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lunedì 23 marzo 2020

Recensione: LA TUA VITA E LA MIA di Majgull Axelsson



Dall’autrice di Io non mi chiamo Miriam (QUI la recensione), un romanzo duro, appassionante, necessario che affronta un altro capitolo scuro nella storia della Svezia moderna: il trattamento crudele e inumano riservato alle persone con disabilità intellettive gravi all'interno dei "manicomi".



LA TUA VITA E LA MIA
di Majgull Axelsson


Ed. Iperborea
trad. L. Cangemi
404 pp
18.50 euro
Marzo 2019
Märit è un'elegante signora di settant'anni che sta per tornare nei luoghi della propria infanzia.
Ad essere precisi, ha quasi settant'anni: li compirà tra pochi giorni e, per l'occasione, la cognata Kajsa (sposata col gemello di Märit, Jonas) l'ha invitata a casa loro per festeggiare insieme il doppio compleanno.
E così la donna, ex giornalista di successo e vedova solitaria, lascia - senza troppo entusiasmo - la sua amata Stoccolma per tornare a Norrköping, dove è nata e cresciuta, e più precisamente nella casa d’infanzia di cui non sente alcuna nostalgia e dove vivono Jonas e Kajsa.
Ma mentre è in viaggio in treno, un impulso irresistibile la spinge a fare una sosta a Lund, dove non mette piede da ben cinquantuno anni perché in questa città sono sepolti ricordi dolorosi, che da sempre lei cerca di mettere a tacere quando riaffiorano nella sua mente: a Lund, infatti, è sepolto suo fratello Lars.
Lars non ha una tomba sua, su cui Märit possa posare un fiore in sua memoria, e questo perchè il giovane ha avuto un destino molto triste: è morto - in circostanze mai verificate - all'interno del grande manicomio 
di Vipeholm, in cui è stato ricoverato per diverso tempo prima di morire, e per i "malati di Vipeholm" c'è giusta una piccola lapide che li ricorda tutti: morti senza nome, senza storia, senza passato.

Lars-lo-Svitato, lo Sgorbio, come lo chiamavano tutti in famiglia: Lars era l'onta di casa, il figlio/nipote/fratello da tenere nascosto perchè ci si vergognava del suo grave deficit mentale, della sua ingombrante e sgradevole presenza, delle sue urla, dei suoi mugugni incomprensibili, della sua stupidità.
Lars, che aveva un talento nascosto (era bravo in disegno) al quale nessuno dava importanza - da quando in qua i matti hanno talenti nascosti? -; Lars, il non-amato, che però era la ragione di vita di sua madre, l'unica in casa che lo amava incondizionatamente, al punto da trascurare un po' gli altri due figli, quelli "normali", i gemelli Jonas e Märit.
Certo, trascurare per modo di dire visto che con loro vivevano i nonni, e se Märit era la "cocca" di papà, Jonas lo era della nonna, che stravedeva per il nipote maschio e non ha mai fatto nulla per nasconderlo, anzi.

La famiglia di Märit, come il lettore comprende leggendo il libro, è "particolare" (per usare un eufemismo), diciamo pure "disfunzionale", con non poche dinamiche relazionali problematiche e poco sane.

"abituata com’ero ai silenzi di mio padre, all’esplicito disprezzo di Jonas, alla tronfia autoreferenzialità del nonno e alla velenosa schiettezza della nonna, un inferno tanto semplice quanto poco raffinato."

Solitamente al "focolare domestico" è associata un'idea di amore, solidarietà, comprensione, aiuto reciproco...; ma tra le mura di questa casa non c'è ombra di tutto ciò: il nonno passa le giornata a imprecare e urlare contro la moglie, petulante e inacidita, e contro  gli altri membri della famiglia, per i quali non ha mai una parola buona, ma solo battutacce sarcastiche e pungenti.
La nonna ha occhi unicamente per Jonas, il solo che ama (ed è ricambiata), per il resto è come suo marito: cattiva, pronta a ferire con parole caustiche, sminuendo tutti, a partire dal genero e dalla nipote  Märit.
Il padre è un uomo debole, vigliacco, incapace di opporsi alle ingiustizie e alle cattiverie, di prendere le parti dei più deboli; fondamentalmente è un buono, ma la sua bontà non è di alcun beneficio a chi gli è vicino perchè gli manca la forza di agire.
Jonas è un ragazzetto superficiale, odioso, arrogante, spavaldo, che ignora Lars - lo considera inferiore, un essere inutile - e detesta dichiaratamente la sua gemella,  Märit.
I due hanno un rapporto atipico per due gemelli: lungi dall'essere uniti, essi non si sopportano, sono incompatibili caratterialmente; se tutta va bene, si ignorano, altrimenti Jonas è capace di mettere in atto comportamenti molesti verso la sorella, pur di umiliarla e farla sentire stupida e insignificante.
Märit è una ragazza con dei sogni, in cui crede solo lei perché di sostegno tra i famigliari non ne ha: vuole studiare per diventare un medico, nonostante negli anni Sessanta non sia ritenuto un "mestiere adatto una donna", ma non c'è nessuno che la incoraggi.
La madre è una povera donna che soffre per il suo primogenito "sfortunato", da tutti scansato e schernito: che ne sarà di Lars dopo di lei, ancor più se dovesse mai accaderle qualcosa prematuramente?

E qualcosa accade davvero in un tragico giorno di fine anni '50 (Märit aveva solo quattordici anni), quando due membri di questa famiglia alquanto strana e di certo poco amorevole, vengono portati via: la madre muore in seguito ad un incidente domestico e il "piccolo grande fratello", quello svitato, viene fatto immediatamente allontanare con la forza e con l'intervento di due uomini che lo porteranno via senza che di lui si sappia più alcunché.

Sulla scomparsa di Lars passano le settimane e gli anni, e per tutti in casa è come se non fosse mai esistito: non solo non vanno a trovarlo lì dov'è ricoverato, ma neppure lo nominano, e sul poveretto si posa una nube di silenzio e oblio che tormenta la sensibile Märit, la quale invece non riesce a dimenticare né a fingere che niente sia successo, come tutti a casa sono bravi a fare.

La svolta arriva quando, una volta diplomatasi e desiderosa di scoprire dove sia finito il fratello maggiore, si offre come volontaria in istituti per disabili mentali, e scopre che Lars è ricoverato a Vipeholm; si reca in visita, rendendosi conto in quali tristissime, disumane ed ingiuste condizioni vivono queste povere persone all'interno di tali strutture; quella sarà l'unica volta in cui lei andrà a trovarlo e la volta successiva in cui lo rivedrà sarà purtroppo l'ultima e avverrà in circostanze che definire tragiche e dolorose è poco...

Märit è una ragazza dalla personalità complessa, tormentata, e per certi versi "divisa" in due: da una parte ha un lato di sè che mostra agli altri, quella parte di personalità pacata, accondiscendente, timorosa, propria di chi non alza mai la voce ma accetta e comprende, cerca l'approvazione altrui, non si ribella, soffre in silenzio; e poi c'è quel lato di sè latente che è forte, polemico, granitico, aggressivo, che vorrebbe spingerla a mostrare i denti, a far vedere a chi le è attorno che nessuno può calpestarla e uscirne impunito.

"Perché nei tuoi ricordi sei quasi sempre quella che compie buone azioni in silenzio, anche se alcune di queste azioni potrebbero apparire malvagie, a vederle da fuori. Ma su questo possiamo ritornare più avanti. Negli altri casi sei la parte lesa, la vittima innocente che mai si sognerebbe di guardare in faccia un osservatore esterno, ma che al contempo si assicura che questo osservatore noti come sanno velarsi di lacrime i tuoi occhi. Il muto rimprovero, in effetti, è il tuo cavallo di battaglia. Mai e poi mai ammetteresti che in quegli occhi c’è spazio per molto altro. Sete di vendetta, per esempio. O disprezzo. Per non parlare di rabbia, odio, avidità, superbia e invidia. Solo per fare un breve elenco dei tuoi peccati."

Ebbene, questa "seconda personalità" lei l'avverte in modo molto (troppo) forte, come se esistesse davvero nella sua mente ("dietro le tempie", per usare le sue stesse parole) un'altra se stessa (l'Altra), che lei identifica con la sorella gemella morta il giorno della sua nascita; la mamma, infatti, ebbe un parto trigemellare, e mentre Jonas e Märit sopravvissero, l'altra gemella morì, e da un certo momento in poi "ha preso vita" nella testa di Märit, assumendo i contorni di una sorta di "coscienza parlante" e imponendosi come quella sfaccettatura di sé più veemente, bellicosa, che rimprovera la Märit debole e pretende di ordinarle cosa fare, come parlare e reagire.

"Eppure ha vissuto, anche se solo come un’ombra. Una vita l’ha avuta, nonostante tutto..."

Questo "escamotage" dell'Autrice - la personificazione di una parte della personalità, identificata con la gemella morta - l'ho trovata molto interessante perchè ci ricorda ed evidenzia, in modo efficace e intenso, la complessità dell'animo umano, come ciascuno di noi sia un caleidoscopio di modi di essere e pensare diversi tra loro, in cui possono coabitare non poche contraddizioni, spinte e pulsioni che spesso tra loro "litigano", senza che questo faccia di noi dei soggetti bipolari, ma semplicemente persone particolarmente sensibili e introspettive, come è Märit, i cui tanti "traumi" irrisolti hanno l'hanno indotta a creare, nella propria mente, un alter ego che puntualmente affiora e la mette sotto accusa, la fa sentire colpevole, inadeguata, le ricorda, spietata, quei segreti seppelliti e quelle memorie relegate in un angolino della memoria per soffrire il meno possibile e che invece vanno ripescate, guardate in faccia e chiamate col loro nome.

"Quei giorni non si possono dimenticare, sono impressi a fuoco dentro di noi, rappresentano lo sfondo su cui si è svolta tutta la mia vita e di sicuro anche la sua. I ricordi sono il tormento delle notti e l’ombra dei giorni, sono la prigionia in cui entrambe viviamo da sempre. È da mezzo secolo che ogni mattina sono costretta a scacciare quelle immagini..."

E anche una persona come Märit, con tutte le proprie debolezze e cecità, può arrivare ad un punto in cui realizza che il potere delle parole è immenso, e che la possibilità di portare insieme fardelli con chi condivide con te terribili macchie e colpe è urgente e necessario:

"non perché la colpa si sarebbe dissolta, perché non può dissolversi, ma perché parlarne l’avrebbe resa più leggera da portare. Un fardello condiviso. E perché saremmo riuscite a trovare le parole per tutto ciò che è legato a quel giorno: la rabbia, il dolore e il mutismo delle nostre vite. Tutto ciò che ha plasmato la sua vita e la mia."

E c'è una sola persona con la quale la protagonista sa di dover trovare il coraggio per affrontare scomode e dolorose verità, perché le due condividono un grosso segreto e ricordare, riconoscere, "confessare" è l'unica via per poter guarire, riscattarsi da errori e mancanze che, nonostante in poco più di mezzo secolo siano state messe sotto la cenere, in realtà hanno continuato a covare e a lacerare l'anima.

Anche questo romanzo - come il precedente - colpisce nel profondo il lettore, che si lascia catturare dall'occhio clinico, attento e minuzioso tipico di una giornalista (qual è l'autrice), che non si accontenta di raccogliere informazioni superficiali su una questione, ma va a fondo per scardinare pregiudizi e discriminazioni, tanto all'interno di un microcosmo - come la famiglia, con le sue fragilità, discrepanze, incomprensioni, l'incapacità di saper gestire situazioni di disabilità - quanto all'interno di un universo più grande, quale è quello della società svedese, rigorosamente improntata all’emancipazione dell’individuo e che finiva per dimenticare e ghettizzare le fasce più deboli del Paese, privandoli dei loro diritti fondamentali, trattandoli come dei mostri da nascondere in luoghi nei quali il rispetto per la dignità e i bisogni della Persona lasciava molto a desiderare.
i flashback sono costanti, il 2013 si alterna al 1962 e anche all'interno della narrazione del presente basta un particolare perché la mente della protagonista si ritrovi nel passato; la penna della Axelsson è potente, va nel profondo, indaga, spoglia i suoi personaggi di ogni ipocrisia e debolezza, denuncia ingiustizie; gli sbagli dei singoli (rispetto ai disabili mentali) sono gli stessi della società (svedese).

Ne consiglio la lettura, con la Axelsson non si resta mai delusi, ti entra dentro perchè ha una grande capacità di narrare di problematiche rilevanti di natura sociale calandole nelle esistenze di singoli personaggi tormentati che a un certo punto si ritrovano a disseppellire segreti famigliari nascosti per anni e a fare i conti con la propria coscienza, senza poterle più sfuggire.

2 commenti:

  1. E pensare che i paesi nordici vengono spesso presi a modello, poi si scopre che anche lì non sempre tutto ha funzionato...

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz