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giovedì 23 agosto 2012

Recensione: LO STRANIERO (A. Camus)



Altro libro terminato durante le vacanze svizzere: 

LO STRANIERO
di Albert Camus 


Bompiani Tascabili
176 pp
Trama

Protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne.



Lo straniero (in fr. L'Etranger) è un romanzo del 1942, che la critica letteraria definisce "esistenzialista".
Protagonista un uomo di circa 30 anni; all'inizio della storia lo vediamo recarsi al funerale della madre, già da tempo ospite di una casa di riposo.
Dal funerale in poi, una serie di piccoli eventi e di pochi personaggi ruoteranno attorno al nostro Mersault, dando movimento e colore alle sue giornate e "decidendo" anche il corso della sua vita.

C'è il vecchio Salamano, che litiga sempre col suo cane; c'è l'amico Celeste, c'è Maria (amica e amante di Mersault, che vorrebbe farsi sposare da lui) e soprattutto c'è Raimondo, a causa del quale il nostro eroe andrà incontro a "qualche guaio".
Raimondo ha infatti un'amante, che lui schiaffeggia con violenza; il fratello della donna, insieme a tre amici (tutti e quattro di nazionalità araba) cercheranno di vendicarsi.
Per una serie di circostanze, Mersault si troverà implicato nella faccenda e ucciderà un arabo, subendo quindi un processo per omicidio.

Ciò che colpisce di questo romanzo, sin da subito, è il carattere del protagonista: indifferente a tutto ciò che accade attorno a lui, emotivamente passivo...

Al funerale della madre non versa una lacrima, fuma, fa colazione, mostra la più ... sincera!... indifferenza.
Stesso atteggiamento verso gli altri, compresa Maria, che pare innamorata di lui; ma per Mersault la parola d'ordine è "per me è lo stesso": sposarsi, lavorare ad Algeri piuttosto che a Parigi, l'amicizia con Raimondo..., sembra che questo tipo di scelte non lo coinvolgano assolutamente, che nulla lo chiami ad essere attivo protagonista della propria vita, nelle cose piccole come nelle grandi.
Mersault non è cattivo, anzi sembra anche abbastanza socievole (non di molte parole, eh), affabile, pacifico, paziente; va anche molto ad umore e a sensazioni: lui vive il presente a livello di "sensazioni del momento".

E' un tipo che, sì, pensa molto, si fa un sacco di elucubrazioni mentali, ma c'è poco di sentimentale ed emotivo in lui: riflette sul senso delle cose che lui o gli altri fanno, sul senso della vita e della morte (soprattutto nella seconda parte del libro), ma sempre con distacco, come se guardasse attraverso uno specchio qualcosa che proprio non lo riguarda.
La cosa più sconcertante è il distacco emotivo vissuto a proposito del proprio "destino": durante il processo e il dibattimento, davanti alle accuse del p.m. e ai tentativi (alquanto blandi) di difesa da parte del proprio avvocato, emergono sempre più forti l'indifferenza e il cinismo di quest'uomo.

Mersault non capisce il perchè di tutto questo "gran parlare" di lui, del suo rapporto con la defunta mamma, il suo atteggiamento; tutte cose che passano in primo piano al processo, prima ancora del delitto in sè.
Il dibattimento infatti ruoterà attorno a Mersault uomo, non tanto sulla dinamica dell'omicidio - anche perchè lui stesso non fornirà molti elementi su cui dibattere -: ciò che l'accusa sottolineerà è la crudeltà di un uomo che non ha alcuna remore, alcun rimorso, alcuna parola di pentimento di fronte alla realtà del proprio delitto.


Mersault ha tolto la vita ad un uomo ma non se ne pente; a dire il vero, non prova nessun sentimento in particolare, come dire "vabbè, è successo, pazienza.... Tanto si muore, prima o poi! E poi, non è che volessi ucciderlo..., mi son trovato, faceva caldo, ero stordito e... ho sparato!".

Non sembra esserci in questo strano personaggio alcun peso morale delle proprie azioni, alcun vero interesse per i propri simili, per il valore della vita umana..., ma più di tutto, Mersault non si interessa neanche a se stesso, considerato come termina il romanzo e quale scelta farà l'uomo.
E' anche un tipo testardo: non solo vive tutto con molta apatia, ma non ha alcuna intenzione di cambiare, nè tanto meno di affidare la propria vita a Dio, di trovare un senso e un ristoro nella fede; il prete che egli rifiuterà un sacco di volte di incontrare e che a un certo punto imporrà la propria presenza, si ritroverà davanti una persona che non ha davvero nessuna voglia di chiedere perdono e di affidare la salvezza della propria anima a "chicchessia".

Che dire...?
E' uno di quei romanzi che mi donano sensazioni così strane, che alla fine non so racchiudere la mia valutazione con le frasi "mi è piaciuto", "non mi è piaciuto".
Forse perchè sono l'opposto di Mersault: io dò importanza a ciò che mi accade, alle persone; sono un tipo che "sviscera" all'estremo emozioni, sentimenti, pensieri; sono di solito pronta a fare auto-esame di me stessa, a chiedere scusa se ho sbagliato, a chiedermi cosa pensano gli altri e che ripercussioni hanno le mie azioni sul mio prossimo...
Diciamo che sono forse anche eccessiva nel farmi troppe "paranoie" (per usare il termine in senso gergale), quindi ritrovarmi con un tipo che addirittura davanti all'omicidio non sente la benchè minima emozione, che non prova rimorso... beh non posso restarne ... indifferente (siamo sempre lì)!
Questo libro quindi mi ha dato delle emozioni: rabbia, impazienza, indignazione, pietà...., ragion per cui mi basta questo per pensare che non è stata una "lettura inutile", anzi!
Certo, a una lettura superficiale potrebbe apparire noioso, con poca dinamicità narrativa, con personaggi (eccetto il protagonista) poco delineati, con una trama davvero scarna...; ma ciò che per me rende questo libro di Camus un "libro da leggere" è proprio il tratteggio di questa personalità, completamente alienata rispetto al contesto, cui "scivola addosso" tutto ma che, allo stesso tempo, è avvezza a farsi domande, a cercare di capire perché gli altri intorno a sé "si agitino tanto", si meraviglino tanto che ci sia al mondo qualcuno come Mersault; alla fine del libro, Mersault dimostra di essere un tipo con le idee chiare su come ha vissuto la propria vita...

"Io ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro di lui, sicuro della mia vita e di questa morte che stava per venire. Sì, non avevo che questo. Ma perlomeno avevo in mano questa verità così come essa aveva in mano me. Avevo avuto ragione, avevo ancora ragione, avevo sempre ragione. Avevo vissuto in questo modo e avrei potuto vivere in quell’altro.".

Lo consiglio perchè credo sia un libro che faccia riflettere, che ponga interrogativi morali, spingendo a chiedersi quanto e come guardiamo noi stessi, gli altri, quali siano le motivazioni, i valori, che dirigono le nostre azioni, quanta superficialità ci sia troppo spesso nel giudicare gli altri sulla base di pregiudizi e luoghi comuni e anche quanta solitudine spesso si nasconda dietro atteggiamenti di supposta apatia ed indolenza...

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz