mercoledì 29 aprile 2020

Recensione: AL DI LA' DELLA NEBBIA di Francesco Cheynet e Lucio Schina



Nella cupa atmosfera di una giornata d'autunno di fine Ottocento, tre uomini, accomunati dal desiderio di ricchezza e da segreti nascosti nei meandri delle loro coscienze, salgono su un treno che viaggia nella notte, attraversa una tetra campagna inglese, e che li conduce verso un unico destino.
Il loro viaggio - in cui la dimensione paranormale si confonde con quella reale - li condurrà dritti verso le zone più torbide dell’animo umano, lì dove risiedono le debolezze e le colpe più gravi, quelle che si cerca di nascondere e che rivelano la propria natura ipocrita e ambigua.



AL DI LA' DELLA NEBBIA
di Francesco Cheynet e Lucio Schina



Segreti in giallo edizioni
212 pp
"Quando la nebbia è così fitta, capita che qualche particolare sfugga agli occhi".

Siamo in Inghilterra e in una sera d'autunno fredda e nebbiosa, tre uomini si ritrovano a vivere la più terrificante delle esperienze; qualcosa che neppure nei loro più fervidi sogni avrebbero potuto mai immaginare di vivere.

E' il 14 novembre 1885 e il giovane avvocato Edward Jenkins, Angus Cullen (consulente finanziario) e Victor Cooper, giovanotto scapestrato che ha dilapidato la fortuna ereditata dal padre, si apprestano a partire per una località sconosciuta.
Sulla banchina della stazione ferroviaria di Skegness, attendono un treno che li porterà in una piccola città di nome Fault City, di cui essi non hanno mai sentito parlare.
Ma poco importa: ciò che li spinge a prendere il treno è più forte di qualsiasi dubbio o perplessità. 
I tre uomini, infatti, hanno ricevuto un invito (il medesimo per tutti loro) nel quale, in cambio di denaro, sono chiamati a raggiungere una ignota residenza a Fault City per poter assumere un incarico che porterà loro guadagni interessanti.
Non si dice altro, non c'è la firma del committente; ci sono alcune scarne indicazioni su cosa succederà una volta giunti in paese e poi... null'altro.

Si può accettare un invito così enigmatico senza neppure provare ad informarsi su chi ci sia dietro?
A quanto pare sì, se si è mossi dalla brama di dare una svolta alla propria esistenza e di far soldi, se ce ne sono le possibilità.

«Ogni strada non percorsa, ogni tentativo rinunciato è il preludio a una vita monotona, un’esistenza piatta che rappresenta il peggior male possa capitare a un uomo.»


Jenkins, Cullen e Cooper non si sono mai incontrati prima, sono dei perfetti sconosciuti, accomunati però da questa prospettiva di chiudere il più importante affare della loro vita. 
Certo, tanti sono gli interrogativi, zero le risposte e diverse le supposizioni, ma è inutile lambiccarsi il cervello su qualcosa che diverrà chiaro solo una volta giunti a destinazione.

Ci viene raccontato qualcosa di questi tre uomini: sono dei gentiluomini che finora hanno ricercato il successo e il danaro, non hanno esitato a concedersi piaceri e libertà, chi mantenendo la propria facciata di rispettabilità, ostentando magari la propria devozione religiosa, chi lasciandosi guidare dal sangue freddo e un invidiabile raziocinio, e chi, dopo essersi giocato i propri beni e il rispetto per se stesso, ha finito per rendersi schiavo delle droghe.

Ma ormai ciò che è stato, è stato: basta pensare al passato, proiettiamoci verso ciò che ci attende: pensano essi mentre sono seduti al bar del vagone ristorante e trangugiano brandy, chiacchierando tra loro, prima con diffidenza e un pizzico di superiorità l'uno verso l'altro, poi con più scioltezza.

"Si trattava di un gioco che di un gioco che all’apparenza non aveva nulla di pericoloso ma che, riflettendo, poteva riservare qualche sgradita sorpresa da un momento all'altro.Ogni nuovo accadimento, anziché fornire risposte  soddisfacenti, intrecciava ancora di più una matassa formata da nuovi interrogativi".

La loro serenità va man mano, però, affievolendosi.
Possibile che su quel treno ci siano solo loro come passeggeri?
Il loro committente è così ricco da potersi concedere un tale lusso?

Una cosa è certa: questi tre passeggeri si ritrovano a godere i privilegi della prima classe, e l'eleganza che caratterizza i vagoni e le cabine a loro destinati, solleticano la vanità di ciascuno.

L'euforia per l'invito ricevuto - e ciò che esso significa in termini di gratificazione personale ed economica - comincia a cedere il passo a un senso di indefinita inquietudine, che avvertono insinuarsi nel loro cuore e che non riescono a tenere a bada nemmeno con l'alcool.

Anzitutto, ben presto si rendono conto di un'altra presenza: un uomo di nome Mr Ferry è anch'egli sul treno e, seppure attraverso risposte molto vaghe e ambigue, i tre comprendono che è colui che sta controllando il loro viaggio per assicurarsi che gli invitati giungano a Fault City, secondo gli accordi.

La surreale serata si colora di sfumature cupe e paurose una volta entrati ciascuno nella propria cabina per concedersi qualche ora di sonno: una volta soli, durante la notte, le sensazioni e i pensieri dei passeggeri subiscono delle alterazioni, delle inspiegabili "suggestioni" di cui essi stessi sono protagonisti.
Tra presunte allucinazioni visive e uditive, sogni ad occhi aperti ed incubi terribili, i tre viaggiatori si ritrovano a vivere esperienze al limite della realtà, inseriti in scenari sinistri, tenebrosi, che li spaventano e che essi si convincono essere frutto dell'immaginazione o di un sogno troppo vivido.

Ma è davvero così?

Fuori, oltre i vetri di quel treno che corre nella notte, attraversando una campagna scura e sconosciuta, c'è la nebbia, ma la vera foschia e il vero buio sono nella loro mente, ed essi divengono, col trascorrere delle ore buie, coscienti di come gli inganni percettivi di cui sono preda stanno facendo emergere qualcosa che avevano relegato nell'inconscio e che essi stavano cercando di dimenticare.

La sensazione di pericolo imminente che i tre uomini provano via via che si avvicinano a Fault City, e in seguito agli stranissimi episodi allucinatori di cui sono vittime, è tanto più minacciosa quanto più è indefinibile, non attribuibile a cause razionali.

Ma cosa li attende realmente in quell'oscura cittadina? Chi ha sadicamente organizzato questo viaggio spaventoso, che si sta rivelando una trappola mortale?
E chi è davvero il bizzarro e criptico Mr Ferry: una sorta di traghettatore di anime dannate destinate all'inferno?

L'avventura dei tre gentlemen continua una volta scesi dal treno, e ciò che li aspetta sarà solo il prosieguo di un grande incubo in cui dovranno - per loro sfortuna - fare i conti con loro stessi, con le colpe e gli errori commessi e che chiedono a gran voce espiazione e giustizia.

"Al di là della nebbia" è un fantasy con sfumature noir ambientato in un’Inghilterra Vittoriana dalle atmosfere cupe, gotiche, surreali e fitte di mistero, come fitta è la nebbia autunnale che avvolge tanto la campagna inglese quanto la mente alterata dei tre, protagonisti di esperienze, potremmo dire, "extrasensoriali".

Le descrizioni dell'ambientazione (la villa mastodontica isolata, che compare all'improvviso, la cui mole e i cui contorni spettrali si stagliano nel cielo scuro; personaggi secondari che paiono burattini senz'anima; odori forti e disgustosi, rumori sospetti, presenze agghiaccianti e sinistre), questo treno che non fa mai fermate in stazioni intermedie, il macchinista che non si vede, porte che scompaiono e riappaiono: tutto contribuisce a indirizzare chi legge verso sensazioni di terrore, creando l'aspettativa che di lì a poco, durante la lettura, succederà qualcosa di cruciale e di spaventoso per i tre uomini.

Supportato da un linguaggio accurato e da uno stile molto fluente, il romanzo ha tutte le caratteristiche per catturare l'interesse del lettore, che si trova ad essere spettatore - in un mix di realtà e la fantasia - di un viaggio pieno di incognite, che ha come destinazione ultima l'esplorazione della natura umana, con tutti i suoi segreti inconfessabili e terribili.

I tre individui - che finora hanno vissuto ignorando la distinzione tra il Bene e il Male, ciò che è giusto da ciò che non lo è, sentendosi i padroni assoluti del proprio destino, comportandosi come se non dovessero mai rendere conto delle proprie azioni - sono giunti forse al capolinea: le ambiguità e i lati oscuri presenti nella loro coscienza verranno allo scoperto, così come la consapevolezza di come non si possa sfuggire per sempre alle proprie colpe e responsabilità, anche quando si trovano giustificazioni, anche quando un tribunale umano dà l'assoluzione o agli occhi della società si è persone ragguardevoli.

Ringrazio gli Autori per avermi dato l'opportunità di leggere questo romanzo, di cui vi consiglio la lettura, tanto più se amate le atmosfere dark e questo genere di ambientazione.

lunedì 27 aprile 2020

Segnalazioni editoriali - aprile 2020




Novità editoriali di diverse case editrici: ce n'è per tutti i gusti, dalla narrativa alla raccolta di racconti, dal saggio d'attualità al thriller.


NON C'ERO MAI STATO di Vladimiro Bottone (Neri Pozza, 400 pp, 20 euro, Febbraio 2020).


.
Ernesto Aloja è un ex editor, che dopo aver passato l’intera vita professionale a correggere i romanzi degli altri, è tornato a Napoli, il luogo dei suoi traumi giovanili.
La sua routine - fatta di psicofarmaci ed amanti innocui - è spezzata dall’arrivo di un dattiloscritto: un romanzo autobiografico che narra di esperienze disordinate e promiscue.
Incontra l’autrice, Lena Di Nardo, una trentenne magnetica e disturbante. I due iniziano ad incontrarsi e Lena conduce l’editor in un mondo per lui estraneo, dove la fa da padrona la sessualità usa-e-getta dei coetanei di lei, consumata durante notti in discoteca a base di alcol, sostanze e indifferenza per il senso del limite che ha improntato tutta la vita di Aloja. 
La destabilizzazione psicologica dell’editor, poi, è accentuata da telefonate anonime e da strani episodi di cui la sua allieva è vittima. Troppo tardi Ernesto ha la sensazione di essersi avventurato in territori dove non era mai stato.
Al fondo di questa discesa agli Inferi, una doppia rivelazione, spietata come ogni verità rimossa.


AMORI ELUSIVI di Fabio Zuffanti (Les Flâneurs Edizioni, 122 pp, 12 euro).

Un libertino incallito decide di costruirsi una famiglia modello ma si trova a fronteggiare una donna dalla personalità multipla.
In questi racconti surreali, in cui il sentimento amoroso non ha mai occasione di sbocciare completamente, l’autore descrive con delicatezza i paradossi e il lato più grottesco delle relazioni umane, che provano a funzionare ma che inciampano costantemente nella propria imperfezione. 
Una galleria di personaggi e di storie, di frammenti di vita quotidiana, si snoda con infinite sfumature fra il realistico e il fantastico, mostrando, con uno sguardo ironico e malinconico, istantanee del nostro tempo effimero e dell’illusorietà delle cose umane.


LA FESTA DI MATRIMONIO di Adriano De Gregorio (Algra Editore, 232 pp, 15 euro).

.
Il commissario Battaglia sta indagando su un misterioso omicidio e si imbatte in una vecchia corrispondenza d’amore. 
Battaglia, a causa di una promessa fatta, prende a cuore la vicenda delle lettere e decide di scoprire chi erano i giovani amanti e cosa stavano progettando. 
Si tratta di Hans e Libera. Hans è un giovane della DDR che, tre giorni prima della costruzione del muro di Berlino, riesce a scappare da Berlino Est. 
Libera è una giovane siciliana che si trasferisce a Milano per studiare Filosofia; qui entra in contatto con alcuni operai della Pirelli e con gli ambienti rivoluzionari dell’estrema sinistra.



,
OMBRE DAL PASSATO di Mauro Mogliani (Leone Editore, 173 pp, 11.90 euro).

Il corpo di Gionata Pennesi, dato per scomparso dal fratello, viene ritrovato tra i resti di un vecchio casolare crollato. L'ispettore Nardi, ancora costretto a fare i conti con il proprio passato, si occupa di condurre le indagini di un caso tutt'altro che semplice.  
Pochi giorni dopo, infatti, ecco una nuova vittima, sepolta tra le macerie di una vecchia casa di campagna, nelle stesse condizioni della prima. 
Nardi non esclude quindi che possa trattarsi di un serial killer, mosso non da una casuale furia omicida ma da un desiderio irrefrenabile di vendetta.




SULLE ORME DEL MASSONE vol.1 di Thomas Moreau (Segno Ed., 325 pp, 25 euro).

.

Lo scopo di quest’opera, che non tratta di alcuna teoria cospirativa ma piuttosto di accertate inquietanti realtà, è quello di permettere al lettore comune, ma maggiormente al cristiano, di raggiungere la consapevolezza necessaria a potersi difendere dai pericoli subdoli e nefasti della massoneria, ma anche di intraprendere un percorso utile ad apprendere cosa sia e quali ideali promuova la (contro)chiesa, mettendo così a fuoco, in maniera del tutto inedita e chiara, i meccanismi che regolano le strategie e le azioni massoniche che la setta impiega per asservire e soggiogare il mondo profano.

domenica 26 aprile 2020

Recensione: FEBBRE di Jonathan Bazzi



Scoprire a trent'anni di essere sieropositivo: come reagiremmo se questa notizia venisse data a noi? Probabilmente darebbe vita ad un incubo.
In verità, l'incubo per l'Autore finisce proprio il giorno in cui fa questa "scoperta"; sapere la verità pone fine alle paranoie e alle incertezze (quella febbricola persistente che non accenna ad andarsene: forse è il segnale che il mio corpo sta per abbandonarmi? che sto morendo e non c'è più niente da fare?) e lo costringe a fare i conti più serenamente con ciò che sta avvenendo dentro il proprio corpo, che ospita un intruso decisamente indesiderato.
Il racconto diretto e onesto di questa esperienza si alterna alla storia della sua vita, in cui il protagonista ci parla di sè, della sua famiglia, del luogo in cui è cresciuto e di tutto ciò che ha contribuito a far di lui l'uomo che è.


FEBBRE
di Jonathan Bazzi



Fandango Libri
328 pp
18.50 euro
Maggio 2019
"Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è più andata via".

Sono le parole con cui inizia questo libro, dal titolo tanto breve quanto efficace nel descrivere quella che, da un certo momento in poi, sarà una condizione non solo fisica ma soprattutto psicologica e emotiva che caratterizzerà il quotidiano dell'Autore.
E' una mattina qualunque del gennaio 2016. 
Jonathan non ha ancora trent'anni, è appena tornato dall'università, nel pomeriggio ha lezioni di yoga, ma si sente... strano, stanco e un po' febbricitante.
Termometro e... infatti ha la febbre.
Febbre che non se ne va.
Passano le ore, i giorni..., Jonathan sta sempre più fiacco, prova un senso di malessere fisico cui non sa dare un nome né una causa, e cosa ancor più strana e preoccupante, quella maledetta febbre non scende.
Per carità, non è alta, è abbastanza stabile (solitamente attorno ai 37.4) ma significherà qualcosa, no?
Questa febbricola costante, spossante, che lo ghiaccia quando esce, lo fa sudare di notte quasi nelle vene avesse acqua invece che sangue, è diventata un'ospite costante nel suo corpo, e lo sta mettendo seriamente alla prova.

Chiede consulto a un dottore, aspetta un mese, due, cerca di capire, fa le analisi, la testa comincia a vorticare e a cercare un possibile perché: che altro può essere se non qualcosa di brutto?
Questa febbre che non mi lascia più è sintomo di una malattia incurabile, mortale? Magari è già all’ultimo stadio?

Jonathan vive da tre anni con il suo compagno Marius, sa di avere avuto rapporti con diversi uomini in passato; certo, lui si è sempre convinto di essere stato attento ma... chi può dirlo con certezza?
Una cosa è sicura: ha sempre rimandato di fare il test per l'HIV.
E forse adesso è giunto il momento: il suo personale D-Day, che non è solo il giorno in cui finalmente potrà attribuire la giusta causa alla febbricola che tormenta il suo corpo e dare un nome allo stato di continua e diffusa stanchezza, ma è soprattutto quello in cui Jonathan può dare un volto alle proprie paranoie e paure: il test dell’HIV arriva, inesorabile, e porta con sé la propria sentenza: Jonathan è sieropositivo, ma non sta morendo...
Beh, non subito, quanto meno.

"La malattia mi riguarda in modo esclusivo, ha scelto me, si è mischiata al mio corpo: che lo voglia o no, io e lei adesso siamo in contatto."

Cosa vuol dire essere sieropositivi ai giorni nostri?
Come vive la quotidianità una persona che riceve questa diagnosi, come cambia la sua vita da un giorno all'altro?
I suoi rapporti sociali, famigliari, il lavoro, le abitudini, gli hobbies...?
Come ti guardano gli altri? Se ne accorgono che in te c'è questo virus invisibile e non eliminabile, che sei malato e lo sarai per sempre?

"HIV, sieropositivo: un’identità decisa dal corpo, la posso riconoscere e accettare, negare o dimenticare, ma lei resta com’è, tale e quale. "

Pur volendo, è impossibile far finta di nulla quando scopri di avere una malattia da cui non guarirai mai; certo, oggi non è più come prima, basta curarsi, è come avere una malattia cronica, tipo il diabete.

Nell'apprendere di avere l'HIV piuttosto che un tumore, e potendo identificare il proprio stato di malessere, Jonathan è quasi sollevato e si sente in grado di rassicurare gli altri, dal compagno alla madre agli amici.

"La malattia fa più paura finché rimane distante: quando ti arriva addosso, tutto diventa più facile. Il terrore e il panico stanno nello spazio che precede incontri e collisioni. Sono privilegi riservati ai sani."

Tra queste pagine, l'Autore alterna la narrazione del recente passato (la scoperta della sieropositività) alla propria storia personale, famigliare, il paese in cui è nato e cresciuto (Rozzano), i turbamenti adolescenziali, le prime cotte, gli errori, le chat con uomini più grandi, la balbuzie e le insicurezze derivanti da essa, la paura di parlare in pubblico, il cambiare continuamente scuola... insomma tutto ciò che l'ha reso l'uomo che è.
Nel bene e nel male.
Non nasconde nulla, Jonathan, è "spietatamente" onesto; lo è nel raccontarci della propria famiglia, di questi genitori divenuti tali troppo giovani, senza alcuna consapevolezza di cosa volesse dire avere la responsabilità di un figlio.

Affidato alle cure di nonni, di quelli materni - napoletani trapiantati al Nord, rumorosi, ignoranti, i tipici terroni - e paterni - più colti, amanti della lettura, comprano un sacco di libri al nipote -, il ragazzino cresce e si confronta con due realtà famigliari decisamente differenti.

Jonathan è cresciuto all'ombra di donne tenaci, capaci di resistere alle urla e ai soprusi di mariti e compagni che imprecano e alzano le mani con troppa facilità; è passato dalle ali di una zia poco più grande di lui e di una nonna chioccia a una madre bella, forte e fragile insieme, indipendente eppure alla ricerca di un uomo con cui formare una famiglia, quella famiglia che - col padre di Jonathan - è durata davvero niente.
Una madre che, nei primi anni di vita del figlio, non c'è quasi mai stata, riscattandosi però negli anni a venire, a differenza del padre, che sarà sempre una figura sfuggente, l'unico colpevole (stando ai racconti dei nonni materni), l'opportunista, l'egoista che non vuol crescere, l'eterno Peter Pan, e Jonathan cresce con la paura di essere come lui. Inaffidabile, inqualificabile.

Ma c'è un altro "personaggio" che ha il suo grosso impatto sul narratore e protagonista: Rozzano, la periferia in cui è cresciuto, popolata da tossici, delinquenti, semplici operai, dalle famiglie povere venute dal Sud per accontentarsi di lavori da poveracci, dalla gente seguita dagli assistenti sociali, dove le case sono alveari e gli affitti sono bassi.
Rozzano, dai cui confini nessuno esce mai, che non concede grandi margini di miglioramento personale e sociale, da cui c'è solo da scappare, eppure gli resterà sempre un po' dentro...

"...è la mia carta d’identità fatta di strade e palazzi, la rappresentazione materiale della mia paura di essere scoperto e giudicato in quanto poveraccio, figlio di poveracci, di operai che non hanno studiato".

L'Autore guarda in faccia alla propria sieropositività e, lungi dal volerla tenere nascosta agli altri, a un certo punto decide di parlarne liberamente; del resto, è una condizione che è parte integrante di sé, traccia una linea di demarcazione tra il prima e il dopo, e allora tanto vale usare la scrittura per non restare inerme davanti ad essa, davanti alla scoperta di questo parassita che ha occupato il proprio corpo: perché limitarsi ad accettarlo con rassegnazione, a subirlo?
Meglio parlarne a faccia scoperta, scriverne, senza ritrosia e timori, chiamando le cose col loro nome, per aiutarsi a conviverci, ad elaborarla:

"Rinominare quello che mi è successo, appropriarmene con le parole, per imparare, vedere di più: usare la diagnosi per esplorare ciò che viene taciuto. Darle uno scopo, non lasciarla ammuffire nel ripostiglio delle cose sbagliate. Voglio rimanere là dove sta il dolore, per frammentarlo con le parole e fargli fare un po’ meno male."


Con "Febbre" l'Autore ci racconta di sé, della propria vita, a 360° con un linguaggio aperto, senza finzioni e frasi fatte, arrivando dritto al cuore delle cose e anche a quello del lettore; ciò che ho apprezzato della scrittura di Bazzi è il suo raccontare di cose intime e private con una scorrevolezza da romanzo e con la profondità e l'intensità di chi quelle esperienze - che compongono la materia narrativa del libro - le ha vissute in prima persona.
Al lettore viene donata una diversa prospettiva - personale e quindi più empatica - per guardare alla sieropositività senza pregiudizi e luoghi comuni, quasi a volergli toglier dalla faccia quel velo di diffidenza frutto dell'ignoranza.

Lo scrittore ci parla senza peli sulla lingua anche di aspetti molto privati, come quelli relativi alla propria sessualità e a come egli abbia imparato col tempo ad autoeducarsi, a diventare maggiormente consapevole di se stesso, del proprio corpo, di ciò che davvero vuole e lo fa star bene.

Quale potrebbe essere il "rischio" in cui potrebbe incorrere chi si imbarca in un'opera in cui al centro c'è la malattia? Forse quello di scivolare nel patetico, il tentativo di far commuovere il lettore o di catturarsi la sua simpatia o la sua "pietà"? 
Io non ho visto nulla di tutto ciò in questo libro autobiografico, e se commuove e tocca il lettore in profondità, questo accade perché ciò che si sta leggendo è qualcosa che riesce a spiazzare in quanto vero ed autentico nei contenuti, e potente e disarmante nello stile. 

Non posso che consigliarvelo.



- Finalista al Premio Giuseppe Berto 2019
 - Vincitore del Premio Libro dell'anno 2019 di Fahrenheit Radio Rai Tre
 - Vincitore del Premio Bagutta Opera prima

Attualmente è tra le dodici opere che concorrono al Premio Strega. 

sabato 25 aprile 2020

Recensioni film: "MA" di Tate Taylor || L'UOMO DEL LABIRINTO di Donato Carrisi



Due killer capaci di compiere crimini efferati.
Ma mostri non ci si nasce, e i due assassini - protagonisti di queste due pellicole - sono diventati quello che sono anche a causa di esperienze passate dolorose e traumi non risolti.
Infettati dal buio e dal male, a loro volta ne sono portatori.


MA è un film thriller/horror diretto da Tate Taylor, con Octavia Spencer e Luke Evans, Juliette Lewis, Allison Janney, Missì Pyle.


L'adolescente Maggie si è appena trasferita dalla California nel paese dell'Ohio in cui è cresciuta sua madre Erica: un nuovo ambiente, una nuova scuola e nuove opportunità di fare amicizie.
La prima ad avvicinarsi a lei e a farla sentire parte di un gruppo è Haley, esuberante, sfacciata e dal carattere forte.
Nella comitiva c'è anche Andy, e tra lui e la timida Maggie nasce subito una simpatia.
Il gruppo di amici, come tutti i ragazzi della loro età, ha voglia di ballo e divertimento, e se c'è un modo sicuro per sballarsi, quello è bere alcolici.
Ma sono minorenni e non possono acquistare alcool, per cui un giorno mandano Maggie a chiedere a una donna, Sue Ann, di comperarne per loro.

La donna li asseconda, e non solo: suggerisce ai ragazzi di non andarsene in giro a bere alcool, perchè potrebbe essere pericoloso, ma se vogliono possono recarsi nella cantina di casa sua e passare del tempo lì.

Sue Ann è una donna solitaria che pensa così di sfruttare la possibilità di farsi dei giovani amici e riempire la propria frustrata solitudine.
Pian piano, nella cantina cominciano ad affluire altri ragazzi, che hanno saputo di come la donna metta a disposizione casa propria per ubriacarsi e fare festini.

La padrona di casa, però, si affretta ad elencare le regole: ci dev'essere sempre, nel gruppo, uno che resta sobrio (per poter accompagnare gli altri a casa); niente bestemmie; non azzardarsi a salire mai al piano di sopra e... chiamarla "Ma". 

Ma è euforica al pensiero di avere il seminterrato pieno di fresca gioventù e cerca in tutti i modi di farsi amare da loro, incoraggiandoli a bere, divertendosi e ballando in loro compagnia.

Ma dietro quella facciata di allegria e disponibilità, si cela una personalità disturbata e una mente non proprio sana, che attraverso questa anomala amicizia con il gruppo di Maggie, vorrebbe in realtà attuare propositi tutt'altro che benevoli ed amichevoli.

Attraverso dei flashback, infatti, scopriamo che da adolescente Sue Ann è stata vittima di bullismo da parte dei compagni del liceo: timida, impacciata, era costantemente oggetto di risatine, umiliazioni, tanto delle ragazze quanto dei ragazzi, in particolare da parte di Ben (per il quale aveva una cotta) e che è il padre di uno dei ragazzi della cricca di Maggie...

Quali sono le reali intenzioni di Ma? 
Cosa la spinge a cercare in modo ossessivo la compagnia di una banda scalmanata di teen ager: il desiderio di sentirsi accolta almeno adesso che è adulta, visti gli insuccessi vissuti nella propria adolescenza?
E se questa ossessione la spingesse a dare sfogo a un piano folle e terribile?

Intanto, durante i festini nella cantina di Ma, Maggie e Haley trovano il modo di andare di sopra e scoprono una cosa inquietante: Ma non vive da sola, c'è qualcuno in casa con lei...

Ma è un thriller con sfumature horror un po' in stile Misery: una donna sola, un po' matta, con qualche trauma irrisolto, che s'affeziona in modo malato a qualcuno, attirandolo nella propria rete e facendogli credere di volersene prendere cura, ma qualcosa va decisamente storto e quella che sembrava fosse una situazione idilliaca si tramuta ben presto in un incubo terrificante.
E' stata una visione sufficientemente interessante, in certi momenti mi ha tenuta in tensione e di certo non mi sono annoiata nel guardarlo.
I ragazzetti mi hanno irritata non poco (fatta eccezione per Maggie), gli odiosi ex-compagni di liceo di Sue Ann (anch'essi ormai cresciuti), visto quanto erano stati crudeli con lei anni prima, mi hanno fatto nutrire simpatia per Ma, che in fondo dalla vita avrebbe voluto solo un po' di considerazione e amicizie sincere. 



L'UOMO DEL LABIRINTO è il film con cui lo scrittore Donato Carrisi fa il suo esordio alla regia; è tratto dall'omonimo thriller (recensione) scritto dallo stesso Carrisi e nel cast troviamo: Toni Servillo, Dustin Hoffman, Valentina Bellè, Vinicio Marchioni.

,
Samantha Andretti aveva tredici anni quando fu rapita una mattina d'inverno mentre andava a scuola; adesso si ritrova ventottenne e ricoverata in ospedale, senza che ricordi dove è stata né cosa le è accaduto in tutto quel tempo. 

Accanto a lei c'è un profiler, il dottor Green; l'uomo sostiene che l'aiuterà a recuperare la memoria e che insieme cattureranno il mostro; la caccia avverrà, prima che fuori, nella sua mente, e solo lei è la chiave per poter dare un'identità al rapitore e poterlo arrestare.
La povera Samantha è confusa, smarrita, non distingue inizialmente il presente da ciò che ha vissuto per anni all'interno di quello che lei chiama il labirinto, e spesso dubita che le domande di Green siano un trabocchetto, un gioco spietato che lei deve risolvere.

Sì perchè in tutti quegli anni la povera Samantha è sopravvissuta proprio così: lui, l'uomo del labirinto, il suo rapitore, le sottoponeva degli "indovinelli" da risolvere via via più complessi, per poter ricevere in cambio qualcosa (acqua, cibo, letto...).

Ma quindi come ha fatto a liberarsi da quella orribile prigionia (di cui lei man mano ha ricordi più vividi, fornendo a Green anche inquietanti dettagli)? 

Ad accogliere con turbamento la notizia della liberazione inaspettata di Samantha è Bruno Genko, un investigatore privato che quindici anni prima era stato ingaggiato dai genitori di Samantha per ritrovare la figlia, ma s'era solo preso i soldi senza mai impegnarsi nella missione. 

Adesso che la ragazza è riapparsa, sente di avere un debito con lei e vuole provare a catturare l’uomo senza volto che l'ha rapita. 
Genko sa di avere poco tempo, in quanto il suo corpo ben presto lo tradirà a causa di una malattia mortale da poco diagnosticatagli.
Le indagini personali di Genko (che in certi momenti si scontrano con quelle ufficiali della polizia, e in altri lui le darà una mano) lo portano a interrogare molte persone, a partire dall'uomo che ha trovato Sam sola e stremata nel bosco fino ad arrivare a coloro che hanno conosciuto il rapitore.
Tutte concordano nel descriverlo con una maschera da coniglio, con due occhi rossi inquietanti.

Genko arriverà a scoprirne anche il nome e alcuni episodi del suo passato drammatici che hanno reso il rapitore un figlio del buio, una vittima che qualcuno ha infettato col male trasformandola, a sua volta, in un carnefice.

Ognuno ha la sua battaglia da affrontare: Bruno Genko è in corsa contro il tempo e deve districarsi tra le progressive verità circa l'uomo con la maschera da coniglio, il quale è bravo a manipolare la realtà e le informazioni su di sè; e poi c'è Samantha, che deve fare i conti con un passato doloroso che le precise domande del pacato e imperturbabile dottor Green fa emergere dalla sua memoria.

Intanto, nella storia compaiono e intervengono personaggi che chi ha letto altri libri di Carrisi conosce già, come Simon Berish, che lavora nella sezione degli scomparsi (il Limbo) ed è preoccupato per l'agente Mila Vasquez, impegnata in una missione segreta.

Premetto che amo Carrisi, lo trovo geniale nel presentare delle verità che poi vengono puntualmente smentite o comunque lasciano enormi dubbi nel lettore; arzigogolato nelle trame, sempre ricche di colpi di scena, e i finali poi sono il colpo di coda che lascia a bocca aperta.
E il romanzo è così, infatti, ha queste caratteristiche, e onestamente mi sento di dire che il film le ha rispettate; a me è piaciuto; certo, può sembrare un po' contorto se non si è abituati alle storie dell'Autore (anche i libri lo sono, e mi rendo conto che questa peculiarità può non piacere a tanti), soprattutto perchè bisogna capire come collocare fatti e personaggi nella linea temporale, ma a mio avviso Carrisi ha fatto un buon lavoro, e per quanto mi riguarda il mio parere su questo film è positivo.
E tanto per cambiare mi ha messo su la voglia di leggere Il gioco del Suggeritore.



venerdì 24 aprile 2020

IN DIFESA DI JACOB di William Landay. - la miniserie dal 24 aprile su Apple Tv+



Un thriller letto qualche anno fa, e che mi piacque davvero tanto, è IN DIFESA DI JACOB di William Landay.

QUI potete leggere la recensione.

Vi riporto la sinossi del libro:

Ed. Fanucci
Edizioni TimeCrime
Collana Narrativa
Prezzo 7.70
Pagg 544

Andy Barber, da più di vent’anni braccio destro del procuratore distrettuale, è un uomo rispettato, un marito e un padre devoto, e ha davanti a sé una carriera sicura.
Sa bene cosa può nascondere la vita di una persona, quali colpe possono essere taciute, ma la sua è un’esistenza serena e l’amore per la moglie e il figlio non ha limiti.
Tutto sembra andare per il verso giusto per lui e la sua famiglia.
Ma certe convinzioni a volte sono esposte ai capricci del destino o alle conseguenze di piccoli gesti. Così, un giorno, quasi per caso, piomba su di loro un’accusa inaudita: il figlio di Andy, Jacob, poco più che un bambino, viene indagato per omicidio.
Un suo compagno di classe è stato accoltellato nel parco poco prima dell’inizio delle lezioni.
Il ragazzo proclama la propria innocenza e Andy gli crede.
Ma c’è qualcosa che non torna, l’impianto accusatorio è dannatamente convincente: e se qualcosa fosse sfuggito all’attenzione di Andy?
E se i quattordici anni di vita del figlio non fossero sufficienti per capire chi è realmente?
E se Jacob, suo figlio, fosse alla fine un assassino?
In difesa di Jacob è un thriller che tiene col fiato sospeso, ed è anche una straordinaria radiografia dei rapporti familiari; uno specchio feroce in cui realtà e giustizia si mostrano inesorabilmente implacabili, fino alla rivelazione di una sorprendente e inaspettata verità che si svela solo all’ultima pagina.

Ebbene, finalmente è in arrivo l’attesissima serie tratta da questo legal-thriller, con un cast eccezionale: Chris Evans, Michelle Dockery, Jaeden Martell, Cherry Jones, Pablo Schreiber, Betty Gabriel e Sakina Jaffrey.

Dal 24 aprile su Apple TV+


giovedì 23 aprile 2020

Frammenti di... Febbre



Un passaggio nel quale mi sono ritrovata alla perfezione. Il mio ritratto sputato, praticamente.
Quanti mal di pancia alla sola idea di dover tirar fuori la voce per affrontare un'interrogazione o leggere un brano di Antologia...




"Quando ho un’interrogazione, il problema non è essere più o meno pronto: 
è riuscire a parlare. (...)
Il vero problema però ce l’ho quando devo leggere ad alta voce. Le ore di antologia sono quelle che temo di più. Si legge a turno, uno o due paragrafi a testa. Il prof di lettere ci chiama seguendo la disposizione dei banchi. Quando sta per arrivare il mio turno, cerco di salvarmi chiedendo di andare in bagno. A volte devo andarci davvero: per la paura mi vengono i crampi alla pancia, fitte fortissime nell’intestino. Conto: ne mancano tre. Conto: ora solo due. Cerco di calcolare con precisione il momento perfetto per alzare la mano e chiedere di uscire – non troppo presto, non posso stare fuori mezz’ora, però nemmeno troppo tardi, non sarei credibile – ma quando torno in classe il prof mi chiama comunque. Mi fa recuperare il turno che credevo di riuscire a saltare."

 Jonathan Bazzi, Febbre

mercoledì 22 aprile 2020

Segnalazioni editoriali (aprile 2020)



Cari lettori, oggi vi presento un paio di libri segnalatimi di recente.


Il primo è un dark noir dal titolo Al di là della nebbia di Francesco Cheynet e Lucio Schina, edito da Segreti in giallo edizioni, una nuova etichetta appena entrata nel mercato editoriale.

Il romanzo è stato finalista ai concorsi nazionali "IoScrittore" edizione 2019 e "1x1000 giallo" edizione 2019.

La terrificante esperienza del giovane avvocato Edward Jenkins ha inizio in una fredda e nebbiosa sera di novembre del 1885, sulla banchina della stazione ferroviaria di Skegness.
Nella tasca interna del cappotto conserva una misteriosa lettera ricevuta qualche giorno prima, in cui gli viene prospettata la possibilità di chiudere il più importante affare della sua vita. Sono troppi però gli interrogativi ai quali l’avvocato deve dare una risposta: perché l’autore non ha firmato la lettera?
Dove si trova Fault City, la sconosciuta cittadina nella quale viene invitato a trascorrere il fine settimana? E chi sono gli unici altri due passeggeri che incontrerà sul treno?

Nella cupa atmosfera autunnale dell’Inghilterra Vittoriana, un treno notturno sarà teatro di una serie di eventi apparentemente inspiegabili, dove lo stesso filo sottile che divide il razionale dal fantastico unirà il destino di tre individui, accomunati dal desiderio di ricchezza e da un terribile segreto nascosto nei meandri delle loro coscienze.
Un romanzo fantasy noir che esplora i lati più oscuri dell’animo umano, in cui ognuno sarà vittima delle proprie debolezze, in un crescendo di situazioni che costringeranno i protagonisti a prendere consapevolezza della propria natura ambigua.

Gli Autori.Francesco Cheynet vive a Roma ed è insegnante di scuola primaria. Collabora come copywriter freelance con varie aziende immettendo contenuti sui siti web e contribuendo alla realizzazione di voucher e brochure. Predilige il genere Giallo – Thriller e già ha ottenuto vari riconoscimenti in concorsi letterari.

Lucio Schina nasce in provincia di Roma. Laureato in antropologia, divide il suo tempo libero tra la lettura e la scrittura, con cui porta avanti un rapporto conflittuale. Ama il cinema horror e nutre una speciale predilezione per Dario Argento. Il resto è tutto in divenire
.

L'altro libro è una pubblicazione Amazon Crossing: Reazione mortale di Damien Boyd.

Il romanzo uscirà il giorno 28 aprile a 4,99€ in eBook e 9,99€ in cartaceo.

LINK
Un giallo avvincente nel mondo delle corse dei cavalli

Un giovane aspirante fantino viene colpito a morte da un cavallo aggressivo in un maneggio nella campagna inglese. Pensando che si tratti di morte accidentale, il caso viene presto archiviato. 
Ma il fratello del ragazzo, tornato dal fronte, scatena un assedio armato e ottiene di riaprire le indagini per scoprire la verità. Ancora segnato dalle ripercussioni fisiche e psicologiche del suo ultimo caso, l’ispettore Nick Dixon viene trascinato in un mondo torbido fatto di scommesse truccate e traffici sospetti, dove le persone sono disposte a fare qualsiasi cosa pur di mantenere i loro segreti. 
Anche quando questo significa mettere a tacere un detective che continua a fare le domande sbagliate sulla persona sbagliata...

L'autore
Damien Boyd è diventato autore di gialli dopo una brillante carriera da procuratore legale. Grazie alla sua vasta esperienza di diritto penale e alla collaborazione con tanti detective, scrive storie poliziesche avvincenti e originali, ambientate nella regione del Somerset, dove è nato e cresciuto. Dopo L’ultimo volo del corvo e La testa nella sabbia, Reazione mortale è il terzo romanzo della serie con protagonista l’ispettore Nick Dixon.

martedì 21 aprile 2020

Letture... da Far West



Pochi giorni fa mi è balzato davanti agli occhi un autore di cui ho letto moooooolti anni fa un romanzo sentimentale che non mi aveva entusiasmato (ero adolescente, c'è da dire questo):  Larry McMurtry, di cui lessi Voglia di tenerezza (acquistato, tra l'altro, perché mi era piaciuta la copertina, tutta a fiori e romanticissima).


Ad ogni modo, i due romanzi che hanno attirato la mia attenzione appartengono ad una saga western, genere che dal punto di vista cinematografico non calcolo nemmeno di striscio (anzi, quando vedo un film western in tv, cambio canale alla velocità della luce!) ma, per motivi a me ignoti, quando si tratta di romanzi, ne sono oltremodo affascinata.


In ordine di pubblicazione:

Lonesome Dove (1985) - pubblicato in Italia da Einaudi nel 2019
Le strade di Laredo (1993) - pubblicato in Italia da Einaudi nel 2018
Dead Man's Walk (1995) - non ancora pubblicato in Italia
Comanche Moon (1997) - non ancora pubblicato in Italia

Seguendo la cronologia interna delle vicende:
Dead Man's Walk - ambientata nei primi anni del 1840
Comanche Moon - ambientata negli anni 1850-1860
Lonesome Dove - ambientata nella metà degli anni 1870
Streets of Laredo - ambientata all'inizio del 1890



LONESOME DOVE (Ed. Einaudi, trad. M. Emo, 992 pp, 16 euro).

.
In uno sputo di paese al confine fra il Texas e il Messico, Augustus McCrae e Woodrow Call, due dei piú grandi e scapestrati ranger che il West abbia conosciuto, hanno cambiato vita: convertiti al commercio di bestiame, ammazzano il tempo come possono. 
Augustus beve whiskey e gioca a carte, mentre Call lavora sodo dall’alba al tramonto. 
L’equilibrio si spezza quando, dopo una lunga assenza, torna in cerca d’aiuto un vecchio compagno d’armi, il seducente e irresponsabile Jake Spoon, che descrive agli amici i pascoli lussureggianti del Montana, dando fuoco alla miccia dell’irrequietezza di Call: raduneranno una mandria di bovini, li guideranno fin lassú e saranno i primi a fondare un ranch oltre lo Yellowstone. 

Eroi e fuorilegge, indiani e pionieri, la malinconia di un’epoca al tramonto e l’eccitazione di una cavalcata selvaggia. 
L’avventura che non finirà mai: questo è il West.




Con Le strade di Laredo (trad. M. Emo, C. Mennella, 504 pp, 22 euro) Larry McMurtry ci riporta sui sentieri di Lonesome Dove.

,
Texas, fine di un’epoca. Gli infiniti spazi aperti su cui scorrazzavano le grandi mandrie del West sono ora solcati dai binari dei treni, e su quei treni viaggiano merci preziose che i banditi possono rubare. Per fermarne uno astuto e spietato come Joey Garza serve «il piú famoso Texas Ranger di tutti i tempi». Il capitano Woodrow Call è di nuovo in sella e, affiancato da compagni vecchi e nuovi, deve affrontare la piú insidiosa delle sfide: quella contro il tempo.

Texas, ultimo scampolo dell’Ottocento. Il mondo è cambiato, ma la storia continua. Niente piú mandrie di bestiame che percorrono praterie immense, ma treni che tagliano l’orizzonte.
Tutto riprende da dove era iniziato, però con un salto di una ventina d’anni: Woodrow Call è di nuovo nella terra da cui si era allontanato per un’ormai leggendaria spedizione nel Montana. Tanti suoi amici di un tempo non ci sono piú, come non ci sono piú i nemici che conosceva bene, gli indiani e i messicani. 
I nuovi nemici sono i fuorilegge, che imperversano su entrambe le sponde del Rio Grande. Il capitano Call, «il piú famoso Texas Ranger di tutti i tempi», è ormai un cacciatore di taglie. 
La sua fama lo precede e proprio per questo viene ingaggiato da un magnate delle ferrovie yankee per scovare un giovane bandito messicano che rapina i suoi treni e uccide i passeggeri. Sembrerebbe una faccenda di ordinaria amministrazione, ma Call è un eroe al tramonto, pieno di acciacchi e prigioniero dei ricordi, e ha bisogno di un compagno fedele per condurre la caccia. Come sempre convoca Pea Eye, suo caporale ai tempi dei ranger. 
Ma il mite Pea Eye ora è sposato con Lorena, l’ex bellissima prostituta dai tempi di Lonesome Dove, ha cinque figli e una fattoria da mandare avanti: la sua fedeltà va soprattutto alla famiglia. 
Call scopre di colpo che il suo rassicurante passato lo respinge, proprio mentre un irriconoscibile presente gli si para davanti sotto le sembianze di Ned Brookshire, un timoroso ragioniere di Brooklyn che gli viene messo alle costole dalla compagnia ferroviaria per tenere i conti della missione, ma soprattutto del terribile Joey Garza, un imberbe messicano gelido e individualista che colpisce con metodi inediti e imprevedibili. 

Carico di azione, violenza, umorismo e malinconia, Le strade di Laredo prosegue e completa la storia dei personaggi già cari ai lettori di Lonesome Dove e la intreccia con quella dei suoi nuovi, memorabili protagonisti – tra i quali giganteggia Maria, l’indomita madre di Joey Garza. Tutti saranno riuniti in una mirabile resa dei conti che, nello stile di Larry McMurtry, smonta qualsiasi stereotipo western. 
Le strade di Laredo non è un semplice sequel né soltanto la storia di un’estenuante caccia all’uomo, ma racconta un mondo brutale, in rapido cambiamento, dove i valori tradizionali quali l’amore, l’amicizia, la fedeltà e la solidarietà verranno rifondati alla luce della nuova era che sta per nascere.


Larry McMurtry è nato nel 1936 a Archer City, nel Texas. Romanziere e sceneggiatore, nel 1986 ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa con Lonesome Dove e nel 2006 l'Oscar per la migliore sceneggiatura non originale con I segreti di Brokeback Mountain. Da molti dei suoi romanzi sono stati tratti film di grande successo come Hud il selvaggio, L'ultimo spettacolo e Voglia di tenerezza. Per Einaudi è uscito Lonesome Dove (2017 e 2019), prima parte della saga che con Le strade di Laredo (2018) si conclude.

domenica 19 aprile 2020

Recensione film: "L'IMMORTALE" di Marco D'Amore



Da fan di Gomorra - La Serie, in attesa della quinta stagione, non potevo di certo perdermi la visione de L'Immortale, il film incentrato sull'amato personaggio Ciro Di Marzio e diretto da Marco D'Amore stesso; accanto a lui, Giuseppe Aiello, Salvatore D'Onofrio, Gianni Vastarella, Marianna Robustelli, Martina Attanasio, Nello Mascia.


"Ho campato tutta la vita con la morte vicino a me. Non ho paura di morire".

Non iniziano a chiamarti l'Immortale tanto per dare fiato alla bocca.
Il destino di Ciro Di Marzio è scritto e deciso sin da quando, piccolino, sopravvive miracolosamente tra i cumuli di macerie causati dal terremoto del 1980.

Quel Ciro bambino e indifeso adesso è un uomo; un uomo che è sopravvissuto a tanti agguati e tentativi di farlo fuori; del resto, se vivi all'insegna del doppiogioco e dei tradimenti, non puoi  aspettarti altro che te la facciano pagare, prima o poi.
Ma se c'è una cosa che capiamo di questo antieroe, di questo criminale che ha scelto di seguire la via del Male anche a costo di grandi perdite, che sa essere spietato, cinico e violento, è che la determinazione che guida le sue azioni è, ormai, priva di paura: uno che ha già perso ciò che di più importante aveva - la famiglia -, non ha più nulla da perdere. C'è davvero qualcosa che può ancora fargli paura?

Eppure Ciro non è di certo un robot, non è una macchina da guerra senza sentimenti, e benché il più delle volte sembri anaffettivo e antiempatico, in realtà è costantemente angosciato e tormentato dai demoni e dagli errori del passato, che lo seguono ovunque vada.
Lo hanno seguito quando ha lasciato Napoli per andarsene ad espiare la proprie malefatte in Bulgaria (inizio terza stagione); lo hanno spinto già nella acque del Golfo di Napoli quando si è sacrificato per salvare l'amico fraterno Genny da Sangue Blu; gli restano attaccati addosso anche quando da quelle acque viene ripescato in fin di vita, e ancora quando lascia nuovamente Napoli per recarsi in Lettonia e occuparsi di spaccio di droga per conto di don Aniello, al servizio dei russi.
Qui rivede, dopo molti anni, Bruno, una persona che ha segnato la sua infanzia e la prima parte della sua vita.

Inevitabilmente si riaffacciano i ricordi e basta poco per tornare indietro nel tempo: Ciro ha dieci anni, è orfano e continua a sopravvivere, conducendo una vita fatta di espedienti  insieme ad alcuni suoi coetanei, tra le pericolose strade di Napoli.
Come purtroppo spesso accade, questi ragazzini soli, senza una famiglia solida alle spalle che se ne prenda cura, finiscono per diventare facile preda dei criminali del posto, ed è ciò che succede anche al piccolo Ciro, che sarà pure magrolino ma è svelto, scaltro e già dimostra la grinta e la cazzimma che lo caratterizzeranno negli anni a venire.

Proprio perché sveglio e senza paura, pronto a ubbidire agli ordini dei grandi ai quali offre i propri "servigi", diviene il pupillo di uno di loro, Bruno (lo stesso che rivede a Riga, in Lettonia, anni dopo), il quale lo coinvolge nei propri illeciti affari e nella propria ambizione di non essere sottomesso ad altri ma di poter gestire attività criminali da solo.
Bruno è fidanzato con Stella, una bella ragazza con la passione del canto, e Ciro vede in questa coppia di amici quella famiglia che lui non ha mai avuto.
Ma ancora una volta dovrà fare i conti con la dura e crudele realtà di Secondigliano, con una vita che non fa sconti a nessuno, neanche a un bambino.

La narrazione del passato - nel quale veniamo a conoscenza dell'infanzia e dell'educazione criminale dell'Immortale, e che offre elementi capire come si è evoluto il personaggio e come certe cose del passato non l'abbiano mai abbandonato, anzi, abbiano contribuito a renderlo l'adulto che è - si incrocia con il presente, che vede un duro e distaccato Ciro alle prese con lo sporco business della droga e al centro di una faida tra criminali lettoni, e dove conoscerà altri napoletani, tra i quali c'è, appunto, Bruno.

Come è inevitabile in un mondo marcio come questo, Ciro sa di non potersi fidare di nessuno, che deve continuamente guardarsi le spalle e ricordarsi che il nemico non va mai lasciato vivere (del resto, lo chiamano Ciro l'Immortale, non Ciro "il misericordioso").

Come dicevo all'inizio, ci tenevo a vedere questo film di Marco D'Amore e, sin da da quando era venuta fuori la notizia, mi incuriosiva molto l'idea di questo spin-off, di un capitolo dedicato interamente al suo personaggio (mi piace che l'abbia diretto lui stesso), che ho sempre trovato interessante, enigmatico, ambiguo, e che affascina proprio per la sua complessità: dietro lo sguardo duro e cupo e dietro i suoi silenzi eloquenti, c'è un uomo che paga ogni giorno dentro di sé il peso di scelte e sbagli, e ancora più in fondo, c'è un bambino (interpretato da un bravissimo ed espressivo Giuseppe Aiello), che ha dovuto contare sulla propria forza e intraprendenza per farsi strada in un mondo di adulti senza scrupoli. 

Il film si colloca tra la quarta e la quinta stagione della serie e infatti il finale apre nuovi scenari in vista del prossimo appuntamento con Gomorra.

venerdì 17 aprile 2020

In lettura: FEBBRE di Jonathan Bazzi



La mia nuova lettura:

FEBBRE di Jonathan Bazzi (Fandandgo Libri).

Jonathan ha 31 anni nel 2016, un
.
giorno qualsiasi di gennaio gli viene la febbre e non va più via, una febbretta, costante, spossante, che lo ghiaccia quando esce, lo fa sudare di notte quasi nelle vene avesse acqua invece che sangue. 
Aspetta un mese, due, cerca di capire, fa analisi, ha pronta grazie alla rete un’infinità di autodiagnosi, pensa di avere una malattia incurabile, mortale, pensa di essere all’ultimo stadio. 
La sua paranoia continua fino al giorno in cui non arriva il test dell’HIV e la realtà si rivela: Jonathan è sieropositivo, non sta morendo, quasi è sollevato. 
A partire dal d-day che ha cambiato la sua vita con una diagnosi definitiva, l’autore ci accompagna indietro nel tempo, all’origine della sua storia, nella periferia in cui è cresciuto, Rozzano – o Rozzangeles –, il Bronx del Sud (di Milano), la terra di origine dei rapper, di Fedez e di Mahmood, il paese dei tossici, degli operai, delle famiglie venute dal Sud per lavori da poveri, dei tamarri, dei delinquenti, della gente seguita dagli assistenti sociali, dove le case sono alveari e gli affitti sono bassi, dove si parla un pidgin di milanese, siciliano e napoletano. 
Dai cui confini nessuno esce mai, nessuno studia, al massimo si fanno figli, si spaccia, si fa qualche furto e nel peggiore dei casi si muore. Figlio di genitori ragazzini che presto si separano, allevato da due coppie di nonni, cerca la sua personale via di salvezza e di riscatto, dalla predestinazione della periferia, dalla balbuzie, da tutte le cose sbagliate che incarna (colto, emotivo, omosessuale, ironico) e che lo rendono diverso. 

Un libro spiazzante, sincero e brutale, che costringerà le nostre emozioni a un coming out nei confronti della storia eccezionale di un ragazzo come tanti. Un esordio letterario atteso e potente.

mercoledì 15 aprile 2020

Recensione: BULL MOUNTAIN di Brian Panowich



Le pagine di questo bellissimo romanzo trasudano di amore per la propria terra, ma non sempre questo amore è benefico: quando esso si tramuta in un senso di appartenenza primitivo, belluino e prepotente, rischia di divenire "malato" e quella stessa terra, invece di essere sinonimo di vita e legami famigliari, si sporca di sangue e di morte, divenendo velenoso.


BULL MOUNTAIN
di Brian Panowich


NN Editore
trad. Nescio Nomen
304 pp
18 €
"Questo libro è per chi ama camminare in montagna per poter guardare le nuvole dall’alto, per chi decide ogni giorno di smettere di fumare e di bere, per chi indossa camicie di flanella rosse e blu, e per chi ha capito che appartenere a una terra, a una famiglia o a una persona non vuole dire possederla ma amarla con tutto il cuore."


I protagonisti di questo romanzo sono i Burroughs, una famiglia di cui seguiamo le vicende narrate nell'arco di tre generazioni, a partire dal capostipite Cooper (e suo fratello Rye), proseguendo con il figlio Gareth e con la prole di quest'ultimo, Clayton e Halford.

I Burroughs dominano a Bull Mountain, ne sono praticamente i padroni; tra quelle aspre montagne tutti li rispettano, o meglio li temono: essi sono noti per il caratteraccio ruvido, burbero, il temperamento violento, l'arroganza e la freddezza spietata nello sbrigare ogni faccenda e risolvere a modo loro problemi e grane.
Supportati da schiere di fedeli seguaci armati fino ai denti, i Burroughs sono invincibili e detengono da generazioni il pieno controllo della zona, trafficando in whiskey di mais, marijuana e metanfetamina.

Benché ogni capitolo si concentri di volta in volta su un personaggio (collocato in un preciso anno) e sul suo ruolo nelle dinamiche della storia, possiamo dire che uno dei protagonisti è sicuramente Clayton Burroughs. 

Terzo figlio di Gareth, Clayton è considerato dai suoi un traditore della famiglia perché ha deciso di lasciarsi alle spalle le proprie discutibili origini sposando la bella Kate e diventando lo sceriffo della città a valle. 
Una vita tranquilla e rispettosa della legge: questo vuole per sé e per Kate, il buon Clayton; per suggellare le buone intenzioni, sta cercando anche di tenere lontano l'alcool, per non rischiare di diventare un ubriacone violento, come è stato suo padre.
Un padre che non ha mai dimostrato grande stima per il suo ultimogenito, preferendogli i più coriacei, rudi e più simili a lui, Halford e Buckley (quest'ultimo ha fatto una brutta fine, ammazzato dalla polizia per i suoi loschi crimini).

L'esistenza pacifica - e lontana dal fratello - dello sceriffo viene interrotta quando l’agente federale Simon Holly minaccia di distruggere l’impero dei Burroughs e chiede a Clayton di intervenire, provando a proporre ad Halford una sorta di offerta vantaggiosa: se fa i nomi dei criminali con cui traffica e che gli forniscono armi illegali, lui verrà  lasciato in pace, a patto però che rinunci anche al commercio di speed.

Clayton non è un ingenuo: sa benissimo che il bifolco fratello non rinuncerebbe agli affari (non certo per il danaro, che comunque ha a palate) né tradirebbe gli uomini con cui traffica; anche i delinquenti hanno un "contorto senso dell'onore" da rispettare!

Lo sceriffo fiuta i guai che gli causerebbe il mettersi in mezzo a questa indagine federale, ed è proprio ciò che gli sta chiedendo di fare l'agente Holly: incontrare il fratello maggiore - che lo odia - e convincerlo a scendere a patti con la giustizia.

Eppure, nonostante i dubbi suoi e gli avvertimenti della saggia e amorevole consorte, lo sceriffo Burroughs cede e decide di provare a far ragionare il fratellone, che lo accoglie - insieme ai propri scagnozzi - con i fucili puntati.

Tornando in quella che è stata la sua casa, Clayton è costretto ad affrontare i ricordi, le paure, il disprezzo della famiglia e la volontà di redimere un passato di tradimenti, sangue e violenza. 

Le vicende narrate racchiudono un periodo che va dal 1949 al 2015, con incursioni negli anni '70 e '80, necessarie per comprendere le dinamiche del presente.
Come dicevo più su, i capitoli si susseguono dal punto di vista dei personaggi principali e veniamo trasportati dal presente al passato e viceversa.

Siamo in Georgia, e se c'è una cosa che conta tra queste montagne e questi boschi è l'attaccamento alla terra, alla propria casa, alla famiglia.


«Quassù esiste una sottile simbiosi tra la terra e chi la considera la propria casa (...) È qualcosa di viscerale. Qualcosa che gli abitanti del posto non si sono guadagnati né hanno dovuto lottare per ottenere. È un diritto di nascita e sono pronti a combattere fino alla morte se qualcuno minaccia di sottrarglielo. È parte integrante di ciò che sono, di ciò che siamo».
«È casa. Casa nostra. Si stende a perdifiato e appartiene a noi, a te. Non esiste nulla di più importante. Bisogna essere disposti a fare di tutto perché resti così. Persino qualcosa di molto sgradevole».

Lo sfondo naturalistico non è secondario, anzi, è una cornice importante; tra queste pagine anche il lettore si sente parte dello stesso cielo, gli sembra di respirare il forte odore della terra fredda e umida di rugiada, dell'erba bagnata, il profumo della resina degli alberi, quello della mattina presto su in montagna (che solo chi vi è nato e cresciuto sa identificare), quello cattivo degli escrementi degli animali; gli sembra di sentire il coro caotico di rane e grilli o quello più melodioso degli uccelli.
Questa asperità tipica della natura inviolata si riflette nella gente che vive in queste terre: semplice, rusticarozza; i selvaggi e i maneschi non mancano, spacciano droga e perpetrano violenze senza troppi problemi e sensi di colpa; alzare il gomito, e ingollare whiskey come se fosse succo di frutta, è di prassi.

Gli uomini della montagna hanno il volto indurito, segnato dal peso delle fatiche di un'esistenza spesa a contatto con la terra ma anche da quello altrettanto (se non di più) ingombrante delle attività criminali portate avanti che, se da una parte danno soldi, fama e rispetto, dall'altra portano anche pensieri, preoccupazioni, l'ossessione di essere fregati e traditi, anche da chi è parte della stessa famiglia.

Famiglia: una parola che compare non di rado in questa storia, ma non facciamoci abbagliare dal suono rassicurante che solitamente l'accompagna: a Bull Mountain, tra i Burroughs, per essere membro della famiglia non è indispensabile il legame di sangue, quanto piuttosto la fedeltà assoluta e muta a chi comanda in casa.

Qui chi comanda pretende sottomissione assoluta; guai a pestargli i piedi: tutti sanno che "i re di Bull Mountain" sono senza dubbio persone intelligenti e scaltre ma altresì privi di buone maniere e sensibilità, aggressivi, prepotenti, criminali incalliti, assassini; non hanno alcun rispetto per il prossimo e l'unica cosa che conta per loro è che gli altri tremino in loro presenza, li temano e non intralcino in alcun modo i loro affari.

Come trattano le donne questi uomini veementi e tracotanti?
Come oggetti privi di valore, e lo vediamo nel rapporto tra Gareth e sua moglie Annette e nelle vicende tristi e drammatiche che vedono protagonista una giovane prostituta sfregiata da un Gareth nervoso, manesco e ubriaco(inizialmente la storia di questa ragazza può sembrare una parentesi che poco c'entra coi Burroughs, ma nel corso della lettura si fa chiaro il legame che la unisce a loro).

L'unico Burroughs a distinguersi è Clayton, che ama e rispetta sua moglie Kate, anzi, deve molto a lei la scelta di diventare sceriffo e di non seguire la cattiva strada segnata dalla sua famiglia di fuorilegge.

Il personaggio del federale Simon Holly si presenta come ambiguo e sfuggente per poi diventare man mano più chiaro e predominante.

Bull Mountain mi è capitato per caso su Kindle Unlimited ed è stata una lettura sorprendente e ad alto coinvolgimento: una volta iniziato non sono riuscita a fermarmi; ci sono elementi crime, noir, c'è tutta la tensione emotiva tipica degli intrecci delle saghe famigliari; la storia della famiglia Burroughs, raccontata a turno da tutti i personaggi, tiene incollato il lettore per il suo ritmo incalzante, i dialoghi serrati, per lo sviluppo narrativo avvincente, per le dinamiche innescate da tutti i personaggi che intervengono (anche i secondari) e infine per l’imprevedibile epilogo

Panowich dimostra tutta la sua grande abilità narrativa attraverso il racconto di una storia di terra e sangue, di amore e odio, di vendette, soprusi, criminalità, dissapori famigliari, e in una cornice aspra e ricca di fascino inserisce personaggi forti, ben definiti, che inevitabilmente generano simpatie o antipatie nel lettore.
In questo primo capitolo della saga famigliare alla fine ciò che conta e resta non è l'egoistico possesso di un luogo fisico, quanto l'amore nutrito per esso e che spinge a fare scelte dolorose ma oneste verso se stessi, come distruggere le proprie radici quando si fanno velenose perché quello è l'unico modo per onorarle e proteggerle davvero.

La saga di Bull Mountain prosegue con il secondo episodio, Come i leoni.

Vi lascio con questo brano citato nel romanzo e non posso che consigliarvelo!


martedì 14 aprile 2020

Recensione: TRAFFICI NOTTURNI di Barry Eisler



Cambiare nome, vita, Paese e sperare, così, di neutralizzare i demoni del passato.
Ma se c'è un segugio fedele quello è proprio il passato, e più è doloroso, più ti resta attaccato alla schiena come un giogo tutt'altro che leggero.
E se per liberartene fosse necessario attuare la più spietata delle vendette?



TRAFFICI NOTTURNI
di Barry Eisler


Amazing Crossing
trad. V. Merante
4,99€ eBook
9,99€ cartaceo
MARZO 2020
Livia Lone è una detective in gamba, esperta in crimini sessuali; la fama della sua bravura e professionalità la precede tra i poliziotti e non solo, ed infatti c'è qualcuno che la contatta proprio per coinvolgerla in una missione segretissima e delicata, di cui però è disposto a rivelare poco. Ma Livia sa come far parlare chi le è di fronte: se c'è una cosa in cui eccelle sono le tecniche d'interrogatorio; lei sa come approcciare anche con l'interlocutore più restio e chiuso per ottenere da lui le informazioni che desidera.
E l'uomo che la sta cercando avrà presto modo diverificare personalmente le capacità, il sangue freddo e l'intuito di Livia Lone.
L'uomo  - B.D. Little - è un agente speciale del  Dipartimento di Sicurezza e vuole arruolarla in una task force del governo degli Stati Uniti contro dei trafficanti di esseri umani.
Destinazione: Thailandia.

Nonostante l'iniziale diffidenza, a Livia si rizzano le antenne e l'adrenalina prende a scorrerle come un fiume inarrestabile: il destino (o meglio la DIA) sta per metterle davanti l’opportunità per risolvere alcuni conti in sospeso del suo passato e tornare proprio nella sua terra natia, dove potrà finalmente stanare tutti coloro che da bambina l’hanno presa, venduta e violentata. 
E se lei è sopravvissuta, seppur con enormi cicatrici nell'anima, qualcun altro a lei molto caro, no.
Sua sorella Nason - anch'ella venduta dai loro genitori a degli sporchi trafficanti - ha subito le stesse atrocità nella traversata dalla Thailandia agli USA, ma le due sono state divise e solo anni dopo Livia ha saputo della sua morte.
Il dolore per non aver saputo proteggere la sua amata sorella la perseguita, la lacera e negli anni ha generato in lei un profondo odio e una grande sete di vendetta verso tutti coloro che hanno fatto loro tanto male e continuano a farne a chissà quanti ragazzini innocenti!

Tra questi delinquenti (e purtroppo in mezzo a loro ci sono molti poliziotti) c'è un pezzo grosso di tale commercio clandestino: Rithisak Sorm.
Livia punta a lui ma per arrivare ad ammazzarlo deve passare sui cadaveri di altri esseri altrettanto meschini e luridi, che collaborano in questo maledetto traffico di esseri umani.

Così, determinata e super attrezzata, Livia parte per la Thailandia, riscoprendo odori, rumori, posti... che fanno inevitabilmente affiorare ricordi molto tristi, che lei si era illusa di aver sepolto in un cantuccio della propria mente.
Dopo aver "sistemato" i primi tre criminali, la detective Lone deve affrontare la parte più importante della propria missione; ma nel corso di essa, in un club di Pattaya, le cose non vanno come sperava, nonostante tutti gli accorgimenti presi. 

Quello che doveva essere un piano ben congegnato si rivela essere una trappola. 
Una trappola tesa per lei, sì, ma non solo: si ritrova, infatti, a collaborare con Dox, ex cecchino dei marines, che non ha niente in comune con lei, se non la volontà di fermare Sorm.
Ma mentre Livia lo vuole morto, Dox preferirebbe portarlo vivo a chi di dovere.

I due decidono di fare squadra; si sa, insieme si è più forti e ci si guarda le spalle, e infatti più di una volta l'uno salverà la pellaccia all'altra e viceversa.

Dox è un uomo simpatico, attraente, chiacchierone, intuitivo, generoso e Livia - che generalmente è molto diffidente verso tutti, in special modo verso il genere maschile - coglie immediatamente gli aspetti positivi dell'uomo, se ne sente anche attratta ma sa di dover restare lucida se vuol portare avanti la propria letale missione.
E poi nel suo cuore c'è un mare di dolore e di brutti ricordi che le impediscono di lasciarsi andare, di accettare con serenità le avances di un bell'uomo come Dox, il quale però - con la spontaneità e la gentilezza che gli sono propri - saprà aprirsi un varco nel cuore della bella Livia e nella sua corazza di freddezza e circospezione.

In un mondo in cui la legge non va sempre a braccetto con la giustizia, dove le autorità sono corrotte, e spie e cospirazioni politiche sono all’ordine del giorno, Livia e Dox si ritroveranno a dover capire di chi possono fidarsi e da chi devono guardarsi.

Riusciranno i due a ottenere l’agognata vendetta e a salvare delle vite innocenti? 

"Traffici notturni" è il secondo volume della serie su Livia Lone e devo dire che mi è piaciuto molto; è un misto di spy-story, thriller, e ha anche una piacevole e leggera sfumatura rosa, che male non fa (gusto personale).
Mi piace la protagonista perché è una donna che, nonostante le sofferenze e le brutture subite, ha saputo rialzarsi, farsi una carriera in polizia e diventare una detective molto brava; certo, non è una santa... visto che, per motivazioni personali, è disposta a mettere da parte la legge per farsi giustizia da sola. 
Stile molto scorrevole; i molti dialoghi e le sequenze dinamiche e d'azione rendono il ritmo incalzante; la presenza di Dox dà un tocco di leggerezza, essendo Livia tendenzialmente cupa e fin troppo concentrata sui propri propositi di vendetta, tanto da apparire a volte una "macchina da guerra"; ma il rapporto con l'ex-marines farà emergere le sue fragilità di donna e il bisogno di essere amata.
Consigliato in particolare agli amanti del genere.
Comincerò subito il primo volume, approfittando dell'offerta su Kindle Unlimited ^_^

Adsense

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...