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domenica 20 gennaio 2019

Recensione: BAMBINO N.30529 di Felix Weinberg (RC2019)



La testimonianza onesta e commovente di un uomo finito nell'incubo dei lager nazisti all'età di dodici anni. Ricordare ciò che è stato è e sarà sempre un'urgenza imprescindibile, perchè solo non dimenticando di quali atrocità il genere umano si è macchiato in passato (ahimè, continua a macchiarsene anche nel presente) c'è la possibilità di evitare gli stessi tragici errori...


BAMBINO N.30529
di Felix Weinberg



Ed. Newton Compton
trad. G. Agnoloni,
A. Maestrini
288 pp
Felix Weinberg (1928-2012) c'ha pensato su parecchio prima di decidersi a raccontare la propria storia di sopravvissuto a ben cinque campi di concentramento.
Per anni, dopo essersi ricostruito la propria vita pezzo dopo pezzo, ha cercato di vivere il presente e guardare verso il futuro: un futuro fatto di soddisfazioni professionali (è stato professore di Fisica all'Università di Londra) e dell'amore e del calore di una bellissima famiglia.
Ma raccontare, da parte di chi come lui è passato attraverso l'inferno uscendone vivo (segnato per sempre, certo, ma vivo), è un dovere.
Verso se stessi e verso le future generazioni.
Perchè quella serie di numeri sul braccio - 30529 - non sono un numero di telefono che è bene annotare per non rischiare di dimenticare a causa dell'avanzare dell'età, ma è il ricordo indelebile di ciò che si è vissuto.

Felix ha avuto una meravigliosa infanzia: nato a Ústí nad Labem (città della Repubblica Ceca) nel 1928, cresce in una famiglia unita, amorevole, affettuosa e abbiente, che non di rado si concedeva piccoli viaggi e vacanze.
Anni e anni dopo, Felix riconosce che proprio l'aver avuto un'infanzia così serena e felice, l'aver incamerato ricordi belli, lo ha aiutato nei momenti difficili, unito al tipo di educazione (alimentare e fisica) ricevuta, in particolare dal padre; senza saperlo, quindi, il piccolo Felix stava incamerando delle risorse emotive, psicologiche e fisiche che in un certo senso lo avrebbero aiutato a resistere all'esistenza provata e debilitante dei lager.

"La mia infanzia fu molto felice. Finì troppo presto e in modo troppo repentino a causa di Adolf Hitler, ma credo che siano i primi anni a contare. Hanno dato alla mia mente un bozzolo sicuro e beato in cui può ritirarsi nei periodi dolorosi. (...) Il mio bozzolo era pieno di avvolgenti ricordi e della certezza di essere stato molto amato e coccolato."

A dodici anni, però, il suo mondo va in pezzi: a causa delle persecuzioni naziste, il padre è costretto a fuggire in Inghilterra con l'intenzione di aiutare, da lì, tutta la famiglia scappare dalla regione dei Sudeti prima che la situazione per gli ebrei cechi peggiori con la speranza di potersi rifare lì una vita con i suoi cari.

Ma purtroppo, per una serie di concause, raggiungere il padre non sarà possibile, e il ragazzino, il fratello minore e la madre andranno incontro al proprio duro destino: vengono catturati dai tedeschi e da quel momento ha inizio il loro drammatico calvario nei campi di concentramento.
Prima Terezìn, poi il campo di Bechhammer, quindi Auschwitz e Birkenau, partecipando addirittura alla terribile “Marcia della Morte” per poi essere trasferito da un campo all’altro, fino a Gross-Rosen e infine a Buchenwald (che fu tra i lager dove si attuò principalmente lo sterminio tramite il lavoro), dove arrivò al limite delle forze fisiche, quasi morto; ma in questo durissimo  campo di concentramento ebbe la "fortuna" di finire sotto l'ala protettiva di Antonin Kalina, un comunista imprigionato dai nazisti proprio a Buchenwald e che gestiva il Blocco 66, composto da prigionieri molto giovani e che sopravvissero in quanto lì le condizioni di vita - per quanto sempre orribili - erano un po' meno peggio che altrove nel campo, tant'è che ad es. i ragazzi avevano accesso a coperte e un po' più cibo.
L'11 aprile 1945 questo campo di sterminio fu liberato.

"Così, nove giorni dopo il mio diciassettesimo compleanno, mi venne restituita la mia vita. Mi ci volle molto tempo per rendermene veramente conto, e non credo di esserci mai riuscito del tutto. A pensarci bene, il concetto stesso di cambiamento non ha senso in questo caso, dal momento che non ero più la stessa persona. I campi mi avevano cambiato per sempre".

Dopo essere tornato in libertà, passò un po' di tempo e potè finalmente riabbracciare l'unica persona vivente della propria famiglia: suo padre, che intanto era rimasto a Londra.
Dopo cinque anni di orrore e dopo essere passato per ben cinque campi di concentramento, Felix Weinberg può tornare a ricostruirsi la propria vita, a farsi una propria famiglia, a studiare (attività che aveva dovuto interrompere in seguito alle leggi naziste antisemite) e impegnarsi in ciò che ama (l natura e tutto quello che la riguarda).
La sua è di certo una storia incredibile perchè egli stesso, molte volte nella narrazione, riconosce che la propria salvezza è dipesa da piccoli miracoli, apparentemente casuali, da circostanza fortuite che hanno contribuito a mantenerlo in vita.

Il suo racconto è molto lucido, duro e teso all'onestà e alla chiarezza; egli dichiara apertamente di non condividere una larga parte della letteratura sull'Olocausto in quanto troppo romanzata e dunque poco attendibile; lui stesso ammette di poter essere poco preciso e molto parziale nel proprio resoconto, non solo per il tempo trascorso rispetto a quando ha deciso di metterlo su carta, ma ancor di più per via del suo bisogno - neanche tanto inconscio - di non sentirsi legato a quell'orrendo passato che gli ha rubato i suoi cari e la sua adolescenza, in una parola Felix si rifiutava di parlare dell'argomento (cioè della propria esperienza nei lager) con chiunque, anche col padre o la moglie..., perchè non voleva essere identificato come "un sopravvissuto dei campi di concentramento".
A questa comprensibile volontà, si aggiunge un altro aspetto: per uscire vivo dall'incubo in cui è stato protagonista dai 12 ai 17 anni, Felicx (e come lui, altri sopravvissuto) ha cercato di staccarsi emotivamente dalle brutture che lo circondavano quotidianamente, di "guardarle senza vederle" e "ascoltarle senza sentirle" proprio per non soccombere; una sorta di "amnesia autoindotta" al fine si soffrire il meno possibile.
Ragion per cui, Felix chiarisce che il proprio racconto può avere delle piccole lacune, tipo nella successione degli eventi.

Il libro si legge piuttosto scorrevolmente; è sempre doloroso leggere le esperienze di chi ha subito atrocità inumane come quelle narrate tra queste pagine autobiografiche, però è anche vero che l'Autore - probabilmente per le motivazioni espresse poche righe più su - ha utilizzato uno stile un po' "distaccato", non si lascia andare a una narrazione struggente; ecco, non è uno di quei libri sull'Olocausto che strappano pianti di commozione ma, attenzione!, non lo dico in riferimento ai contenuti (inevitabilmente agghiaccianti e strazianti, essendo raccontato con molta chiarezza e vividezza) ma appunto allo stile, essenziale, razionale, frutto anche, a mio avviso, della formazione accademica di Weinberg, che era un fisico, quindi un uomo di scienza abituato ad analizzare i fatti in modo nudo e crudo.

Una testimonianza che si va ad aggiungere alle tantissime altre sempre su questa importante tematica.


"...tutti noi sopravvissuti siamo, in qualche misura, compromessi. Non abbiamo sacrificato la nostra vita perché altri potessero magari avere qualche minima possibilità in più di farcela. In sostanza, restare vivi non appare un atto particolarmente eroico, quanto qualcosa di simile all'aver vinto alla lotteria, nonostante previsioni astronomicamente sfavorevoli. È facile mettersi a fantasticare sul fatto che debba esserci stata qualche ragione profonda dietro la sopravvivenza di una persona, ma alla fine, probabilmente, si è trattato solo di una combinazione di fortuna e di un buon istinto di conservazione."

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz