanti e coinvolgenti; difficile citarne solo tre, quindi vi menziono, tra le più belle: RIFQA per la tematica palestinese; LA SETTIMA LUNA per la bravura dell'autore di costruire trame articolate e ricche di colpi di scena; L'ISOLA DELLE ANIME per l'ambientazione reale (manicomio di Själö) e le storie di donne raccontate; MARY CELESTE, anch'esso per il contesto storico reale, oltre che per la storia in sé.


MUSICA

Girando per le bancarelle di un mercatino, ho trovato 5 vinili di Claudio Baglioni: "La vita è adesso", "Solo", "E tu come stai?", "Sabato pomeriggio" e "Oltre". Me felice 😍

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E poi e poi e poi.... il 24 novembre Claudio Baglioni è tornato, per la seconda volta in un anno, a San Severo, al "Teatro Giuseppe Verdi", in occasione del tour "Dodici Note Solo Bis".

Che dire...? Una bellissima ed emozionante serata, tre ore in cui il cantautore romano non ha solo cantato canzoni vecchie e nuove (lui, solo soletto al pianoforte; anzi, i pianoforti erano tre e rappresentavano passato-presente-futuro) ma è stato un grande intrattenitore e, del resto, non avevo dubbi: da un "cantastorie" come lui non potevo che aspettarmi un'eccellente performance. 

E pensare che, fino a qualche anno fa, l'idea che Baglioni venisse a fare un concerto nella mia città era pura utopia...!


Baglioni nel teatro della mia città; foto presa dal profilo officiale su FB


CUCINA

Quest'anno ho deciso di cimentarmi con pandori e panettoni.

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Fino a ieri, ho sempre usato solo le mie manine per impastare lievitati, dolci o salati che fossero ma, se 

per alcune preparazioni, "l'olio di gomito", la buona volontà e quel briciolo di manualità da non professionista acquisita con la pratica (casalinga) possono bastare, per altri prodotti... hum..., il risultato lascia a desiderare e non soddisfa prima di tutto chi li fa (me).

Ragion per cui, il pandoro preparato un paio di settimane fa, come primo esperimento, malaccio non era, ma se vi devo dire che mi ha soddisfatta al 100%, mentirei.

E siccome mio marito mi ha regalato l'impastatrice (Kasanova, 7 litri), ora finalmente posso buttarmi a capofitto nella preparazione di questi lievitati che richiedono decisamente una lavorazione più complessa. 

Nelle prossime settimane ci riprovo! Queste che vi lascio sono le foto del "pandoro sperimentale".


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venerdì 2 dicembre 2022

RECENSIONE ⚓ MARY CELESTE di Salvatore Lecce e Cataldo Cazzato ⚓



Il 4 dicembre del 1872 il brigantino Mary Celeste viene ritrovato alla deriva tra le isole Azzorre e le coste del Portogallo: a bordo non c'è nessuno.
Che ne è stato dell'equipaggio (capitano e famiglia, personale di bordo)? Di loro, infatti, non v'è traccia e mai si saprà nulla della loro sorte.
Mary Celeste, la nave fantasma: un mistero mai risolto che sta per compiere 150 anni.
Gli autori di questo romanzo - Salvatore Lecce e Cataldo Cazzato -, basandosi su dati e personaggi storicamente documentati, hanno provato ad immaginare una storia che riempia il vuoto di notizie circa quel viaggio che avrebbe dovuto portare l'imbarcazione da New York a Genova.
Cosa potrebbe essere accaduto ai dieci passeggeri a bordo di quella che era considerata una nave maledetta e sfortunata?


MARY CELESTE 
di Salvatore Lecce e Cataldo Cazzato


goWare Edizioni
325 pp
4.99 euro (ebook)
17.50 euro (cart.)
USCITA:
2 DICEMBRE 2022


Antonio Gagliardo ha trentacinque anni nel 1872.

In teoria, non gli manca nulla per essere felice: un lavoro come dottore (nel quale è anche molto apprezzato) e una bella moglie, Clara.

La coppia non ha (ancora) figli e questo crea malumori e tensioni tra i coniugi; ad aggiungerne altri, ci pensa lo stesso Antonio che, purtroppo, cerca di placare ansie e nervosismo buttandosi a capofitto nella trappola del gioco d'azzardo.

E se all'inizio la dea bendata sembra sorridergli, dopo un po' gli gira le spalle, lasciandolo con debiti di gioco che non riesce a pagare prontamente. E, come non di rado accade quando si frequentano luoghi poco decorosi, ad esigere il pagamento del debito non è proprio della brava gente, tutt'altro.

Le cose, per il dottore di origini italiane - sbarcato in America ben 25 anni prima con il padre e un cugino - si mettono malissimo perché si ritrova braccato da una spietata banda criminale per via di un debito, appunto;  ma proprio quando sente di trovarsi in un vicolo cieco, senza via d'uscita, ecco che uno sconosciuto gli tende una mano.

L'uomo è Mr Benjamin Briggs ed è il capitano della Mary Celeste, un brigantino pronto a salpare per Genova; con lui c'è il primo ufficiale, nonché suo amico, Albert Richardson.

Mettendo da parte esitazioni e perplessità, pur di salvare la pelle Antonio accetta l'offerta di Briggs di imbarcarsi sul suo brigantino e di provare a rifarsi una vita nella bella Genova, lasciata in gioventù.

Ciò che però Gagliardo non immagina è che la traversata oceanica che lo attende sarà funestata da una serie di tragici e (almeno inizialmente) inspiegabili eventi.


A bordo, Antonio conosce il personale - il secondo ufficiale (Andrew Gilling), il cuoco (Edward Head) e i quattro marinai -, la signora Briggs (Sarah Elizabeth) e la piccola Sophia Matilda Briggs, di soli due anni.


Il viaggio sul veliero ha inizio e ogni cosa sembra filare liscia: tutti sono gentili ed ospitali con il dottor Gagliardo, il viaggiatore dell'ultimo momento, il cui nome non viene annotato nella lista ufficiale dei passeggeri (dopotutto Antonio stava fuggendo da gente di malaffare pronta a fargli del male); se il cuoco si premura di portargli tazze di tè, i marinai gli danno volentieri qualche lezione sui segreti della navigazione e sulle mansioni di ciascuno nell'arco della giornata; là dove Richardson si preoccupa di prestargli un romanzo di Melville per ingannare la noia, Briggs presenta al dottore la sua famigliola, tra cui c'è la piccola Sophia Matilda che intenerisce tanto Gagliardo, accarezzando quella parte di lui che desidera essere padre.


Ma in realtà, nonostante l'apparente serenità, Antonio non è totalmente tranquillo nell'essere lì, sulla Mary Celeste: su questa nave, infatti, girano strane voci, tanto misteriose quanto irrazionali, ma non per questo meno inquietanti.

Si dice che il brigantino sia nientemeno che... maledetto!

A partire dal viaggio inaugurale - quando ancora si chiamava Amazon - e passando per altre sventure, l'imbarcazione è stata sempre accompagnata da eventi negativi, tanto da attirarsi addosso la cattiva nomea di nave maledetta.


Come se ciò non bastasse a provocare più di un pensiero cupo anche in un uomo di scienza e tutt'altro che scaramantico qual è Antonio Gagliardo, a gettare non solo ulteriori ombre ma addirittura morte sulla nave è un primo avvenimento drammatico e terribile, che semina morte e quindi paura, diffidenza, sospetti, andando a creare spaccature nell'equipaggio, che fino a quel momento pareva aver goduto di un clima gioviale e sereno.


In seguito al verificarsi di questa prima sciagura, Antonio si prefigge da subito di indagare, anche perché pian piano emergerà una triste verità (più d'una, a dire il vero): su quella nave tutti sono in pericolo.


Partono gli "interrogatori" da parte dell'attento e riflessivo dottore, che comincia a far domande a tutti, al capitano come al vice, ai marinai come a Sarah Elizabeth, tenendo bene in mente di non dare nulla per scontato.


Ha inizio una sorta di caccia al colpevole e la tensione non può che salire col passare delle ore, dei giorni: tutti i passeggeri sono come in trappola, obbligati a restare in quel mezzo di imbarcazione sperduto nel mare, senza possibilità alcuna di fuga e con la terrificante consapevolezza che tra loro si nasconde un traditore che  agisce con freddezza.


Antonio è disperato: non riesce a capire come unire tutti gli indizi che man mano sta raccogliendo; se su alcuni aspetti riesce subito a far luce, su altri ancora brancola nel buio ma, grazie alla sua intelligenza e alla sua caparbietà, le sue indagini proseguono e si arricchiscono di nuovi elementi che è la stessa Mary Celeste a fornirgli.

Spesso la verità è vicina ma celata, ben nascosta sotto assi, strumenti musicali, in un libro... e va cercata con calma, lucidità e pazienza.


"Sentiva di dover partire proprio dal mare, lo specchio dei pensieri più intimi. Il giorno in cui era salito a bordo della Mary Celeste, si era reso conto che quella superficie liquida e mutevole acquistava una visione diversa se osservata dall’alto. Fin dai primi istanti, in essa aveva visto riflettersi tutto ciò che soggiaceva nelle profondità dell’animo, dalle paure più recondite ai sogni impossibili. Forse, adesso, se avesse sfruttato quella contemplazione fatta di silenzio e totale abbandono, avrebbe potuto esaltare il suo acume investigativo."

 

Antonio è un uomo riflessivo, acuto osservatore di gesti, espressioni, comportamenti,  sensibile scrutatore dell'animo umano e lì, su quella trappola galleggiante, su cui è letteralmente impossibile chiedere aiuto o fuggire via, tra gente sconosciuta che sembrava amichevole ma in mezzo alla quale si nasconde una serpe velenosa e priva di scrupoli, egli dovrà fare appello a tutto il proprio acume, il sangue freddo, la capacità di deduzione e ragionamento, per unire insieme tasselli che sembravano non incastrarsi e invece sono compatibili l'uno con l'altro; dovrà affrontare e superare paure, senso di impotenza, disperazione, solitudine, timore di non farcela, e non perdere la giusta dose di calma per saper parlare con franchezza a chi, come lui e con lui, aspetta che sia smascherato il colpevole, col rischio, ovviamente, di finire anch'egli nella diabolica trama ordita dalla mente che ha magistralmente iniziato a seminare la morte su quella nave che, forse, un po' maledetta lo è davvero.


Il romanzo è un giallo storico che prende spunto da fatti e persone reali: corrispondono, infatti, alla realtà i personaggi (escluso uno) della Mary Celeste, dieci persone svanite nel nulla, di cui non si ebbe più alcuna notizia.


Il brigantino partì il 7 novembre 1872 e il 4 dicembre fu avvistato da un'altra nave, la Dei Gratia, che appurò come sopra la Mary Celeste non ci fosse nessuno! 

Sono passati 150 anni e il mistero, attorno a quella che è considerata la prima nave fantasma della storia, resta più fitto che mai; gli autori hanno pensato di riempire quel buco di informazioni assenti con una storia fittizia, di fantasia, ma coerente con lo sfondo storico di base.


La narrazione parte subito con un ritmo già incalzante in quanto vediamo Antonio Gagliardo tentare di fuggire agli scagnozzi inviati da un creditore; spostandoci quindi dalle strade di New York al veliero, la tensione narrativa non farà che crescere in base ai tragici eventi  che si susseguiranno e che faranno sentire, tanto al protagonista quanto al lettore, tutta l'ansia e la suspense a causa di un pericolo che incombe sulle persone presenti sulla nave; un pericolo tanto più minaccioso quanto meno è individuabile con sicurezza, e quando il quadro diventerà chiaro, la minaccia sarà finalmente esplicita, ma non certo meno insidiosa.


La storia immaginata dagli scrittori Lecce-Cazzato è assolutamente avvincente e io mi sono ritrovata a divorare una pagina dopo l'altra, a finire un capitolo e ad iniziarne subito il successivo; il racconto prende il via dal 6 novembre e, nel proseguire, si andrà scalando di giorno in giorno fino a giungere al momento del ritrovamento (il 4 dicembre).


La penna degli scrittori è molto accurata, precisa, la lettura prosegue con agilità e una grande scorrevolezza; il linguaggio è consono al periodo storico, ai personaggi coinvolti e all'ambito marinaresco; a tal proposito, in aiuto per chi, come me, è a digiuno in questo campo, c'è il glossario a fine libro; non solo, ma in appendice troverete anche foto e altri particolari, molto interessanti, relativi a persone e vicende reali, oltre a una bibliografia.


Leggere "Mary Celeste" è stato come imbarcarmi insieme al protagonista e vivere con lui un'avventura imprevedibile, irta di pericoli e minacce dietro l'angolo, dove tutti sembrano innocenti ma in realtà, fino allo svelamento della verità, chiunque potrebbe essere il colpevole, per cui fino alla fine non sappiamo cosa accadrà e chi la spunterà;  sta ai lettori scoprire quale storia hanno immaginato per loro gli autori.


Il mio parere è assolutamente positivo: storia appassionante, scritta davvero bene, con personaggi dalle personalità interessanti e molto ben delineate; coinvolgente la ricerca dell'assassino e del movente e, ovviamente, il fatto che la cornice sia vera non fa che rendere il tutto molto accattivante.

Fatevi un regalo: acquistate il romanzo, in uscita proprio da oggi, e leggetelo: imbarcarsi su questa nave fantasma (nel corso dei decenni, le ipotesi su cosa possa essere accaduto ai passeggeri, si sono sprecate, dalle più logiche a quelle più fantasiose) sarà un viaggio entusiasmante, avventuroso, ricco di suspense e con un finale che vi lascerà comunque soddisfatti, nonostante gli eventi narrati siano drammatici.


Ringrazio di cuore Salvatore Lecce e Cataldo Cazzato per avermi dato l'opportunità di leggere e recensire in anteprima il loro romanzo e vi lascio, cari lettori, consigliandovelo caldamente!!


Vi lascio il link su Amazon e il booktrailer. Buona visione ^_-







Gli autori

Salvatore Lecce e Cataldo Cazzato sono due amici che condividono la passione per la scrittura. I loro racconti Natale con il morto (2016) e Amaranto e Porpora (2018) sono stati pubblicati in appendice ai volumi del Giallo Mondadori. Dal racconto L’albero di Elisa (2018) è stata tratta l’omonima opera teatrale a cura della compagnia Trinaura Teatro. Per goWare hanno pubblicato il thriller La via del silenzio (2018) e il noir Il Puparo (2020), entrambi più volte bestseller Amazon.



martedì 29 novembre 2022

|| RECENSIONE || RIFQA di Mohammed El-Kurd



Nel leggere le poesie di Mohammed El-Kurd riusciamo a sentire il grido di rabbia, di dolore ma soprattutto il coraggio di un popolo che non si arrende, che resiste e lotta per affermare con forza il proprio diritto di esistere, la volontà di non cedere e di non soccombere al cospetto di un occupante che con violenza, da ormai più di settant'anni, espropria terre, case, e prova a spazzar via la storia, le radici, la cultura, la memoria, l'identità del fiero popolo palestinese, "provocatoriamente, orgogliosamente, completamente vivo".


RIFQA 
di Mohammed El-Kurd



Fandango Libri
trad. E. Bero
155 pp
Il titolo dell'esordio letterario di El-Kurd è un nome di donna: non una donna qualsiasi, ma la nonna di Mohammed, colei che accoglieva con un mazzetto di gelsomini il nipote che tornava da scuola, che gli ha insegnato "a sparare le mie frasi come razzi, a essere resiliente."

"Sono cresciuto nella sua saggezza e la mia poesia ne è il riflesso. Lei è l’asse delle mie azioni, l’orchestratrice della mia cadenza."

Nonna Rifqa, morta a 103 anni, che aveva più anni della colonizzazione sionista e che ha dovuto lasciare la propria casa, per la prima ma non per l'ultima volta, in un giorno di maggio 1948

La mattina d’un maggio dal cielo rosso 1948.
Poteva essere oggi.
Hanno buttato giù le porte,
rivendicando la vita come fosse la loro.

L'inizio della Nakba, della catastrofe, e quindi l'esilio da Haifa e, come se non fosse stato sufficiente l'andare di rifugio in rifugio, ha dovuto vivere e subire, ormai anziana, anche l'espropriazione della sua casa a Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme Est, in un ennesimo ripetersi di un orrore destinato a non finire mai.

Rifqa aveva il passo sicuro.
“Torneremo appena le cose si calmano”
e lei ha creduto,
indossato la chiave
finché la chiave il collo la memoria
non sono diventati dello stesso colore.


15 maggio 1998: Mohammed nasce nel cinquantesimo anniversario della Nakba. Non poteva che farsi portavoce di un canto di libertà che non è solo suo o della sua famiglia, ma di un intero popolo.


"sono nato di fronte a una casa chiusa
che definivo mia, ma non ci sono mai entrato.

I colonizzatori  giovani  vestiti diversamente
coi fucili che sbattevano sui fianchi    nazione di terroristi
festeggiavano la proprietà rubata spietati.
Piangevo – non per la casa,
ma per i ricordi che avrei potuto averci dentro."


Tra donne coraggiose che stanno in piedi davanti ali coloni e ai giovani soldati armati, tra bambini vilmente uccisi su una spiaggia, tra gruppi di uomini, donne, anziani e bambini che si uniscono per "guastare la permanenza dei coloni nelle loro terre", i versi di questa raccolta ci raccontano l’amore per la patria, la consapevolezza di come in terra di Palestina la morte sia improvvisa, immediata, costante.
Ci parlano di resistenza, di lotta per la libertà, di difesa della propria terra e dell'attaccamento ad essa; dopo le poesie, nell'edizione italiana c'è una sezione in prosa dedicata alla lotta degli abitanti di Sheikh Jarrah per non lasciarsi strappare le proprie case; sono testi che l’autore ha scritto per The Nation e per The Guardian.

Nel 2009 la famiglia El-Kurd (e non soltanto essa) si è vista confiscare, per decisione di tribunali israeliani, la propria casa e questo, ricorda il giovane autore, rientrava nella strategia di "ripulire etnicamente" il quartiere di Sheikh Jarrah nella sua interezza *

Nonna Rifqa è stata una combattente fino all'ultimo, non accettando di vedersi rubata la casa un'altra volta, di essere trasformata ancora in un'esiliata che vaga tra campi profughi.

Vedersi togliere la casa non è solo una questione di perdere la proprietà, ma, dice Mohammed, "significa perdere anche l’identità palestinese della città e rappresenta un presagio del tremendo destino che attende quel che resta della sempre più esigua popolazione autoctona di Gerusalemme. Sheikh Jarrah: è un perfetto esempio di colonialismo di popolamento, un microcosmo della realtà palestinese nel corso dei settantatré anni di dominazione sionista."

Con questa sua raccolta, El-Kurd si affianca ad altri poeti della resistenza palestinese (Fadwa Tuqan, Rashid Hussein, Mahmoud Darwish e Ghassan Kanafani) che, prima di lui e come lui, hanno svolto, e svolgono ancora, un ruolo significativo nel formare e tenere vivo un fronte internazionale contro il colonialismo e l’imperialismo nel mondo.

Mohammed El-Kurd - poeta, scrittore e giornalista per The Nation, - attraverso i suoi articoli prima e questo libro poi, offre una chiave di lettura che stimoli a guardare a quello che è chiamato da sempre "conflitto israelo-palestinese" in modo da interrogarsi con onestà su come sia la vita sotto occupazione a Gerusalemme Est, su tutto ciò che questo comporta per la popolazione e su chi siano davvero i carnefici e chi le vittime.

Leggete "Rifqa" e lasciatevi guidare dalla penna arguta, chiara, sarcastica, sincera e fiera di un giovane scrittore che, allontanandosi da ogni retorica e senza paura di chiamare le cose col loro nome, ci ricorda quanto brutale sia la realtà quotidiana nei Territori occupati - e questo non da una settimana o da un paio di mesi, né da qualche anno... ma da 73 anni - e come a questo non possano che seguire azioni di lotta e resistenza.


"Le persone più libere sul pianeta non sono controllate da odio e paura, ma sono mosse da amore e verità. Siamo più di cosa abbiamo subito; siamo chi siamo diventati, nonostante tutto."


Come per lo scorso anno, ho voluto pubblicare in questo giorno la recensione di un libro che tratta l'argomento "Palestina" - di come vivono i palestinesi sotto il regime d'occupazione e apartheid israeliano - in occasione della Giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese, istituita nel 1977 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Nel 2020 ho segnalato alcune scrittrici palestinesi in QUESTO POST.



* a tal proposito puoi leggere QUESTO ARTICOLO
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