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domenica 8 marzo 2020

Recensione: VENTIQUATTRO di Valentina Bardi



Perdere una persona amata è una di quelle esperienze capaci di devastarti e farti sentire più che mai impotente e svuotato; l'Autrice, con delicatezza ma, al contempo, con una scrittura onesta e realistica, ci racconta una storia sì di perdita, ma anche di forza, quella forza che ci urla di non arrenderci perché, nonostante il dolore, la Vita è lì che ci aspetta.



VENTIQUATTRO
di Valentina Bardi


Ed. il Ponte Vecchio
256 pp
Martina sta per compiere i fatidici diciotto anni ma, al contrario di ciò che solitamente accade, non è immersa in un clima di euforia al pensiero di raggiungere questo traguardo.
In casa non tira un'aria felice: sua sorella maggiore, la bella e dolce Elena, ha appena perso il proprio bambino, nato morto all'ottavo mese di gravidanza.
La brutta notizia ha raggiunto il papà, Andrea, giornalista inviato di guerra, che per l'occasione è tornato da Kabul, per stare vicino alla figlia e alla famiglia.
Il rientro del capo-famiglia, però, non ha portato alcun miglioramento al cupo clima famigliare, tutt'altro: la sua (momentanea) presenza sta, ancora una volta, sottolineando il peso delle sue frequenti assenze.
C'è tensione, in famiglia; una tensione così densa da potersi tagliare a fette: Andrea è mogio mogio, e il suo carattere schivo e taciturno pare essersi amplificato, tra la tristezza per Elena e il suo "mimino", la consapevolezza di essere un padre che dei suoi cinque figli sa poco e niente e di essere un marito sfuggente e incapace di dare certezze alla propria moglie.
E proprio la moglie, Giada, sindacalista convinta, una donna combattiva che s'è sempre fatta in quattro per portare avanti le proprie idee e per difendere i diritti degli altri, non sa come fare per difendere e far valere i propri davanti ad un marito che, con la motivazione (la scusa?) del lavoro, va e viene da casa, sta lontano troppo tempo e, quando torna, gira per le stanze come un ospite imbarazzato.

E poi non si può negare che Andrea è tornato dall'Afghanistan più distaccato che mai: forse ha un'altra? E' per questo che neanche la sfiora? E l'amore che li ha sempre uniti: svanito nel nulla?

Giada, dietro la corazza di moglie e madre determinata, severa, con una gran senso pratico (assolutamente necessario quando hai una famiglia numerosa da mantenere e a cui badare e un lavoro come il suo), nasconde un cuore a pezzi, tremante di paura all'idea di non essere più il centro della vita del marito.

I nervi a fior di pelle fanno da padrone e guidano gesti, parole, toni di voce, espressioni facciali e Giada si rende conto di non essere una mamma amorevole in senso stretto: concentrata, com'è, che tutto fili liscio e di non far trapelare il proprio volubile stato d'animo, rischia di trascurare cose importanti.
E Martina lo sente e ne soffre: sua madre non è tipo da abbracci, non lo è mai stata, ma è ancora più fredda del solito da quando lei frequenta Matteo Todini, studente universitario, di famiglia molto benestante, con idee politiche di destra; il padre è co-proprietario di una fabbrica e Giada si sta attualmente occupando proprio di questione relative ai diritti dei dipendenti di Todini; ergo, Matteo non è benvisto dalla mamma di Martina, che si sente in mezzo a due fuochi.
Ma a renderla triste è anche il rapporto con questo padre che è sempre via per i suoi viaggi di lavoro e che, quando torna, sembra avere "la neve in tasca" e ha fretta di andarsene, come se si stesse man mano disabituando a stare in famiglia.
Possibile che Andrea, che pure è un uomo intelligente e sensibile, non si renda conto che la moglie e i figli soffrono per le sue assenze?
E se è vero che Elena ha il cuore pieno di lacrime per il bimbo perso (e cerca la solitudine per rielaborare la propria perdita) e i piccoli di casa (i gemelli Antonio ed Enrico) sono ancora troppo piccoli per sentire in maniera consapevole ed esternare razionalmente il peso di questa situazione, a risentirne maggiormente sono proprio Martina e il dodicenne Bruno, che tende infatti a chiudersi e a soffrirne in silenzio.

Come se non bastasse, Martina ha i suoi piccoli pensieri anche in altri ambiti: anzitutto, con Matteo le cose vanno sì bene, c'è un bella intesa tra loro ma... quanto potrà durare la loro relazione? Lui fa parte di un "mondo" differente dal suo (suo padre è un imprenditore mentre la propria mamma è una sindacalista comunista, con tutto ciò che questo implica a livello di convinzioni politiche) e sicuramente tra non molto si stancherà di lei e la mollerà! Martina cerca di non pensarci e di godersi questa storia, fatta di dolcezza e passione, che le regala momenti indimenticabili, ma il tarlo c'è.

E poi le due migliori amiche, Federica ed Ilaria: sempre a bisticciare e lei non sa come fare per riconciliarle.
Ilaria è la buona del trio, la cattolica convinta, che bacchetta tutti con i suoi principi morali ed è sempre pronta a perdonare e a fare il primo passo.
Federica è la "pecora nera", con una situazione famigliare alle spalle drammatica e, per certi versi, pure pericolosa, dalla quale infatti la ragazza cerca di fuggire per proteggersi; Federica è sboccata, ribelle, se ne infischia delle buone maniere, ha un modo di fare spiccio e poco affabile, ma il suo modo di comportarsi è frutto delle tante fragilità e paure che lei cerca in tutti i modi di nascondere.

Il giorno del compleanno arriva e, con esso, la festa in pizzeria con gli amici; Matteo promette di raggiungerla per farle gli auguri, ma sul tardi, perchè prima deve fare un servizio.
Quella sera accadrà un evento tragico che travolgerà la giovane esistenza di Martina, nonché delle altre persone che fanno parte del suo piccolo mondo.

Ci sono tragedie che mettono in discussione certezze, convinzioni di fede, etiche e morali, affetti, relazioni, che scuotono il nostro universo e ci lasciano smarriti e impotenti; ma nonostante il dolore di cui sono portatrici, ad esse siamo chiamati a sopravvivere, perchè la vita, che ci piaccia o no, ha la propria urgenza di essere vissuta, reclama il proprio diritto di manifestarsi per quella che è, con cose belle e cose brutte, con attimi di felicità e periodi di tristezza e dolore.

Insieme alle vicende narrate evolvono i personaggi principali e ciascuno di essi - adulti e giovani - saranno messi di fronte alla necessità di interrogarsi su se stessi, cercando ognuno la propria verità, le risposte alle mille domande e paure, e provando ad essere coerenti, coraggiosi ed onesti tanto più quando la vita mette alla prova.
A beneficiarne saranno i rapporti interpersonali, e spesso sono proprio le vicissitudini e le disgrazie a farci avvicinare, "obbligandoci" a conoscerci meglio e mettendo da parte pregiudizi; ciò non significa che i problemi si risolvano poi con uno schiocco di dita, ma quanto meno si impara ad affrontarli con più serenità e maturità.

"Ventiquattro" è un romanzo molto bello, dallo stile molto fluido e scorrevole; i fatti che coinvolgono i personaggi (principali e secondari) sono appassionanti perché realistici e potrebbero essere capitati e/o capitare a ciascuno di noi lettori.
L'Autrice da molto spazio ai dialoghi e attraverso essi - e ad altri particolari - conosciamo le personalità dei personaggi, ciò che mostrano e ciò che nascondono dentro il cuore; mi è piaciuta anche la scelta dell'uso del dialetto in determinati momenti e contesti (siamo in Emilia-Romagna), il che contribuisce a rendere l'ambientazione ancora più genuina e naturale.

E' una lettura che mi ha emozionata davvero tanto, in quanto alla base delle vicende narrate ci sono le relazioni umane e come esse possono svilupparsi e cambiare in base a ciò che accade nella vita di tutti i giorni, dai problemi quotidiani - presenti in ogni nucleo famigliare, gruppo di amici, coppia - a quelli più grandi, che arrivano come un fulmine a ciel sereno e colgono assolutamente impreparati.
Pur trattando di argomenti quali la morte e l'elaborazione del lutto, non si scade mai nel patetico, al contrario, la narrazione del dolore è autentica e dignitosa, e per me è stato inevitabile provare una certa commozione.
Il finale ci lascia con la sensazione che "non sia finita qui" e che altri scenari potrebbero svilupparsi, ma a prescindere dal fatto che sia volutamente aperto o meno, esso lascia al lettore la libertà di immaginare da sé eventuali evoluzioni nei rapporti tra i personaggi, e anche questo aspetto l'ho apprezzato molto (ma del resto, chi l'ha detto che uno scrittore debba dirci tutto tutto e chiudere ogni cerchio sempre e comunque?).

Assolutamente consigliato!

6 commenti:

  1. Grazie Angela, è un libro interessante. Buona domenica e auguri belli.
    sinforosa

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  2. Hai ragione Angela, è più intrigante quando siamo noi a cercare di chiudere i cerchi con i nostri pensieri intrisi d'immaginazione. Un caro saluto :)

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    1. eh sì, a volte un finale "sospeso" è ben accetto ;-)

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  3. Tema che non amo forse perché mi fa male anche solo immaginare una perdita del genere, questo non significa che il libro non sia valido.

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    1. ti capisco, io stessa mi sono sentita coinvolta proprio perchè è un tema "forte" e il solo pensiero di perdere una persona cara bastava a farmi salire le lacrime agli occhi :-'(

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz