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martedì 17 gennaio 2017

Recensione: IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI di Giorgio Bassani



Un amore giovanile struggente e devoto custodito nel cuore di un giovanotto dal carattere particolare, tendente alla solitudine, tratto che i tristi anni in cui è vissuto hanno contribuito ad accentuare; sullo sfondo la bella città di Ferrara e in sottofondo la voce nostalgica di chi è consapevole di parlare di fatti e persone che oramai non solo appartengono al passato, ma sono soprattutto andati via per sempre, e il loro destino non è stato affatto lieto.


IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI 
di Giorgio Bassani


IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI
Ed. Feltrinelli
Le vicende narrate si concentrano sugli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza del protagonista-voce narrante (negli anni è stato identificato con l’Autore, ma in realtà Bassani non ha fornito indicazioni in tal senso), che ci presenta ogni cosa in prima persona, desideroso di mettere per iscritto i ricordi concernenti la benestante e alto-borghese famiglia Finzi-Contini, ed in particolare la bella Micol.

Il protagonista appartiene ad una buona famiglia (media borghesia) di ebrei ferraresi ed è parte della Comunità israelitica della città, cui appartengono anche i Finzi-Contini.

Sin da quando sono poco meno che adolescenti, tra Micol (un po’ meno col fratello di lei, Alberto) e il protagonista non mancano ammiccamenti e occhiate d’intesa, come se tra loro si instaurasse spontaneamente un feeling, un legame che in effetti li legherà per una decina d’anni; da ragazzini non si possono frequentare a causa del’atteggiamento iperprotettivo dei genitori di lei, Ermanno e Olga.

Il primo avvicinamento significativo tra i due avviene un giorno particolare: il nostro 15enne ha appena appreso di dover recuperare una materia dopo l’estate; consapevole di come questa notizia manderà su tutte le furie il padre, il ragazzo vaga con la bicicletta non sapendo che fare e volendo ritardare il rientro a casa, finchè finisce per ritrovarsi presso il giardino dei Finzi-Contini, dove incontra le bella e vivace Micol, con cui scambia quattro chiacchiere, che segneranno il prologo dell’amicizia e della frequentazione del protagonista della dimora di questa famiglia, cosa che avverrà una decina di anni dopo.

Negli anni, crescendo, i rapporti restano allentati e occasionali (relegati agli incontri in sinagoga) per poi ricomporsi durante l’università; e infatti si fa un salto temporale e approdiamo al 1938, quando il Nostro comincia ad essere ospite attivo e assiduo di casa Finzi-Contini; l’Autore si sofferma molto sul giardino, come perno di questa frequentazione: il giardino come teatro di svago e partite di tennis organizzate da Alberto e Micol, alle quali sono invitati a partecipare tanti i loro amici, compresi Giampi Malnate – che nel romanzo verrà menzionato diverse volte, da un certo momento in poi – e il nostro protagonista.

Quest’ultimo è oltremodo felice di frequentare la dimora, di star simpatico al padre Ermanno, di far parte della cricca di amici che giocano a tennis nel giardino e magari si fermano a cena, di rientrare tra le pochissime amicizie di Alberto e di formare, con lui e Giampi, una sorte di trio impegnato a conversare di temi importanti, dalla politica alle arti alla letteratura.

Il romanzo è strutturato attorno a queste visite in casa Finzi-Contini, ai discorsi culturali con il sig. Ermanno, alle lunghe e infervorate chiacchierate tra i tre ragazzi, ma soprattutto ai sospiri d’amore del Nostro per Micol.

E Micol, cosa prova per il suo amico, col quale è sempre oscillante tra un’affettuosa gentilezza e una spazientita accondiscendenza?

Micol ci viene presentata come una ragazza estremamente acuta e intelligente, colta, consapevole del proprio carisma fresco e giovane, che si è accorta dei sentimenti dell’amico per lei e, ad onor del vero, non li incoraggia.


Ma si sa, ad un cuore innamorato basta poco – un sorriso civettuolo, una strizzatina d’occhio - per illudersi e immaginare una storia d’amore anche lì dove potrebbe non esserci futuro…!

In queste pagine veniamo introdotti nei pomeriggi di ragazzi di famiglie benestanti che, nel furore di anni (’38-’39) contrassegnati dalle umilianti leggi razziali, cercano di non farsi stravolgere e di continuare la propria vita intrattenendosi e giocando a tennis, chiusi nel giardino di Alberto e Micol, come se tra quelle mura si sentissero protetti e al sicuro dai pericoli di fuori.

Pericoli che non smettono però di esistere e che, presto o tardi, busseranno violentemente alla porta di questi ferraresi giudei, la cui razza, purtroppo, è oggetto di discriminazione.

Ogni tanto, durante la narrazione di questi ricordi, la voce narrante ci anticipa cosa è accaduto poi ai personaggi menzionati e a lui stesso, anni dopo…, dando inevitabilmente al racconto una forte nota malinconica, triste, amara.

In questo libro viene affrontato il tema delle leggi razziali e si accenna soltanto alle disastrose conseguenze che esse ebbero tra la popolazione (nel nostro caso) ebraica, che subì umiliazioni e privazioni brusche, da un giorno all’altro; in queste pagine ci si sofferma sul desiderio legittimo e spontaneo delle persone coinvolte nei fatti narrati, di proseguire con la propria vita normale il più possibile.

C’è il tema dell’amicizia, in particolare tra uomo e donna, e di come da essa non di rado possa nascere l’amore, anche se magari non da ambo i lati.

C’è il tema del futuro dei giovani dopo l’università, il non saper che fare dopo tesi e laurea, tanto più in un’epoca come quella, di profonda incertezza.

E c’è lui, il protagonista, un ragazzo intelligente ma poco volitivo, sempre un po’ tendente a mettersi in ombra, a star solo, come se si sentisse eternamente emarginato, non apprezzato, e questo lo rende poco coraggioso e sempre timoroso, sicuramente succube della bella Micol che va e viene dalla sua vita senza che lui riesca a capire come deve comportarsi con lei; e intanto per lei lui soffre e sta male…

Ma si sa, spesso l’amore è così: è fatto di incertezze, frasi dette o non dette, baci rubati, delusioni, speranza…

Il nostro protagonista riuscirà a conquistare il cuore di Micol e a vivere con lei l’amore che custodisce nel proprio cuore sin da quando è un ragazzino, e a farlo nonostante attorno a loro infuri la guerra con il suo carico di caos?


Il mio parere su questo libro celebre e apprezzatissimo di Bassani è diviso in due: da una parte ne ho apprezzato la storia in sé, la descrizione di quest’amicizia particolare con Micol e con la sua famiglia, le sequenze riflessive in cui emerge la psicologia del protagonista, lo sfondo delle leggi razziali contro gli ebrei; dall’altra, a non avermi catturato è stato lo stile di scrittura, dal linguaggio spesso poco fluido e scorrevole, un po’ pesante perché ricco di descrizioni e particolari di luoghi, ambienti, situazioni, che tolgono spazio alla narrazione dei fatti e inevitabilmente la rallentano.

Tenera e commovente la scena in cui assistiamo ad un importante avvicinamento tra il protagonista e il papà (forse l’unica in cui c’è un coinvolgimento emotivo).

Resta il fatto che questo libro è una sorta di monumento atto a ricordare lei, Micol, l’oggetto dell’amore, e di questo sentimento nutrito per lei dal protagonista, sempre alla ricerca di se stesso e di una sua collocazione in quegli anni difficili.

Sono contenta di averlo letto perché volevo farlo dagli anni delle scuole medie; nel complesso mi è piaciuto, anche se, ripeto, lo stile non sempre accattivante e il ritmo lento hanno fatto calare in molti momenti la mia attenzione,
Per il resto, è uno di quei libri che vanno letti.

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz