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martedì 24 agosto 2021

Recensione: UOMINI DI POCA FEDE di Nickolas Butler



Può una fede, per quanto piccola, spostare le montagne?
Può una preghiera, elevata con sincerità e fede, portare guarigione là dove ci sono la malattia e la triste ombra della morte?
Butler ci porta nel Wisconsin e attraverso il succedersi delle stagioni, che si intervallano portando mutamenti nella natura rigogliosa che lui conosce molto bene, ci lascia entrare, con discrezione, nelle vicende di una famiglia come tante, chiamata a discernere il limite tra il vivere secondo i principi della fede e le insidie del fanatismo religioso.


UOMINI DI POCA FEDE 
di Nickolas Butler



Ed. Marsilio
trad, F. Cremonesi
272 pp
In una tiepida giornata di primavera, un nonno e il suo nipotino di cinque anni si godono la bellezza di un pomeriggio insieme... al cimitero, tra le lapidi della gente che negli anni addietro ha abitato Redford, una tranquilla cittadina nel Wisconsin.
Forse il luogo potrebbe non sembrare, a un primo sguardo, quello ideale per divertirsi, ma nei due visitatori non c'è ombra di tristezza, quanto piuttosto di serenità; Lyle Hovde, ormai avanti negli anni ma ancora forte ed energico, sa che la morte fa parte della vita e non c'è da far scongiuri pensando ad essa; il suo amatissimo nipotino, Isaac, ha dalla sua parte la giovanissima età e tutta una vita davanti a sé: che paura possono mai indurgli quei volti sereni che lo guardano dai ritratti delle lapidi?

Lyle è sposato con la sua dolce metà, la moglie e compagna di una vita, Peg; hanno una figlia adottiva, Shiloh, che dopo un'adolescenza ribelle che l'ha allontanata da casa e la nascita di Isaac, è tornata dai genitori, sempre così comprensivi e pronti ad accogliere lei e il piccolo in qualunque momento.

Isaac è la gioia dei nonni: dotato di una curiosità vivace e di una dolce sensibilità, con la sua allegria e la sua vitalità tiene impegnato il nonno nei propri giochi infantili e la nonna, che per lui è sempre disponibile a mettersi ai fornelli, cuocendo pancake e torte.

Le giornate scorrono placide e gioiosamente tranquille, fino a quando Shiloh - per carattere sempre un po' riservata, scontrosa e fonte di preoccupazione per la coppia - comunica ai suoi che ha deciso di lasciare la loro casa per andare a vivere con il figlio a La Crosse (non distante da Redford).
Il motivo? Non solo per non pesare sugli anziani genitori, ma in special modo per essere più vicina alla chiesa che sta frequentando con assiduità da un po' di tempo a questa parte e grazie alla quale ha riscoperto la fede in Dio, e la propria esistenza ha assunto un nuovo e più profondo significato.
 
Lyle e Peg restano un po' perplessi: che bisogno c'è di andare a vivere altrove? Possono comunque frequentare la chiesa e Lyle potrebbe accompagnarli, no?
Ma Shiloh, testarda e di poche parole, è inamovibile. Ha già deciso e, se vogliono, i genitori possono recarsi anch'essi in chiesa, sicuramente ne troverebbero giovamento per le loro anime.

La coppia è preoccupata, tanto all'idea di perdere di vista il piccolo Isaac, quanto al pensiero che questa loro amata figlia, sempre così volubile, si infili in qualche guaio.
Magari è bene accompagnarla in chiesa, una domenica, e vedere con i propri occhi "che aria tira".
Nell'ex-cinema ormai adibito a luogo di culto, incontrano il pastore Stevens, un uomo giovane e che parla a suon di versetti biblici e condisce ogni parola con larghi sorrisi e una gentilezza che ha un che di fastidioso per quanto è eccessiva.
Ed è proprio conversando con lui che Peg e Lyle vengono a sapere una cosa, anzi due, che li mette immediatamente in allarme: anzitutto, Shiloh e il bimbo andranno a vivere con il pastore (!!) in un appartamento, e poi il religioso condivide con loro, con una noncuranza incredibile, che ha scoperto che il piccolo Isaac è... un guaritore.
Sì, un guaritore: è un bambino speciale su cui il Signore ha fatto scendere la propria luce, facendogli la grazia di questo meraviglioso dono sovrannaturale, che si manifesta attraverso la preghiera, innalzata a vantaggio di chi è malato, con lo scopo di guarirlo.

Dire che Lyle e Peg sono sbigottiti e confusi è un eufemismo; e se Peg è così sconvolta da non riuscire a dire granché, il marito è a dir poco arrabbiato: quale adulto sano di mente potrebbe mai pensare che un bimbetto di cinque anni abbia il dono di guarire gli ammalati? Cos'è, uno scherzo!?

Se potesse agire d'impulso, Lyle prenderebbe il nipotino e lo porterebbe via da quella chiesa, che probabilmente è una setta di fanatici religiosi in cerca di miracoli, ma non può farlo perché Isaac è il figlio di Shiloh e lui non vuol perdere la figlia, benché non la capisca.

Per restare vicini a figlia e nipote, ed aiutarli in caso di necessità, Lyle e Peg decidono di far buon viso a cattivo gioco e di frequentare la chiesa del pastore Steven per cercare di conoscere dal di dentro questa realtà religiosa e soprattutto per tener d'occhio  questo giovanotto, la cui religiosità ostentata puzza di ipocrisia e retorica a buon mercato.

O forse Lyle è troppo carico di pregiudizi ed offuscato dal timore di perdere Isaac, per essere obiettivo?
A fargli arrovellare il cervello è soprattutto la storia del dono di guarigione, e la cosa preoccupante è che non solo Shiloh è convinta anch'ella che Isaac lo possegga, ma è disposta ad allontanare chiunque - nonni compresi - non nutra la stessa convinzione di fede e, con il proprio atteggiamento miscredente, finisca per "bloccare" l'azione delle preghiere rivolte a Dio, facendo posto all'incredulità (e quindi al diavolo).

È una situazione oltremodo delicata, come possono esserlo le questioni di fede, e Lyle non è un vecchio mulo incapace di riflettere e mettersi in discussione.

Il susseguirsi delle stagioni scandiscono sì l'evolversi degli eventi ma anche, in un certo senso, il turbine di pensieri, domande, dubbi e fame di risposte che l'anziano sente vorticare dentro l'anima e che lo tormentano: forse è colpa sua, della sua mancanza di fede, se non riesce a vedere al di là del proprio naso, del proprio rozzo pragmatismo di contadino abituato a vivere in campagna?

Custodire e nutrire una fede - per quanto piccola - dentro di sé è un privilegio, e Lyle è sempre stato circondato, in qualche misura, da amici credenti, che hanno dedicato l'esistenza a Dio, come suo cugino Roger e l'amico Charles, pastore della chiesa luterana che ha sempre frequentato con Peg, più per abitudine che per devozione.

Lyle è un brav'uomo e non crede di aver bisogno di Dio e di Gesù per esserlo: ha dei valori e sa cosa voglia dire vivere onestamente e nel rispetto degli altri.
Chissà, forse tanti anni fa avrebbe potuto anche credere che qualcuno da lassù vegliava su di lui, ma dopo che lui e Peg hanno perso il loro unico figlioletto, Peter (morto a soli nove mesi di vita), quel germe neanche davvero sbocciato di fede, è morto prima ancora di nascere.

"La cosa più pesante del mondo da trasportare è la bara con dentro il corpo di un figlio piccolo, nessun adulto che abbia sopportato quel fardello lo dimenticherà mai. Seppellire un figlio è una tragedia che molti genitori non superano mai. Sporca il sole, ruba tutti i colori, spegne qualsiasi musica; dissolve matrimoni come un acido, dissangua la felicità e lascia dietro di sé nient’altro che grigia disperazione."

Da allora, a riempire le giornate di quest'uomo ci sono stati la famiglia e le piccole e grandi incombenze della vita; adesso ci sono i lavoretti nel frutteto di Otis e consorte e i momenti preziosi trascorsi con gli amici, in particolare il vecchio Hoot -  dal linguaggio colorito e vivace, che ama tracannare birre e chiacchierare rumorosamente con il più pacato Lyle - e il pastore Charles, sempre pronto ad ascoltare confidenze e turbamenti, in compagnia di uno scotch e di un po' di musica jazz.

Butler ci racconta la vita di queste brave persone e lo fa con una penna che sa calare il lettore direttamente in quei campi, nei frutteti, e ci sembra di sentire i profumi di una natura viva e che muta seguendo il proprio corso; se c'è una sensazione che ho avuto e che ha prevalso su tutte le altre, durante la lettura, è stata la pace, la serenità, una sorta di beatitudine..., le stesse provate tanto spesso da Lyle e che nascono dal godere di ciò che lo circonda, di ciò che quell'ambiente agreste, così famigliare, che profuma di casa ad ogni passo, dona naturalmente e con generosità: 

<< “Adorare” è una parola forte, ma che Lyle adorasse quelle giornate è la pura verità. I raggi del sole obliqui della tarda primavera, le mani che si imbattevano tra i rami nei nidi delicati di invisibili uccelli canterini, il dolce profumo dell’erba tagliata, la terrosa decomposizione delle foglie umide cadute. I fiori selvatici e i lillà, le rare, preziose spugnole, le api irrequiete e la loro estatica attrazione per il polline, il nipote che si arrampicava sui rami più bassi di un albero per nascondersi o correva nel frutteto, una piuma di tacchino in ciascuna mano tesa come se stesse volando. O ancora, seduto in silenzio nella sua giacchetta blu, a strappare erba dalla terra… >>
Ma è una pace che viene disturbata da preoccupazioni, interrogativi, da eventi che recano tristezza, amarezza, paura di perdere chi si ama.

E questi eventi si scontrano tutti, in qualche modo, con la necessità di nutrire fede in Dio, in un Dio che non è lontano dagli uomini ma di essi ha cura, benché abbiano una fede piccola piccola.
E Lyle, in fondo, vorrebbe crederci e smettere di essere uno di quelli che va in chiesa solo per abitudine o per far compagnia alla moglie.

Ma non è così semplice, non quando un tuo caro amico sta per lasciarti per sempre e tu non sei pronto, o quando vedi tua figlia allontanarsi per seguire un gruppo di credenti un tantino esaltati e che adorano il giovane pastore, belloccio e carismatico, che crede di vedere in un frugoletto di cinque anni niente meno che .... un guaritore!!

Che fare? È giusto tentare di far ragionare Shiloh, affinché molli pastore e chiesa e porti via un'anima innocente e indifesa, lontano da una probabile gabbia di invasati religiosi, o è bene piegarsi a ragioni di fede che lui finora ha ignorato per la durezza del proprio cuore di miscredente?

Lyle fa fatica a credere che basti chiudere gli occhi e pregare al capezzale di un malato perché questi sia guarito dal proprio male.
Nel Ventunesimo secolo c'è ancora gente che crede in questa roba?
Sì, c'è, ok..., ma se queste convinzioni si spingessero troppo in là, al punto di mettere a rischio la salute, e quindi la vita, di una persona cara, cosa bisognerebbe fare? 

Lyle non può permettere che il lutto bussi nuovamente alla porta del cuore suo e dell'adorata Peg, ed è pronto a tutto pur di evitare che una nuova tragedia si abbatta sulla sua famiglia. 

Nickolas Butler, ispirandosi a una drammatica storia vera, accaduta qualche anno fa proprio nella "sua" terra, ha dato vita ad un romanzo intenso, profondamente umano, e lo ha fatto ponendo sullo sfondo un’America rurale, "country", in cui il lettore si sente a proprio agio e gli sembra di percepire ogni dettaglio con tutti i sensi: l'odore dell'erba fresca, dei fiori, il sapore delizioso delle mele del signor Otis, il piacere di una birra ghiacciata che placa l'arsura d'estate, le malinconiche note di una vecchia canzone jazz, il freddo delle innevate mattine invernali, il profumo di pancake e mirtilli...
È un contesto campagnolo, di quelli belli, che vorremmo avere a portata di mano per rifugiarci dal caos quotidiano, di tanto in tanto, e prenderci dei momenti solo per noi, lasciandoci scaldare dal sole, sentendo il vento soffiarci intorno, senza far nulla, solo così..., felici per il solo fatto di esserci.

La narrazione parte, e inizialmente procede, molto lentamente, con un ritmo placido e descrivendo la vita di gente semplice, nelle cui normalissime esistenze sbirciamo senza però sentirci intrusi, ma anzi, accolti come degli amici, con naturalezza.
Butler prepara il terreno per ciò che accadrà dopo, quando entreranno in gioco altre dinamiche meno distese, che rompono l'idillio.

In un'atmosfera dolcemente malinconica e pacifica si solleva un dramma famigliare, che tocca temi fondamentali del vivere di ciascuno di noi, di ogni essere umano: l'amore per i propri cari, e quanto amare rechi infinite gioie ma anche tanti dolori e grattacapi; l'elaborazione difficile di un lutto; la fede in Dio, e tutto il carico di dubbi che essa inevitabilmente porta con sè (seppur in maniera differente in base alle persone), e se/quanto/come questa fede possa cambiare il corso degli eventi, attraverso la preghiera, anche sfidando la ragione, la scienza, la medicina.

Sono argomenti delicati, che attengono alla "misura di fede" di ogni individuo ma che, pur riferendosi alla spiritualità, inevitabilmente possono avere conseguenze di tipo pratico, quando Dio diventa il centro della vita e da Lui lasciamo che dipendano le nostre scelte, in ogni ambito; e sono spinosi perché non è facile e automatico (neanche giusto, per quanto mi riguarda) giudicare la fede altrui ed emettere sentenze sulle decisioni che gli altri prendono sulla base delle proprie convinzioni religiose... Eppure tra queste pagine risuona costante la domanda: ok la fede, ma c'è un limite (oltre il quale si sfocia nel fanatismo religioso) che non va superato, soprattutto quando è in gioco la vita umana e, oltretutto, di persone che non possono decidere per se stesse?
 
Sono di fede cristiana e l'argomento della preghiera, e delle guarigioni attraverso di essa, mi ha colpito molto da vicino, per cui ho letto il libro con un certo trasporto emotivo, lasciandomi guidare dalla scrittura di Butler, che ora instillava calma e rilassatezza, ora induceva a riflessioni significative; ho amato la sua sensibilità, la delicatezza, la profonda empatia, l'attenzione per i rapporti umani e la capacità di raccontarli (già apprezzata molto in Shotgun Lovesongs); mi ha spiazzato un po' il finale, nel senso che la mia ragione, il mio bisogno di "avere una soluzione", una fine chiara e definitiva, non sono stati soddisfatti, ma non lo dico perché è necessariamente un aspetto negativo: Butler mi ha lasciata un po' così, con una bellissima (e consona al tema) citazione biblica* e con un epilogo che lascia al lettore la facoltà di immaginare cosa possa essere accaduto dopo, di "risolvere" i nodi da solo.

Un libro da gustare, pagina dopo pagina; una storia che fa riflettere sui rapporti uomo-Dio, ragione-fede, terreno-sovrannaturale; personaggi che ci sembra di conoscere da una vita, ai quali ti affezioni perchè sono... così umani, così dubbiosi, fragili, bisognosi, in cerca di risposte; persone semplici, buone, che come me, come noi, sperano solo di essere sereni e un po' felici.
Esseri umani che alzano un sopracciglio con scetticismo davanti alla parola miracolo, ma che sentono le lacrime salire agli occhi quando chinano il capo per pregare Dio, sperando che li ascolti e stenda il suo braccio per salvarli dalla tempesta.

Leggete Butler se avete bisogno di una lettura che vi dia un attimo di pace e distensione senza annoiarvi, e che stimoli interrogativi importanti, con dolcezza e delicatezza.



 “Non ho mai creduto in Dio finché non ci siamo trovati là fuori, in mezzo al mare su quella barchetta. Adesso però ci credo."

«Non mi servono prove dell’esistenza di Dio, Lyle. So che c’è qualcosa di più. L’ho sentito. (...) È in quel fuoco e in questo single malt invecchiato. (...) È dentro di te, amico. È dentro di me. (...) Perché so che vedi Dio nel mondo; so che Lo senti.»


* Atti degli Apostoli 2:17; Gioele 2:28-32



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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz