PAGINE

lunedì 10 agosto 2015

Recensione: IL RAGAZZO IN SOFFITTA di Pupi Avati



In questo week end ho terminato due libri ed iniziato un altro.
Eccovi la recensione di...


IL RAGAZZO IN SOFFITTA
di Pupi Avati


Ed. Guanda
256 pp
16 euro
2015
Berardo Rossi detto Dedo è popolare e brillante, è negato per il latino e tifa Milan anche se vive a Bologna. Giulio Bigi è timido e sovrappeso, legge l’Eneide come fosse «Tuttosport» e indossa orrende cravatte. Due quindicenni che sembrano appartenere a pianeti diversi, se non fosse che ora abitano nello stesso palazzo e frequentano la stessa classe… E che nella famiglia di Giulio c’è un segreto che coinvolgerà, suo malgrado, anche Dedo. Giulio, infatti, non ha mai visto suo padre, chiuso in ospedale fin da prima che lui nascesse. Ora quello sconosciuto sta per tornare a casa. Ma non è la persona che lui si aspetta. Mentre dagli armadi del passato emerge una favola nera di ambizione musicale e passione non corrisposta, Dedo si rende conto che il «ciccione del piano di sopra» è diventato un amico, che quell’amico è in pericolo, e che è il momento di fare delle scelte: ora sono loro due contro tutti. Da una Trieste intrisa di nostalgia a una luminosa e cinica Bologna,  
Pupi Avati mette in scena nel suo primo romanzo un intenso intreccio psicologico e una vicenda ricca di suspense: la storia di un’amicizia adolescenziale, di un lungo amore, di una nera vendetta. E crea con Dedo e Giulio due protagonisti di estrema autenticità: due ragazzi costretti a diventare grandi affrontando le sconfitte dei loro padri.

Pupi Avati è uno dei più amati registi italiani contemporanei, con all’attivo oltre quaranta tra film, sceneggiati e miniserie televisive che gli sono valsi numerosi premi. Ha pubblicato nel 2013 la sua autobiografia, La grande invenzione. Questo è il suo primo romanzo.



Volere bene è un mistero che lo capisci solo se ci pensi molto.

Questa semplice verità, sostenuta da un 15enne di Bologna, introduce la storia, anzi le storie raccontate per noi dal regista Pupi Avati, che alterna la narrazione di episodi avvenuti in momenti e in città diverse ma collegate tra loro profondamente.

I due filoni narrativi, infatti, si svolgono l’uno a Bologna, l’altro a Trieste.

Nella Bologna dei nostri giorni conosciamo un adolescente vivace, intelligente, tifoso sfegatato del Milan e non proprio bravissimo a scuola, Berardo Rossi, detto Dedo, le cui giornate trascorrono tra compiti, amici e il pensiero di essere notato dalla ragazza più bella e più snob della scuola, Olimpia.
La sua vita scorre tranquilla e serena, finchè un giorno i genitori (separati) affittano la mansarda di loro proprietà ad una famiglia, composta da una mamma e dal proprio figlio, Giulio Bigi, coetaneo di Dedo.
I due, oltre a vedersi nello stesso stabile, si ritrovano anche compagni di classe, e Dedo, con l’acume e quel pizzico di cinismo proprio dei ragazzi della sua età, comprende subito che tipo sia il suo nuovo compagno; Giulio è infatti un ragazzone grasso e timido, imbranato e strano, con quelle cravatte ridicole su cui sono disegnati personaggi famosi e che contribuiscono a dargli un’aria ancor più buffa.

Come si fa a non prenderlo in giro con gli amici? Per essere strano, è strano eccome, Giulio, ma è bravo in Latino e traduce l’Eneide “che è una bellezza”, offrendosi di aiutare Dedo, con cui desidera fare amicizia e dal quale vuole essere accettato. 

,
E ben presto, tra i due ragazzi, seppure diversi per carattere, nasce un’affinità ed una 
amicizia che diventerà preziosa per entrambi, che sarà un'occasione di crescita e insegnerà loro che nella vita non si è soli se si “hanno le spalle coperte” da un amico che c’è e ti resta accanto anche quando tutti ti abbandonano e il mondo sembra crollarti addosso.
Sì perché Giulio è preoccupato e lo dice a Dedo: suo padre, che è in ospedale e che non ha mai visto e conosciuto in vita sua, sta per tornare a casa… e il ragazzo non sa come affrontare questa nuova esperienza con un uomo cui deve voler bene…ma che in realtà è un estraneo.

Ma il peggio deve ancora venire perché tutti i dubbi di Giulio dovranno fare i conti con una realtà ben peggiore: suo padre non è l’uomo che lui aveva immaginato; è sì ormai provato e bisognoso di cure… ma dietro a quel corpo fragile e a quella mente non proprio lucidissima, si cela qualcosa di ben più grave: un segreto “vecchio di anni” ma fresco nella memoria di tanti…, un segreto che sua madre si è tenuta dentro e che non ha voluto condividere col figlio, per preservarlo, proteggerlo… Ma da cosa?

Chi è quest’uomo che vive nella soffitta di Dedo? E quale terribile segreto Giulio ha scoperto sul proprio padre?
Quando il segreto rischia di non essere più tale, Dedo, che non è un ragazzo indifferente, anche se una piccola parte di sé vorrebbe non essere coinvolta in affari più grandi di lui, dovrà fare una scelta e l’affetto sincero, che lo lega a Giulio, lo porterà a restargli vicino nel momento del maggior bisogno. Perché è così che fanno i veri amici.

“Giulio piange e allora lo abbraccio e lui mi stringe come credo nessuno mi abbia mai stretto nella mia vita, come se stando così attaccati riuscisse a darmi un poco di quel male bestiale che lo sta mangiando dentro. Né mio padre né mia madre, nemmeno la nonna mi hanno mai stretto così forte e vorrei stringerlo anche io così per fargli capire che questa roba terribile non ci ha divisi ma ci ha uniti e che io so quanto lui è solo e disperato.”

Come dicevo, la narrazione si sposta da Bologna a Trieste, raccontandoci di fatti e persone che, capiremo man mano, sono avvenuti prima dell’incontro e dell’amicizia dei due ragazzi e che  sono anche strettamente collegati ad essi.

In che modo? Eh beh, il nocciolo sta proprio lì, quindi mi guardo bene dallo svelarvelo; vi dico soltanto che a Trieste conosceremo un’altra mamma con il suo bambino, Samuele Menczer.

Quella di Samuele è la storia di un figlio che era il centro del mondo per la sua mamma, la quale riverserà su di lui non soltanto  il proprio amore ma anche ogni alta aspettativa e speranza, convinta che il figlio possa diventare un virtuoso del violino, e muoverà – fin quando e come le sarà possibile – mari e monti perché Samuele studi con impegno lo strumento e sia ammesso in scuole prestigiose per diventare un grande violinista. 
La tortuosa strada del musicista gli permetterà di conoscere una donna, della quale si innamorerà perdutamente e che popolerà i sogni e l’immaginazione di Samuele in modo ossessivo, come se fosse realmente la sua amante, tanto da non riuscire ad avere relazioni con altre donne senza sentirsi un traditore verso il suo amore.

.
Ma la sognata carriera di violinista gli farà raccogliere anche una serie di umiliazioni in pubblico, che faranno nascere e crescere in lui – che già ha una personalità un po’ particolare, un modo di vedere e considerare se stesso poco obiettivo (si crede davvero un virtuoso del violino, forse per rispetto ai desideri materni), unito alla convinzione di essere volutamente fatto fuori per invidia dagli altri musicisti - sentimenti, pensieri negativi e pericolosi, di rancore, vendetta, rabbia, frustrazione… Tutte cose che non saprà gestire e che gli procureranno dei guai e lo indurranno a commettere un’azione terribile…

E se il mondo della musica sembra sbattergli pian piano la porta in faccia, quello dell’amore invece sembra finalmente fiorire e portargli tra le braccia l’unico amore della sua vita, una vita che però continua non essere generosa con Samuele…

Cosa lega la storia di Samuele e dei fatti di Trieste con i due adolescenti uniti contro il mondo in quel di Bologna?


Pupi Avati ci regala una storia intensa che non si allontana dalla tematica del rapporto padre-figlio (presente del resto in alcuni suoi film, almeno per come ricordo io, tipo Il papà di Giovanna o Un ragazzo d'oro), rivestendola di continue e complesse conflittualità, di mancanze e assenze che chiedono di essere riempite di vere presenze, di parole e di amore, anche se questo non è sempre possibile perché la vita è davvero ricca di sorprese, raramente belle

E ricco di sorpresa è soprattutto il finale, che ci regala un colpo di scena; infatti, se è vero che abbastanza in fretta comprendiamo cosa collega Dedo/Giulio a Samuele Menczer, ciò su cui l’Autore sofferma la nostra attenzione è costituito dai risvolti psicologici dei personaggi, delle loro azioni e scelte.

Pur essendo una storia drammatica - come drammatica è la verità difficile che dovrà affrontare il povero Giulio sul padre e sul suo terribile passato,  lo e è la decisione di un adolescente vivace di farsi carico del problemi dell’amico, proteggendolo come meglio può, e infine lo sono le vicende che coinvolgeranno Samuele, da tutti additato come un mostro crudele – Pupi Avati ce la racconta con intenzionale leggerezza, con intelligenza e acume, alternando linguaggio e momenti ironici, simpatici (che vedono protagonisti Dedo, i suoi commenti e le sue battute, i comportamenti strambi del fratellino autistico Follo…), giovanili, anche se mai privi di significato, a linguaggio e momenti più seri, narrati in modo realistico ma con garbo, mettendo a nudo la psicologia dei personaggi, le loro emozioni, le speranze disattese, la paura del fallimento; quella paura che “va tenuta lontana, che è una malattia della mente dalla quale occorre guarire(cit.); non mancano i momenti di suspense, che coinvolgono il lettore dal punto di vista emozionale.

Fa sorridere di tenerezza il cambiamento di Dedo, che da ragazzino spensierato e un po’ egoista diventa altruista, capace di preoccuparsi per l’amico, col quale condivide e vive il passaggio dall’infanzia (nel senso di atteggiamenti e modi di fare “da ragazzi”, senza grosse responsabilità) all’età adulta, in cui la vita mette davanti a situazioni complicate e che richiedono scelte mature.

La soffitta diventa (mia personalissima interpretazione) per Dedo, ma in special modo per Giulio, il luogo simbolico e oscuro in cui risiedono le loro paure, in primis la paura di conoscere e affrontare verità gravi e terribili davanti alle quali è necessario mostrare coraggio, salendo gradino per gradino le scale buie che conducono fin su, “penetrando nella zona buia del corridoio che è un buio infinito, che si prolunga e ancora si prolunga sotto i miei piedi che strisciano insicuri sul piancito buio” (cit.) e dare a loro stessi l’opportunità di mettersi alla prova, di rafforzare un’amicizia, di liberarsi di fantasmi tormentati e tormentanti, stringendosi insieme in un dolore unico, che li accomunerà e li avvicinerà per sempre.

Concludendo, davvero un bel romanzo, mi piace molto la scrittura di Pupi Avati, i suoi intrecci, l’attenzione posta sui rapporti umani e sulle loro difficoltà e implicazioni psicologiche; in tanti momenti mi ha fatto sorridere e sicuramente mi ha coinvolta, pagina dopo pagina; insomma il mio giudizio è assolutamente positivo e non posso che consigliarne la lettura!

3 commenti:

  1. Avevo già adocchiato questo libro, la tua intensa recensione mi ha confermato che "Il ragazzo in soffitta" è un libro da non perdere. Un saluto :)

    RispondiElimina
  2. Recensione molto dettagliata che mi ha fatto venire una voglia matta di leggere il romanzo! :)

    RispondiElimina
  3. se lo leggerete, spero vi piaccia com'è piaciuto a me!! ;)

    RispondiElimina

Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz