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domenica 9 gennaio 2022

Recensione: I CARIOLANTI di Sacha Naspini



La prima recensione dell'anno è finalmente arrivata.
Ed è relativa ad una storia che ti trapassa e spiazza, come un agghiacciante urlo ferino nella notte buia che ti fa rizzare i peli e ti mette i brividi, di quelle notti scure nei boschi, dove a farti compagnia sono gli ululati dei lupi affamati, le ombre degli alberi che paiono spettri, l'aria gelida che ti mozza il respiro; ha il sapore disgustoso della carne cruda e molliccia che mastichi a forza e che proprio non vuol scendere giù; quello ferroso del sangue in bocca dopo un ceffone in pieno viso; quello fetido del cadavere della bestia appena uccisa e che aspetta di essere tagliata a pezzi, cotta e mangiata. 
È la storia  - dura, feroce, che scombussola, fa sgranare gli occhi, storcere la bocca e scuotere il capo - di un ragazzino cresciuto come una bestiolina da sempre torturata dai morsi atroci della fame; arrabbiato e selvatico, pronto ad azzannare come quei cani randagi da cui fugge e che, a un tempo, cerca di tener buoni e di farseli amici.
Un animaletto che cerca in tutti i modi di fronteggiare le tantissime difficoltà e privazioni che la vita gli rovescia addosso, mosso da un primordiale istinto di sopravvivenza e da un'insaziabile fame, non solo fisica, ma ancor prima di quell'amore e protezione e tenerezza mai ricevute.


I CARIOLANTI 
di Sacha Naspini 



Edizioni e/o
176 pp
"Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti. Quando li sogno sono in due, un uomo e una donna vestiti male, scavati fino all’osso e con tutti i capelli appiccicati sulla faccia. Camminano strascicando i piedi nudi, sporchi di sangue e terra. E dita bitorzolute, e braccia lunghe, anzi lunghissime, fino alle ginocchia. Lunghissime e secche. I Cariolanti si chiamano così perché si tirano dietro un carrettino sgangherato, sopra c’è un lenzuolo che una volta era bianco e adesso è tutto zozzo e logoro, pieno di patacche schifose. Da là sotto a volte spuntano dei piedini di bimbo. I Cariolanti hanno sempre fame. Se a cena qualche ragazzino viziato non mangia tutto, di notte arrivano loro, ti prendono e ti portano via per mangiarti vivo nella loro tana."


Inizia così il racconto in prima persona del giovanissimo protagonista, Bastiano, e la mia prima impressione è stata quasi quella di essere in una fiaba horror, gotica, dalle atmosfere cupe, dark, popolata da personaggi paurosi e inquietanti, di quelli che disturbano i sogni di bambini innocenti, scaraventandoli in incubi terribili.

Ma quello di Bastiano non è un brutto sogno, è la realtà: vive in un soffocante rifugio sotterraneo nei boschi assieme a mamma e papà; il padre Aldo (sono gli anni della Prima guerra mondiale) è un disertore che ha deciso di nascondersi per prendersi cura della sua famiglia - la moglie e il figlio.
Il capofamiglia ha tecniche tutte sue per procurarsi il cibo (e, nei limiti del possibile, altri beni essenziali) e tutto ciò che riesce a recuperare va usato con parsimonia e, soprattutto, nulla va sprecato, disprezzato..., vomitato. Se vuoi sopravvivere e non vuoi farti prendere dai Cariolanti (figura creata dai genitori per spaventare il figlioletto e indurlo ad ubbidire), devi mangiare tutto tutto, senza farti troppe domande, del tipo "ma che carne è? Di chi è?". In tempi di guerra è così,  si butta in pancia ciò che si trova, senza far troppo gli schizzinosi.

Bastiano cresce con questo padre pratico, severo, forte (anche manesco, all'occorrenza), che fa di tutto per tener vivi i famigliari, e la moglie lo sostiene e ne accetta i metodi, i divieti, i rimproveri, le decisioni anche discutibili. 
Bastiano osserva, valuta, pensa, rimugina, immagazzina, costruisce inconsapevolmente schemi mentali, abitudini, modi di pensare e di spiegare ciò che accade attorno a sé, e capisce che se c'è una cosa brutta brutta che rende l'esistenza infelice è la fame, "quella che neanche ti fa dormire e se per caso ci riesci non fai che sognare quello: di mangiare. La fame quella che ti fa impazzire...", ed è la fame a rendere gli uomini simili alle bestie ("Qui è un mondo dove i cristiani si ammazzano tra loro per un pezzo di pane...") e a far loro commettere anche le azioni più turpi per sopravvivere, belva tra le belve.

Cresce così, Bastiano, sotto l'unica doppia ala di mamma e papà, soffrendo il freddo, il caldo, la fame e pure dopo la guerra, quando lui e i genitori usciranno dalla tana per cercare di vivere come "persone normali", le privazioni non finiranno, soprattutto la fame. 

Bastiano esce allo scoperto ma è ormai un adolescente segnato dagli stenti, dall'assenza di relazioni umane, che si trova bene nella propria selvaggia solitudine, che parla a bassa voce con le piante, gli alberi, i cani randagi, che conosce a menadito ogni tratto e ogni pietra del bosco vicino casa.
È un ragazzo che parla poco, tanto da sembrare o semplicemente timido o terribilmente stupido, ritardato. 
Ed è bello, con quel viso quasi angelico e i suoi occhi verdi, dietro i quali però si cela una natura non "addomesticata", bestiale, a tratti innocente ed infantile, altre volte egoista, priva di sensibilità, e non perché Bastiano sia cattivo, quanto per un'incapacità di fare i conti con i propri sentimenti e bisogni e di viverli/gestirli in maniera sana.
Sono gli impulsi ferini a guidarlo e ad innescare in lui comportamenti irrazionali e istintivi, gli stessi che spingono un animale a scannarne un altro per non soccombere, senza chiedersi cosa sia giusto o sbagliato, cosa sia il bene o il male, la pietà o la crudeltà.

E quando incontra l'amore, quando il suo cuore e il suo giovane corpo cominciano ad infiammarsi per una coetanea (Sara, la figlia zoppa della famiglia presso cui Bastiano è il garzone dello stalliere), il giovanotto si approccia a questo sentimento nuovo con semplicità e quasi con candore, sporcato purtroppo dai consigli pragmatici e cinici della madre.

A Bastiano, da un certo momento in poi, capitano tanti eventi che lo mettono nei guai, che lo vedono coinvolto in situazioni drammatiche, in cui lui agisce nell'unico modo che sa fare: come una bestia minacciata che deve tirare fuori unghie e artigli per difendersi, e attaccare è la prima vera difesa per chi, come lui, è abituato a vedersela da solo e a non contare su nessuno, ma soltanto su se stesso.

Il lettore apprende le tristi e violente avventure del protagonista seguendolo negli anni, da quando ne ha 9 fino ai 52, passando attraverso l'esperienza del carcere, un'altra guerra, la permanenza in un campo come prigioniero e la terribile e sconvolgente scoperta di un segreto di famiglia che gli fa scattare qualcosa di orribile nel cervello: una tremenda vendetta da architettare diabolicamente in ogni dettaglio, per poi attuarla al momento giusto, senza pietà, senza ripensamenti, perchè quando a tradirti è il genitore "buono", quello che pensavi meritasse tutto il tuo affetto, e beh allora devi solo fargliela pagare, in qualche modo, e dar spazio solo all'odio e alla rabbia cieca, perché a seguire l'amore non ci si guadagna null'altro che delusioni e amarezze.

La lettura di questo romanzo di Sacha Naspini per me è stata sconvolgente, mi ha spiazzata in maniera spietata, mi ha trascinata in un piccolo pezzo di mondo sporco, miserabile, belluino, duro, in cui l'uomo arriva a comportarsi come le bestie, dove sopravvivere in mezzo alla violenza e all'egoismo diventa l'unico scopo della vita, dove non c'è spazio per la tenerezza, la cura, l'amore, la compassione ma solo per la fame in tutte le sue accezioni (di cibo, di vita, di affetti, di relazioni, di libertà...), quella che ti induce a sbranare, ad attaccare, che ti rende violento, arrabbiato ma ti aiuta altresì a restare vivo nonostante intorno ci siano la morte, la povertà, la guerra, le bastonate, la solitudine.

Bastiano a modo suo evolve, cresce, ma non in positivo; la sua è una deformazione più che una formazione; mi son ritrovata a cambiare sentimenti verso questo particolarissimo protagonista, che da bambino mi fa tenerezza per essere stato costretto dai genitori a crescere in un buco puzzolente, da ragazzino sembra mantenere un'istintiva innocenza ma che poi, nel venire a contatto con le dinamiche violente ed imprevedibili che contraddistinguono i rapporti umani, sviluppa e manifesta un temperamento rozzo e selvatico ma, lungi dall'essere "lo scemo del villaggio" (come pensano in tanti), Bastiano si rivela furbo, capace di orchestrare piani perfidi e aspettando con pazienza il momento propizio per agire e avere la meglio.

Come dicevo nell'introduzione, è una lettura che travolge, inquieta, impressiona, e ogni suo aspetto - il tipo di scrittura, il contesto, i personaggi, le loro azioni e relazioni - contribuisce a far sentire il lettore turbato da ciò che legge e che, per la vividezza del linguaggio, gli sembra di vedere con gli occhi dell'immaginazione, e ciò che "vede" è brutale, violento, barbaro.

Un romanzo duro, potente, disturbante, forse non adatto a tutti in quanto ci sono diverse "scene" forti, che possono dar fastidio ai lettori molto sensibili, ma è forse proprio questo che rende "I Cariolanti" un libro sconcertante e in grado di scioccare e provocare emozioni intense.

Consigliato!!

4 commenti:

  1. Crudissimo, ma bellissimo. Finora il mio preferito dell'autore!

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    1. A me Ossigeno è piaciuto, ma effettivamente questo te lo senti dritto in pancia!

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  2. Grandiosa recensione fin7n romanzo che mi ha catturato subito a partire dal titolo.

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    1. ciao Daniele!! grazie, sei molto gentile! A mio avviso, è un libro particolare e che merita :)

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz