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lunedì 9 gennaio 2012

Bambini vittime di violenza domestica

Quanto un trauma vissuto nell'infanzia influenza e condiziona la vita del bambino non solo nei periodi vicini al vissuto, ma anche dopo?

Sicuramente moltissimo e del resto è una verità che intuiamo anche a prescindere dagli studi di psicologia.

Però c' è uno studio molto interessante che ci aiuta a cogliere la "portata" e la gravità di questi traumi infantili.

I bambini esposti a violenza tra le mura domestiche soffrono, dal punto di vista cerebrale, come i soldati in guerra: sviluppano la capacita' di riconoscere piu' velocemente un'imminente minaccia da cui doversi difendere e sono piu' in grado di attivare dei meccanismi di difesa.

A dirlo è un gruppo di ricercatori inglesi che però fanno notare come questa capacità di "adattamento" non sia in realtà affatto una cosa positiva, anzi!

Essa infatti contribuisce a rendere i futuri adulti maggiormente vulnerabili sul fronte di ansia, depressione e problemi di salute mentale di diverso tipo.
 
Gli studiosi hanno esaminato le risonanze magnetiche condotte su 20 bambini londinesi di 12 anni di eta' media allontanati dalle rispettive famiglie per problemi di violenza domestica, e le hanno paragonate a quelle effettuate su un gruppo di controllo di 23 bambini non sottoposti a violenze di alcun tipo. 
Durante le risonanze magnetiche ai bambini venivano mostrate delle immagini di volti maschili e femminili ritratti con espressioni tristi, calme o arrabbiate: i ricercatori hanno cosi' potuto documentare che davanti ai volti arrabbiati i bambini esposti alle violenza in casa mostravano una maggiore attivazione in due regioni cerebrali associate al rilevamento delle minacce, l'insula anteriore e l'amigdala.

I risultati avuti nelle ricerche effettuate con questa categoria di vittime sono stati comparati con quelli ottenuti dalle ricerche sulle risposte cerebrali dei soldati in guerra; da qui l'accostamento dell'esperienza dei traumi tra i due tipi di vittime.

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz