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domenica 27 febbraio 2022

[[ Recensione ]] HANDALA. UN BAMBINO IN PALESTINA di Naji Al-Ali


Il vignettista Naji al-Ali, tra i più importanti della storia della Palestina, ha fatto della propria arte un mezzo per esprimere le proprie idee politiche e soprattutto, grazie al suo iconico personaggio, Handala (diventato simbolo della resistenza palestinese), ha dato voce alla sua gente che stava nei campi profughi e a quegli arabi privi della possibilità di esprimere i propri punti di vista e di reclamare i propri diritti.


HANDALA. UN BAMBINO IN PALESTINA 
di Naji Al-Ali



Ed. Marotta e Cafiero
trad. E.Leo
 120 pp
18 euro
Febbraio 2022
Sempre di spalle, con le mani allacciate dietro la schiena, una testolina tonda con pochi capelli ritti in testa: Handala è un bambino di circa undici anni, non bello (anche se in realtà il lettore non lo vede mai in viso; se non è di spalle, al massimo è di profilo), povero, o meglio, è il simbolo dei più poveri ed oppressi tra la sua gente - depredata, scacciata, indesiderata, gli orfani del Medio Oriente -, che con aria fiera guarda ciò che di brutto accade attorno a sè, in silenzio sì ma è come se dicesse: "Non vi curate di me. io me ne sto di lato. Guardo. Prendo nota. E so esattamente cosa state facendo".

A chi si rivolge? Chi si ritrova nel mirino del suo sguardo imperturbabile di bambino cui è stato impedito di crescere?
Non soltanto gli occupanti israeliani ma anche lo stesso governo palestinese e i regimi arabi.

Naji al-Ali sa cosa significhi essere un bambino in fuga dalla propria casa, dal proprio villaggio; aveva circa undici anni quando nel 1948, allo scadere del mandato britannico in Palestina, si realizza il sogno sionista di fondare lo Stato d'Israele, e questo non senza violenza, ma attraverso attacchi a città palestinesi, massacri ed espulsione in massa della popolazione indigena. È l'inizio della Nakba.
Naji, e con lui la famiglia e migliaia di altri nativi, si stabilì in un campo profughi in Libano, soffrendo le privazioni e le difficoltà che da allora hanno vissuto (e vivono) i tantissimi palestinesi esiliati, ai quali è stato negato il ritorno alle loro case.

Un'esperienza di questo tipo non poteva non lasciare traccia in lui, che presto maturò una coscienza politica.

"Appena ho preso consapevolezza di quello che stava succedendo, dello scompiglio disastroso nella nostra regione, mi sono sentito in dovere di fare qualcosa di contribuire in qualche modo".
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Con la sua matita Naji ha raccontato l’orrore, la resistenza e la sofferenza del proprio amato popolo attraverso gli occhi del suo giovane Handala: il divieto di far ritorno alle proprie case, le lacrime versate dalle madri che vedono i propri cari mutilati o morti a causa delle bombe, i sentimenti di nostalgia ed alienazione, l'esproprio delle proprie terre, il desiderio di libertà dei prigionieri politici, il forte legame di appartenenza alle proprie radici.
Nelle sue vignette c'è tutto l'impegno sociale e politico di un partigiano che, pur non militando in nessuna organizzazione politica specifica, non ha esitato a mostrare con chiarezza le responsabilità da parte dei governi arabi e della classe dirigente nel contribuire a violare i diritti dei cittadini arabi, trattati come criminali se osavano alzare la voce per reclamare i propri basilari diritti.
Le classi dominanti arabe sono sotto accusa anche per aver barattato le risorse e la sovranità dei loro paesi in cambio della protezione da parte degli occidentali (USA, in primis).
Il piccolo Handala assiste inorridito alla distruzione di ogni possibilità di pace e giustizia nel mondo arabo e al bombardamento che piove da più fronti ("spade arabe, petrolio arabo e munizioni israeliane").

Con onestà, trasparenza e acume, Naji non risparmia rimostranze e critiche anche a quei funzionari palestinesi e ai capi arabi che si sono arresi, capitolando, davanti ad Israele, accettando risoluzioni e negoziati che, lungi dall'essere delle vere vie d'uscita, erano solo dei cappi al collo.

Le vignette di al-Ali comunicano con un "linguaggio" semplice ed immediato, privo di ambiguità, le ingiustizie e il diritto a resistere, stimolando anche la critica (l'autocritica) e incoraggiando il proprio popolo a lottare per la libertà.

Naji al-Ali è stato assassinato a Londra nel 1987; da chi, non è mai stato accertato ma, come scrive Joe Sacco nella prefazione al libro, essendo stato al-Ali sempre lucidamente critico verso chiunque opprimesse il proprio popolo (che fossero, come dicevo, gli israeliani o i regimi arabi), erano in diversi ad avercela con lui.
Ma a quasi trentacinque anni dalla sua morte, i suoi disegni continuano a parlare della sofferenza dei palestinesi di ieri e di oggi, nonché del loro incrollabile rifiuto di essere considerati invisibili e dimenticati, ricordando al mondo che non solo esistono ma che "Un giorno, il filo spinato che tiene lontani i palestinesi dalla propria patria si trasformerà, e la loro sofferenza avrà fine".

Ho acquistato (pre-ordinato) questo libro prima ancora che fosse disponibile, proprio perché avevo molta voglia di leggerlo e guardare i bellissimi e significativi disegni di questo artista coraggioso, che ha messo il proprio talento a servizio della causa del proprio popolo e, in generale, di tutti gli arabi oppressi e privati dei propri diritti. 
Handala non mostra il proprio viso ma ugualmente ne vediamo le lacrime e il cuore, indomito e pieno di dignità.






venerdì 25 febbraio 2022

** SEGNALAZIONI EDITORIALI ** RACCOLTE DI RACCONTI

 

Buonasera, cari lettori!

Questa sera vi presento alcuni libri di cui ho ricevuto segnalazione e che sottopongo anche alla vostra attenzione.

Si tratta, in tutti e tre i casi, di raccolte di racconti.


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OSCURE EMOZIONI di Isabella Grandesso (Catartica Ed., 14.00 €, 160 pp)-

L’oscuro prende vita, intrecciandosi ai confini delle umane emozioni, avvinghiando a sé i protagonisti ignari del loro destino mortale.

Oggetti, situazioni e istanti intrappolati nei gangli temporali di una realtà urbana, dove presagi funesti abbagliano e si diffondono tra le vie di quartieri misteriosi, come l’Esquilino a Roma o in luoghi leggendari come l’antica Cadiz. La dimensione onirica apre soglie verso l’ignoto, dove ciò che è noto non è più reale. 
In questa raccolta i racconti si susseguono senza respiro, prestandosi universalmente a una lettura funzionale per il viaggio e i tempi della vita contemporanea, intrappolando il lettore in un girone in cui l’oscuro rapisce le emozioni senza lasciare scampo.

L’autrice
Isabella Grandesso è nata ad Arino, un paese della Riviera del Brenta. È laureata in Psicopedagogia (Università degli Studi di Padova: prima tesi sul bullismo in Italia), ed è specializzata con un dottorato in Counseling Educativo (Università Pontificia Salesiana di Roma). Lavora tra Roma (dove vive) e la provincia di Venezia. Cresciuta tra vigneti e campi di grano, dedica alla scrittura la passione per l’intrigo del quotidiano. I suoi scritti sono stati premiati in numerosi concorsi letterari, tra cui il Festival della Letteratura per ragazzi di Nola. Ha pubblicato con Medusa Editrice due romanzi per ragazzi (“Niente paura, Phil!” e “Che coraggio, Phil!”) e con Porto Seguro Editore una raccolta di racconti (“Diapositive-Istantanee”).



PIETRE. Storie di provincia di Vincenzo Elviretti (Catartica Ed., 14.00 €, 152 pp) è 

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una raccolta di sette racconti brevi ambientati nei sabato sera qualunque, nelle partite di calcio della domenica delle squadre non professioniste, negli angoli bui dei centri storici quasi disabitati, tra gli strumenti stonati di una banda che suona musica in tonalità minore alle processioni religiose.Provincia canaglia. Le pietre: immobili, mai stanche della loro monotonia. Le uniche a non cambiare mai e a durare in eterno, o quasi. I padroni di certi posti dimenticati da dio.Quelle che seguono sono storie di ragazzi, ragazze di provincia.

Provincia intesa più come luogo fisico che come condizione mentale. Non si tratta di personaggi che sognano la fuga ma di elementi ben inseriti nel contesto che li circonda, con una dimensione stabilita. Un piccolo avvertimento: quasi tutte le storie finiscono male.
La provincia può anche uccidere. Ma la provincia è come una madre che coccola i suoi poveri figlioli, ed è ben noto il nostro essere un po’ mammoni. La rispettiamo in quanto tale. La amiamo, comunque.

L’autore
Vincenzo Elviretti è nato a Ostia nel 1981. Vive e lavora in provincia di Roma. Nel 2019 ha pubblicato con Catartica Edizioni il suo primo romanzo breve “Il vento, racconto di una canzone”. Con la stessa casa editrice ha contribuito alla raccolta collettiva di racconti “Caos ed equilibrio” pubblicata nel 2020, con il testo “Il vero virus” e, inoltre, è stato membro della giuria del Premio letterario “Urban Jungle”, sia per la prima che per la seconda edizione. Negli anni ha pubblicato diversi racconti in raccolte collettive e riviste letterarie. Alla fine degli anni zero ha auto-pubblicato una raccolta di racconti che è stata oggetto di un saggio ad opera di Paolo Leoncini, professore di letteratura all’Università “Ca Foscari” di Venezia. Il testo del sig. Leoncini è stato pubblicato su Italica n. 88, la rivista letteraria dell’Università dell’Indiana (USA). La stessa raccolta, “Pietre, storie di provincia” viene ora ripubblicata, riadattata e rielaborata, da Catartica Edizioni
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E ‘l modo ancor m’offende, Voci di donne vittime di femminicidio di Maria Dell’Anno (Edizioni San Paolo 2022, pp. 224, euro 18,00).

Undici donne che non ci sono più.
Undici voci di donne che si tolgono il velo della violenza subita e ci raccontano la loro versione della storia.
Le voci di queste undici vite spezzate ci aprono gli occhi e rispondono a domande che non possiamo evitare: Cosa pensavano queste donne della loro vita, dei loro uomini, del loro essere mogli e madri? Come hanno lottato per riacquistare una vita libera dalla violenza maschile? Chi poteva e doveva aiutarle? Cosa ha fatto per loro lo Stato di cui erano cittadine? 
Cosa deve cambiare nella nostra cultura e nel rapporto tra uomini e donne? E cosa può fare ciascuno e ciascuna di noi per cambiarlo?

Questi racconti, scritti in prima persona, sono dedicati a donne vittime di femminicidio; storie vere di donne che hanno rivendicato la propria libertà, la libertà di decidere della propria vita, di dire no, e per questo sono state "punite" da mariti, ex-mariti, fidanzati. Sono racconti frutto di un attento lavoro di ricerca di informazioni e notizie apparse sulla stampa, nelle sentenze processuali e/o riportate in altri studi, nonché in alcuni casi della diretta testimonianza dei famigliari delle vittime personalmente contattati dall'autrice.

L'autrice.
Maria Dell’Anno è giurista, criminologa e soprattutto scrittrice. Ha pubblicato i saggi Se questo è amore. La violenza maschile contro le donne nel contesto di una relazione intima (Ed. LuoghInteriori, 2019) e Parole e pregiudizi. Il linguaggio dei giornali italiani nei casi di femminicidio (Ed. LuoghInteriori, 2021) e i romanzi Troppo giusto quindi sbagliato (Ed. Le Mezzelane, 2019) e Fuori tempo (Ed. Eretica, 2021). Ha vinto vari premi letterari e suoi racconti sono pubblicati in antologie. Scrive articoli su Noi Donne, www.noidonne.org.

 

mercoledì 23 febbraio 2022

Dietro le pagine di... "La custode dei peccati"

 

In questi giorni sto leggendo LA CUSTODE DEI PECCATI di Megan Campisi, che ha al centro la storia di una ragazzina - May Owens - cui è toccato un triste "destino": in seguito ad un furto, è stata condannata a diventare una mangiapeccati




Chi erano i/le mangiapeccati? C'è traccia di loro nella storia?

Confesso di non aver mai sentito parlare né di aver letto nulla a proposito di queste figure realmente esistite, prima di leggere il libro della Campisi.

Presa dalla curiosità, ho provato a cercare qualche informazione al di fuori dal contesto del romanzo, che chiaramente, per ragioni narrative, contiene sì elementi storici ma anche fittizi, inventati.

Inquadriamo anzitutto il periodo storico: XVIII e XIX secolo, ma in realtà è una pratica presente in età Medievale e sopravvissuta al trascorrere del tempo, visto che verso la fine del 1600 si registra ancora questa "vecchia usanza ai funerali", che pare sia stata praticata fino all'inizio del XX secolo; gli studiosi hanno ipotizzato, a proposito della sua origine, che essa presumibilmente potesse essere frutto di un'interpretazione dell'uso del capro espiatorio menzionato nel Levitico

fonte

Altri hanno ritenuto che provenisse da tradizioni pagane, ma in Death, Dissection and the Destitute, Ruth Richardson scrive di un'usanza medievale che riguardava proprio il "mangiare il peccato": prima di un funerale, i nobili una volta davano cibo ai poveri in cambio di preghiere a favore di un loro caro morto di recente.

Dove si praticava? In Inghilterra, Scozia e Galles.
I "mangiatori di peccati" (sin eaters) erano persone della comunità che consumavano i peccati della gente morta di recente.

A dare una prima vera testimonianza della pratica è stato lo studioso del 1600 John Aubrey (1626-1697), il quale annotò che nell'Herefordshire c'era questo costume: nei funerali venivano assunti dei poveri che avrebbero dovuto "prendere su di loro" tutti i peccati del defunto, e in che modo? Il mangiapeccati doveva consumare, sul corpo del morto, pane e birra, e avrebbe ricevuto sei pence in denaro, il tutto nella convinzione che in questo modo l'anima della persona deceduta potesse andare dritta dritta in Paradiso perchè i suoi peccati non gravavano più su di essa... ma su quella del mangiapeccati.

Siccome consumare i peccati di un'altra persona non era un attività proprio allettante, solitamente a prendersi quest'onere erano individui poveri e già magari emarginati dalla comunità, disposti quindi a mettere a rischio la propria salvezza in cambio di un magro compenso o di un pasto gratuito.

È facile immaginare come queste figure fossero oggetto di profondo disprezzo; i loro tristi servigi dovevano essere esercitati in modo discreto e, una volta fatto il loro lavoro, costoro venivano cacciati di casa, spesso picchiati e maltrattati fino a quando non se ne erano andati.
Si pensava che incrociare lo sguardo di un mangiatore di peccati attirasse una maledizione, anche perché questi disgraziati erano comunque ritenuti dannati, più peccatori degli altri e, in una certa misura, più malvagi. Essere in presenza di un mangiatore di peccati significava essere in presenza dei peccati di molte persone.

Va da sé che i mangiapeccati vivessero spesso come dei derelitti, lontani dagli altri, odiati ma comunque necessari nel caso in cui qualcuno morisse prima che potesse confessare i propri peccati. 

La Chiesa non ha mai punito quest'usanza alternativa... ma neanche incoraggiata, tant'è che poi è andata man mano scomparendo.
Ne parlano anche John Bagford (1650–1716, scrittore, bibliografo) e Catherine Sinclair, che annota nel suo diario di viaggio del 1838 (Hill and Valley) come la pratica fosse sì in declino ma se ne trovassero ancora tracce nel Monmouthshire (contea del sud-est del Galles) e in altre contee ad ovest. 

Richard Munslow, sepolto nel 1906 a Ratlinghope (un villaggio nello Shropshire, Inghilterra) pare sia l'ultimo mangiatore di peccati. 






Fonti consultate:

https://www.atlasobscura.com/
https://historyofyesterday.com/
https://www.secondshistory.com/

martedì 22 febbraio 2022

[[ RECENSIONE ]] IL MISTERO DEI BAMBINI D'OMBRA di Piergiorgio Pulixi

 

Piergiorgio Pulixi è in libreria con un nuovo romanzo, che è al tempo stesso ritorno ed esordio; sì, perché con Il mistero dei bambini d'ombra lo scrittore sardo esordisce nel genere narrativa per ragazzi, senza perdere mai il tocco noir e misterioso che, personalmente, amo nei suoi romanzi.

Il protagonista di questa storia ambientata in una cittadina americana è il dodicenne Jake che, quando il suo migliore amico sparisce nel nulla, si ritroverà coinvolto in una serie di sinistri casi irrisolti di altri bambini scomparsi trent'anni prima.


IL MISTERO DEI BAMBINI D'OMBRA
di Piergiorgio Pulixi


Ed. Rizzoli
192 pp
Jake Mitchell ha dodici anni e vive sereno con i suoi genitori a Stonebridge, una città tranquilla su cui però pesa il ricordo di un'oscura tragedia: nel 1984 in una sola notte tutti i bambini (duecento!) al di sotto dei tredici anni erano scomparsi senza lasciare traccia.
Di loro non si è saputo più nulla.

Volatilizzati. Come se non fossero mai esistiti, se non nel cuore di chi li ha amati e non ha smesso, in cuor proprio, di sperare di vederli comparire sull'uscio di casa, all'improvviso, così com'erano spariti.

Dopo trent'anni, questa storia ha il sapore della leggenda, di quelle che i genitori ripetono ai figli per scoraggiarli a restare fuori casa quando ormai è tardi e buio, ed è pericoloso.
Victoria, la madre di Jake, ne parla come "la leggenda dei bambini d'ombra" perché durante gli anni si è sparsa la voce che ogni tanto qualcuno riesca a sentire le voci di questi ragazzini che giocano al limitare del bosco, ma in realtà nessuno li ha mai visti, se non sotto forma di ombre. Come se fossero dei fantasmi.

Jake non sa però che dietro quella triste storia si nasconde un grande dolore per i suoi cari, in quanto tra quegli scomparsi di tre decenni prima c'era anche l'allora 11enne zio Ben (fratello maggiore di sua madre); la sua inspiegabile scomparsa ha recato tanta sofferenza in famiglia, tanto che (comprende presto il ragazzino) addirittura suo nonno non è stato più lo stesso...

Da quando è venuto a conoscenza di questa importante tragedia famigliare, Jake si ritrova a pensare sempre più spesso a quello zio che non ha mai conosciuto ma che gli somiglia non poco, e che ora sente più vicino che mai.
A rammentarglielo c'è, inoltre, la mitica Ernie Ball, la pallina da baseball a lui appartenuta e che Jake chiede alla mamma di poter tenere con sé.
È una pallina speciale e il ragazzo avrà modo di sperimentarne il valore, nei giorni successivi.

Di lì a breve, infatti, accade un fatto drammatico, che lo scuote profondamente: il suo migliore amico Mike è scomparso nel nulla.
Jake non capisce cosa stia succedendo, è spaventato e comincia a cercare il suo amico nei posti che frequentavano insieme, ma niente...
Si reca in biblioteca per fare ricerche su ciò che è accaduto anni e anni prima a zio Ben e agli altri bambini e scopre, con sua grande sorpresa, che anche Mike stava raccogliendo informazioni in merito.

Aiutato, in un primo momento, soltanto dall'amica di scuola Courtney, e poi da altri pochi amici più stretti ed affidabili, Jake, con al seguito Rocket (il cane di Mike), farà di tutto per risolvere il mistero della sparizione di Mike (cui se ne aggiunge presto un'altra) e, di conseguenza, quella di tutti i bambini d'ombra.

A fornirgli un aiuto prezioso in quest'avventura, che si rivelerà via via davvero pericolosa, c'è la Ernie Ball, che non è una palla come tutte le altre: c'è in essa qualcosa di magico! Infatti, essa si illumina tutte le volte che c'è un pericolo e che Jake ha bisogno di una mano per superare una difficoltà o un nemico imprevisto; non solo, ma quando la pallina brilla, il ragazzino riesce a distinguere le ombre dei bambini scomparsi trent'anni prima!
Cosa vuol dire questo? Forse sono vivi? Se è così, dove si trovano? Perché non tornano a casa? E come può Jake aiutarli a non essere più solo delle ombre?

Quella che all'inizio ha quasi le sembianze di un'avventura eccitante, ben presto assume contorni sinistri e paurosi, soprattutto quando Jake - parlando con un uomo, un nativo, giudicato da tutti in città poco raccomandabile - viene a conoscenza di una oscura leggenda che ha per protagonista uno spirito maligno. E se fossero da attribuire ad esso le assurde sparizioni?

Intanto, gli adulti cercano di attivarsi per cercare i due ragazzini scomparsi, col timore che la disgrazia, che essi aveva cercato di seppellire in un angolo dimenticato della memoria, si stia ripetendo con i loro figli; a coordinare le ricerche e ad occuparsi del caso è lo sceriffo Bud Malone, anch'egli un nativo americano.

Ma Jake e i suoi amici sono troppo preoccupati per aspettare che la polizia risolva il mistero, così decidono di fare le ricerche per conto proprio.

Dovranno tirare fuori tutto il loro coraggio, restare uniti, guardarsi le spalle a vicenda ed essere pronti a superare i confini di ciò che conoscono, che è reale e visibile, per varcare la soglia di una dimensione sovrannaturale, in cui possono accadere fatti che essi non pensavano possibili.
Per il gruppo di amici diventa sempre più evidente che è in corso una vera e propria "battaglia" tra il Bene e il Male, una corsa contro il tempo per cercare di impedire a sconosciute forze malvagie di continuare a far del male ai ragazzini di Stonebridge.

A mio avviso, è un romanzo che ha le caratteristiche giuste per piacere ai giovani lettori, grazie al mix di elementi thriller e paranormale, a un modo di raccontare ricco di suspense, chiaro e scorrevole, che lascia entrare nelle misteriose atmosfere che fanno da sfondo alle avventure del protagonista; rilevante è il valore dell'amicizia, per la quale Jake e i suoi amici sono disposti ad andare incontro a qualcosa di ignoto e spaventoso pur di salvare i compagni in difficoltà.

Nota: Ascoltare la storia di Pulixi narrata da Michele Maggiore è stato piacevole e non mi ha mai annoiata.


domenica 20 febbraio 2022

[[ RECENSIONE ]] UN'AMICIZIA di Silvia Avallone



Chi di noi non ha avuto, negli anni cruciali dell'adolescenza, un "migliore amico"?
Silvia Avallone ci racconta la storia di due migliori amiche, che insieme vivono un periodo della loro vita indimenticabile, che delineerà le loro personalità e il loro futuro. E nonostante il tempo, la vita, le ambizioni, le delusioni... le allontaneranno alzando muri, tutto il turbinio di emozioni e i ricordi, che quell'amicizia racchiude in sé, resteranno incisi dentro di loro anche nell'età adulta.


UN'AMICIZIA
di Silvia Avallone




Ed. Rizzoli
464 pp

Elisa Cerruti e Beatrice Rossetti non potrebbero essere più diverse.
La prima è rossa di capelli, nel vestire è un po' punk e non segue la moda dei suoi coetanei (preferisce nascondersi in felpe oversize con cappuccio calato in testa a nascondere il viso), ama leggere (soprattutto poesie), ascolta punk hardcore e metal, frequenta il Pascoli a T ed è la secchiona non integrata del gruppo classe, presa in giro, oggetto di risatine di scherno e senza amici.

Beatrice ha charme, ha carisma, una chioma riccia e bruna da fare invidia, un fisichetto che promette bene già da ragazzina; è intelligente e determinata, veste all'ultima moda e la sua è una famiglia benestante, di quelle che - a vederle brevemente da fuori - paiono uscite dalle riviste patinate a simboleggiare la felicità famigliare e a ricordare ai comuni mortali quanto invece essi siano brutti e insanabilmente perseguitati dalla sfiga più nera.

Elisa vive con suo padre Paolo, ingegnere informatico e docente universitario, col quale non ha un buon rapporto. O meglio, non ha mai avuto alcun rapporto, visto che ha vissuto sempre con mamma Annabella e il fratello maggiore Niccolò a Biella, fino a quel momento (ha quattordici anni nel 2000).

Ma purtroppo, essendo la sua una famiglia disfunzionale, la serenità non ha mai bussato alla porta di casa loro (o al massimo l'ha fatto ma non l'è stato aperto), e attualmente Elisa ha dovuto subire la decisione dei suoi genitori (separati da anni) di far vivere il figlio maschio (che si cala hashish e marijuana come fossero tic tac) con quella squinternata della madre (un'eterna ragazzina, incapace di prendere seriamente e con responsabilità il proprio ruolo genitoriale), mentre Elisa si trasferisce, contro la sua volontà, dal serioso e quasi sconosciuto padre.
Elisa non riesce a rapportarsi a un genitore che ha praticamente sempre sentito per telefono alle feste comandate ma che, per i figli, è stato assente.

Ma ormai questo è e si deve accontentare.
La sua vita a T procede nel più totale piatto anonimato, fino a quando la bellissima Beatrice le dà corda, le telefona, dandole addirittura appuntamento.
Un primo approccio (a dire il vero, non è esattamente il primo in assoluto, in quanto le due si sono incontrate tempo prima, su una spiaggia: due anime affrante da una situazione famigliare opprimente, in cerca di una muta e reciproca consolazione) davvero singolare, che le vede protagoniste del furto di un paio di jeans in una boutique elegante di T.

Dopo quell'episodio, tra le due nasce un legame che si farà via via sempre più saldo, rendendole inseparabili e complici, nonostante le differenze caratteriali (e non solo), anzi, forse proprio grazie ad esse.

È Bea ad aiutare Elisa a "sbocciare", a farsi avanti con il ragazzo che le piace (Lorenzo, che ricambia, tra l'altro), a fare il piercing alle labbra, a truccarsi, a vestire meglio, a provare a uscire dal bozzolo di timidezza ed invisibilità in cui è rinchiusa e ad essere più sicura di sé.
Elisa è ipnotizzata dal fascino di questa coetanea sfacciata e spontanea allo stesso tempo, alla cui ombra lei si ripara per sentirsi almeno un po' importante, per non essere più la sfigata che viene da Biella e che nessuno calcola manco di striscio; le luci scintillanti, di cui Bea brilla in modo naturale, illuminano un pochino anche lei, che accanto all'amica si sente qualcuno, fosse anche solo per osmosi.

"...sembro grigia. La magia è sempre appartenuta a Beatrice. Era lei che sfiorandomi mi rendeva interessante. Lei che irradiava un bagliore di stelle intorno."

Il racconto di quest'amicizia (che ha inizio nel 2000) è frutto di un percorso a ritroso che la protagonista e narratrice - Elisa - sta facendo con la memoria oggi (2019), in cui si è decisa finalmente a scrivere un libro (sogno riposto nel cassetto da quand'era una studentessa che buttava giù poesie tristi).

In questo suo memoir, Elisa ha posto al centro l'amicizia con Beatrice Rossetti, con cui però ha perso ogni contatto personale da ben tredici anni.

E la Beatrice di oggi non è una donna qualsiasi: è la Rossetti, quella famosa, che compare ogni giorno sulle riviste, i cui amori sono oggetto di gossip, la cui "sbrilluccicante" vita è costantemente sotto i riflettori (in tutti i sensi), a cui basta indossare un cappello perché diventi di moda o un rossetto perché vada a ruba un minuto dopo. È la Bea che tutti amano e odiano, invidiano e adorano, di cui si segue ogni scatto perfetto sui social, che sorride alle telecamere con il suo trucco perfetto, che vola da una località all'altra senza fermarsi un attimo.

Questa Beatrice non è la Bea con cui Elisa ha condiviso gli anni dell'adolescenza.
O per meglio dire..., sì, è ciò che la stessa Bea ha sempre desiderato diventare (famosa, ricca, acclamata, seguita, imitata...) ma Elisa non la riconosce, sa che dietro quella facciata c'è un passato che la Rossetti si guarda bene dal rendere pubblico.
Perché? Se ne vergogna?
Si vergogna di parlare della sua famiglia, perfetta all'esterno ma infelice e disperata dentro le mura di casa? Di sua madre, una modella mancata che ha riversato ambizioni e frustrazioni sulla minore delle figlie (Bea, appunto)? Si vergogna di dire che con il padre non ha alcun rapporto e che lo odia? E che dire di quel suo primo amore, Gabriele, un operaio con la fissa del motocross, bello sì ma analfabeta e senza futuro? Anche di Elisa si vergogna di parlare? Di dire quanto fossero legate e che lei ha addirittura vissuto un periodo a casa di quest'amica mezza punk e disagiata, e con il padre di lei, un prof universitario fissato con internet e sempre chiuso in casa?

Elisa scrive, trascorre ore al pc buttando giù parole, vecchi ricordi chiusi nel cassettini segreti della sua memoria, e che, nel diventare parole, riacquisiscono forza, vitalità, senso e valore.

Scrive di sé, di com'era impacciata e goffa, arrabbiata con il mondo (in primis con suo padre, soprattutto perché questi cercava in tutti i modi di abbattere il muro di risentimenti e diffidenza della figlia); di sua madre, creatura incomprensibile e bizzarra, desiderosa di indipendenza e leggerezza ma costretta dalla vita a gestire due figli strani quanto lei. Una madre non sempre attenta, spesso fatalmente distratta, eppure così amata da Elisa, che ha faticato e sofferto molto nel recidere il cordone ombelicale che le legava.

Scrive di Lorenzo, il primo (ed unico?) amore della sua vita, con il quale era convinta di poter stare per sempre.
Ma soprattutto scrive di lei, di Bea, del loro rapporto fatto di pazzie adolescenziali, di risate e pianti, di abbracci e litigate, di silenzi e squilli per far pace, di andate e ritorni - perché Bea era così: un'onda anomala, che s'alzava, travolgeva tutti, inondava tutto, e poi si ritirava... per poi tornare più forte di prima.

"...non posso prescindere da quello che la ragazzina dei miei diari è diventata: un personaggio pubblico, di quelli ingombranti. Anzi, direi che più ingombrante di te, al mondo, non c’è nessuno."

Scrivendo, la schiva e solitaria Elisa - la cui vita attuale è tornata al grigiore e alla noia di quand'era la ragazzina spaesata e invisibile prima di conoscere Bea - si prende, in un certo senso, la propria rivincita; è come si dicesse al mondo: Sicuri di conoscere davvero la famosa Beatrice Rossetti? Sicuri che ella sia semplicemente la bellona senza mai un riccio fuori posto che ammirate sulle copertine e sui social? In realtà, nessuno di voi la conosce realmente! Io invece sì, e avrei tanto di qual materiale da offrire che si potrebbero riempire colonne e colonne di riviste di gossip!

Ma Elisa non scrive per svendere la propria ex-amica, per vendicarsi dei tredici anni di silenzio e per la ragione per la quale le due si sono allontanate; no, scrive per mettersi in gioco, fare i conti con se stessa affidando alle parole il potere di restituirle tutta la complessità e le contraddizioni di due persone che hanno fatto un pezzetto di strada insieme, che si sono perse ma che, Elisa lo sente, restano irrimediabilmente legate; due donne con le loro storie, che non vengono mostrate al mondo ma che pure, silenziosamente, restano dentro e parlano di chi siano realmente.

Di anno in anno, Elisa ha provato con tutta se stessa a rimuovere questa amicizia, a coprirla "con gittate di cemento", a fingere che non sia mai esistita. Ha senso tentare di riportarla in vita attraverso fiumi di parole, scavando nei ricordi?

Leggiamo la storia di quest'amicizia speciale che, dopotutto, è come tante altre; anzi, è una delle tante possibili, ma che a modo suo ha sostenuto le due protagoniste quando sono state talmente fragili da rischiare di rompersi; peccato che però, a un certo punto, qualcosa tra loro si è spezzato.

"il lutto per un’amicizia finita non si risolve. Non c’è modo di curarlo, rielaborarlo, chiudere e andare avanti. Rimane lì, piantato in gola, a metà tra il rancore e la nostalgia."

E nonostante il dolore, a quasi trentaquattro anni Elisa lo ha imparato:

"...non si vive, e non si cresce, senza passare attraverso un’amicizia sbagliata".

Quindi finisce così, come un voler portare semplicemente a galla un passato ormai morto - che sarà stato pure complicato e difficile per tanti versi, ma comunque vivo, reale, bello, pieno -, tanto per sottolineare il piattume del proprio presente, le assenze mai colmate, gli amori interrotti e i modesti obiettivi raggiunti?
L'amicizia con Bea è persa per sempre e vive solo nei ricordi e, adesso, nelle pagine di questo libro?

Molto bello questo romanzo dell'Avallone, l'ho letto con molto interesse e coinvolgimento; mi sono piaciute le due amiche dai caratteri contrastanti ma che pure si incastravano alla perfezione; la loro psicologia viene fuori benissimo e così pure i loro conflitti interiori, emotivi, non solo personali ma in special modo famigliari: non è facile nascere in alcuni tipi di famiglie, così anomale, "malfunzionanti", che per assurdo funzionano solo in quel modo "sbagliato, arrangiato, strano."

Un bellissimo ed emozionante romanzo di formazione che ci ricorda quanto crescere e diventare adulti sia una delle sfide più complicate da affrontare ma anche la più incredibile.

Assolutamente consigliato; la penna dell'Autrice scivola sulle pagine con una leggerezza e una maestria nel tratteggiare i propri personaggi, tali da rendere questa lettura, di certo non breve, straordinariamente agile e appassionante.


Nota: nel leggere del rapporto tra Bea ed Eli, in cui una "domina" sull'altra, che ne è quasi soggiogata, il pensiero è andato a un'altra amicizia letteraria, forse più famosa e celebrata (per via anche della serie tv, in onda in queste settimane sulla Rai) ma non vi nego che ho preferito questa a quella... geniale. 😉

venerdì 18 febbraio 2022

[[ RECENSIONE ]] IL GELSO ROSSO di Gennaro Maria Guaccio



La storia di Rosa è la storia di una donna la cui esistenza ha preso strade sempre diverse, imprevedibili, che l'hanno allontanata da casa per poi portarla, come a chiudere un cerchio, sempre lì, sotto il suo amato gelso rosso, silenzioso e rassicurante testimone di cambiamenti, di scelte fatte, di conquiste ed errori, dell'innocenza di una ragazzina piena di sogni, di una donna combattiva, desiderosa di libertà ed indipendenza, dei suoi ideali, dei tradimenti e degli amori che ne sono seguiti.



IL GELSO ROSSO
di Gennaro Maria Guaccio



LFA Publisher
220 pp
"...la vita è come un ponte che va attraversato ma importante è non pensare di edificarvi sopra la propria dimora perché, verosimilmente, il nostro mondo, l’anima del mondo e l’essere di ogni singolo uomo hanno un anelito che va ben oltre questa vita."

Rosa Alfano è nata durante il secondo conflitto mondiale a Trocchia (NA), un paesino di gente semplice, che lavora per lo più i campi; porta il nome di sua nonna Rosina, alla quale è molto affezionata.
Papà Giuseppe è socialista e sin da ragazzina Rosa è cresciuta ascoltando i "sermoni" dello zio Giorgio, attivista della locale sezione del PCI e che si è preoccupato di stimolare l'intelligenza di Rosa consigliandole i libri da leggere e assicurandosi che studiasse, perché la cultura è un'arma importante per essere persone libere, che conoscono i propri diritti e sanno rivendicarli.

Rosa è una ragazzina intelligente, curiosa, sveglia, è un'avida lettrice e cresce tra i lavori in campagna e a casa, e la scuola; sin da bambina sogna di diventare maestra e si impegna nello studio per poter realizzare, un domani, il suo desiderio.

Da adolescente vive la sua bella storia d'amore con Antonio, un giovanotto che lavora come fabbro nella bottega paterna e che, al contrario della fidanzatina, non ama lo studio ma è in compenso un gran lavoratore e un ragazzo onesto.

Rosa cresce in un contesto vivace, abbastanza sereno (le preoccupazioni vengono più che altro dal rapporto con i signori e padroni di quella terra di cui i suoi famigliari sono fittavoli), coccolata dai comprensivi genitori, apprezzata dagli insegnanti per i suoi buoni risultati a scuola, amata dal bell'Antonio - focoso e pieno di passione - e influenzata, dal punto di vista della coscienza sociale, dal parroco di paese, don Serafino (socialista), e dal già citato zio Giorgio Micillo, che ne riconosce il carattere deciso, la mente aperta e perspicace, e la prende tanto a cuore da aiutarla a formarsi sul piano sociale e politico.

Dopo aver conseguito la maturità magistrale, Rosa incomincia a lavorare come maestra, proprio come aveva sempre sognato; il suo rapporto con Antonio cresce, viene ufficializzato e si arriva al matrimonio.

Intanto la ragazza si interessa sempre di più al socialismo, tiene discorsi pieni di fervore alla gente del paese, a questi lavoratori che devono maturare ciascuno una coscienza sociale per potersi ribellare ai ricchi proprietari terrieri che vogliono dominarli e tenerli schiavi.
Siamo tutti cittadini del mondo, grida Rosa con vigore, "La mia patria è dovunque ci sia libertà".

"...se avessimo già potuto realizzare un’onesta società socialista, (...) ognuno avrebbe il suo legittimo posto nella società, perché ognuno ha il diritto e il dovere di fare qualcosa per tutti gli altri. Il lavoro è un diritto e un dovere di tutti."

La vita di Rosa procede all'ombra del maestoso gelso, che se da una parte è il simbolo di una vita attaccata profondamente alle proprie radici, alla propria terra, alla propria gente, dall'altra a una donna come la protagonista - che ha un fuoco dentro indomabile e una voglia di vivere lasciando il proprio segno in questo mondo -  esso ricorda un modo di vivere sì tranquillo e rassicurante, ma anche per questo sempre uguale a se stesso,  immobile, scevro di stimoli e di occasione di crescita.

Il desiderio di essere una donna indipendente la porterà lontana da Antonio, dai genitori, dal suo lavoro di maestra, dal partito, con cui entrerà ben presto in contrasto perché a suo avviso le idee dei compagni nel Sud Italia "si sono troppo uniformate ai sistemi statalisti e tendono a imborghesirsi", col rischio di acquisire quel carattere arrogante e dominante tanto criticato in chi governava prima.

Va, quindi, a Parigi e lì la sua vita prende una piega diversa da quella vissuta fino a quel momento a Pollena Trocchia; del resto, il contrasto tra la piccola comunità agricola, contadina, in cui tutti conoscono tutti, in cui i ruoli uomo-donna sono già definiti, e le esperienze francesi (in particolare, viene in contatto con un gruppo di giovani rivoluzionari, uno su tutti Daniel Cohn-Bendit, sostenitore di ideologie marxiste, anarchiche e della libertà sessuale), che sicuramente serviranno a Rosa per diventare la donna eclettica e determinata che è, è abissale.
A Parigi si farà degli amici e avrà le sue relazioni amorose, fino a quando una serie di difficili circostanze non la indurrà a tornare a casa, al suo gelso rosso...

La storia di Rosa Alfano ci scorre davanti agli occhi in un alternarsi di passato e presente; il racconto della sua infanzia/giovinezza, la scuola, l'amore con e per Antonio, il suo avviarsi verso il mondo della politica attraverso le presenze maschili più importanti (il padre, il prete e lo zio), è intervallato dal presente, narrato sotto forma di pagine di diario (che lascerà nella mani di don Serafino), in cui la donna racconta il suo presente (con le sue difficoltà) e ricorda ciò che è stato.

Al centro di questo romanzo c'è questo personaggio femminile principale dalla forte personalità, che si staglia sullo sfondo di una comunità contadina, fatta di gente che trascorre praticamente tutta la vita con la schiena piegata dalla fatica, che tramanda il mestiere di padre in figlio, che deve vedersela con i capricci egoistici dei ricchi proprietari delle terre in cui loro lavorano dalla mattina alla sera; padri che sperano - forse non tutti, ma qualcuno sì - che almeno i propri figlioli riescano a fare strada grazie alla scuola; Giuseppe Alfano è uno di questi, convinto del potere dell'istruzione e che studiare serva per migliorare il mondo, per dare speranza alla gente povera e semplice, che ha le mani sporche di terra (la terra dei ricchi), le saccocce vuote... e il cuore pieno di dignità.
L'autore ci descrive un tipo di società con un regime economico principalmente agricolo, dove la quasi totalità della terra appartiene a pochi, e questo non può che generare povertà nella grande maggioranza della popolazione.

Interessante anche il periodo francese, che permetterà a Rosa di confrontarsi con un contesto fin troppo aperto, anche per una donna come lei che desidera liberarsi della mentalità ristretta e "paesana" da cui proviene. Ma tutta questa presunta libertà - di vivere, amare, fare il lavoro che si vuole - le porterà la felicità?

"...io sono stata libera di fare cose che quelli nati dove sono nata io non hanno potuto fare. (...) Ho agito con passione, questo sì. Ho agito come me la sentivo, tuttavia con coraggio e con rettitudine, ritengo. Anche quando ho amato, ho trovato la ragione di amare e di essere fedele a chi amavo. Ho goduto della libertà di amare quando volevo amare."

Sin dai suoi inizi nel partito PCI, Rosa non potrà mai evitare anche un altro confronto/scontro: quello tra il proprio pensiero politico e sociale con le verità insegnate dalla religione cristiana, e per quanto ella cercherà nel tempo di sentirsi slegata da dogmi e precetti cattolici, arriverà il momento in cui dovrà fare i conti anche con la fede, arrivando a non sentirla più come qualcosa di lontano e di esterno a se stessa ma, al contrario, di profondamente intimo e autentico.

È un romanzo di formazione ad ampio raggio e infatti seguiamo l'evoluzione e  la maturazione dell'energica protagonista sotto tutti gli aspetti: fisico, sentimentale, socio-politico, spirituale; la sua vita è costellata di decisioni coraggiose e di delusioni, di imprevisti belli e brutti, di incontri con persone che l'aiuteranno - in positivo o in negativo - a crescere, a diventare una donna consapevole di se stessa e di ciò che davvero alla fine conta per lei.
Una donna con più di una ferita nel cuore (e non solo), ma che s'è lasciata coraggiosamente guidare dalla propria fame di vivere, conoscere, conquistare, consapevole di come ciascuno di noi debba dare il proprio contributo in questo mondo in cui vive e di cui fa parte.

Una lettura stimolante ed interessante per contesto storico, tematiche affrontate e per le dinamiche che si sviluppano attorno alla protagonista.

mercoledì 16 febbraio 2022

[[ NEWS LIBRI]] Libri in ascolto e un'anteprima

 

Buongiorno, lettori!!

Di recente ho sottoscritto all'offerta di 30 giorni gratis di Amazon Audible e ho immediatamente inserito un paio di audiolibri nella mia libreria virtuale.

Uno è un romanzo fresco di stampa. l'ultima fatica (per ora :-D) di uno scrittore noir italiano che, ormai chi mi legge lo sa, è tra i miei preferiti: Piergiorgio Pulixi, che il 15 febbraio ha esordito con un romanzo per ragazzi, dalla trama molto intrigante e nelle cui atmosfere misteriose mi sono già tuffata >>  IL MISTERO DEI BAMBINI D'OMBRA, Ed. Rizzoli <<


Altro libro che, per ora, mi attende (ce l'avevo in wishlist da un po') è AMERICA NON TORNA PIÙ di Giulio Perrone.


Un padre e un figlio. Un confronto complicato, sempre. Specie quando tuo padre sembra disapprovare tutto di te, la voglia di divertirti, l'impegno che non riesce a superare una certa soglia, i sogni che non sono supportati dalla vocazione al sacrificio. Eppure i suoi racconti di giovinezza parlano di notti brave, di avventure, di amici dai soprannomi indimenticabili, Godzilla, Karate, America.

Già, che fine ha fatto America? Se le domande sono scomode, più dolorose ancora sanno essere le risposte. E rimangono lì, a morire sulle labbra, salvo riemergere a ogni traguardo della vita, a ogni sguardo verso il passato, a ogni prospettiva di futuro. Giulio Perrone per la prima volta abbandona il genere a favore di un romanzo autobiografico, duro e commovente, che racconta il rapporto tra un padre e un figlio, dai primi agli ultimi giorni, quelli di una malattia crudele come le parole rimaste in sospeso.

Un rapporto fatto anche di silenzi, incomprensioni, sfide ed emulazioni, differenze e somiglianze, inevitabili e attese, e di amore.

                                                                       ❤❤❤❤❤

Infine, vi segnalo un'anteprima diversa dal solito, pubblicata per la prima volta in Italia, da Marotta&Cafiero. HANDALA. UN BAMBINO IN PALESTINA (Ed. Marotta e Cafiero, trad. E.Leo, 120 pp) di Naji Al-Ali, assassinato a Londra nel 1987, uno dei vignettisti più importanti della storia del mondo arabo, che in oltre quarantamila vignette ha espresso con forza le proprie idee politiche e che, grazie a Handala, il suo personaggio più importante - una vera e propria icona della resistenza palestinese - ha dato voce "...al popolo, alla mia gente che sta nei campi, in Egitto, in Algeria, gli arabi sparsi in tutta la regione che hanno ben pochi mezzi per esprimere i propri punti di vista” (Naji Al-Ali).

Il libro è in uscita il 22 febbraio e ho intenzione di comperarlo (ho un buono da sfruttare).


Naji Ali è il più grande vignettista della storia della Palestina. Con il suo inchiostro ha saputo raccontare l’orrore, la resistenza e la sofferenza del popolo palestinese. Ha criticato l’occupazione illegale israeliana, il governo palestinese e i regimi arabi, ha fatto della sua matita una spada. Naji ha realizzato oltre 40 mila vignette, un fumettista politico senza precedenti. Handala, un bambino sempre di spalle con le mani incrociate dietro la schiena, è diventato la sua firma. Un bambino scalzo e vestito di stracci, spettatore di una guerra lunga oltre 60 anni. 
Nessuno conosce il volto di Handala, erba amara, il suo viso sarà “rivelato solo quando i rifugiati palestinesi torneranno in patria”. 
Grafite al servizio del popolo, Naji Ali è l’esempio di come una vignetta di pochi centimetri quadri possa servire più di un’intifada, fermare l'occupazione, e sventare il velo di menzogna che ricopre la Palestina.

martedì 15 febbraio 2022

[[ Libri in lettura ]] Due citazioni e una dedica

 

Anche voi, come me, amate far caso alle citazioni e/o alle dediche poste all'inizio dei nostri amati libri?

Ecco quelle presenti rispettivamente nei libri che sto attualmente leggendo LA FELICITÀ DEGLI ALTRI di Carmen Pellegrino, UN'AMICIZIA di Silvia Avallone e LA STRANIERA di Diana Gabaldon.






Parla anche tu
parla per ultimo,
di’ cosa pensi.

Parla –
ma non dividere il sì dal no
Dà senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
[...]

Dice il vero, chi parla di ombre.


Paul Celan, Parla anche tu


*********************

«A cosa serve la vita?» 
«Non lo so.» 
«Neanch’io. Ma non credo che serva 
a vincere.» 

JONATHAN FRANZEN, Le correzioni


*************************


In memoria di mia madre,
 
Jacqueline Sykes Gabaldon,
 
che mi ha insegnato a leggere.


Diana Gabaldon, La Straniera 

lunedì 14 febbraio 2022

14 febbraio 1996: moriva Lady Caroline Blackwood


Il 14 febbraio 1996 moriva in una suite elegante al Mayfair Hotel in Park Avenue, New York, Lady Caroline Blackwood, giornalista e scrittrice di origine irlandese.

Nata il 16 luglio 1931 nell'Irlanda del Nord, il suo nome per intero è Caroline Maureen Hamilton-
Temple-Blackwood; ha contratto tre matrimoni.

Figlia maggiore del 4° marchese di Dufferin e Ava e dell'erede del birrificio Maureen Guinness, discendente del drammaturgo del 18° secolo Richard Brinsley Sheridan, ha vissuto in Irlanda fino all'età di 17 anni. 

Oltre a dedicarsi al giornalismo (ha lavorato per Encounter, London Magazine e altri periodici), si è dilettata  come modella e attrice, apparendo su Vogue e in un film tv western americano.

Ha cominciato a scrivere narrativa abbastanza tardi (dopo i 40 anni), ricevendo negli anni critiche positive; in particolare, venivano apprezzate le sue trame, le psicologie complesse dei personaggi e la sua penna caratterizzata da un umorismo nero e malizioso.
La Blackwood è stata ritenuta brava nell'analizzare i personaggi femminili; amava utilizzare la commedia nera per cimentarsi con storie incentrate sulle tante difficoltà affrontate da donne e ragazze, ed infatti la sua opera letteraria si concentra principalmente su personaggi femminili problematici.

Il suo primo libro (For All I Found There, 1973) è una raccolta di racconti e saggistica, tra cui ricordi  della vita in Irlanda del Nord; fu suo marito Robert Lowell ad incoraggiarla a buttarsi nella scrittura.
Il romanzo La figliastra (1976; ediz. italiana La figliastra, Codice Ed., 2016) è un monologo conciso e avvincente di una donna ricca, abbandonata dal marito in un lussuoso appartamento di New York e tormentata dalla sua figliastra obesa; il libro ha ottenuto il prestigioso David Higham Fiction Prize per il miglior esordio letterario del '76.
Ma il suo capolavoro è considerato Great Granny Webster (1977; ediz. ital. Mrs Webster, Ed. Elliot, 2014), selezionato per il premio Booker: un romanzo dalle atmosfere gotiche con riferimenti autobiografici (si ispira all'infanzia dell'Autrice e alla  famiglia Blackwood), che rivela ciò che si cela di inquietante dietro le quinte delle grandi famiglie dell'aristocrazia; ritrae quattro generazioni di donne tenute prigioniere da una grande casa dell'Ulster, attraverso gli occhi di Caroline, adolescente ironica e sveglia, che fa da voce narrante.
Altri libri:  The fate of Mary Rose (1981), che descrive l'effetto che, su un villaggio del Kent, ha la scoperta dello stupro e della tortura di una bambina di dieci anni di nome Maureen; The Last of the Duchess (1995; ed. ital. La duchessa, Codice Edizioni, 2015), che racconta i tentativi della Blackwood di scrivere sull'anziana duchessa vedova di Windsor, e poi memorie e reportage vari, una biografia e un libro di cucina. 
Nonostante sia stata giudicata una voce molto originale e dal talento irrefrenabile, Caroline Blackwood è stata piuttosto sottovalutata e trascurata, e forse la sua stella è stata oscurata dalla sua vita tumultuosa, dai mariti famosi, dalle discendenze aristocratiche e dalla straordinaria bellezza. 

Qualcuno, tra coloro che hanno commentato i suoi scritti, ha ipotizzato che la fama della 
source
Girl in bed, 1952

Blackwood non risiedesse tanto nella sua arte quanto in quella che lei stessa ha ispirato negli altri, in particolare nei suoi ex mariti, di cui è stata musa ispiratrice: il pittore Lucian Freud, il compositore Israel Citkowitz (maggiore di lei di oltre vent'anni) e il poeta Robert Lowell. 

Girl in Bed è uno dei ritratti che di lei fece il marito Freud.


Malata di cancro, muore a sessantaquattro anni.


https://www.britannica.com/
https://www.irishtimes.com/
https://wikiita.com/lady_caroline_blackwood

domenica 13 febbraio 2022

[[ PROSSIMAMENTE IN LIBRERIA ]] TREMA LA NOTTE di Nadia Terranova - LE MOGLI HANNO SEMPRE RAGIONE di Luca Bianchini



Due libri che troverete in libreria prossimamente e che personalmente mi interessano perché scritti da autori di cui ho già letto opere precedenti, per la precisione Addio fantasmi di Nadia Terranova e diversi romanzi del simpaticissimo Luca Bianchini (DIMMI CHE CREDI AL DESTINO, NESSUNO COME NOI, IO CHE AMO SOLO TE, LA CENA DI NATALE: BACI DA POLIGNANO, SO CHE UN GIORNO TORNERAI).


TREMA LA NOTTE
di Nadia Terranova



Einaudi Ed.
176 pp
USCITA
22 FEBBRAIO 2022

28 dicembre 1908: il più devastante terremoto mai avvenuto in Europa rade al suolo Messina e Reggio Calabria. 
Nadia Terranova ci racconta di una ragazza e di un bambino cui una tragedia collettiva toglie tutto, eppure dona un'inattesa possibilità. Quella di erigere, sopra le macerie, un'esistenza magari sghemba, ma più somigliante all'idea di amore che hanno sempre immaginato. Perché mentre distrugge l'apocalisse rivela, e ci mostra nudo, umanissimo, il nostro bisogno di vita che continua a pulsare, ostinatamente.

«C'è qualcosa di piú forte del dolore, ed è l'abitudine». 
Lo sa bene l'undicenne Nicola, che passa ogni notte in cantina legato a un catafalco, e sogna di scappare da una madre vessatoria, la moglie del più grande produttore di bergamotto della Calabria. 
Dall'altra parte del mare, la ventenne Barbara, arrivata in treno a Messina per assistere all'Aida, progetta di fuggire dal padre, che vuole farle sposare un uomo di cui non è innamorata. 
I loro desideri di libertà saranno esauditi, ma a un prezzo altissimo. La terra trema, e il mondo di Barbara e quello di Nicola si sbriciolano, letteralmente. 
Adesso che hanno perso tutto, entrambi rimpiangono la loro vecchia prigione. 
Adesso che sono soli, non possono che aggirarsi indifesi tra le rovine, in mezzo agli altri superstiti, finché il destino non li fa incontrare: per pochi istanti, ma cosí violenti che resteranno indelebili. 
In un modo primordiale, precosciente, i due saranno uniti per sempre.



LE MOGLI HANNO SEMPRE RAGIONE
di Luca Bianchini



Mondadori
240 pp
USCITA
8 MARZO 2022
Tra canzoni stonate, melanzane alla parmigiana, segreti inconfessabili e voci di paese in cui tutti parlano e nessuno dice, Luca Bianchini scrive una commedia esilarante e ci fa vivere nella sua amata Polignano una nuova avventura ricca di colpi di scena, in cui tutte le tessere del mosaico si mettono lentamente a posto per rivelare una sorprendente verità.


Il maresciallo Gino Clemente ama la canottiera bianca, il karaoke, il suo labrador e soprattutto la moglie Felicetta, e coltiva un unico desiderio: andare presto in pensione. 
Dopo anni passati lontano da casa, viene finalmente trasferito nel suo paese d'origine, Polignano a Mare, a ridosso della festa patronale di San Vito che dà inizio all'estate. 
Per l'occasione, la famiglia allargata degli Scagliusi decide di celebrare il compleanno della piccola Gaia con una "festa nella festa", durante la quale Matilde può inaugurare e soprattutto mostrare la sua nuova masseria a parenti e pochi amici. 
Non mancano i manicaretti peruviani preparati dalla fedele Adoración, la tata tuttofare della famiglia. 
Oltre a Ninella, don Mimì e a tutti i protagonisti di Io che amo solo te è stato invitato anche il maresciallo Clemente che però declina, ma sarà chiamato con urgenza sul posto: Adoración è stata trovata senza vita nel salottino degli angeli collezionati con amore dalla padrona di casa. È subito chiaro che non si tratta di una morte accidentale. 
Chi può essere stato? 
Nel pieno della notte di San Vito, il maresciallo si troverà ad affrontare un po' controvoglia la sua prima vera indagine. Ad aiutarlo nell'impresa ci penseranno la brigadiera Agata De Razza, salentina dai capelli ricci e dalla polemica facile, e l'appuntato Perrucci, il carabiniere più sexy del barese, oltre naturalmente al suo fiuto, a quello del suo cane Brinkley e ai consigli disinteressati della moglie. 
Per tutti gli abitanti della zona sarà il giallo dell'estate. 

venerdì 11 febbraio 2022

RECENSIONE: I FIGLI DEL DILUVIO di Lydia Millet


Questa è la storia di un gruppo di ragazzi che si trova ad affrontare le conseguenze disastrose di uragani e inondazioni, che trasformano la loro vacanza estiva in un'esperienza decisamente più avventurosa del previsto e, di certo, più drammatica.

La Millet, attraverso i suoi figli del diluvio, ricorda all'umanità le proprie responsabilità e i propri doveri verso le giovani (e le future) generazioni: c'è un pericolo che ci riguarda tutti e che non può essere più ignorato o preso sotto gamba e che risponde a una "semplice" domanda: quale mondo stanno lasciando le attuali generazioni, non tanto e non solo a chi verrà dopo, ma... a loro stesse e ai bambini/giovani di oggi?
Ma soprattutto, ci dice che questo gruppetto di ragazzi è capace di restituire al mondo ciò che gli adulti incoscienti ed egoisti hanno provato a rubare loro: la parola futuro.
Nonostante le devastazioni attorno a loro, i ragazzi stanno imparando che "la parola paradiso fa parte di un codice, vuol dire solo un buon posto sulla Terra dove abitare." 
Ma questo posto devono essere capaci di amarlo e custodirlo.



I FIGLI DEL DILUVIO
di Lydia Millet



Edizioni NN
trad. G. Guerzoni
208 pp

"In quel periodo, come molti di noi, stavo venendo a patti con la fine del mondo. Il mondo che mi era familiare, perlomeno. Gli scienziati dicevano che stava per finire, i filosofi che stava per finire da sempre. Gli storici dicevano che c’erano già state epoche oscure. Tutto si sarebbe risolto comunque, perché alla fine, se eri paziente, l’illuminazione sarebbe arrivata..."


Cosa c'è di peggio e di più noioso per un adolescente che andare in vacanza con i propri genitori?
Evie (voce narrante) e il suo fratellino Jack seguono mamma e papà per il periodo estivo in una villa a due passi dall’oceano, dove è previsto che trascorrano, insieme ad altre famiglie con prole, una lunga villeggiatura. 

La ragazza fa amicizia con il gruppo eterogeneo di altri figli, alcuni coetanei, altri più piccoli; e se questi ultimi si divertono, in qualche modo, a giocare con bambole e avventurandosi nella natura circostante, i più grandi si aggirano annoiati in spiaggia o per casa, cercando di passare il tempo e, soprattutto, di evitare i terribili adulti.

Hanno inventato anche una sorta di "gara a punti", fatta di regole da osservare, tra cui la più importante: fare in modo che gli amici  non scoprano l'identità dei genitori di ciascuno.
Sarebbe davvero motivo di grandissimo imbarazzo, per non dire vergogna.

Sì, perché i ragazzi si vergognano moltissimo dei propri genitori e fanno di tutto per ignorarli e nascondersi da loro pur di non svelarne la incresciosa e svilente parentela.
Questi padri e madri sono puntualmente oggetto di risatine di scherno, di pungenti commenti al vetriolo per il loro aspetto fisico, il modo di vestire, di parlare, gli atteggiamenti sciocchi, vanesi, patetici, irritanti..., insomma né ad Evie né agli altri verrebbe mai in mente di dire: "Ecco, quelli sono i miei vecchi!".

Tra qualche goccio di alcool e un po' di erba, le giornate passano in modo sonnacchioso; a meravigliare (in senso negativo) il lettore è però la constatazione di come i primi a darsi a festini fatti di vizi e stravizi, dove scorrono fiumi di alcool e di droga (non solo "leggera") e sesso, sono proprio madri e padri, totalmente immersi in un infinito happy hour e completamente indifferenti ai loro ragazzi, salvo che per ordinare loro qualcosa ogni tanto, giusto per rammentare (a se stessi?) chi sono i "grandi" e chi comanda (hanno pure confiscato ai figli i cellulari).

A destare preoccupazione, però, tra un tiro e l'altro e chiacchierate in riva al mare, è la notizia di un imminente uragano.

Notizia che pare allarmare solo i figli e non i genitori; in particolare, a prendere molto sul serio la cosa è il piccolo Jack, che - guidato dal racconto biblico di Noè contenuto nella sua copia di Bibbia illustrata per ragazzi - si convince di dover fare qualcosa perché la vita possa continuare dopo che sarà passato il diluvio, che forse non sarà universale ma di certo qualche danno lo farà...!
Il ragazzino decide di mettere in salvo tutti gli animali che può raccogliere, dal barbagianni alle capre agli opossum.
Sua sorella Eve - che adora il bambino, è molto protettiva nei suoi confronti e lo asseconda amorevolmente - e gli altri ragazzi lo aiutano, raccogliendo anche viveri nelle case sugli alberi. 

Purtroppo la tempesta infuria, forti venti distruggono la villa e le città, creano ovviamente problemi nei trasporti, nelle comunicazioni, e per salvarsi i ragazzi sono costretti ad abbandonare i genitori e a cercare un rifugio di fortuna altrove.
I "vecchi" tentano blandamente di fermarli, ma in realtà essi sono così scarichi, depressi, disorientati e, purtroppo, anche annebbiati da alcolici e droghe, da non avere le forze né fisiche né psicologiche per opporsi.

Questi adulti, che dovrebbero avere a cuore il destino dei figli prima ancora che il proprio, lasciano che i ragazzi vadano via, verso il nulla o, peggio, verso pericoli sconosciuti, mentre essi restano là dove sono a leccarsi le ferite e a subire passivamente gli eventi.

Eve e gli altri si mettono in viaggio su un paio di furgoni per cercare di arrivare nella grande e bella casa di uno di loro (Juicy), ma il progetto per ora è irrealizzabile, così giungono e si fermano in una casa abbandonata, dove trovano dei viveri alimentari per sopravvivere per un po' di tempo; decidono - aiutati anche da uno sconosciuto, Burl, che si rivela una presenza preziosa e un valido aiuto per i giovani vagabondi - di sostare lì, provando a tirare avanti insieme, collaborando, come una piccola comunità che cerca di resistere allo sfacelo attorno a sé, aspettando e sperando nell'arrivo di tempi migliori.

Ogni tanto, durante il giorno, il pensiero di quei genitori disgraziati, lasciati soli nella villa delle vacanze (o ciò che ne resta), li afferra e li induce a mandare - di nascosto dagli amici - un messaggino per sapere come stanno, e apprendono che purtroppo le cose non vanno benissimo, perché in molti si sono ammalati.
Del resto, era inevitabile, vista la scarsa capacità di prendersi cura di se stessi (figuriamoci della prole!) e senza i figli a spronarli (seppur con scarsa delicatezza).

Intanto, il loro soggiorno in questa casa sperduta si arricchisce di avvenimenti imprevisti e complicati, tra cui la nascita della sorellina di una di loro (Sukey), l'incontro con quattro persone molto disponibili e gentili che si aggiungono alla loro piccola comunità (a ricordare ai ragazzi che, dopotutto, non tutti i "grandi" sono pigri e irresponsabili!), e l'arrivo di un convoglio di soldati bifolchi e dalle intenzioni tutt'altro che rassicuranti.

Dal momento in cui questi criminali prepotenti fanno irruzione nella casa, per i ragazzi inizia il momento più difficile, in cui dovranno cercare di far fronte comune e provare a resistere alla violenza imprevedibile di questi malintenzionati.

Riusciranno a venirne fuori sani e salvi, a raggiungere la casa di Juicy - che sembra, ai loro occhi, una sorta di terra promessa da conquistare per ritrovare finalmente una parvenza di pace e stabilità, chiudendo fuori il caos e la devastazione?
I genitori usciranno dal loro torpore apatico ed infantile per riconciliarsi con i loro figli, che stanno dimostrando di essere più maturi e coraggiosi di loro? 
Il piccolo Jack riuscirà a salvare i suoi adorati animali, come un moderno e giovane Noè?


I figli del diluvio ci racconta una storia che non è incentrata sulla catastrofe climatica in sè (il diluvio, per quanto da esso prenda avvio) quanto sui veri protagonisti, i figlida bambini di sette anni ad adolescenti di diciassette, essi si muovono tra le macerie delle inondazioni e dei venti d'uragano e cercano non soltanto di resistere alla rovina del loro mondo, ma di fare qualcosa; contrariamente agli adulti - passivi, demotivati, narcisisti, menefreghisti, immaturi, senza scopi e motivazioni, con scarso amore per le proprie creature, con il cervello ormai obnubilato da ecstasy e bourbon -, i giovani prendono in mano la situazione e non accettano di restar fermi davanti alla natura che si ribella, ma provano a sopravvivere, dimostrando carattere e più sale in zucca dei loro "vecchi".

Questi genitori, ai loro occhi, non sono innocenti; certo, non sono materialmente colpevoli di quel disastro, ma moralmente sono comunque responsabili del disinteresse e della mancanza di rispetto verso l'ambiente, che sta facendo sentire la propria voce.
Eppure non sono padri e madri sempliciotti, di basso ceto sociale: parliamo di persone ricche
(a parte qualche eccezione), istruite, con una vena artistica e con un posto nella società in virtù del loro lavoro; ma hanno la grande colpa di non aver fatto nulla di concreto, ciascuno nel suo piccolo, per lottare, per lasciare ai figli un briciolo di speranza in un futuro migliore.

«Siete stati solo stupidi» dice Sukey. «E pigri». (...) «Avete abbandonato il mondo» (...) «Avete lasciato che andasse tutto in vacca». (...)
«Mi spiace deludervi, ma non abbiamo tutto quel potere» dice un padre. 
«Già. Non sapete dire altro» (...). 
«Sentite. Vi abbiamo deluso, lo sappiamo» dice una madre. «Ma cos’avremmo potuto fare, secondo voi?». 
«Lottare» (...) «Avete mai lottato?».


Nella prima parte del libro (prima del diluvio), non vi nascondo di aver pensato che questi ragazzini fossero esageratamente sprezzanti e maleducati verso i loro genitori, ma mi son dovuta ricredere e accettare la realtà: erano gli adulti ad aver tradito il proprio ruolo di guide, di punti di riferimento per i figli, mentre questi - per quanto a volte cinici, duri, sgarbati e senza peli sulla lingua - hanno dovuto fare i conti con un presente difficile, caotico e hanno tirato fuori le proprie personali risorse per affrontarlo con intelligenza, saggezza, collaborando, andando oltre i facili egoismi, per conservarsi in vita, tendendo acceso il lumicino della speranza.

"Una volta lasciavamo che facessero tutto loro, lo davamo per scontato. Poi era arrivato il giorno in cui avevamo fatto da soli. Eppure, tempo dopo, ci eravamo resi conto che i nostri genitori non avevano fatto proprio niente. Si erano dimenticati la cosa più importante, nota anche come: il futuro."

Drammatico e ironico, il libro della Millet, oltre a parlarci di incomprensioni generazionali, di adulti che hanno perso ogni visione, di una società che corre ciecamente verso i disastri ambientali, ci rammenta anche che la speranza può risiedere nelle giovani generazioni, a condizione che esse raccolgano la sfida di trovare nuovi linguaggi, nuove prospettive e nuove risorse per reinventare il mondo.

Consigliato ^_-