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martedì 11 agosto 2015

Recensione: HO LASCIATO ENTRARE LA TEMPESTA di Hannah Kent



Come anticipato ieri sera, ho un'altra recensione maturata nel fine settimana da condividere con voi.
Lasciatemi il vostro parere, se viva, e ditemi se è un romanzo che avete letto (e cosa ne pensate) o se vi piacerebbe leggerlo.

HO LASCIATO ENTRARE LA TEMPESTA
di Hannah Kent


Ed. Piemme
364 pp
17.50 euro
2014




“Ho lasciato entrare la tempesta” è un romanzo che parte da fatti realmente accaduti ed è, come dice l’Autrice stessa in appendice al libro, frutto di ricerche approfondite condotte nei luoghi in cui si è svolta la storia di Agnes Magnusdottir.

Siamo nell'Islanda del Nord, e il lettore conosce Agnes Magnusdottir come una donna poco più che trentenne, condannata all’esecuzione capitale insieme a un giovanotto di nome Fridrik Sigurdsson per concorso in omicidio, ai danni di due uomini, Natan Ketilsson e Petur Jonsson.


In attesa di morire, Agnes viene condotta dalla prigione in casa di un uomo, Jon Jonsson, che vive con la moglie Margret e le due figlie Steina e Lauga, che conducono la loro tranquilla esistenza nella propria fattoria.
Apprendere di dover ospitare un’assassina condannata a morte lascia sbigottita la famiglia, che teme per la propria incolumità e reputazione, ed infatti da subito tutti si dimostrano distanti e sgarbati con la prigioniera, mostrandole ostilità e freddezza.

Agnes è consapevole del proprio destino, ma sa che stare presso la famiglia Jonsson sarà sempre meglio che essere rinchiusa in una squallida prigione, coperta di fango e a marcire al freddo.

Ma il freddo è dentro di lei, nel suo cuore, nella sua anima, e consuma ogni singola fibra del suo corpo: Agnes è sempre stata una ragazza molto intelligente – troppo per i gusti degli altri, che hanno sempre visto questo suo acume come un aspetto negativo, proprio di una persona malvagia – e si rende conto che nonostante sia ancora fisicamente in vita, in realtà è già morta dentro.
È forse per scacciare quel buio mortale che è radicato ormai in lei che la donna ha richiesto la presenza di un certo reverendo Thorvardur Jonsson (detto Toti), affinchè l’accompagni nel suo cammino verso la morte, risollevandole lo spirito e avvicinandola a Dio?

Certo, Toti è un vicario così giovane ed inesperto da sembrare davvero la figura meno adatta per assolvere ai doveri di tutore spirituale a vantaggio poi di una donna ambigua, mossa da cattivi sentimenti e pensieri, scaltra e diabolica qual è reputata Agnes Magnusdottir.

Eppure, lei vuole inspiegabilmente (anche se la ragione ci verrà detta in itinere) Toti come suo tutore, e lui accetta il compito pur sentendosi inadeguato e confuso. Del resto, di cosa può aver bisogno una condannata a morte se non di preghiere e letture bibliche?

Ma Toti non è un ragazzo insensibile e frequentando la casa di Jon e parlando con Agnes si renderà conto che quest’ultima non è un corpo vuoto in attesa della fine, bensì un’anima e una mente ricca di pensieri, sentimenti e di fatti da raccontare. Agnes è una donna che ha sempre sofferto nella propria vita e che ha dovuto imparare a sottomettersi e ad obbedire a sempre nuovi padroni, cosa che del resto è abituata a fare da quando è piccola: abbandonata troppo presto dalla madre, e dal patrigno subito dopo, Agnes è costretta a vivere in più famiglie, lavorando duramente come una serva, facendo i lavori più umili e degradanti e incontrando nel suo cammino poche persone buone e troppe che l’hanno maltrattata, insultata, usata.

Natan compreso.

Natan è un personaggio davvero inquietante: un fattore esperto nell’arte della medicina, portata avanti non secondo i metodi tradizionali, ma attraverso l’uso di erbe e misture che, in quel momento storico (siamo nell’Islanda del 1829) vengono visti di mal occhio, come se fossero opera del diavolo (anche se poi, di nascosto, tanti, anche benpensanti di un certo rango, vanno da lui per chiedergli aiuto), idea favorita dalle voci sinistre e spaventose che ruotano attorno a quest’uomo, dichiaratamente miscredente e con strane capacità di preveggenza.

Cosa c’entra Agnes con Natan? E perché si è arrivati ad accusarla del suo omicidio?


L’Autrice intervalla una narrazione in terza persona – che si sofferma su Toti e sulla famiglia che accoglie l’assassina – a quella in prima persona, in cui ci apre il cuore e i pensieri tormentati e sofferti della povera Agnes, che ha un passato pieno di episodi da svelare…
Un passato che l’ha vista cercare amicizia e amore, ricevendone però amare ricompense.

La dolce ed ingenua Sigga, che ha lavorato insieme a lei presso Natan, poteva essere sua amica, ma un triste destino le ha allontanate, a causa dell’unico uomo che Agnes ha mai amato…


Anche Sigga è stata condannata per l’omicidio di Natan e Petur ma con risvolti decisamente diversi…
Come mai? Quanto contano i pregiudizi delle persone, che arbitrariamente e sulla base di aspetti secondari, decidono che un altro essere umano sia buono o cattivo, ingenuo o furbo?

Inizialmente, l’unica persona disposta ad ascoltare la donna è Toti, che sente pietà mista ad una insolita attrazione per la prigioniera, i cui occhi di ghiaccio e i gli sguardi intensi lo turbano non poco.

Pian piano, anche la giovane Steina comincia a sentire una certa simpatia e affinità per Agnes, contravvenendo agli ordini paterni di non rivolgerle la parola; la sorella minore Lauga non comprende come Steina possa solo pensare di fare amicizia con una criminale, e così pure la madre, Margret, gravemente ammalata, che prova repulsione e diffidenza verso la sgradita ospite.

Ma Agnes ha così tante cose da dire di sé, e gli inverni in Islanda sono così freddi, che sedersi vicino al fuoco, con una tazza di latte tra le mani a parlare ed ascoltare… diviene automatico, anche tra persone che non hanno nulla in comune.

E forse, quando si ascolta con attenzione qualcuno – anche se questo qualcuno sembra non avere il diritto di parlare e dire la sua, soprattutto perché la legge e la morale hanno già stabilito che è un soggetto riprovevole - ci si rende conto che la verità non è mai una sola, e che anche le storie tristi e difficili hanno diritto ad una voce che le racconti, a delle orecchie che le ascoltino... e a dei cuori disposti a sentire, a immedesimarsi, a capire i perché e i come.

L’Autrice ci fa entrare in una modesta casa islandese dell’800, ci fa sentire odori e sapori, ci fa provare il freddo gelido delle notti in cui la neve cade inesorabile, ci narra leggende e racconti propri di quell’epoca, dandoci anche particolari sulle pratiche dello scuoiare gli animale e del conservarne le interiora ecc.. 
Il lettore entra nella vita di una famiglia di quel tempo e nella storia con tutti e cinque i sensi, e col cuore soprattutto, perché comprenderà che le parole piene di dolore e rimpianto di una donna, la cui sorte è segnata irrimediabilmente, non possono non smuovere qualcosa dentro, e si arriva alla fine della storia con un filo di commozione e tristezza, per un finale che non può essere modificato, ma che la Storia ha già deciso, scritto e tramandato.

Un romanzo che prova a riscattare questa figura femminile, ritenuta dai suoi contemporanei una strega, una brutta persona legata a pratiche diaboliche… ma che probabilmente è stata soltanto una donna sola, sfortunata, che ha lasciato entrare la tempesta nella propria vita e si è trovata in balia di persone ed eventi più grandi di lei, che l’hanno travolta e fatta annegare.

Una storia ben raccontata, intrisa di molti elementi reali ed altri fittizi, che ci regala lo spaccato di una realtà distante da noi per tempo e spazio, ma vicina se pensiamo a quante persone, nel corso della storia europea (donne in primis), hanno pagato e pagano a caro prezzo il peso di superstizioni e dei modi di pensare ignoranti e bigotti.

Nel viene fuori il ritratto di una donna straordinaria, per vissuto e personalità, ma normale e “comune” per sentimenti, bisogni e desideri.

Mi è piaciuta molto l’ambientazione, sia i luoghi – che hanno un che di esotico, con i loro nomi difficili da scrivere e da pronunciare – sia l’atmosfera, un po’ oscura, per via delle vicissitudini della protagonista, e lo scendere nei dettagli nella narrazione, che va avanti fluida, interessante e soffermandosi sull’interiore dei personaggi e su come i rapporti possano cambiare quando si trascorre del tempo insieme, semplicemente parlando e ascoltando.

Consigliato!!

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz