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domenica 29 maggio 2022

** RECENSIONE ** NIENTE DI VERO di Veronica Raimo



Veronica Raimo (Verika per sua madre, Oca per suo padre) si racconta tra le pagine di questo romanzo candidato al Premio Strega 2022 e lo fa con schiettezza e dissacrante ironia, donando al lettore aneddoti esilaranti e divertenti sulla propria famiglia e su sé stessa, impegnata nell'universale compito di crescere e diventare adulta, e poiché è impossibile scrollarsi di dosso il bagaglio di ferite, incertezze, dubbi, fallimenti, smarrimenti che ognuno si porta dietro, tanto vale parlarne senza perdere il gusto di riderci su con acume e autoironia!
Per la serie: ridi che ti passa, e se non passa, facciamo che sia così, sennò si arriva al paradosso! 


NIENTE DI VERO 
di Veronica Raimo



Ed. Einaudi
176 pp

Occhi strizzatissimi e fronte corrugata nello sforzo di ricordare (o di fare qualcos'altro?): l'Autrice, in questo romanzo autobiografico, viaggia sui binari della memoria e alza il velo sulla propria storia, sulla propria famiglia, facendocene conoscere manie, abitudini, stranezze e ponendoci davanti a certi particolari tratti caratteriali o episodi che - a prescindere dal fatto che siano accaduti davvero o in parte o per nulla - fanno sorridere, e non poco.

Fa sorridere questa madre super apprensiva, che comincia ad andare in crisi se i figli non rispondono immediatamente ai suoi messaggi o chiamate, non limitandosi a tartassare loro, ma anche eventuali fidanzati o amici, pur di tranquillizzarsi una volta appreso che non è successo loro nulla di tragico.
Una madre che elogia il figlio maschio, l'enfant prodige di casa, mentre della figlia femmina si limita a un semplice "È brava a disegnare" (cosa che, tra l'altro, non corrisponde a realtà); una donna che spesso "se ne va in depressione" - in particolare quando discute col marito - e si chiude in casa ascoltando Radio 3.
In quei giorni in cui l'emicrania teneva a letto la donna, e fratello e sorella dovevano farsi andar bene il silenzio e la semioscurità delle tapparelle abbassate, la casa diventava "una palude di vaporosa angoscia".

Stare in casa ed evitare di incappare in brutta gente o fare cattive esperienze è stata una costante per Veronica e il fratello Christian, cui non era consentito andare, ad es., a giocare fuori in cortile con altri bambini, o semplicemente andare in bicicletta:

"Abbiamo passato l’infanzia chiusi dentro casa a romperci le palle. Era un’attività talmente intensa che presto divenne una posa esistenziale. Sapevamo annoiarci come nessun altro."

Mica solo la madre aveva le sue ubbie esagerate: pure il padre non scherzava.
Ha sempre avuto la mania di dividere le stanze costruendo muri, di sottoporre i figli a rituali di disinfezione attraverso infiniti rotoli di scottex ed alcool, di spaventare i compagni dei figli urlando loro in faccia e di commentare ogni situazione per lui incomprensibile o assurda sempre con la stessa frase: "Siamo arrivati al paradosso".

L'Autrice ci racconta dei primi approcci con l'altro sesso, della prima fuga da casa per raggiungere il ragazzo di cui era infatuata, dei rapporti con i parenti pugliesi di un paesino triste nel foggiano, del perfido sarcasmo della nonna Muccia circa le tettine di Veronica (altro che coppa di champagne: la tazzina del caffè era il metro di misura del seno piatto di quella nipotina esile e inappetente), le mani del nonno che, in un moto di solidarietà, stringevano quelle della nipote mentre questa si sforzava di "fare al bagno" - aneddoto che nel tempo, diventando un ricordo d'infanzia, assume una sorta di valore simbolico:

"Non ho mai più avuto una persona che mi stringesse le mani mentre pativo sulla tazza del cesso. Chiederlo non è facile. Mi sono restate solo la solitudine e l’inadeguatezza. Ogni volta che vado incontro a quell’afflizione, comincio a rileggere tutta la mia vita in questi termini: un conflitto costante tra abbandonare qualcosa e cercare di riprenderlo. La maledizione perpetua della terra di mezzo."

Ci parla del soggiorno a Berlino, di perdite, di scelte non facili ma prese con la consapevolezza di essere una donna libera che ha il diritto di decidere del proprio corpo, a prescindere da cosa dice l'orologio biologico, da cosa sogna sua madre per lei (la donna avrebbe voluti tanti figli - ma s'è dovuta accontentare di due - e ha ripiegato sulla figlia, sperando le desse dei nipoti) e dai giudizi non richiesti di un ginecologo che non sa farsi i fatti propri.

Come dicevo, si legge questo libro avendo il sorriso sulle labbra ed è quello che è successo a me, che mi sono lasciata trascinare dalla penna della Raimo, dal suo modo intelligente e disilluso di presentare questa famiglia "allegramente difettosa", di cui confessa le bizzarrie in modo comico ma non per questo superficiale, tutt'altro: scrivere è un modo per curare le ferite ridendo, perché dopotutto la vita è un po' commedia e un po' tragedia (più la prima che la seconda, si spera).

"«Una storia è un concetto ambiguo». 
Per me scrivere è essenzialmente questo. Scrivo cose ambigue e frustranti."

Durante la lettura le pagine scorrevano veloci, merito tanto dell'argomento in sé, così personale - la famiglia con i suoi disastri e quella sua unicità che ti porti dietro ovunque vai e per tutta la vita, il "diventare grandi", con tutto il suo carico di incertezza, dubbi, fallimenti, smarrimenti - quanto dello stile di scrittura, che mi è piaciuto molto perché pungente e brillante, buffo ma non frivolo, disincantato ma non spietato né distaccato; la scrittrice esprime molto bene quel senso di inadeguatezza e "indeterminatezza costante" che la caratterizza e che sembra accompagnarla da sempre, dovuta alla sensazione che gli altri facciano fatica a conoscerla davvero, a riconoscerla. 
Forse scrivere può servire a questo: a riconoscersi, a ritrovarsi o, perché no?, a reinventarsi.

"...è cosí che mi sento in ogni istante della mia vita: ma sí, dài, facciamo che sono io."

Sono rimasta colpita molto positivamente dalla prosa della Raimo, vorrei leggere altro di suo e intanto non mi resta che consigliarvelo. Tra gli otto candidati Strega che sono riuscita a leggere, questo rientra fra i tre che preferisco.


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Di seguito vi riporto alcune citazioni;  l'ultima ve la trascrivo perché quando ho letto quel passaggio sono scoppiata a ridere e ho pensato: "Dai, ma allora non sono l'unica matta che nel letto, nella smania nervosa di non riuscire a prendere sonno, si muove come se stesse andando in bicicletta o se volesse prendere a calci qualcuno (facendo sussultare il povero marito)!"


"Ogni esperienza per me ha bisogno di una precisa spiegazione linguistica o empirica, di un sussidiario illustrato con tanto di esempi, altrimenti mi sfugge il fatto che la stia vivendo."


"Nella mia vita non vedo mai il bicchiere mezzo pieno. Nemmeno mezzo vuoto. Lo vedo sempre sul punto di rovesciarsi. Oppure non lo vedo proprio. Non c’è nessun bicchiere. Non c’è niente. Sono di fronte a un tavolino brutto e sopra il nulla. Potrebbe sparire anche il tavolino. Anzi, è già sparito. Non mi resta l’assenza, ma la perplessità."


"Possono toglierci tutto tranne i nostri ricordi, si dice. Ma chi mai sarebbe interessato a questa espropriazione? La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori, in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo."


"Quando non riesco a dormire, continuo a rigirarmi nel letto seguendo una mia personale coreografia. Credendo di non essere vista, do libero sfogo a tutti i tic che ho cercato di tenere a bada durante il giorno. Poi puntualmente arriva l’eco dell’esasperazione. «Ti prego, Vero, la smetti di picchiettare il tallone sul materasso?»"

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz