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sabato 12 gennaio 2019

Recensione: EPPURE CADIAMO FELICI di Enrico Galiano (RC2019)



"Eppure cadiamo felici" è un romanzo che mi ha regalato molte emozioni e, tra le altre cose, molta positività ed ottimismo grazie alla sua indimenticabile protagonista e alla sua passione per ciò che non può essere tradotto, per quelle parole intraducibili che custodiscono significati insolitamente ricchi ed esprimono sentimenti veri e profondi.




EPPURE CADIAMO FELICI
di Enrico Galiano


Ed. Garzanti
387 pp
Gioia Spada ha diciassette anni, capelli rossi, lentiggini sul viso e alle orecchie gli auricolari, che non le servono soltanto per ascoltare il suo gruppo preferito (i Pink Floyd) ma costituiscono anche una sorta di protezione dal mondo esterno.
Quel mondo che un po' la spaventa e un po' la incuriosisce e rispetto al quale si sente estranea, inadeguata, il classico pesce fuor d'acqua.

Gioia ha un bellissimo nome ma di allegria nelle sue giornate ce n'è davvero poca.
A casa le cose vanno malino, da sempre...: i suoi sono attualmente separati perchè suo padre ha la brutta abitudine di alzare le mani sulle sue due donne (è figlia unica), ma purtroppo, come non ha perso questo brutto "vizio", così non ha perso neanche la strada di casa, visto che ogni tanto torna a far loro visita e sa come convincere la moglie a perdonarlo e a rimettersi insieme. Insomma, un tira e molla che innervosisce Gioia, che gradirebbe più coerenza e determinazione da parte della madre, il che significherebbe anche meno urla e litigate tra lei e il papà.

A farle compagnia ci sono Gacco il gatto fantasma, che salta sulle cornici e le butta giù, nonna Gemma (che però si limita ad ascoltarla, in quanto è allettata, attaccata alle flebo e non parla più) e l'amica immaginaria Tonia.
Eh sì perchè dovete sapere che non è soltanto tra le mura domestiche che tira una brutta aria, ma pure a scuola...
Gioia è quel tipo di compagna di classe che forse tutti abbiamo avuto, alle medie o alle superiori, e che se ne sta sempre per i fatti propri, isolata da tutti, additata come stramba, schernita e bersaglio di scherzi idioti, organizzati dai classici bulletti della classe per ottenere consensi e risate dai gregari.
Gli stessi compagni le hanno affibbiato il soprannome Maiunagioia, ma Gioia non sembra soffrirci più di tanto, così come pare liquidare risatine e sfottò con una mera alzata di spalle, accettando l'idea di non essere come i suoi coetanei.

"Quando faceva finta di essere come loro, inciampava continuamente: provava a dire le stesse frasi, a fare gli stessi gesti, ma le uscivano tutti goffi. cui non rideva nessuno. E poi ogni tre secondi inciampava davvero su qualcosa, camminando. E tutti a ridere. È più o meno in quel periodo che è nato il soprannome Maiunagioia. Allora un bel giorno si è detta: e va bene, se mi vogliono così come sono, bene, se no amen. È stato amen. Un attimo, e l’etichetta della snob alternativa da evitare come la peste bubbonica non gliel’ha levata più nessuno. Così come naturalmente nessuno si è poi preso la briga di andare a vedere chi fosse davvero".

Oltre agli incoraggianti e divertenti dialoghi con Tonia, quest'amica invisibile con cui lei dialoga ad alta voce (attenzione: Gioia non è matta, è consapevole della non esistenza di Tonia, ma per lei nel tempo è diventata una presenza necessaria e rassicurante, l'unica con cui riesca a sfogarsi e, proprio nelle surreali conversazioni con Tonia, Gioia trova risposte, vie d'uscita, motivazioni, scelte da fare) e che rappresenta l'amica ideale in quanto sincera all'ennesima potenza; oltre alla carica che le danno i suoi mitici Pink Floyd, la nostra Gioia ha anche un paio di hobbies nei quali riversa una larga parte di ciò che è ed ha dentro di sè.

Non essendo in alcun modo interessata alle mode, ai ragazzi (che non se la filano neppure di striscio), non avendo amiche reali con cui uscire, truccarsi, andare a ballare ecc..., la ragazza trova infinitamente più stimolante e divertente collezionare parole intraducibili di tutte le lingue del mondo; si tratta di parole - alcune più lunghe e complesse altre brevissime - che non hanno dei corrispettivi in altre lingue, e che per essere rese in maniera comprensibile richiedono perifrasi.
Ad es., cwtch, in gallese indica non un semplice abbraccio, ma "un abbraccio affettuoso che diventa un luogo sicuro", oppure retrouvailles (francese), "la gioia di un incontro con una persona amata che avviene dopo una lunga separazione".

Insomma, parole che, proprio per la loro intraducibilità con un solo sostantivo, celano una ricchezza di significato, una complessità non nota... che un po' la rappresentano.

Sì perché anche lei, Gioia, è così: intraducibile.
Ma del resto..., chi di noi non lo è?
Siamo tutti individui aventi ciascuno un modo nostro, unico e speciale, di essere, esprimerci, parlare, vestire, atteggiarci, abbiamo vie differenti per mostrare allegria, dolore, delusione, paura..., e l'unica cosa che ogni tanto (facciamo sempre, va') vorremmo - anche quando mai lo ammetteremmo a noi stessi - è avere qualcuno che ci capisca senza che ci arrovelliamo il cervello per cercare "le parole giuste" (ma poi quali saranno 'ste parole giuste? E se son giuste per me, lo saranno anche per te, per chi ci legge/ascolta?) per dire quello che ci passa per la testa e che ci sta camminando (e non sempre delicatamente) sul cuore, che ci accetti incondizionatamente per come siamo, senza inarcare sopraccigli o lasciarsi andare a sogghigni e smorfie sprezzanti.

Un briciolo di sincerità, di umana comprensione...: in fondo Gioia non chiede miracoli, ma non trovandone, le resta la solitudine del proprio piccolo mondo fatto di musica, Tonia, parole sconosciute e.... fotografie.
E le persone oggetto delle foto sono tutte ritratte rigorosamente di spalle, perchè solo di spalle, quando non sanno di essere fotografate, sono loro stesse.

"Le facce delle persone mentono, mentono sempre. Anche quando sono lì che sono “naturali”, non sono mai naturali per davvero. Sono sempre tutti così controllati e attenti che non si lasciano mai sfuggire neanche… neanche la più piccola stupida espressione! E invece di spalle (...) dicono sempre la verità".

Si sente sola, Gioia, chiusa nella propria timidezza che le impedisce di farsi amici, nelle tante insicurezze che le impediscono di alzare la mano in classe per fare domande...; per tutti è invisibile e incomprensibile come un enigma: per il padre, che non fa che rimproverarla e pensare di avere una figlia strana; per la madre, che cerca sì di essere  affettuosa ma l'alcool troppo sovente le annebbia il cervello; per i compagni, che o non lo calcolano o, se lo fanno, è per deriderla con malignità; per i professori, che a dire il vero ignorano anche il resto della classe, troppo presi dai propri grattacapi e impegnati a far lezione per poi andar via senza aver lasciato in realtà nulla di che ai "loro" ragazzi.

Eppure in questo deserto qualcuno c'è che la prende in considerazione, che ha intuito come dietro quell'apparente indifferenza e quel volersene stare per conto proprio, Gioia celi un universo di domande, interrogativi, timori, speranze, perplessità che desidera condividere con qualcuno, un adulto maturo, possibilmente; il professor Bove, docente di filosofia, ogni giorno raggiunge Gioia e si dispone molto socraticamente ad ascoltare la sua domande, per provare a darle non tanto una risposta soddisfacente e univoca, quanto una "strada" per ragionare con la propria testa, per scavare dentro sè perchè spesso le risposte a tanti quesiti sono già lì, da qualche parte nella nostra testa, bisognava solo trovare il modo per farle emergere.

Il quotidiano di Gioia Spada scorre così, privo effettivamente di grosse gioie, fino a quando una notte, in fuga dall’ennesima lite tra i genitori, si ritrova presso un bar chiuso (il BarAonda, di cui è rimasta metà insegna, e proprio la parte più inquietante - BarA) e vi trova un ragazzo, con il viso nascosto nel cappuccio della felpa, che gioca da solo a freccette.

Vincendo con naturalezza ogni ritrosia e diffidenza, Gioia si sente incuriosita da questa sconosciuta presenza con cui condivide la solitudine (entrambi sono lì, in un luogo isolato, a un orario improponibile, lontani da casa propria...) e i due iniziano a parlarsi, e a mano a mano che chiacchierano Gioia, per la prima volta, sente di aver trovato qualcuno in grado di comprendere il suo mondo senza giudicarlo, qualcuno che non ride di lei con malizia ma che ride con lei, che la fa sorridere, che la stupisce, che la fa sentire se stessa.

Qualcuno che sembra parlare la sua stessa lingua e per il quale lei non è intraducibile, incomprensibile.

E' solo una sensazione, ovvio, il tipo - che fa un po' il misterioso, ma poi le dice di chiamarsi Lo e imperterrito continua a chiamare Gioia con l'appellativo Cosa - in fondo è un perfetto sconosciuto, ma la sensazione di non essere sola è troppo forte per essere frutto di un abbaglio.

E quando i loro incontri diventano più attesi e intensi, l’amore scoppia senza preavviso, senza che Gioia abbia il tempo di dare un nome a quella strana ed inebriante sensazione che prova; sente e desidera cose mai provate fino ad allora, e un po' ne ha paura e un po' ne è felice, perchè finalmente avverte che qualcosa di bello sta accadendo anche ad una sfigata come lei che ha il marchio maiunagioia.

Quel verso in tedesco, dello scrittore Rilke, che si scrive ogni giorno sul braccio con la penna, forse forse... sta prendendo consistenza per lei, proprio per Gioia Spada?

Wenn ein Glückliches fällt 

E noi che pensiamo la felicità come un’ascesa
ne sentiremmo il tocco, 
che quasi ci sgomenta, 
quando una cosa felice cade.



La felicità le è caduta tra le mani, così... all'improvviso?
Il suo alter ego, Tonia, le dice di stare attenta e le fa notare che questo ragazzo mica è tanto normale: ha comportamenti strani, sembra che stia fuggendo da qualcosa o qualcuno quando si incontra con Gioia... Ma non è che nasconde un segreto?

Ed infatti, Lo, a un certo punto, così come è apparso, scompare...
Gioia non sa dove cercarlo; non sa che davvero Lo nasconde un segreto, ma quando capisce che c'è qualcosa che bolle in pentola, fa di tutto per vederci chiaro e ci riuscirà perchè è la sola che sa leggere gli indizi da lui lasciati. 

Ma per seguirli deve imparare che quella parolina tanto inflazionata - il verbo amare - racchiude in sè tanti significati diversi, non tutti li comprendiamo immediatamente e, soprattutto, a volte alcuni di essi fanno a botte tra loro, e quando pare che abbiamo capito un aspetto dell'amore, ecco che accade un qualcosa che lo smentisce e ci dice che no, era l'esatto contrario.

La verità è che Gioia deve lasciarsi abbacinare.
Cioè???, direte voi.

"Abbacinare è una di quelle che così tanta luce da far male” (...) È per quello che non si può guardare dritti verso il sole, quand’è alto. Fa addirittura male. Non è un caso che l’abbacinamento nasca come una tortura. Troppa luce, troppa felicità, possono anche essere una tortura.»"

A volte la felicità passa per qualche piccola, necessaria... tortura.
Detto così è poco invitante, come esperienza, mi rendo conto, ma pensateci...: se la felicità non fosse frutto di una piccola conquista, se per raggiungerla non dovessimo sudare e soffrire un pochettino, forse non le daremmo il giusto valore.

Gioia è solo un'adolescente, e tutti sappiamo cosa significhi essere adolescenti - salvo dimenticarcene una volta cresciuti -, il groviglio di emozioni, pensieri, contraddizioni, timori, tempeste interiori, voragini di insicurezze, la fame di amore e protezione che si prova anche quando ci si guarda bene dal volerlo ammettere, e l'Autore (che insegna lettere ed è stato nominato nella lista dei migliori cento professori d’Italia) sa come parlarci di tutto questo, avendo egli ogni giorno a che fare con il "pianeta adolescenza", da cui trae spunti per le proprie storie.

E' il primo romanzo che leggo di Galiano ma non sarà di certo l'unico perchè "Eppure cadiamo felici" mi ha rapita, emozionata, mi ha fatto tornare adolescente in certi momenti, e ho rivisto me stessa in tanti tratti di Gioia, nella sua timidezza quasi patologica, nel timore di parlare, esporsi, far domande, approcciarsi ai coetanei con naturalezza, il chiudersi in se stessa, la consapevolezza di avere un sacco di roba, di pensieri, di cose da dire... ma non trovare la forza di condividerle per paura di fare figuracce, di suonare inopportuna..., 
Di non essere capita, di essere, in una parola, intraducibile.

Galiano, attraverso Gioia, ci ricorda che non è così, che c'è spazio per ogni singola persona nel mondo, ognuna ha il proprio posticino, non scambiabile con quello degli altri; forse a volte sembra un posto scomodo, ma in ciascuno sono riposte possibilità, capacità, insomma tutto il bagaglio giusto per essere chi siamo e ciò che possiamo diventare.
Gioia è una protagonista alla quale ci si affeziona: è ironica, intelligente, sensibile, attenta, ed è tanto generosa, pronta a privarsi di ciò che la rende felice se questo è necessario per una felicità ed una causa più grandi.

Tra queste pagine vi troverete amore, amicizia, conflitti genitori-figli, disagi adolescenziali, le schermaglie alunni-professori, vi irriterete con i compagni cattivelli di Gioia, vi appassionerete alla storia e ai misteri di Lo, imparerete parole nuove (in appendice al libro c'è il dizionario delle parole intraducibili della signorina Spada), avrete modo di riflettere su diverse tematiche importanti (che riguardano tanto gli adulti e il loro ruolo, la loro responsabilità verso le giovani generazioni, quanto i ragazzi, che hanno urgente bisogno di modelli di riferimento coerenti, sani, stimolanti, positivi), sorriderete per ciò che di strambo accade a Gioia, in sostanza vi emozionerete e vi dispiacerà arrivare all'ultima pagina e dover lasciare Gioia e il suo mondo.

Di questo romanzo mi è piaciuto tutto: la trama e com'è articolata, le piccole sorprese che essa riserva al lettore, che le vive via via insieme a Gioia; i personaggi, come sono presentati, i loro ruoli nelle dinamiche narrative - non solo la protagonista e il suo innamorato, ma anche il prof. Bove, l'insegnante che tutti vorremmo, saggio, ironico, incoraggiante, che rende la propria materia qualcosa di vivo, concreto per i propri studenti e li "costringe" a riflettere, valutare, autoesaminarsi, farsi domande -, lo stile della narrazione, chiaro, fluente, vicino alla realtà descritta (l'adolescenza), in grado di appassionare, di andare dritto al cuore del lettore.

Come al solito, ho scritto pure troppo e ringrazio i coraggiosi che m'hanno letta tutta.

Devo aggiungere che lo consiglio o si intuisce tra le righe? ^_^


4 commenti:

  1. Ciao Angela, complimenti per la recensione! E, ovviamente, sono sempre più curiosa di leggere questo romanzo!

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    1. curiosa io di sapere io tuo parere, quando lo avrai letto!!

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  2. Mi pare di capire che il libro è "caldamente consigliato" :-)

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz