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martedì 6 ottobre 2026

Recensione: LA FATTORIA DEGLI ANIMALI di George Orwell



Pubblicato nel 1945, questo romanzo di Orwell, attraverso la storia di animali che si ribellano al dominio degli esseri umani per instaurare un regime basato sull’uguaglianza e sulla parità di diritti e doveri, è un’allegoria di come anche un ideale rivoluzionario possa degenerare in una tirannia totalitaria, esattamente com'è accaduto al comunismo sovietico sotto Stalin.




LA FATTORIA DEGLI ANIMALI
di George Orwell

Feltrinelli
tra. F. Cavagnoli
147 pp
Gli animali della fattoria Manor, stufi di essere sfruttati e comandati dal loro padrone umano Mr Jones, decidono di ribellarsi per creare una propria società, un modo più giusto di vivere e in cui tutti gli animali siano uguali, senza che ci sia chi si senta più in alto e più importante di altri.

A lanciare l'idea di una rivoluzione è Old Major, un maiale con ideali rivoluzionari sinceri che però morirà poco prima di vederla realizzare.

Gli animali riescono nel loro intento e preso il controllo della fattoria, viene steso una sorta di statuto, chiamato I Sette Comandamenti dell’Animalismo e affisso sulla parete del granaio per ricordare a tutti i compagni i diritti, gli obblighi e i divieti da osservare in modo da garantire che regni l'uguaglianza e con essa la pace, la giustizia, la serena cooperazione tra gli animali, impedendo in ogni modo che si torni all'oppressione, al binomio schiavo-padrone.

In essi sono contenuti principi inviolabili, ad esempio non avere nessuno dei vizi degli esseri umani (tipo bere alcolici, dormire nei letti...), o “Qualunque cosa cammini su due gambe è un nemico”, o “Nessun animale ucciderà un altro animale” e soprattutto: “Tutti gli animali sono uguali”.

Purtroppo, quella che sembra a tutti gli effetti una democrazia comincia ben presto a mostrare le prime crepe a causa di alcuni personaggi.
In particolare, ad assumere ruoli di preminenza, ben presto, sono due maiali, Snowball e Napoleon,  anche se il primo viene cacciato attraverso macchinazioni losche ad opera del secondo, che diventa il maiale più importante, il più autoritario, colui che - servendosi dei suoi fedelissimi, come i cani (che fanno da polizia segreta) e altri maiali tipo Squealer - manipola la verità, riscrive le regole e finisce per assumere gli stessi comportamenti e modi di pensare e di vivere degli umani che avevano sostituito.

Alla fine, quindi, ogni utopia e promessa rivoluzionarie si trasformano in una nuova e più subdola tirannia e il nuovo motto sarà: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri".

Nella sua brevità, nella semplicità ed asciuttezza del linguaggio, attraverso un racconto ricco di significati allegorici, Orwell ci mostra come avvenga il passaggio da una condizione egualitaria e finalmente più giusta (frutto di un atto coraggioso di sovversione) ad una contrassegnata da soprusi, prepotenze, torti, tradimenti sfacciati di un ideale originario nobile e deciso collettivamente, e tutto questo triste cambiamento si verifica gradualmente e alternando le manipolazioni - del linguaggio, dei princìpi dell'Animalismo, di revisione della storia per cancellare il passato e riscrivere il presente a favore del nuovo status quo - con l'oppressione brutale ma operata in segreto, di nascosto dalla massa, che non deve avere idea di ciò che accade tra gli animali (i maiali) che si sono autoeletti ai vertici della nuova società.

Una critica alla rivoluzione russa e alla dittatura di Stalin, una favola dai toni amari che ci ricorda con una chiarezza disarmante come il potere possa influenzare e trasformare chi ce l'ha (anche quando ha origini nobili, come un ideale di uguaglianza) ma anche chi lo subisce, che - grazie a propagande e manipolazioni - finisce per abituarsi ad essere comandato.

Ovviamente lo consiglio, un testo sempre attuale, in grado di stimolare molte e profonde riflessioni. 


domenica 4 ottobre 2026

Recensione: LA CANNIBALE di Ryan Green

 

La storia, crudissima e scioccante, della prima donna condannata all'ergastolo in Australia senza condizionale e con l'addendum specifico di “mai scarcerare”.


LA CANNIBALE
di Ryan Green




138 pp



Per leggere questo libro è obbligatorio un disclaimer: va bene solo se vi interessa molto il true crime e se non vi impressionano descrizioni di scene realmente forti e violente.

Questa è la storia vera - sigh! - di un'assassina, non seriale ma brutale e feroce comunque: Katherine Knight (1955).

L'autore, dopo un prologo in cui ci presenta la protagonista in un momento di violenza e follia, ci racconta la vita di questa criminale partendo dai suoi genitori, Ken e Barbara, i quali si fidanzarono (e in seguito si sposarono) dopo aver avuto una relazione adulterina; Barbara, infatti, era sposata con John Roughan (con cui aveva quattro figli, di cui due ancora piccoli), che lavorava nel mattatoio di Aberdeen insieme a Ken.
Apprendiamo di come Barbara fosse infelice della propria vita coniugale e di come si fosse buttata tra le braccia di Ken che si mostrava passionale e sanguigno..., pure troppo, visto che la sua natura da alcolizzato aggressivo venne subito fuori quando i due fuggirono insieme da Aberdeen (la comunità era piccola e puritana, guardava con malevolenza i due peccatori) per andare a Moree: abusi sessuali, botte con calci e pugni, umiliazioni di ogni genere...
Insomma, Barbara non se la passava bene con Ken ma di lasciarlo non se ne parlava: per andare dove e da chi, poi?
Così la coppia ebbe prima due figli maschi e poi due gemelle nel 1955, Joy e Katherine; quando le ragazze avevano 15 anni, la famiglia Knight tornò ad Aberdeen.

L'infanzia e l'adolescenza di Katherine ci vengono narrate con dovizia di particolari ed emerge un contesto famigliare che indicare come disfunzionale è quasi un complimento: oltre al rapporto tra i genitori basato sulle botte e continue mortificazioni, si aggiungono le insidie sessuali ai danni di Katherine all'interno della casa e sua madre - sempre più frustrata ed infelice - che le raccontava dettagli scabrosi della propria vita sessuale con Ken e le confessava tutto il suo disgusto per il sesso, raccomandandole però di accontentare sempre gli uomini in tal senso, giusto per non avere rogne (!?!).

"In casa Knight regnava quel tipo di anarchia spietata che spingeva le persone razionali a difendersi con la violenza, forse persino a mettere in atto mosse preventive contro potenziali aggressori."

Un altro aspetto importante da sottolineare è che Katherine sino a un certo punto è stata una ragazzina tranquilla, ma negli anni della scuola è diventata man mano una selvaggia che bullizzava i compagni; quando poi ha cominciato a lavorare nel mattatoio accanto al padre, le si sono aperte del tutto le porte del sangue, dei coltelli, l'arte dello scuoiamento e del disossamento.

E da quel momento la sua esistenza non ha fatto che ruotare attorno a queste parole chiave.

Le fu diagnosticato (quando andava ancora a scuola) il Disturbo Borderline di Personalità (DBP), e in seguito - nel corso degli anni, di frequente avrà momenti di forte "crisi", in cui metterà in atto comportamenti molto feroci, crudeli, minacciosi, pericolosi per l'incolumità altrui, figli compresi - verranno riscontrate altre problematiche psichiatriche ed eventuali cure non risolveranno la sua condizione, e a farne le spese saranno soprattutto i compagni di vita (ma potenzialmente chiunque lei giudicasse fastidioso, che fosse un vicino di casa o un collega di lavoro).

Alcuni riusciranno - dopo aver rischiato parecchio - a fuggire da quella moglie/compagna assetata di sesso e possesso, tormentata da un demone della gelosia che la faceva impazzire e la induceva a torturare fisicamente e psicologicamente l'innamorato del momento, ma qualcuno purtroppo non c'è riuscito.
Ed è quel qualcuno ad aver reso tristemente celebre la donna di cui stiamo parlando.

John Price è stata l'unica vittima di una furia omicida che solo per pura casualità non ha mietuto altri morti; una ma sufficiente a far guadagnare alla Knight l'etichetta agghiacciante di Lady Cannibal o Hannibal Lectar al femminile, a rinchiuderla dietro le sbarre e a convincere il giudice a buttare la chiave.

Leggere quello che ha fatto al povero Price è dura perché è un tipo di violenza davvero sadica e inaudita.

Green ha scritto un resoconto drammatico e sconvolgente di questa assassina, concentrandosi molto sul contesto in cui è nata e cresciuta, su quanto fosse fragile il suo equilibrio mentale ed emotivo, sul carico di rabbia che le si annidava dentro e che lei sfogava nei modi più terrificanti, sul terrore di essere abbandonata e tradita che le faceva scattare qualcosa dentro per cui poi si abbandonava ad una furia letale, incontrollabile e devastante.

"La rabbia era sempre stata la cosa più facile per lei, fin dalla prima volta che si era lasciata sopraffare. Tutto ciò che vedeva la rendeva sempre più furiosa, ogni persona più ripugnante. Non c'era un solo momento di veglia in cui Katherine non ribollisse di odio e risentimento per ogni creatura vivente intorno a lei. (...) Conosceva la rabbia; poteva fidarsi della rabbia. L'amore, che era sempre stato irraggiungibile, anche quando pensava di averlo trovato, sembrava sempre scivolarle via dalle dita."

Sono quelle storie raccapriccianti che ti confermano come spesso  la realtà è più horror di certi romanzi horror.
Per stomaci forti. 


source
Katherine e John


venerdì 2 ottobre 2026

Recensione: L'ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE di Marta Lamalfa



Ambientato nei primissimi anni del 1900, sulla piccola isola di Alicudi, L'isola dove volano le femmine ci racconta un mondo e un modo di vivere arcaici, ritratti nella loro autenticità, nella durezza di una vita fatta di lavori nei campi e poco cibo da mettere nella pancia; un "piccolo mondo antico" ed isolato dove la fame, la superstizione e la miseria non possono soffocare un desiderio profondo di libertà.



L'ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE 
di Marta Lamalfa

Neri Pozza
320 pp
«Io dico che se una sa come volare, qua poi non ci torna».

Il lettore giunge ad Alicudi in un giorno triste.
È il 1903 e la giovane Caterina guarda il corpo freddo e immobile della propria gemella, Maria, morta.

"Guardare Maria le aveva sempre dato il convincimento di sapere come lei stessa era fatta. (...) le dicevano tutti che era spiccicata a sua sorella Maria, e questo solo riusciva a dare al suo corpo una forma. Come farà, adesso che i loro due corpi si sono slacciati? (...) Senza Maria, saprà scegliere, fra i pensieri in testa, quelli giusti e quelli sbagliati? Era lei che glieli sceglieva. Maria. Scompare sotto a un lenzuolo. Gliela tolgono da sotto al naso. Caterina non è pronta a vedersela sfuggire così, all’improvviso. Pensava di avere più tempo."

Senza Maria, Caterina sente di essere incompleta, lasciata sola come una cosa a metà, e anche se adesso può godersi la loro stanza tutta per sé, nulla sarà più lo stesso.

Se l’è portata via un male cattivo e tutti in famiglia – dalla bisnonna Palmira, che non ci vede più bene ma capisce e "vede" meglio di tutti, a Palmira la madre, che aspetta il quarto figlio ma è distrutta dal dolore – pensano sia colpa di Ferdinando, un giovanotto coatto, che sta scontando una pena al Castello di Lipari.

Con l'assenza della sorella, la quotidianità di Caterina s'è ingrigita, ristretta, intristita; oltre alla fatica delle incombenze quotidiane, sulle sue esili braccia pesa anche la fatica dei lavori in campagna.

Suo padre Onofrio Virgona lavora per don Nino, ogni giorno e come un mulo, facendosi aiutare dai figli: Saverio, un ragazzo dalla forte personalità, testardo e che non si tira indietro dall'opporsi al padre quando non ne condivide le idee (anche se ciò significa prendere un sacco di mazzate dal genitore, decisamente poco propenso al dialogo), Caterina (che viene trattata come un maschio quando si tratta di travagghiàri, ma come una femminuccia quando c'è da darle una razione più misera di cibo) e il piccolo di casa (almeno fino a quando non nascerà il quarto) Nardino, che però viene rimproverato aspramente e picchiato dal padre perché ritenuto incapace di fare lavori in cui sono necessarie la forza e la resistenza fisica.

Le giornate di Caterina sono scandite da queste attività, cui si aggiungono la consegna delle acciughe sotto sale e aiutare la mamma e le nonne (tra cui la catananna Palmira, che è la bisnonna, e Caterina, la nonna materna) a fare il pane.

Il pane che possono permettersi non è quello bianco, buono e profumato, bensì uno nero e non proprio piacevole, ottenuto dalle spighe della segale che cresce nell’isola e che ultimamente presenta come dei piccoli corni (da qui "segale cornuta") neri, color carbone, che le donne di Alicudi chiamano tizzonare.

All’inizio non s’erano fidati a mangiare quel pane aspro, ma la fame incombe, non c’è altro per saziarsi e così anche Caterina ingoia pezzi di quel pane duro e scuro sa più di morte che di vita.

E in mezzo a tutto questo gran daffare, uno dei momenti che preferisce è quando può sedersi ai piedi di nonna Palmira ed ascoltarla parlare di storie dell'isola, storie di donne libere, che non si sottomettono agli uomini (padri, mariti, fratelli...) ma che scappano via e volano sull'isola, come streghe, nella notte.
Sono le majare, che ballano nude quando nessuno le vede e che non obbediscono alle regole, ma vivono fuori dagli schemi, come Calòria.

Calòria è una donna nubile, una pescatrice che agli occhi di Caterina è circondata da un'aura di mistero e fascino perché sa cosa dicono di lei le donne e gli uomini dell'isola: che è una majara, una che non copre il capo con il fazzoletto e lavora con la forza di un uomo.

"Aveva però qualcosa che a Caterina piaceva. Una strana accoglienza nel corpo, morbido e col seno troppo abbondante e gli occhi grandi e la fronte larga (...) Era una donna come Caterina non ne aveva viste altre. Che esisteva e basta, come esistevano gli storpi. Come, insomma, una faccenda diversa dalle donne che Caterina poteva diventare."

Caterina è attratta da questa figura femminile e in generale dalle majare, che di certo sono più libere di lei, anche se vengono chiamate streghe.

E se Calòria rappresenta  la libertà femminile in un piccolo contesto che la nega perché intriso di povertà, ignoranza e superstizioni, c'è un altro personaggio che incarna altri ideali, non solo di libertà ma anche di uguaglianza e giustizia sociali.

È Ferdinando, il ragazzo detenuto a Lipari e che la famiglia di Caterina detesta con tutto il cuore perché lo ritiene responsabile della malattia di cui è morta la povera Maria.

Ma Ferdinando non è un uomo qualsiasi: è uno di quelli che "ha fatto le scuole", sa parlare, leggere e scrivere, capisce e sa tante cose, tra cui la rivoluzione.

«Qualcosa ho fatto, sì, non sono stato buono a fare la rivoluzione». «E che è?» «Quando uno vede una cosa che non va bene, allora la vuole cambiare. Io ci ho provato e non ci sono riuscito, e come me tanti poveri cristi. E c’hanno mandato al Castello non per non esserci riusciti, che è una colpa più grave, ma per averci provato».

Ferdinando non è al Castello perché è un criminale ma perché lotta per il cambiamento, per aiutare i contadini, la povera gente, a non accontentarsi di lavorare sotto un padrone (che solitamente si tiene il grosso dei profitti, lasciando lo scarto ai suoi lavoratori, che fanno fatica a mettere il pane a tavola), ma a sognare di slacciarsi da questa "schiavitù", di alzare la voce per pretendere di più perché è giusto che chi sgobba dalla mattina ala sera riceva ciò e quanto merita.

Anche da lui Caterina è affascinata, e non è l'unica, in famiglia; qualcun altro, insospettabilmente, viene ammaliato dai discorsi rivoluzionari di Ferdinando, perché in fondo il sogno di essere più liberi e di migliorare le proprie condizioni di vita ce l'hanno tutti, anche i miserabili che, a fine giornata, sì e no riescono a mettere in bocca un pezzo di pane nero ammollato nell'acqua accompagnato da un'acciuga o una nespola.


Ad Alicudi - "dove gli anni si contano coi guai. Il tempo del colera, della fame, della tisi, del vaiolo: sono le morti scampate (...) a segnare il passo del tempo, che cammina a fatica" - soffia più di un vento: il vento delle streghe che volano libere sorvolando l'isola, forse lanciando malefici e trasformandosi in qualcos'altro; il vento della rivoluzzone... e il vento di chi vede strane visioni, parla coi morti, fa esperienze che hanno dell'incredibile.

È ciò che succede alla giovane protagonista, che a un certo punto viene investita da una sorta di febbre visionaria in questo microcosmo dove il confine tra realtà e immaginazione si fa sempre più labile, tanto più per lei che è, tra l'altro, già segnata dalla perdita della gemella e tormentata dai morsi della fame.

Caterina ha paura di diventare pazza come nonno Pino o di scoprire di essere anch'ella una majara e, cosa forse più preoccupante, di volerlo essere.

"Che una majara non lo devi diventare, come le diceva la catananna, che lo sei e basta. Devi solo capirlo."

In questo romanzo leggerete di donne trattate come serve, destinate solo ad obbedire all'uomo di casa e a tacere - pena schiaffoni in pieno viso - e leggerete anche di povertà, mancanza di istruzione, solitudine, lutti, miseria...; l'unica via che la protagonista ha per cercare di spiccare il volo è affidarsi a dei sogni ad occhi aperti, che le permettano di andare oltre ciò che vede/vive e che le sta succhiando forze, vitalità, sorrisi.
Questi sogni ad occhi aperti, però, non sono semplicemente frutto di una grande immaginazione o dell'infelicità che porta Caterina "a volare di fantasia", tant'è che non coinvolgono soltanto lei, ma anche tanti altri abitanti di Alicudi, e vanno ricondotti ad un fenomeno particolare e documentato storicamente (accaduto negli anni 1903-1905), una serie di eventi che in queste pagine uniscono storia e scienza con leggende, miti, credenze popolari; quale sia questo fenomeno lo spiega la stessa autrice in una nota alla fine del romanzo e tale riferimento a fatti realmente accaduti è un punto di forza della storia, in cui sono ben bilanciate realtà e finzione, ciò che vero, legato alla terra, alla vita di tutti i giorni, con ciò che va oltre le esperienze immediatamente percepite con i cinque sensi, e che coinvolge altre dimensioni dell'essere umano.

Marta Lamalfa ha scritto un romanzo originale, che descrive in modo vivido e viscerale una piccola realtà isolana fatta di rocce scure e dirupi aspri, di ripide mulattiere, di alberi piegati dal vento inclemente; un luogo che ci appare lontano e quindi carico di un fascino quasi primitivo, dove l'austerità di esistenze provate dagli stenti e dal duro lavoro si mescola con un'atmosfera magica, solitaria, imbevuta di leggende, in cui trova terreno fertile il desiderio di sfuggire all'oppressione, di coltivare desideri proibiti e sognare la libertà.

Molto bello, lo consiglio; è una lettura che ti trasporta totalmente in quegli anni e in quel luogo, e a questo contribuisce tanto il linguaggio usato dall'autrice - semplice, con parole ed espressioni volutamente "elementari" e anche dialettali -, legato fortemente alla terra in cui la storia è ambientata, e lo stesso si può dire dei suoi personaggi, maschi e femmine, o della natura intorno: tutto è così "terreno", naturale, concreto ma, al contempo, teatro di qualcosa di visionario.