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lunedì 21 giugno 2021

Recensione: DIECI GIORNI IN MANICOMIO di Nellie Bly



Quando a Elizabeth Jane Cochran (più nota con lo pseudonimo Nellie Bly) fu chiesto dal direttore del World, il giornale per cui ella lavorava, se accettasse di farsi internare per dieci giorni in un ospedale psichiatrico nell'isola Blackwell, per poter descrivere resoconti dettagliati sul trattamento delle donne recluse e sulla gestione della struttura, ella non si tirò indietro, pur con le iniziali e naturali perplessità.
Grazie alla sua tenacia e intraprendenza abbiamo un racconto preciso, per quanto relativamente breve, delle misere condizioni in cui versavano le donne ritenute malate mentali nei manicomi americani di fine Ottocento.


DIECI GIORNI IN MANICOMIO 
di Nellie Bly

Ed. Clandestine
trad. B. Gambaccini
127 pp
Nel settembre del 1887, la ventitreenne reporter Nellie Bly, dopo aver accettato la non facile missione affidatale, decide di organizzare un "piano" per farsi ricoverare a Blackwell; decise, quindi, di trascorrere un giorno e una notte in una struttura che accoglieva temporaneamente donne lavoratrici e bisognose di vitto e alloggio; circondata da estranee, alcune più gentili, altre meno, la giornalista riesce ad assumere atteggiamenti tali da farla apparire una disperata sola e non proprio a posto con la testa; si finge rifugiata e palesa pensieri deprimenti e paranoici, riuscendo davvero a farsi rinchiudere nel manicomio.

E così, sotto il nome di Nellie Brown, la donna viene ricoverata in compagnia di altre donne, alcune delle quale manifestano un'assoluta sanità mentale; eppure, nello sconcerto e nell'indignazione, Nellie deve constatare che per essere internate non serve essere matte per davvero: basta la diagnosi di medici superficiali che non sanno riconoscere una malattia psichiatrica da uno stato di nervosismo o fragilità emotiva, dovuto magari a specifiche esperienze e situazioni difficili (malattia, perdita del lavoro, problemi famigliari...), in seguito alle quali basterebbero periodi di pace e tranquillità e non certo ricoveri per riacquistare il proprio equilibrio psicofisico.

Non solo, ma c'è da dire che erano anni in cui per essere internate a una donna bastavano queste condizioni: che fosse sola (single o ripudiata dal marito) o che magari avesse reagito con troppo fervore a tentativi di abusi o molestie.

Dai primi momenti a Blackwell, Nellie si scontra con la mancanza di comprensione, delicatezza e dolcezza da parte del personale, che prende in carico le pazienti appena arrivate con estrema indelicatezza e modi ruvidi e bruschi, al punto che qualche infermiera non esita a precisare con durezza: "Non aspettarti alcuna benevolenza da parte nostra, perché non ne riceverai".

"Battevo i denti e tremavo, il corpo livido per il freddo che attanagliava le mie membra. All'improvviso, tre secchi di acqua gelida mi furono versati sulla testa, tanto che ne ebbi gli occhi, la bocca e le narici invase. Quando, scossa da tremiti incontrollabili, pensavo che sarei affogata, mi trascinarono fuori dalla vasca. Fu in quel momento che mi sentii realmente prossima alla follia". 


Le poverette vengono lasciate al freddo e al gelo, sottoposte a docce gelide, costrette a tentare, invano, di riposare su brande scomode in stanze spoglie e anch'esse freddissime.

Ma a star peggio sono le pazienti dell'ala dell'edificio destinata alle "più folli": vederle marciare in fila, una dietro l'altra, legate da corde, come animali, è uno strazio per il sensibile giovane cuore di Nellie.

Lei stessa in certi frangenti teme di impazzire, quando ragiona su come, per lei e le sue compagne di sventura, sia penoso essere costrette a star sedute per ore su panche scomode e in religioso silenzio; a questo aggiungiamo il cibo scarso e di pessima qualità, ambienti lugubri in cui le pazienti (vestite di stracci logori) tremano dal freddo, nessun collegamento col mondo esterno: una tortura fisica e psicologica che metterebbe alla prova la salute mentale anche dell'individuo più equilibrato.

Ma ciò che più stupisce e sconcerta la reporter è la crudeltà del personale, che non solo usufruisce di cibi e piatti prelibati e indumenti caldi, ma si diverte a dileggiare le ospiti del manicomio per le loro continue (e legittime!) lamentele circa le terribili condizioni igieniche, la malnutrizione e il freddo che devono ingiustamente patire.

A questi meschini scherni si affiancano le percosse, inflitte con inaudita e immotivata cattiveria alle ospiti ritenute dalle infermiere le più problematiche, che siano giovani o anziane.

"Una trappola per topi, a questo può essere paragonato l'istituto di igiene mentale dell'isola Blackwell: è incredibilmente facile accedervi, laddove la speranza di uscirne è destinata ad andare delusa".

Nellie scrive il proprio resoconto con una grande sensibilità ed empatia verso le persone incrociate in questo suo breve ma intenso percorso ed è molto onesta in quanto non esita a parlare bene delle persone che si sono rivelate gentili e buone, e in termini tutt'altro che indulgenti di quelle che invece hanno messo in atto comportamenti riprovevoli.

Il reportage fa riferimento ad un periodo in istituto certamente non lungo, in quanto parliamo di un'esperienza limitata nel tempo, anche se giustamente la Cochran dice più volte che lei l'ha vissuto come un tempo infinito e solo la consapevolezza di chi fosse e del perché stesse dentro quelle maledette mura l'ha aiutata a tener duro; dieci giorni solitamente li possiamo considerare un periodo esiguo ma trascorrerlo in manicomio, a strettissimo e quotidiano contatto tanto con la malattia mentale quanto con donne sane che però subiscono maltrattamenti tali da provarle nel corpo e nella mente, rendendole lo spettro di loro stesse, giorni passati a soffrire fame, freddo, insulti e minacce... insomma in un ambiente così dieci giorni possono sembrare davvero lunghi!

Nonostante però questa cronaca sia limitata a un periodo piccolo, resta comunque puntuale, vivida, onesta e lucida, ma ancor più utile perché in seguito, quando Nellie poté uscire da quell'inferno, riuscì ad ottenere qualche beneficio per le povere donne, sue ex-compagne di disgrazia che, a differenza di lei, continuavano purtroppo ad essere rinchiuse in quel postaccio.
Emerge la triste realtà, inoltre, di un personale medico e infermieristico non sufficientemente professionale e qualificato, nelle ci mani il destino di queste sventurate non poteva che essere  privo di umana comprensione e di supporti psicologici realmente validi ed efficaci.

Un testo che si legge velocemente non solo per il numero contenuto di pagine ma soprattutto per la scorrevolezza dello stile, che sa essere chiaro, preciso e lineare senza perdere l'aspetto emotivo ed empatico, che del resto è imprescindibile, essendo questo resoconto qualcosa di "forte" e vissuto sulla propria pelle dalla giornalista stessa.



Questa famosa e giovanissima reporter l'avevo già incontrata nel corso della lettura di LA STRADA NELL'OMBRA di Jennifer Donnelly, romanzo in cui mi ero appunto imbattuta in Nellie e proprio sul suo servizio sul trattamento delle donne negli istituti psichiatrici americani di fine Ottocento >>> Imparare leggendo "La strada nell'ombra": Nellie Bly e Jacob Riis


6 commenti:

  1. La crudeltà dei manicomi di un tempo fa venire i brividi e la reporter è stata davvero coraggiosa!Per fortuna oggi la situazione è notevolmente cambiata dando dignità e diritti a chi soffre di gravi disturbi psichiatrici. Un caro saluto :)

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    1. Hai ragione, e mi viene un nervoso quando leggo certe ingiustizie e cattiverie commesse gratuitamente e verso persone già fragili e spesso sole :/

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  2. Credo sua necessario leggere il libro di Nellie Bly. Lo segno nella mia wish list. Grazie Angela.

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    1. Una lettura sicuramente interessante e lei è stata coraggiosa!

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  3. Scenari agghiaccianti e luoghi parcheggio anche di quelle donne più ribelli e non disposte a sottostare alle regole di quel tempo.

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    1. esattamente, tante di quelle donne non avevano realmente problemi psichiatrici, ma erano "scomode" perché anticonformiste, indipendenti...

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz