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giovedì 29 gennaio 2015

Recensione: "Il bambino di Schindler" di Leon Leyson




Altro libro letto in occasione della Shoah.

IL BAMBINO DI SCHINDLER
di Leon Leyson


in lettura
Ed.
Il piccolo Leib Lejzon vive a Narewa, un villaggio della Polonia, con la madre, il padre e i fratelli.
Sono ebrei e la loro vita procede tranquilla e serena..., tra corse e giochi, fino a quando Hitler non scatena una guerra e con essa la fine della tranquillità per tante persone, in primis i Giudei.

Così, quando nel 1939 l’esercito tedesco occupa la Polonia, Leib ha soltanto dieci anni ma la sua infanzia termina ben presto, perchè lui e la sua famiglia vengono confinati nel ghetto di Cracovia insieme a migliaia di ebrei.

I giorni nel ghetto non sono semplici: il cibo scarseggia, tanta gente raccolta in uno spazio esiguo... non favoriscono una buona qualità di vita ed è facile che crescano nervosismo, frustrazione, malattie.

Ma per quanto difficile, la vita nel ghetto è nulla rispetto a quello che vivranno gli ebrei quando cominceranno ad essere ammassati in vagoni freddi e bui per essere trasportati nei campi di sterminio.

Eppure, un particolare, nella vita di Leib, costituirà la fortuna sua e di parte della sua famiglia: il padre è un operaio di un imprenditore nazista, noto per la sua tendenza al divertimento e al piacere sfrenati, per il suo modo di fare affari non sempre pulito, ma anche per il suo innegabile carisma.
Quest'uomo è colui cui 1200 ebrei dovranno la vita: Oskar Schindler,

Il racconto di Leib ci offre la prospettiva di chi ha vissuto l'orrore della guerra e dei campi di concentramento da ragazzino, che ha combattuto contro il freddo, la fame, il dolore, che ha visto sparire davanti ai suoi occhi due dei suoi fratelli (che moriranno uccisi dai nazisti, senza conoscere i lager), che ha sofferto nel vedere disperazione e paura negli occhi degli amati genitori.

Un ragazzino che però è sopravvissuto al campo guidato dal terribile Amon Goeth, a Plaszow, al campo di Brunnlitz, a botte e inedia, grazie ad una buona dose di coraggio..., di fortuna, ma soprattutto grazie a un eroe che ha fatto di tutto per salvare i suoi operai.
Il suo agire prova che anche una persona sola può ribellarsi al male e fare la differenza.Io ne sono una prova vivente... un eroe è un normale essere umano che fa “la migliore delle cose nella peggiore delle circostanze”. Oskar Schindler incarna quella definizione.

Rattrista constatare come, anche dopo la guerra, quando ancora i Lejzon non lasciavano la Polonia, ci fosse nei confronti dei Giudei ancora odio, diffidenza, risentimento....
Non solo in tanti hanno finto di non aver visto e sentito nulla di ciò che accadeva attorno a loro ma, finito il conflitto, non hanno neppure avuto la decenza di rendersi conto di quanto dolore fosse stato ingiustamente inflitto ai loro simili e di mostrare, come minimo!, dispiacere, compassione....

La fine della guerra non è necessariamente l'inizio della pace, del rispetto dato al singolo individuo e a un intero popolo, di libertà... e Leib non incontrerà subito atteggiamenti di pietà, simpatia, solidarietà.

Commuove la testimonianza di questo sopravvissuto che, dopo la guerra e dopo essere scampato a
quello che sembrava un destino ineluttabile, ha cercato di buttarsi alle spalle la terribile esperienza di prigioniero nei campi di lavoro e ha provato a vivere come un immigrato qualsiasi negli Stati Uniti.

L'orrore per ciò che ha vissuto e visto, il dolore (inguaribile) per aver perduto due fratelli, il ricordo delle sofferenze e delle umiliazioni fisiche e psicologiche, non lo lascerà mai, ma allo stesso tempo, e per molti anni, lo bloccheranno, impedendogli di raccontare la sua storia di ebreo polacco, di condividerne il peso, facendo conoscere al mondo cosa è successo e di quali atroci delitti si sono macchiati tanti uomini, nel corso degli anni della guerra.

E commuove anche il pensiero che un ex-prigioniero dei campi di sterminio si ritrovi, una volta "fuori" dalla guerra (e dall'Europa) e una volta acquisito un nuovo nome (Leon Leyson), a soppesare la parola "futuro" e a darle un valore inimmaginabile.

Mentre il treno brontolava diretto a est, mi concessi una cosa che non facevo da molto tempo: pensai al futuro. Durante gli ultimi sei anni, pensare al futuro aveva significato semplicemente trovare il modo di sopravvivere un’ora in più, cercare uno scarto di cibo, sfuggire ancora una volta alla morte. Ora la parola“futuro” significava qualcosa di diverso. Potevo tornare a scuola. Avere una casa, del cibo decente, sicurezza. E col tempo avrei smesso di sentirmi in pericolo.

E' una testimonianza che ancora una volta non può che toccare, far riflettere su una parte gravissima della storia contemporanea, che deve far vergognare al pensiero che degli esseri umani hanno commesso crimini indefinibili contro il prossimo, che deve farci considerare quanto importanti siano la libertà, il rispetto di essa e della dignità dell'essere umano, e come ancora ai nostri giorni, noi uomini non siamo poi tanto migliorati da 70 anni a questa parte, e atrocità simili potrebbero ripetersi (a dire il vero, in determinati posti del mondo, certe brutture accadono anche oggi, e da sempre)... se ciascuno di noi smette di ricordare e parlare di piccole storie come quella di Leon Leyson e dimentica di denunciare ogni forma di discriminazione verso qualsiasi "presunto diverso".

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz