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lunedì 27 gennaio 2020

Recensione: NOI, BAMBINE AD AUSCHWITZ di Andra e Tatiana Bucci



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Tatiana e Andra Bucci ci raccontano, in questa toccante testimonianza, quello che hanno vissuto quando furono internate in un Kinderblock, il blocco dei bambini destinati alle più atroci sperimentazioni mediche.
Ad Auschwitz-Birkenau vennero deportati oltre 230.000 bambini e bambine da tutta Europa; solo poche decine sono sopravvissuti. 
Questo è il drammatico racconto di due di loro.


NOI, BAMBINE AD AUSCHWITZ
di Andra e Tatiana Bucci


Oscar Mondadori
160 pp
11 euro
E' la sera del 28 marzo 1944 quando dei violenti colpi alla porta di casa sconvolgeranno per sempre la vita delle piccole Tatiana e Andra Bucci.

Le sorelline (6 anni Tatiana, 4 anni Andra) appartengono a una famiglia "mista": il padre è cattolico, la mamma - Mira - è ebrea; entrambi i genitori sono di Fiume, e il ramo materno è giunto in questa cittadina (che, ricordiamo, è stata italiana dal 1924 al 1945) dopo un lungo peregrinare per l’Europa, cominciato agli inizi del Novecento in fuga dai pogrom antiebraici.

La vita tranquilla della famiglia finisce in quel giorno di marzo del '44, con l'arrivo dei nazisti, che irrompono bruscamente in casa; nonna, figli e nipoti vengono arrestati.
Dopo una breve sosta nella Risiera di San Sabba a Trieste, arriva la deportazione ad Auschwitz-Birkenau, dove molti di loro saranno uccisi.

Tra queste pagine, che ci scorrono davanti agli occhi suscitando inevitabilmente un turbine di emozioni e di immagini che prendono forma nella nostra mente, le due narratrici-protagoniste fanno sentire la loro "voce" e raccontano in prima persona l'orrore vissuto per mano dei nazisti.

E' vero, siamo in presenza di due testimoni che all'epoca - parliamo in particolare del periodo che va dall'aprile 1944 al 27 gennaio 1945 - erano davvero molto piccole, ed infatti i loro ricordi hanno dei "buchi", alcuni mai riempiti, altri sì, attraverso i racconti che successivamente, anni e anni dopo, le due sopravvissute - ormai adulte - hanno ascoltato da altri testimoni dell'Olocausto, il che ha permesso loro di colmare alcuni spazi vuoti della memoria e di comprendere alcune dinamiche che a quel tempo non avrebbero potuto cogliere.
Ma a parte questo aspetto, quello che leggiamo è frutto dell'esperienza terribile che le due bambine hanno dovuto vivere, e tante sensazioni, emozioni... sono vivide e fresche nella mente e nel cuore, e tali resteranno nel tempo, per sempre.

"Le sensazioni provate durante quel viaggio non ci hanno mai lasciate davvero. Spesso la mente torna a quei momenti; ma non quando siamo tra la folla o nella confusione, come si potrebbe pensare. È il rumore del treno, la sua immagine, che ci colpisce. Tati, per esempio, sente riaffiorare dentro di sé le sensazioni di quei giorni quando vede passare un treno merci."

"...tocca a noi due. Cominciano a tatuarci. Tanti piccoli puntini. Prima Andra, il numero è 76483; poi Tati, il numero è 76484. Nel nostro ricordo di bambine non proviamo dolore. Piccole punture di un ago che si infila nelle nostre braccia, segnando un numero che ci accompagnerà per tutta la vita."

Siamo con Tati e Andra nel treno che da Risiera di San Sabba le condurrà nell'inferno di Auschwitz-Birkenau; ci sembra di vederle mentre hanno freddo, fame, mentre provano sgomento, paura, smarrimento, e per darsi coraggio si avvinghiano l'una all'altra ed entrambe al corpo infreddolito e tremante, ma pure confortante, della mamma.
E quando arrivano a destinazione, ci sembra di vederle in fila con gli altri bambini, la maggior parte dei quali non farà ritorno a casa perché le loro brevi esistenze diverranno cenere, fumo che esce dai camini dei forni crematori.

Andra e Tati trascorrono nove mesi (i più brutti della loro vita) nel Kinderblock, il blocco dei bambini destinati alle più atroci e folli sperimentazioni mediche. 

Come si vive in un posto così? Come sono le giornate, le notti? Cosa fanno questi piccoli, in attesa che degli adulti spietati decidano il loro destino?

Le sorelle Bucci narrano ciò che ricordano di quel periodo: il freddo, il poco cibo, i giochi nel fango e nella neve, la vista degli spettrali mucchi di cadaveri buttati negli angoli, quel camino che sputa fumo e fiamme, unica via da cui «si esce» se sei ebreo, come dicono le guardiane, alcune delle quali si sono dimostrate - stranamente e miracolosamente - più tenere con loro, cosa che ha contribuito, unitamente ad altri fattori, alla loro sopravvivenza.

E poi ci sono le fugaci visite della mamma, emaciata fino a diventare irriconoscibile: la donna non ha fatto altro che cercare di proteggere le sue creaturine dal primo momento e in tutti i modi, e provoca ammirazione e commozione il pensiero di questa donna che, benché stremata, a fine giornata, quando poteva (non senza correre rischi!) si recava al blocco dei bambini per raccomandare a Tati e Andra di ricordare sempre i loro nomi, le loro origini, con la speranza che questo, un giorno, sarebbe tornato utile.
A guerra finita, quando finalmente il campo di concentramento sarebbe divenuto solo un terribile ricordo.

E poi ci parlano di come quell'esistenza incupita dalla presenza costante della morte a un certo punto fosse divenuta, ai loro occhi innocenti di bambine, qualcosa di "normale", nonostante i giorni fossero scanditi  dall’alternanza di paura e terrore, perché

"i bambini riescono a trovare le risorse per costruire un universo intelligibile intorno a sé."

 "...nel nostro ricordo è stata sostituita da quel senso di normalità che spesso i piccoli si costruiscono per proteggersi davanti agli avvenimenti più brutti, agli imprevisti."

In assenza di spiegazioni da parte dei grandi, le due bambine si convincono - in modo del tutto inconscio, naturale - che quella è la vita «normale», che è la "fine" cui vanno incontro quelli come loro - gli ebrei.
E' il solo modo per resistere e sopravvivere alla tragedia, perché la consuetudine scolora la paura.

La loro storia si intreccia ineluttabilmente con quella del cuginetto, il piccolo Sergio De Simone (figlio settenne di zia Gisella, sorella della madre), il cui destino sarà tragico, in quanto verrà prelevato poco tempo dopo l'arrivo nel kinderblock, per essere usato come cavia da medici nazisti: verrà impiccato alla Bullenhuser Damm di Amburgo.

Ma le cose cambiano quando il sole sorge sulla giornata del 27 gennaio 1945: un soldato, con una divisa diversa e una stella rossa sul berretto, sorride alle sorelline e offre loro una fetta del salame che sta mangiando.
E' il giorno della liberazione.

Che non segna però la fine del loro peregrinare.
Dovrà passare altro tempo prima che Tatiana e Andra ritrovino i genitori e quell’infanzia che è stata loro rubata.
Dopo del tempo trascorso in un triste orfanotrofio e alcuni mesi (decisamente più lieti) in un centro di recupero diretto da Anna Freud, a queste due bambine la vita comincerà a sorridere di nuovo e a restituire, seppur in parte, la serenità di una famiglia ritrovata, con cui tornare ad essere felici.
Non sarà semplice: lo spettro di ciò che si è vissuto non può essere mandato via con un'alzata di spalle, ma Andra e Tati sapranno - grazie all'esempio e alla presenza rassicurante, dolce e determinata, della mamma - guardare avanti per cercare di vivere normalmente, facendo sì che l'orrore vissuto non le condizioni tutta la vita.

Come si son potute salvare le sorelle Bucci?
Se la sono fatta pure loro questa fatidica domanda, ma è davvero possibile trovare un'unica risposta?
Forse fu determinante il fatto di essere figlie di un padre cattolico, o magari furono scambiate per gemelle o forse fu semplicemente un gioco del destino, un caso..., chissà.

Ciò che conta è che la loro voce si alzi per ricordarci che una pagina talmente orrenda e vergognosa della nostra Storia non venga nè dimenticata, nè ripetuta.

Come spesso accade ai sopravvissuti, non è stato facile "far i conti" con l'esperienza vissuta e trovare il coraggio e le parole per parlarne. Tutt'altro.
La voglia di dimenticare e di guardare a un futuro migliore, a una vita felice, libera dagli spettri del passato, unita alla concreta sensazione che - soprattutto nei primi tempi dopo la fine del conflitto - la gente non avesse alcuna voglia di sapere cosa fosse successo nei campi di concentramento, hanno fatto sì che le sorelle Bucci (e così pure altri testimoni sopravvissuti alla Shoah) tenessero sigillato nel cuore i terribili ricordi che le hanno segnate.

Ma non sarebbe stato giusto - nè per loro stesse nè per le future generazioni - tacere per sempre.
Sono storie che, al contrario, vanno assolutamente difese dai rischi dell’oblio e della rimozione, e ogni testimonianza è un bene prezioso, è un patrimonio dell’umanità da consegnare a chi verrà dopo, per dimostrare che

"... nonostante tutto il dolore e la sofferenza che gli altri possono avere inflitto a noi e ai nostri cari in nome di un’ideologia assurda e insensata, noi siamo qui. E non siamo solo sopravvissute. Abbiamo vissuto: siamo state in grado di costruirci una vita, una bella vita. Questo per noi è importantissimo, perché è un messaggio di speranza."


Una testimonianza che non può che toccare profondamente e straziare il cuore all'idea di quanto male, di quanta sofferenza, di quante brutture siano state vittime milioni di innocenti.
Sono quei libri che non dovremmo mai stancarci di leggere, magari pensando di saperne già abbastanza di sterminio, Olocausto e lager.
E no, non se ne parlerà mai abbastanza.

9 commenti:

  1. Una testimonianza davvero terribile: ho letto con interesse la tua recensione, Angela, non conoscevo il libro ma penso sia da leggere, per non dimenticare e non ripetere...

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    1. Terribile sì.
      Leggere pagine come queste è sempre un colpo forte...

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  2. Ciao Angela! Concordo con Ariel, è una testimonianza davvero terribile… ma necessaria per non dimenticare.

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    1. è vero, quanto più sono state inimmaginabili, tanto più vanno raccontate perchè un tale orrore non si ripeta

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. Ho visto quel che resta del Kinderblock e ho letto molto su tutti gli esperimenti orrendi che facevano sui bimbi. Mi sembra che dal libro hanno fatto un cartone animato da far vedere nelle scuole. Mi sbaglio?
    Un abbraccio Angela, non dimentichiamo.

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  5. Angela, una recensione toccante. Sarà che leggere un romanzo sul tema è sempre forte...
    Non conoscevo la storia e mi rincuora sapere che, in tutta la tragicità, siano riuscite a recuperare la loro vita e a farlo insieme

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    1. si, infatti, nonostante il dolore, queste due sorelle non si sono fatte schiacciare dal passato...

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz