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giovedì 5 marzo 2020

Recensione: IL SALICE di Hubert Selby Jr



Con il suo stile frammentato e la sua penna teneramente ruvida, l’autore di capolavori come Ultima fermata a Brooklyn e Requiem per un sogno, ci racconta la realtà degli emarginati, dei perdenti, dei diversi, sullo sfondo di un’America cupa, difficile, quella dei bassifondi delle grandi metropoli: in un posto così improbabile e tutt’altro che attraente, sboccia un’amicizia tra due uomini lontani per età, cultura, esperienze, ma che riusciranno ad essere di grande aiuto e benedizione l’un per l’altro.

IL SALICE

di Hubert Selby Jr 



   Fazi Editore 
  trad. M. Pittoni
 320 pp
2006

Bobby è un ragazzino di colore di quasi quattordici anni che vive nel Bronx insieme alla mamma e ai fratelli minori. La sua vita sembra scorrere velocemente per le strade sporche e violente del ghetto, tra mura domestiche infestate di topi e con la miseria quale coinquilina fissa.
È fidanzato con la dolce tredicenne Maria, di origini portoricane; i due giovanissimi fidanzatini hanno grandi piani per il futuro, ma un incontro sciagurato con un gruppo di ragazzacci stravolgerà le loro vite.
Un giorno i due, infatti, vengono aggrediti da una feroce gang ispanica: Bobby viene selvaggiamente picchiato a colpi di calci, pugni e catene, mentre Maria ne esce col volto sfigurato dalla soda caustica.

Nonostante le ossa rotte e il dolore tremendo che fa tremare ogni muscolo del corpo, Bobby riesce a camminare per un tratto di strada finchè viene soccorso da un uomo anziano, tale Werner Schultz (che si fa chiamare Moishe), che lo porta a casa propria, per medicarlo e prendersene cura.

Intanto, la piccola Maria è ricoverata in ospedale; il suo viso è nascosto da bende che tengono scoperti solo bocca e occhi; sta malissimo, i dolori alla faccia sono indicibili e lei è spaventata, smarrita; a vegliare sul suo sonno tormentato e a farle compagnia da sveglia ci sono la mamma e la nonna, due donne buone, molto devote, che partecipano alla sofferenza fisica e psicologica della loro bambina; della mamma, in particolare, conosciamo i pensieri, i sentimenti, le paure, e intenerisce la dolcezza di questa donna perbene, che già vive - insieme alla famiglia - il trauma dell’immigrazione e dell’integrazione in un Paese straniero e non sempre e in tutto accogliente -, e in più adesso deve accettare una tragedia privata incomprensibile, che suscita in lei legittime domande: perché è successo questo a loro, alla piccola Maria, che è una ragazzina così cara e buona? Forse hanno sbagliato a venire negli USA in cerca di una vita migliore? Che colpe hanno da espiare? Perché Dio ha permesso che una tale sciagura piombasse su di loro, mettendo in pericolo la vita di Maria?
Conosciamo anche i turbamenti della tredicenne, che soffre per gli sguardi incattiviti di alcune infermiere, che dicono cose brutte di lei, facendola sentire sbagliata e colpevole.
Il suo malessere interiore - unito a quello fisico - fanno scattare in lei pensieri negativi e dolorosi che la portano, pochi giorni dopo, al suicidio…

Tutto questo Bobby, nei primi giorni dopo il pestaggio, non lo sa; sa solo che questo ebreo dal nome strano lo sta ospitando in casa propria e sta cercando di rimetterlo in sesto, a colpi di saporite zuppe calde e di coppe di gelato con il topping al cioccolato.
Mentre le cicatrici pian piano si rimarginano, i dolori a ossa e muscoli si attenuano e il suo corpo comincia a riprendere le forze, Bobby conosce meglio il padrone di casa e scopre che Moishe non è ebreo, lo è “d’adozlone”, in seguito ad una delle più tristi e crudeli esperienze che si possano fare nella vita.

Werner/Moishe è in realtà un tedesco ma il numero tatuato sull’avambraccio dice una cosa importante di lui: è stato in un campo di concentramento. Come mai, pur non essendo giudeo?

L’uomo racconta la propria storia di sofferenze, angosce, la paura di non rivedere i propri cari (anch’essi deportati) ma soprattutto racconta di come dal campo di sterminio sia uscito diverso, rinnovato nel cuore e nella mente grazie a qualcuno che ha saputo lavorare nel suo intimo e aiutarlo a liberarsi del fardello più grande di cui un uomo possa caricarsi fino a farsi schiacciare: l’Odio.

Moishe sa cosa voglia dire odiare con tutto se stesso chi ritieni ti abbia danneggiato, sa cosa significhi farsi accecare da un sentimento così forte, tanto da non dormirci la notte… e sa anche lo sforzo che ci vuole per liberarsi dell’odio e del desiderio di vendetta.

Quando comincia a sentirsi meglio, rinfrancato e dalle cure e dalla genuina amicizia con il vecchio, Bobby decide di fare un salto nel proprio quartiere e viene a sapere del suicidio di Maria.

Infiammato dall’odio, inizia a preparare la sua vendetta, di fronte allo sguardo impotente di Moishe, che, proprio perché ha sperimentato in prima persona la forza distruttiva dell’odio, è il solo che può salvare Bobby da se stesso.Riuscirà il buon vecchio Moishe a parlare al cuore del suo giovane e irruento amico per farlo desistere dai propri propositi di vendetta che potrebbero rovinarlo per sempre?

Bobby è un ragazzo che s’atteggia come un adulto, che parla in maniera sboccata e scurrile, ma non è cattivo: è semplicemente cresciuto in un ambiente in cui “l’uomo è lupo per l’altro uomo”, in cui se non sei forte e non sai difenderti, sono guai, in cui non puoi permetterti di farti mettere i piedi in testa.
La consapevolezza di odiare il portoricano Raul e la sua gang provoca in lui sentimenti contrastanti: da una parte lo gasa:

“è l’odio che ti fa restare vivo… solo se l’odio è abbastanza forte puoi continuare ad andare avanti, a respirare… puoi continuare a vivere solo fino a quando riesci a odiare”

...dall’altra lo lascia smarrito, perché è qualcosa di molto più grande di lui, che finisce per confonderlo e sopraffarlo.

Eppure, grazie a Moishe in lui si aprono spiragli di luce, di bontà, di speranza:

“e continua a fissare Moishe, e avverte un senso di forza e di dolcezza scorrergli dentro, e addosso, e ancora una volta, è un qualcosa che lui non ha mai provato prima, una sensazione a lui sconosciuta, che però non gli fa paura, non la analizza nemmeno, la vive e basta, e sa che non c’è pericolo a lasciarla scorrere dentro di sé…”.

Nessuno s’è mai interessato a lui con tanta devozione, affetto, tenerezza e questa nuova dimensione nel rapporto con un altro essere umano lo riempie di gioia ed euforia.
In compagnia di Moishe, lontano dal quartiere, Bobby sperimenta la gioia e la felicità di un amore che risana e purifica e che è simboleggiato da un albero (sito in un parco in cui Moishe andava spesso con la moglie, ora morta), il salice.

E all’ombra dell’albero piangente Moishe vuole trasmettere a Bobby una grande verità: non si sopravvive al proprio odio, anzi, da esso si viene distrutti.

 “Resta aggrappato al tuo odio, amico mio, e finirai con l’odiare te stesso”

Tra queste pagine Selby ci parla di esistenze squallide e infelici, ai margini, e lo fa con estremo realismo e crudezza, eppure in mezzo a queste vie sporche e brutte, tra caseggiati grigi, alti e fatiscenti, con un vento gelido che ti sferza la faccia, l’Autore ci prende per mano e fa brillare una luce.
Una luce di amore, perdono, pace, voglia di vivere, che riesce ad illuminare gli oscuri anfratti del cuore di un ragazzino abituato a risolvere i problemi con la violenza, perché ad essa sa come rispondere, perché è questa che regna sovrana nel quartiere da cui proviene, dove la convivenza di più etnie porta (come spesso accade) a conflitti che sfociano in pestaggi, risse e, in generale, in azioni criminali.

Quello di Selby è uno spaccato realistico, cupo e nero, al quale ci accostiamo prima tramite un atto violento (il pestaggio) che suscita rabbia, indignazione, dolore, per poi soffermarci sulla sofferenza che un contesto del genere provoca in chi criminale non è, come i familiari di Maria (persone perbene) ma anche nella mamma di Bobby, che nonostante dia segni di insofferenza verso le proprie creature, le ama e si preoccupa per loro, essendo lei la sola a tirarle su con i mezzi a disposizione.


E poi c’è Moishe, un personaggio quasi poetico, una sorta di angelo che ha vissuto l’inferno e ne è sopravvissuto. Un uomo che non ha avuto di certo una vita perfetta, anzi: lui in primis ha covato rabbia e odio per tanto tempo, ha immaginato di vendicarsi di chi ha provocato dolore a lui e ai suoi cari, sa cosa voglia dire rimuginare e tornare con la mente sempre sullo stesso tarlo, nutrire la fiammella del rancore pensando costantemente al “nemico”. Guarire da tutto questo è possibile ed è necessario, anche se non è facile:

“sa quanto sia sfibrante ritrovarsi senza più quell’odio che è stato la ragione della tua esistenza, senza quelle fantasie violente che ti hanno tenuto in vita quando non c’era più nessun motivo per andare avanti, nient’altro in cui sperare se non il soddisfacimento di quell’odio”.


Siamo nel Bronx: è un contesto di vita fatto di palazzi decrepiti e abbandonati, dove la sofferenza sembra fuoriuscire come un veleno, e dagli edifici stessi e dalle persone che vi abitano; gente sola, dimenticata, debole e disperata; gente che cammina con la testa affondata nelle spalle, senza guardarsi né a destra né a sinistra, per quelle strade rumorose, piene di urla, rumori, strepiti, odori forti, topi che corrono di qua e di là, angoli bui, luridi, rifiuti ovunque, macchine sfasciate.

Avvertiamo il contrasto tra il quartiere in cui Bobby è nato e cresciuto, e che è il suo universo, l’unica realtà (fatta di povertà, abbandono, violenza, mediocrità) che conosce da vicino, questo Bronx cupo, squallido, triste, gelido, affollato, chiassoso eppure capace di farti sentire più solo che mai e sicuramente in pericolo se ti sei messo contro qualcuno, e la casa di Moishe, collocata in uno scantinato ma che, al suo interno, è bella, accogliente, attrezzata, comoda e, soprattutto, calda: calda di ospitalità, di affetto, comprensione, amicizia, lealtà.
C’è un contrasto anche tra l’euforica eccitazione di Bobby e la pacata lentezza di Werner e questi due differenti stati emotivi si notano anche a livello narrativo: ci sono passaggi più concitati, che tengono il lettore col fiato sospeso e preoccupato di cosa potrebbe accadere a Bobby (quando questi va in cerca dei portoricani per fargliela pagare) e tanti passaggi in cui l’Autore rallenta il ritmo e rimanda il racconto dei fatti per scavare dentro il cuore dei suoi personaggi, donandoci pagine delicate, intense, commoventi, di lirica bellezza.

Selby scrive in un modo particolare, nudo, schietto, non preoccupandosi di rispettare le regole della grammatica o la punteggiatura (volutamente bizzarra e disordinata); certi periodi possono essere piuttosto lunghi, i dialoghi non sono anticipati da virgolette e la narrazione va avanti alternando il racconto delle vicende con veri e propri flussi di coscienza.
Forse lo stile potrebbe essere il solo ostacolo nel primo approccio con il testo, ma una volta entrati nel mondo di Selby, è facile lasciarsi coinvolgere e tutto fila liscio.

Il Bene è una scelta, non càpita; ciascuno di noi può decidere se lasciarsi guidare dall’Odio piuttosto che dal Perdono e dall’Amore, ma non tutti sono (siamo) capaci (per ragioni diverse: età, esperienze, contesto di provenienza, cultura…) di scegliere con facilità ciò che è buono e giusto, e Selby ci dice proprio questo: a volte abbiamo bisogno di una mano tesa, di una mano sulla spalla, di un sorriso caloroso e sincero, di una coppa di gelato con la salsa al cioccolato, di una sana risata nata spontaneamente, di parole di conforto, in cui non ci sia il giudizio (quello viene sempre facile) e la condanna, ma il puro desiderio di aiutarti a non permettere che l’odio, come i topolini dentro casa, ti rosicchino fino a lasciarti nudo dentro, ma di vedere dentro di te quella luce che aspetta solo di trovare un pertugio dal quale uscire e illuminarti.

Una lettura che mi ha coinvolta molto e che vi consiglio caldamente.

 “dissolviti, trasformati in una particella che fluttua e basta, in un atomo di luce che esiste e basta, e non pensa, risplende e basta, e ride, e sorride, e si sposta con l’aria, nell’aria… solo un puntino di luce che non sa cosa sia il buio… che non ha né sogni né speranze, ma solo tutta la luce delle stelle, qui, adesso… niente passato né futuro, solo un presente luminoso e sereno… l’eterno presente”.


8 commenti:

  1. Ciao! Una lettura piuttosto cruda e realistica… ma credo proprio che valga la pena di leggerla! :-)

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    1. Si, la ruvidezza del contesto si sposa con la tenerezza di molti passaggi.
      Ne vale la pena :)

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  2. Un libro davvero interessante penso proprio che lo leggerò.

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  3. Ciò che più mi ha colpito della tua recensione è come l'odio sembra vivido e quasi il protagonista di alcune parti di questo romanzo!

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    1. L'odio c è ed è vero, in molti momenti sembra essere il protagonista,ma in realtà la forza contrapposta dell'amore si fa sentire :)

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz