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lunedì 27 maggio 2013

Recensione: NEMESI di Philip Roth



Una storia raccontata con sensibilità, con una grande bravura nel disegnare il profilo psicologico ed emotivo del protagonista.


NEMESI

di Philip Roth



Nemesi
Ed. Einaudi
Sipercoralli
Trad. N. Gobetti
186 pp
19 euro
2011

QUI per la trama
Nemesi  è un romanzo che narra vicende coinvolgenti dal punto di vista emotivo; non c'è molta azione e di per sè il "nocciolo", il fulcro, della trama è davvero semplice.

Ho iniziato la recensione in questo modo non per svalutare il romanzo di Roth, tutt'altro, ma per anticiparvi questo pensiero: per catturarmi, un libro non deve necessariamente avere una storia particolarmente dinamica, densa di colpi di scena, personaggi complessi e protagonisti di chissà quali eroiche imprese....; infatti, in questo caso, a Roth "è bastato" costruire una trama semplice e lineare, in cui tutto si snoda lungo un unico grande problema: l'epidemia di polio nel 1944, non molto prima che terminasse il Secondo Conflitto Mondiale.

Protagonista della nostra storia è un ventitreenne, Buckey Cantor, un giovane di origine ebraica, atletico e appassionato di sport.
Di Cantor apprendiamo subito alcuni dati fondamentali: abita nel New Jersey, a Newark, fa l'istruttore in un campo giochi della città e questo suo lavoro lo svolge con molta passione, nonostante porti dentro di sè il rimpianto di una carriera militare che gli è stata negata per i suoi problemi oculistici.
Il problema che attraverserà tutta la storia, come dicevamo, è l'epidemia di polio ed essa sarà effettivamente la vera e spietata protagonista del libro: da subito essa fa la sua comparsa a Newark con una violenza sterminatrice incredibile; nell'arco di poche settimane, tantissimi bambini e ragazzi vengono contagiati, restando storpi o andando incontro alla morte.
Buckey è spettatore diretto, e coinvolto in prima persona, di questa ingiusta strage di innocenti: lui conosce benissimo i ragazzini che in estate vanno al campo per giocare e divertirsi e sapere che delle giovanissime vite, nel pieno dei propri giorni, delle proprie forze, con tutto un futuro davanti, sono costrette invece a soccombere dinanzi a un virus...., lo fa davvero star male.
Perchè Cantor è un giovanotto sensibile; non è colto, non è un cervello raffinato, un intellettuale: è un giovanotto però con veri valori, leale, lavoratore, comprensivo, disponibile, generoso, pronto al sacrificio.
Un'anima tanto sensibile non riesce a guardare con indifferenza la morte di tanti poveri innocenti, senza chiedersi "perchè?"; una domanda esistenziale che ci siamo posti davvero tutti, almeno una volta nella vita, nell'assistere a quelle che riteniamo essere delle ingiustizie.
E Buckey vorrebbe davvero sapere perchè, chi e per quale ragione sta muovendo i fili maledetti di questo morbo crudele...!
Forse è Dio?
Eh sì, perchè, pensa il giovane, se Egli è il Creatore, se dalla sua mano procede ogni cosa, sarà pure lecito pensare che è anche Lui a mandare o permettere la polio!
Ma se è così...., che razza di dio è?
Son domande che, credo, in tanti si fanno, si son fatti e ancora continueranno a porsi, di fronte al dolore che giunge così, inaspettato, "cattivo", senza ragione...., davanti al quale ci si sente piccoli ed impotenti.
Domande esistenziali, che toccano l'argomento fede e che ci sembrano più "forti" a maggior ragione se consideriamo che a farsele è un ebreo, visto che sappiamo quando il concetto di Divinità sia forte nella religione e nel popolo ebraico.
Buckey è amareggiato, spaventato..., combattuto.
La sua amata fidanzata, Marcia, terrorizzata all'idea che la polio possa infettare anche il suo Buckey, gli supplica di lasciare Newark e di raggiungerla a Indian Hill, dove continuerà a lavorare con i ragazzi in un campo estivo, ma soprattutto dove potrà mettersi in salvo...
Cosa farà il leale e scrupoloso Mr. Cantor?
Lascerà la sua Newark, i "suoi" ragazzi, in balia della malattia terribile per cercare rifugio in un posto sano, o resterà, decidendo di non scappare, di non abbandonare il campo?

Nemesi è una storia che intenerisce, perchè è proprio Cantor a far tenerezza, simpatia; ci immedesimiamo in lui, nel suo combattimento interiore tra il "salvarsi la pelle" (desiderio ed istinto assolutamente legittimi) e l mostrare a se stessi e agli altri coraggio, dedizione, lealtà.
Comprendiamo i dubbi, i sensi di colpa, le paure, le mille domande, le rinunce, l'amarezza.... e riusciamo ad immaginarci questo giovane - che ci pare davvero molto maturo per la sua età - che proprio non riesce a trovare il modo di essere sereno, felice.
La vita non sempre è buona con l'essere umano; forse con qualcuno lo è di più, con altri meno; alcuni reagiscono alle disgrazie con coraggio, strappando a morsi la vita per trattenerla e non soccombere davanti alle disgrazie; altri si privano di affetti, felicità... e si fanno carico di pesi troppo grandi da portare, pesi che spesso non sono neanche i propri... ma che certe persone, per quel senso del dovere fin troppo sviluppato, per quel senso di colpa anch'esso troppo grande ed ingombrante, per quella spinta di eroismo (sincero, puro, non "per farsi vedere"!!) che non sempre viene adeguatamente premiata dalla vita, ebbene queste persone decidono di prendere su di sè dolori e colpe che non hanno, in realtà.
Persone che non chiedono, non pretendono sacrifici a loro favore; persone che riconoscono la propria debolezza nel non sapersi sacrificare per gli altri totalmente, pur avendone il desiderio; persone che finiscono per costringersi a un'esistenza solitaria, fatta di rimpianti, di scelte mancate, di affetti allontanati...
Persone che, a loro modo, sono degli eroi e che, nella loro umanità semplice e senza pretese, risultano invincibili, forti, generosi; peccato che esse stesse non se ne rendano conto.

Un romanzo delicato, pieno di buoni sentimenti, di spunti interessanti per riflettere su come si reagisca davanti ad eventi più grandi di noi, ingestibili umanamente (almeno nel 1944 e per quanto riguarda la polio); una storia raccontata (in terza persona per le prime due parti del romanzo; in prima persona nell'ultima parte) con sensibilità, con una grande bravura nel disegnare il profilo psicologico ed emotivo del protagonista, che desta immancabilmente le simpatie del lettore.

Consigliato.

1 commento:

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz