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sabato 14 maggio 2022

RECENSIONE: ** LA CASA DEGLI SGUARDI di Daniele Mencarelli **



Daniele è un giovane poeta con problemi di dipendenza (da sostanze stupefacenti prima e da alcol poi) e trascina le proprie giornate senza uno scopo, con il pensiero fisso rivolto al bere. Ma un giorno gli viene proposto un lavoro all'interno di una cooperativa che fa pulizie nell'ospedale pediatrico "Bambino Gesù" di Roma.
Sarà per lui un'esperienza intensa, difficile e tormentata per tanti aspetti ma indispensabile per allargare il proprio sguardo verso la vita che, seppur brutale in quelle stanze piene di dolore, malattie e morte, continua a conservare una bellezza che merita di essere colta, accolta, raccolta.
E raccontata.


LA CASA DEGLI SGUARDI
di Daniele Mencarelli



Ed. Mondadori
226 pp
Non è una passeggiata sapere di avere una malattia - "invisibile all'altezza del cuore, o del cervello" - e sentirne tutto il peso, l'oppressione, che nulla e nessuno riesce ad alleviare: non l'amore della famiglia, l'infinita pazienza di genitori affranti e rassegnati, né le tante visite mediche, i farmaci, le etichette appiccicate per tentare di spiegare, definire, con l'illusione o la speranza che dare un nome al male possa essere un primo passo... 
Verso cosa?
Una maggiore consapevolezza di sé da parte del malato?
La guarigione, perché ciò che conosci puoi anche (provare a) curarlo? 

Ma Daniele non si sente malato: "...sono vivo oltre misura, come una bestia più consapevole delle altre".

È vivo ma qualcosa, dentro, lo uccide, lo divora, gli toglie il sonno, la felicità e genera un vuoto che pare essersi risucchiato ogni possibilità di futuro.

E allora scrivi - gli dicono tutti -, butta fuori quello che hai dentro, no? La scrittura aiuta, ti permette di sfogarti, di liberarti!
Così dicono.
E lo dicono a lui, a Daniele, perché sanno quanto sia sensibile il suo animo da poeta.
Eh già, perché Daniele scrive poesie, alcune delle quali sono state pure pubblicate su riviste di letteratura.

Ma la verità è che più scrivi del dolore, più trovi parole per raccontarlo, più esso prende forma. E non è automatico che questo porti a una soluzione, a una guarigione. 
 
"...la poesia lo testimonia il dolore, non lo cura. Le parole... sono tutto, tranne medicina. La poesia non cura, semmai apre, dissutura, scoperchia."

A Daniele sembra che il dolore sia ormai parte integrante delle sue giornate: è nato per soccombere, per sentire su di sé, e raddoppiata d'intensità, ogni singola emozione, ogni amore, ogni paura, ogni sofferenza.
Troppo pesante questo carico per un cuore che pare scoppiargli in petto, e allora non resta che lasciarsi andare, inerme, nella terra della dimenticanza, dove ogni ricordo viene cancellato e con l'oblio (cruccio e benedizione insieme) giunge un po' di sollievo.
Tutte le volte che incrocia gli sguardi tristi e feriti della madre e del padre, addolorati e delusi da questo figlio che dà loro tanti pensieri e preoccupazioni, Daniele si sente in colpa perché sa che è per lui che soffrono: suo padre si fa piccolo piccolo, schiacciato dal peso di un male che non retrocede; la madre è la sentinella coraggiosa, ma anche tanto stanca, che continua a vegliare su quel ragazzo che si sta distruggendo un po' alla volta.

Quando sanno che al figlio è stato offerto un lavoro di pulizie e facchinaggio al Bambino Gesù, i genitori sono preoccupati e poco convinti: lo ha capito, Daniele, che dovrà stare a contatto quotidianamente con tanta sofferenza? E per una persona sensibile e fragile come lui potrebbe essere più deleteria che sana, un'esperienza del genere.

Ma Daniele ci prova e nel marzo del 1999 comincia a lavorare a fianco a colleghi che lo accolgono subito con simpatia, facendolo presto sentire uno di loro; certo, in ogni ambiente lavorativo si può sempre trovare qualcuno meno accogliente, magari un po' invidioso, che cerca di metterti i bastoni tra le ruote, ma nel complesso Daniele, in compagnia di Giovanni, Massimo, Luciano, riesce ad affrontare ogni giornata, ogni fatica, con energia e mettendoci un grande impegno per fare sempre un ottimo lavoro, guadagnandosi, in effetti, la stima dei colleghi.

I problemi e le incomprensioni non mancano, come è naturale che ce ne siano all'interno di tutti i rapporti interpersonali, ma Daniele ci tiene a questo lavoro, nonostante all'inizio sia convinto di non poter reggere i ritmi e tutta quell'atmosfera carica di malattia e morte; però col passare dei giorni, delle settimane, non riesce a staccarsene e dal lunedì al venerdì è un operaio diligente.

Le rogne iniziano in quelle ore di riposo in cui il suo corpo e la sua mente urlano: "Alcol, grazie!".
E allora prova a fare un compromesso con se stesso: per non perdere il lavoro, deve restare pulito durante tutta la settimana e concedersi qualche bevuta nel weekend, calcolando le ore di riposo prima di riattaccare col turno.
Soffocare la vocina che sussurra malefica "Un bicchiere bianco" non è semplice, per cui, secondo lui, relegare l'alcol a qualche giorno è già un passo in avanti.
O no?
Daniele non vede l'ora che arrivi il sabato per poter bere, nonostante i suoi lo guardino con disapprovazione e delusione: neppure adesso che s'è trovato un lavoro può sforzarsi di non mandare tutto all'aria distruggendosi con l'alcol?

E purtroppo, questa dipendenza non può non creargli problemi che si riflettono anche a lavoro, ma nonostante tutto, Daniele resiste, tiene duro, perché là, in quel luogo di tortura e maledizione, in cui sono molti gli sguardi incrociati, una domanda si fa strada nella sua mente: se la sofferenza pare essere l'unica legge che governa il mondo, vale comunque la pena di vivere e provare a costruire qualcosa? 

La fatica fisica di un lavoro bello tosto, la solidarietà e il rapporto cameratesco, di grande complicità e sintonia, che si è instaurato coi colleghi, il venire in contatto ogni giorno con le angosce e i dolori altrui, vederli disegnati sui volti di genitori disperati, di bambini ammalati, di suore amorevoli, faranno sì che
l'esperienza al Bambino Gesù diventi decisiva per Daniele, un'occasione di crescita e di riflessione, malgrado i pianti, lo struggimento e il senso di dolorosa impotenza davanti alle pene di queste piccole creature, la cui sofferenza fisica e psicologica è terribile e lo fa star male.
Eppure la bellezza c'è anche in quei corridoi affollati di vite segnate dalla malattia, dall'orrore, e Daniele pian piano arriva a capire: l'essere umano è splendore ma anche buio, va accolto interamente e per svelare squarci di inaudita bellezza bisogna fronteggiare anche l'orrore, senza chiudere gli occhi.

C'è bisogno di coraggio per rinascere, per decidere di prendere in mano i cocci della propria vita che sta andando in frantumi, e finalmente vivere, senza più avere la vista annebbiata ma guardando in faccia le cose e smettere di fuggire.

E chissà, grazie a questa casa speciale, fatta di occhi e volti che Daniele non dimenticherà più, il poeta che è in lui può ridestarsi e fare della scrittura, della poesia, uno strumento per provare, con umiltà e rispetto, a far conoscere agli altri tutta la bellezza che ha visto lui in quei visi di bambini, nei loro sorrisi, nelle attese, nei saluti.
E la penna aiuterà a fermare ogni sguardo, a tener vivo il ricordo di chi ha bussato nella sua vita e vi è entrato per restarci per sempre.

"La casa degli sguardi" è un piccolo gioiello che va letto per lasciarsi emozionare dal racconto dello scrittore, che dà a noi lettori il privilegio di entrare in un periodo della sua vita, di provare a fare nostri i suoi sentimenti, i conflitti, le fragilità, quella sensibilità così spiccata che a volte è stato di grazia ed altre un fardello, di entrare in casa sua e respirare l'atmosfera carica di tensione, amarezza, ma anche di fiducia, di attesa, nella speranza che qualcosa cambi in meglio. Combattiamo, interiormente, insieme a lui quando avvertiamo che la voglia e il bisogno di bere si fanno sentire e ci ritroviamo quasi a sussurrare: "Resisti, Daniele!".

Entriamo con lui al Bambino Gesù, nei vari reparti da pulire da cima a fondo, in compagnia dei colleghi, ad assistere agli scherzi, alle battute, alle pacche sulle spalle, ai silenzi e alle piccole incomprensioni.

Lo vediamo cambiare, aprirsi, fare i conti con sé stesso, con le sue paure, con quei demoni che gli urlano dentro, e scoprire che in quell'ospedale finalmente si sente parte di qualcosa: là ritrova l'amicizia, la ricchezza di gesti fatti per puro piacere; conosce il dolore nella sua essenza più profonda e questo - al contrario di ogni previsione fatta da egli stesso - invece di rilanciarlo in un baratro, diventa la via per uscirne.
Vivo e con nuove consapevolezze.

Sono arrivata alla fine con un groppo in gola per la commozione.
Avevo già incontrato Mencarelli in "Tutto chiede salvezza" e mi aveva regalato molte ed intense emozioni, e anche tra queste pagine è accaduta la stessa esperienza empatica; il suo modo di raccontare è genuino, immediato, onesto, "sentito", intimo, capace di mettere a nudo i pensieri, le emozioni e le inquietudini più profonde, le parole sono piene di forza espressiva e questa sincerità, questa carica di pathos così autentica e potente, mi ha coinvolta emotivamente dalla prima all'ultima pagina.

Leggetelo.  

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz