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lunedì 7 febbraio 2022

Recensione: LA STANZA DELLE ILLUSIONI di Diego Pitea



Pasticche di liquirizia sempre in bocca, due mattoncini lego perennemente in tasca e quello sguardo indecifrabile verso il soffitto, di chi si perde facilmente nel proprio complicatissimo mondo: lo psicologo Richard Dale (già protagonista del giallo L'ultimo rintoccorispetto al quale però narra episodi accaduti prima), dal carattere davvero particolare, è più che mai intenzionato a sfoderare tutte le proprie abilità investigative per stanare un assassino molto scaltro.



LA STANZA DELLE ILLUSIONI 
di Diego Pitea

AltreVoci Edizioni
342 pp
Allo psicologo Richard Dale è capitato di collaborare, in passato, con la polizia di Roma e di dare il proprio prezioso contributo per risolvere alcune complesse indagini.
Adesso, però, a chiamarlo non è il burbero commissario Marani, bensì un noto avvocato penalista, Roberto Calli, che si rivolge a lui 
per sottoporgli un problema: il suo assistito, un finanziere di nome Cesare Borghi, sta ricevendo delle lettere anonime nelle quali si preannuncia la sua morte. 
Detta così, a Richard non sembra un caso che meriti molta attenzione, ed infatti all'inizio è restio ad accettare, se non fosse per un’incongruenza che nota sulle buste: l’indirizzo è scritto a mano e la scrittura sembra quella di un bambino.

E così, il nostro psicologo con la sindrome di Asperger, accetta il misterioso incarico - nonostante quel Calli non gli ispiri la minima fiducia, anzi - e apprende che parlare con Borghi deve recarsi in una sua villa sita nelle Dolomiti.

Ingenuo lui, crede di andarci da solo, ma non ha fatto i conti con la gelosia cronica di Monica, la sua adorata e inseparabile mogliettina.

Accompagnati dal giovane segretario Severo, arrivano nella bellissima villa, circondata dalla neve e isolata dal resto del mondo; una volta lì, Richard e Monica scoprono di essere in compagnia: sono presenti, infatti, oltre all'avvocato e al padrone di casa, anche la moglie di quest'ultimo (Beatrice), un'amica di famiglia (Vanessa), il socio in affari Crescenti, Severo e il medico di fiducia di Borghi, Robaldi.
Ah... e il maggiordomo Ruggero; del resto, un maggiordomo tutto serio e ligio ai propri compiti non può mai mancare in un giallo che si rispetti.
E questo lo è.

Una dimora bella, grande - con molte stanze, sottoscala, corridoi silenziosi -, un gruppo di persone oculatamente scelte e praticamente costrette a condividere il tetto (fuori il tempo è così brutto che andare e venire da quel posto è praticamente impossibile, il che significa che si è "prigionieri" in questa villa), un mistero da risolvere in partenza e al quale si aggiungerà presto un delitto per il quale saranno in molti ad essere sospettati:
l'Autore, proprio come nel più classico e avvincente dei gialli, crea tutte le condizioni perché il protagonista si trovi all'interno di un contesto lontano dal mondo esterno (come avvolto da una nebbia di misteri, segreti e di possibili e sconcertanti pericoli, difficili però da prevedere) ed impelagato, sin dal primo momento, in una situazione intricata, con personaggi che non ispirano fiducia - ciascuno per diversi motivi -, a partire dall'antipatico e ruvido finanziere.

Cesare Borghi è un uomo che non suscita alcuna simpatia: riservato, quasi asociale, appassionato d’arte e ossessionato dalla civiltà Maya; ha fatto fortuna tenendo le mani in pasta in tanti affari, in particolare attraverso il commercio con il Sudamerica.

Quando lo incontra per la prima volta, Richard è un po' spiazzato da quest'uomo che ha comportamenti indecifrabili, vittima di sbalzi d'umore che lo rendono ora iracondo e poco socievole, ora più ragionevole.
Più le ore in compagnia degli ospiti di Borghi passano, più lo psicologo registra tutta una serie di perplessità e dettagli misteriosi, fino al momento fatidico in cui la situazione precipita: un grosso lampadario precipita in salone mentre Borghi ci sta passando sotto, ma l'incidente provoca giusto qualche piccola ferita e molto spavento.
Ciò che però tutti si affrettano a etichettare come una casualità, per Richard non lo è: si convince, per una serie di motivi, che qualcuno ha fatto in modo che quel lampadario pesante cadesse giù.
Il che significa una cosa sola: qualcuno ha intenti omicidi e tutto fa pensare che la vittima designata sia proprio Borghi (che, non per nulla, è il destinatario delle famose lettere minatorie).
Chi ha motivo di volerlo morto?

Richard non si perde in chiacchiere e comincia a tenere sotto tiro ogni uomo e donna presenti in casa, per osservarli e cercare di cogliere gesti, parole, silenzi, sguardi..., tutto ciò che possa rivelare cosa  ciascuno di loro possa covare dentro di sé e chi potrebbe effettivamente arrivare a macchiarsi di un delitto.

Una cosa è certa: Cesare aveva dato a molti dei presenti (se non a tutti) delle ragioni per farsi odiare.

Poco dopo essere giunti nella villa, Richard scopre, ad esempio, che Borghi e Vanessa erano amanti, il che potrebbe rendere Beatrice una possibile colpevole: in fondo, non sarebbe la prima volta che una donna tradita e ferita maturi l'idea di uccidere il proprio marito fedifrago, no?

E Vanessa, l'amante, è a sua volta una donna enigmatica, che suscita più di un dubbio in Dale: è molto bella e seducente, e anzi punta molto sul proprio aspetto fisico e sulla propria sensualità per far colpo sugli uomini. È possibile che anche lei nasconda qualcosa, nel proprio passato, che potrebbe metterla nella lista di coloro che provano risentimento e odio verso Cesare?

Ma, a ben guardare, non c'è nessuno che possa definirsi completamente al di fuori di ogni sospetto, che sia il socio, Crescenti (che, scopre Monica, ha uno strano tatuaggio sul polso, lo stesso che ha anche Cesare...), o Severo, col suo ghigno un po' strafottente.
Forse solo il maggiordomo o il medico sembrano esenti da ogni dubbio, ma il suo sesto senso gli suggerisce di non dare nulla per scontato.

Intanto, uno di seguito all'altro, continuano ad accadere tanti avvenimenti che gettano sia Richard che Monica in allarme, perchè si rendono conto che questi giorni sulle Dolomiti non sono affatto una villeggiatura e che la dimora si sta trasformando in un posto poco sicuro e dove si respira un'atmosfera densa di tensione e nervi a fior di pelle.
Non ci si può fidare di nessuno; è bene chiudersi dentro la propria camera perché di notte si sentono rumori nei corridoi che mettono un po' i brividi.

Ombre che camminano in piena notte con una scala in mano, un anello con un’iscrizione misteriosa e una data, un ritaglio di giornale di trent’anni prima in cui si dà notizia di un tragico incidente stradale, un quadro famoso che sembra celare un segreto...: insomma, Dale è davanti ad un vero e proprio rebus, dove gli elementi per giungere alla soluzione sono a portata di mano e bisogna solamente analizzarli e decifrarli.

Quando la morte, nelle sue forme più delittuose, irromperà nella villa, diverrà chiaro come Richard e Monica siano in balia di una mano assassina intelligente e che ha organizzato ogni cosa con lucidità.

"Quell’omicidio sembrava, appunto, il gioco di un abile illusionista, uno di quelli in cui le mani si muovono così velocemente da rendere impossibile cogliere il trucco, e come in ogni gioco di magia, per trovare la soluzione doveva capire dove stava la diversione, quella tecnica che i maghi usano per spostare l’attenzione degli spettatori lontano dal punto in cui avviene l’inganno."

Richard è intenzionato a raccogliere questa "sfida" in qualità di investigatore che si trova a ragionare su un omicidio compiuto in una camera chiusa dall’interno, quella da Borghi definita la “stanza delle illusioni”, perché tra quelle pareti si illudeva di tener fuori la bruttezza e il dolore.

Come un puzzle i cui pezzi vanno inseriti nella loro giusta posizione per ottenere l’immagine completa, così i vari elementi e misteri di questo caso vanno sistemati nell'ordine giusto per permettere a Richard di vedere con chiarezza il volto dell’assassino.

Anche di questo romanzo, al pari del precedente, ho un parere assolutamente positivo ed entusiasta, perchè l'Autore si conferma un ottimo narratore, sia dal punto di vista della forma e dello stile, che da quello squisitamente narrativo; trovo sia tutto perfetto, dalla trama (articolata, complessa, sempre aperta a sorprese e imprevisti, coerente nello sciogliere ogni nodo e rispondere a ogni curiosità del lettore) alla location (suggestiva la località di montagna e la villa, grande e isolata per il cattivo tempo, per questo anche pericolosa perchè può succedere qualsiasi cosa e chiamare i soccorsi è difficile), dai riferimenti alla "regina del giallo, Agatha  Christie (e a un suo celebre romanzo, in special modo) ai personaggi, a partire dal protagonista.

Dale è un uomo singolare, non facile da inquadrare e anche relazionarsi con lui è un'impresa; Monica lo sa meglio di chiunque altro: lui è così sfuggente, tende a starsene per i fatti suoi e poi pensa..., pensa tanto e non condivide sempre tutto, finendo per smarrirsi nel marasma di ragionamenti cervellotici. Però lei lo ama per quello che è, con pregi e difetti, e sa che, quando si impunta, raggiunge ogni obiettivo prefissatosi.
Anche gli altri personaggi sono tutti ben tratteggiati nelle loro personalità e l'Autore è molto bravo nel darci di ciascuno una certa immagine e idea, per poi instillare dei dubbi, che il perspicace Richard scioglierà un po' alla volta.

Ringrazio Diego Pitea per avermi proposto di leggere il suo libro, scritto molto bene, che mi ha coinvolta sempre più ad ogni capitolo e... non mi resta che consigliarvene la lettura!


2 commenti:

Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz