Il racconto in prima persona di come affronta le sfide della comunicazione (e, di conseguenza, il rapporto con gli altri, le incomprensioni che nascono quando non ci si capisce...) una giovane donna affetta da una grave forma di ipoacusia.
LE MEDUSE NON HANNO ORECCHIE di Adéle Rosenfeld
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| Piemme trad. L. Bussotti 224 pp |
Ma adesso che la situazione sta peggiorando e pure l'orecchio destro sta perdendo del tutto l'udito, sente che la sua esistenza sta entrando in una fase ancora più instabile di quanto non fosse già per via del suo handicap.
"Orfana. Sì, era proprio questo che avevo sempre provato, la sensazione di non appartenere a nessun mondo. Non abbastanza sorda per sentirmi legata alla cultura dei sordi, non abbastanza udente per partecipare appieno al mondo degli udenti. Tutto stava in ciò che mi convincevo di essere o di non essere. I danni collaterali che avevano aperto profonde crepe nel mio ego e nella fiducia in me stessa, per gli altri erano disturbi senza nome, difficili da capire."
La donna finora ha vissuto sforzandosi di non dare a vedere agli altri - i "normali" - di avere problemi di sordità, imparando a fingere di aver capito, a guardare fisso le labbra dell'interlocutore per carpire parole, discorsi, stralci di conversazioni, accettando di essere considerata stupida dalla maestra di inglese piuttosto che sorda, ma soprattutto in trent'anni si è creata un mondo immaginario, parallelo a quello reale, in cui la fantasia è divenuta il mezzo per riempire i buchi lasciati dal non riuscire a sentire bene.
Attraverso la protagonista, riusciamo a sentire la sua angoscia rispetto al frastuono irriconoscibile proveniente dal mondo esterno, il senso di impotenza ed ingiustizia quando non capisce cosa dice l'interlocutore e il non riuscire a farsi capire da lui, la tentazione di evitare questo disagio standosene da sola, chiusa in casa a macerarsi nella convinzione che le proprie orecchie difettose siano un imbuto soffocante che le impedisce di vivere appieno e che le atrofizza l'anima.
Immagino che anche a voi, come a me, il titolo susciti curiosità; ebbene, a spiegarcene il senso è la stessa Louise: "le meduse non avevano orecchie, ... possedevano degli organi sensoriali orientati verso la sensibilità visiva o l’equilibrio. Mi sentivo medusa, fluttuante nella massa, senza visibilità."
Cosa mi è piaciuto di questo romanzo: l'originalità della tematica, il piglio ironico e fresco nell'affrontarla, che non va assolutamente a togliere serietà all'argomento della sordità/ipoacusia, ai disagi vissuti ogni giorno e in vari contesti di vita dai sordi, ma anzi permette al lettore di avvicinarvisi con rispetto ma senza alcuna pesantezza e drammaticità, filtrando tutto attraverso la lente della protagonista: una lente decisamente multicolore, ricca di stimoli, pensieri, dialoghi fantasiosi, elucubrazioni di ogni tipo. Ho apprezzato il ritmo e la brevità dei capitoli (alcuni sono composti da poche righe).
Cosa non mi ha convinto: l'ho trovato un tantino confusionario, in particolar modo per via del continuo mescolarsi di realtà e fantasia, nel senso che il mondo immaginario di Louise si confonde con la dimensione reale e in certi momenti era complicato distinguere tra i due livelli. Certo, posso anche pensare che questo caos sia voluto perché corrisponde a ciò che vive e sente la protagonista, ma dal punto di vista narrativo mi ha un po' infastidita, pure perché in certi momenti non capivo il nesso tra i vari "deliri" e fantasticherie di Louise.
Concludendo: lo consiglio a chi è interessato all'argomento ed è pronto o desideroso di affrontare una lettura particolare e non sempre lineare.

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz