sabato 18 agosto 2018

Recensione: LADY MAFIA di Pietro Favorito



Dalle pagine di un fumetto dedicato a lei, la killer feroce e bellissima, Veronica De Donato, diventa la protagonista di un romanzo che mescola sapientemente le atmosfere torbide del noir con quelle vivaci e sordide del pulp/hardboiled, in cui il crimine e la violenza efferata sono al centro di tutto.


LADY MAFIA
di Pietro Favorito


CuoreNoir ed.
476 pp
2018
"Veronica non era molto alta. E al cospetto dell’Americano sembrava ancora più piccola. Ma era un cuore impavido e non aveva paura di nulla. E questo la faceva apparire all’altezza del boss, sotto tutti i punti di vista. Gli occhi, poi, rivelavano la natura temeraria della sua anima. Non era difficile capire che si trattava di una persona pronta a tutto."


Protagonista e antieroina indiscussa di questo romanzo è una ventitreenne di origini foggiane tornata nella città natale dopo dieci anni d'assenza: Veronica De Donato, una spietata killer che appartiene all'universo mafioso e che, con la "scusa" di consolidare l'alleanza tra il clan camorristico d'appartenenza (quello del Pacchiano, vale a dire Stefano Conegliano, un boss del Veneto di cui Veronica è la pupilla) e alcune importanti criminali famiglie di Foggia, risalenti alla Santissima Trinità, miete propositi di vendetta verso un gruppo specifico di persone.

Prima di diventare l'Angelo della Morte, la ragazza era la figlia del boss più potente della mafia foggiana., Angelo de Donato; quando l'uomo, nel pieno della propria attività criminale, viene arrestato, affida il governo di tutto alla moglie Francesca, una donna in gamba che si sostituisce al marito e ne fa le veci in tutto per tutto, meritandosi l'appellativo di "Lady Mafia".
Ma il mondo della mafia è fatto soprattutto di uomini che decidono, danno ordini..., e "alle famiglie" non sta affatto bene l'idea di dover obbedire ad una donna, così decidono di far fuori la famiglia di Angelo e di farlo in modo esemplare, con una "spedizione punitiva" memorabile che deve impressionare, far tremare e, più di tutto, servire da monito: che nessuno in futuro si metta in testa di poter fare di testa sua, violando ogni gerarchia e ogni regola all'interno delle "famiglie"!

Ed è così che, un giorno di dieci anni prima, Francesca è in casa con i suoi tre figli: i tredicenni gemelli Andrea e Veronica, e il piccolo Giacomo, di un paio d'anni.
Veronica ha un fidanzatino (Giuseppe) ed è in camera con lui quando accade la tragedia: quattro sconosciuti entrano in casa e fanno vivere, per ore, un supplizio ai famigliari di De Donato che resterà impresso nella memoria di tutti, proprio come i boss desideravano.
Cosa accade in quelle ore tremende ci viene detto a sprazzi dalla stessa Veronica, nel corso di diversi dolorosissimi flashback, attraverso i quali il lettore viene trasportato con violenza e crudo realismo nell'incubo straziante che vissero i De Donato in casa propria, in balìa di quattro criminali folli e crudeli (mandati da un boss di cui per ora non conosce l'identità e che si fa chiamare il Dottore).
In quel maledetto pomeriggio, che cambiò la vita di Veronica e della sua famiglia in modo irreversibile, tutti i De Donato (eccetto il bambino piccolo, che verrà rapito e nascosto) vengono sottoposti alle peggiori violenze, a ripetuti soprusi, fino all'omicidio brutale di Francesca.
In seguito, anche Angelo verrà ammazzato in carcere e i due gemelli, lasciati vivere dai sicari, verranno affidati ad una famiglia di Treviso; purtroppo, anche nella nuova casa, Andrea e Veronica faranno esperienza della cattiveria e di quanto possa essere lurido il cuore dell'uomo, vivendo anche qui esperienze traumatiche, che separeranno in modo drammatico e definitivo Veronica dall'amato fratello.
L'atroce incubo vissuto con i famigliari e la successiva traumatica esperienza segnano inesorabilmente il cuore della ragazza, devastandolo, indurendolo, rendendolo di ghiaccio e determinando pesantemente ciò che lei diventerà.

Una parte di lei vorrebbe poter dimenticare le sevizie orrende che subirono lei, Andrea e la povera mamma, ma non le è possibile: il dolore è lancinante, con gli anni è aumentato, l'ha completamente invasa in ogni fibra del suo corpo e tutto ciò che lei è oggi è frutto delle inenarrabili violenze subite ad opera di quei quattro delinquenti; e poi Veronica non vuol dimenticare: tenere la fiamma del ricordo viva significa alimentare la rabbia, il rancore, il desiderio di vendetta per poterlo, nei modi e nei tempi giusti, attuare e placare (o illudersi di placare?) il fuoco che la divora e la fa soffrire.

Adesso che è una giovane donna rispettata, temuta, la killer del Brenta, spietato sicario del nordest italiano capace di guidare gli uomini del Pacchiano nella terza guerra di mafia, Veronica si sente in grado di mettere in atto i propri diabolici piani per rintracciare i quattro maledetti che dieci anni prima hanno stravolto la sua vita e restituire loro tutto il male di cui è stata vittima e che ha imparato a praticare, sperando infine di riabbracciare il fratellino Giacomo.

Seguiamo quindi la scalata dell'Angelo della Morte all'interno della Santissima Trinità, l'incontro con il potente boss Frank Calabrese (l'Americano) e il suo clan, in cui ritrova Lorenzo Manara, l'amico fraterno di suo padre Angelo, con cui si instaura un rapporto di collaborazione e fiducia.
Accanto alla donna, inoltre, c'è il suo fidato amico e collaboratore, il barese Nicola Giaccherini, segretamente innamorato di Veronica ma consapevole di non avere speranza.

La figura della protagonista è ritratta alla perfezione e di lei ci vengono raccontati i travagli dell'anima, un'anima che un tempo è stata innocente e pura, felice e fiduciosa verso il futuro, che sognava di vivere il grande amore col fidanzatino Giuseppe...., ma che purtroppo qualcuno ha voluto trascinare in un incubo, in un buco nero e marcio dal quale Veronica non è più uscita fuori, non totalmente almeno.
Nella sua vita non c'è posto per i sentimenti, per l'affetto, l'amore, una vita serena: lei si sente marcia e sporca fino al midollo e, anche se non è completamente insensibile a questo - anzi, non di rado rimpiange ciò che è stata e avrebbe desiderato non diventare il mostro, il "demonio" in cui si è trasformata -, si rende conto che una volta entrata mani e piedi nell'universo della mafia di Foggia - potente, subdola, invisibile e misteriosa, al pari di un’entità sovrannaturale, che sa come essere invasiva e pervasiva ai limiti dell’onnipresenza, insinuandosi ovunque, dal mercato edilizio a quello dello smaltimento dei rifiuti tossici, dal mercato dei clandestini e delle prostitute a quello dei giochi e delle scommesse..., intessendo losche trame ovunque, con la garanzia che la mafia del foggiano non conosce la parola "pentito" (anche se i tempi cambiano, pure per i mafiosi...) - non è possibile uscirne, se non in una cassa di noce (sempre che ci sia un corpo da seppellire).

Veronica si fa subito strada tra le famiglie del capoluogo dauno, che intuiscono come quella ragazza tanto bella e sensuale quanto fredda e impassibile,  sia "tosta" davvero e non debba invidiare nessun uomo all'interno dei clan, anzi...: è capace di compiere cruenti delitti a sangue freddo, di ricattare e minacciare piccoli imprenditori o irreprensibili magistrati per spingerli ad accettare le proprie condizioni e a collaborare con lei per gli illegali scopi della "Nuova Società", pena la morte, proprie e degli ignari familiari

"Lady Mafia" è dunque la storia di una donna boss al servizio della “Società” foggiana, sexy e pericolosa, capace di sedurre il commissario di polizia più odiato dai delinquenti, di far innamorare di sè il figlio dell'Americano, il bel Pierluigi Calabrese, chiamato il Gigolò, l'unico uomo che potrebbe far battere quel cuore reso di pietra dal marciume in cui è stata costretta a immergersi.
Ma Veronica, per quanto giovanissima, è disillusa: davvero c'è posto per l'Amore puro nella sua esistenza fatta di morte? Le persone che ama sembrano destinate a fare tutte una brutta fine: c'è un termine a questa sorta di maledizione che finora ha fatto di lei una donna sola e arida?

Riuscirà questa giovane donna a vincere lo scetticismo di un ambiente selvaggio e maschilista? Ma soprattutto, riuscirà Veronica a mettersi sulle tracce del branco di malviventi che dieci anni prima fece irruzione in casa sua per stuprarla e sterminare la sua famiglia? Saprà arrivare fino al Dottore, il misterioso mandante della strage? Ritroverà Giacomo?
Come è tipico del genere, "Lady Mafia" è ambientato in uno sfondo metropolitano cupo, per lo più notturno, tra night-club e prostituzione, droga e gioco d'azzardo, in cui le dure vicende criminali sono descritte con truce realismo, il linguaggio è consono al mondo criminale - franco, crudo e vibrante, infarcito di parolacce -, i personaggi sono gretti, spietati, volgari, danno il peggio di loro stessi; in queste pagine si respira violenza e quelle poche persone perbene che compaiono non possono che soccombere e chinare la testa (ammesso che gliela lascino sulle spalle...) davanti alle angherie di chi sa come minacciarli e farli cedere.

E' un romanzo corposo ma snello nel ritmo, sempre incalzante, trascinante; una volta iniziata, la lettura mi ha travolta e, come può accadere con protagonisti negativi, che fanno scelte di vita non condivisibili e anzi deprecabili, inevitabilmente ho provato pensieri e sentimenti ambivalenti verso Veronica: da una parte, disgusto per il male di cui si macchia e che è capace di commettere con freddezza glaciale, senza provare rimorso più di tanto; dall'altra, una sorta di pietà perchè la sua innocenza è stata spezzata e sporcata crudelmente e questo ha dato alla sua vita un corso che lei non ha saputo (voluto?) cambiare, ma che ha seguito, come spinta da una forza ineluttabile.
Benchè stiamo parlando di un'assassina, Veronica colpisce il lettore per la sua determinazione, la sua forza di carattere, l'intelligenza, la padronanza di sè, e quasi mette i brividi il pensiero di poter incrociare, nella propria vita, un soggetto del genere, sanguinario e "animalesco", selvaggio.

Se è vero che questo è un romanzo e va presso come tale, è pur vero che... fa tristezza pensare che il sostrato socio-culturale presentato tra queste pagine sia, ahimè, fin troppo reale... (e lo è tanto più per chi vive in questa provincia, come la sottoscritta).

"La mafia foggiana è un’organizzazione che non occupa le copertine, ma che ha una storia lunga più di 35 anni, tra pizzi, autobombe, armi, incendi e stragi. E con un drammatico record: un attentato mafioso ogni 16 ore." (Antonio Massari, Il Fatto Quotidiano)

"È una mafia poco conosciuta, la “Società” di Foggia, ma può bastare un dato per descrivere la sua forza: la totale assenza di collaboratori di giustizia. Praticamente un record, nel panorama italiano. Di “pentiti”, nella Società foggiana, non se ne conta neanche uno." (Il Fatto quotidiano) 

"Al momento la “Società” foggiana è l’unica industria che procura lavoro ai giovani." (Vice News) 


A me è piaciuto, scorre velocemente nonostante non sia breve, e questo sia per lo stile molto fluido di Pietro Favorito, che è molto bravo e preciso nel narrarci questa realtà in fondo poco conosciuta ma assolutamente vera, sia per il tipo di vicende raccontate che si susseguono inesorabili - come lo sono i personaggi coinvolti -, scattanti come le scene di un film d'azione, di gangster, in cui non c'è posto per sentimentalismi e pietà ma solo per vendette, tradimenti, e tutto si risolve a colpi di pistola e... sangue, molto sangue.
Consigliato agli amanti del genere! Ringrazio CuoreNoir Edizioni per la copia in digitale.

giovedì 16 agosto 2018

Recensione: "The Handmaid's Tale" (stagioni 1-2)



Solitamente non sono una grandissima appassionata di serie tv, questo credo di averlo già detto; come già avrò precisato che l'unica che ho seguito con il sangue agli occhi è stata "Gomorra" e fremo all'idea della quarta stagione (nonostante il lutto per la perdita dell'Immortale).

Però, da quando a casa, per il fisso, abbiamo "messo" Tim e nel pacchetto c'è Tim Vision, mi è presa la voglia di recuperare qualcosa, in termini e di film e di serie tv.
Avendo sentito parlare con vivo entusiasmo di questa serie, non me la son sentita di rimandare ancora a lungo e così mi sono fiondata su....

The Handmaid's Tale 



Come è noto, si tratta dell'adattamento televisivo dell'acclamato romanzo distopico di Margaret Atwood, edito in Italia con il titolo Il racconto dell'ancella (1985) Atwood dà il suo contributo alla serie in qualità di consulente di produzione.

CAST: Elisabeth Moss (Difred/June), Joseph Fiennes (Fred Waterford), Yvonne Strahovski (Serena Joy), Madeline Brewer (Diwarren/Jeanine), Ann Dowd (zia Lydia), O.T. Fagbenle (Luke), Max Minghella (Nick Blaine), Samira Wiley (Moira), Alexis Bledel (Diglenn/Emily), Amanda Brugel (Rita).


Siamo in una non meglio precisata epoca futura (credo non poi così lontana dal nostro oggi), in cui il mondo è ormai devastato dalle radiazioni atomiche e da varie catastrofi naturali che, tra le tante cose negative, hanno provocato una diffusa sterilità. Tra le donne, sia ben chiaro, perchè gli uomini sono e restano virili e fertili qualunque cosa accada (!).

Le vicende hanno luogo negli Stati Uniti che ormai sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile.
La donna - e non l'uomo!! - è la sola portatrice di infertilità e per far sì che la procreazione non resti un vago ricordo e il genere umano (o solo gli statunitensi?) non si estingua, bisogna assicurarsi che le poche donne fertili ancora in circolazione vengano costrette ad accettare il loro "destino biologico", ciò per cui sono state programmate: far figli e farlo in completa sottomissione all'uomo.

Questa nuova terribile società si chiama Repubblica di Gilead ed è un regime totalitario e fondamentalista, che pretende di fondare il proprio governo e le proprie leggi su un'osservanza cieca alla Bibbia; ovviamente, si leggono le Scritture in maniera distorta e questo non può che portare al fanatismo religioso che nulla ha della pietas cristiana... 

La protagonista - che è poi colei cui è affidato il racconto delle vicende - è Difred, una giovane donna che per sua sfortuna si ritrova a vivere in questo tipo di società da incubo.
A dire il vero il suo nome vero è June Osborne e, come apprendiamo attraverso molti e necessari flashback che, nel corso delle puntate, si alternano al presente, prima che si scatenasse l'inferno e la follia, era un'editor felice, che condivideva la propria vita con il compagno, Luke (divorziato) e la loro bimba, Hannah.
I tre sono stati separati quando, nell'atto di cercare di scappare verso il Canada (nazione in cui diversi statunitensi hanno trovato rifugio) quando si sono resi conto che la situazione era già degenerata, i militari di Gilead li hanno presi, sparando a Luke e separando June dalla sua bambina.

Difred
June e tutte le altre donne fertili vengono addestrate per essere ancelle ed affidate ai metodi educativi aggressivi e pazzoidi delle cosiddette "zie", tra cui spicca la terribile zia Lydia, che testardamente cerca in tutti i modi di far capire alle ancelle che non devono e non possono ribellarsi al loro destino, piuttosto devono accettarlo con umiltà, sottomissione assoluta e, perchè no?, riconoscenza verso Dio e le famiglie che le accolgono. Le punizioni per chi trasgredisce sono tremende e, se ti va bene, vieni picchiato e/o mutilato, altrimenti finisci nelle colonie (ai lavori forzati, a spalare quintali di materiale tossico) o impiccato.

Ogni ancella viene assegnata di volta in volta ad una coppia senza figli; il capo famiglia, nei giorni fertili dell'ancella, compie insieme alla moglie quella che è chiamata la "cerimonia" e che consiste, in parole povere, nello stuprare l'ancella, posta devotamente tra le gambe della moglie, che fiduciosa e devota assiste allo stupro di una povera disgraziata da parte del proprio marito.
Lo scopo di questo scempio è, come si comprende, ottenere una gravidanza; se l'ancella resta incinta, il suo bambino non è suo, ma ovviamente della coppia che lei è chiamata a servire.

Ecco, la povera Difred (i nomi delle ancelle dipendono via via da quello dell'uomo presso cui vanno a vivere e che dovrebbe ingravidarle) è finita in casa del potente Comandante Fred Waterford  e di sua moglie Serena Joy. Ma lei è tutto fuorchè una donnina debole e senza carattere e non perderà mai la speranza, nonostante i momenti di sofferenza e scoraggiamento, di poter essere libera e di ritrovare Luke e Hannah.

GILEAD.

Il mondo (o meglio, una limitata porzione di esso, visto che parliamo solo degli USA) descritto in questa serie è a dir poco spaventoso: la donna non conta nulla, non ha diritto di parola, non può leggere, deve dire sempre sì al marito e se questa sottomissione è un obbligo per le Mogli, figuratevi cosa ci si aspetta dalle altre categorie inferiori, come appunto le ancelle, le Non-Donne (donne anziane o comunque inadatte a diventare Marte o Ancelle), le Marte (serve): tutte loro sì che devono stare attente a non dire una parola di più se non vogliono essere prese a schiaffi, calci o soprusi peggiori. Tanto per ricordare alle ancelle che non sono nessuno, la prima cosa che subiscono è la negazione dell'identità, ed infatti esse non vengono più chiamate coi loro nomi...
Non c'è alcuna forma di rispetto verso il genere femminile, anche se si menziona la Parola di Dio e se chi governa pretende di far passare il messaggio che la Donna trovi la sua dignità adempiendo ai propri doveri, che gira e rigira si riassumono sempre e solo nel tacere e subire

E' una società priva di sentimenti, di gioia, di vita e il grigiore si manifesta in tutto, a cominciare dal monocolore e impersonale abbigliamento femminile, che definisce anche il rango e il ruolo: le Mogli sono vestite di verde, le Ancelle di rosso e hanno sul capo le cuffiette con le alette; le Marte hanno l'abito grigio, le zie di marrone...

E' un tipo di società militarizzata: non c'è strada o posto che non sia controllato da soldati aggressivi, burberi e glaciali. Colpisce il fatto che le scene siano per lo più ambientate in giornate grigie, spesso piovose e quindi molto tristi, perfetto specchio dell'infinita tristezza che avvolge la gente di Gilead.


PERSONAGGI

Fred è un uomo molto in vista e, anzi, proprio lui e la moglie si sono attivati moltissimo affinchè si instaurasse questa infernale repubblica (lo apprendiamo grazie ai flashback su di loro presenti nella seconda stagione); l'uomo è freddo, cinico, egoista, spietato, arrogante, ipocrita e lussurioso e darà del filo da torcere a Difred, alternando - come un perfetto bipolare - atteggiamenti gentili e accondiscendenti con altri malvagi e maschilisti. Non ho potuto non odiarlo e desiderare che gli accadessero le peggio cose. Tutto il male di cui è promotore gli si ritorcerà contro? Ce lo si augura, inevitabilmente!

serena e fred
Serena è una moglie fedele, pia, sempre con i versetti biblici sulla bocca, il cui sogno di avere un figlio la costringe ad accettare i tradimenti legali del coniuge infecondo.
Serena è un personaggio che, a differenza di Fred, può suscitare sentimenti ambivalenti: è vero, sa essere molto crudele e insensibile verso Difred, che lei detesta senza mezze misure e non si fa problemi a dimostrarglielo; è odiosa, scioccamente convinta di dover obbedire alle assurde e ignobili regole di Gilead..., eppure ci sono dei momenti - in particolare nella seconda stagione - in cui emerge ciò che davvero è: una persona infelice, frustrata, la cui intelligenza e forte personalità sono state ingabbiate in un tipo di vita che l'ha resa una sorta di burattino nelle mani del marito, che lei in fondo considera un incapace. La sua brama di stringere un bimbo tra le braccia, un piccolo suo da amare, coccolare, crescere..., è sincero e mi ha mossa comunque a compassione, anche se poi fa saltare i nervi l'idea che 'sta gente invasata possa usare lo stupro per pensare di mettere incinta ragazze indifese e costrette a mettere il proprio corpo a servizio di soggetti immorali.
Serena potrà mai fare marcia indietro e solidarizzare con le altre donne, ancelle in primis, e nella fattispecie con Difred, che lei comprende essere una donna forte, furba, coraggiosa, pronta a combattere per la libertà e per riunirsi ai suoi cari?

Accanto a questi personaggi, ce ne sono altri che di volta in volta diventano protagonisti
nick
di alcune puntate o vicende particolari, come le ancelle Diglenn e Diwarren; ad avere un ruolo non indifferente nella vita di Difred in casa del Comandante è senza dubbio Nick Blaine, che ufficialmente è solo l'autista di Fred... ma in realtà... è anche qualcos'altro. Il legame che instaura con l'ancella avrà una parte importante nello sviluppo degli eventi.
Zia Lydia, poi...: si fa detestare eh, eppure ci sono stati anche con lei dei momenti in cui ho visto un barlume di umanità.

Concludo...

Ecco, mi ero ripromessa di non dilungarmi ma mi sa che non ce l'ho fatta; spero di non aver spoilerato (non credo...), pure perchè non avrebbe senso riassumere le puntate, non è questo lo scopo del post, piuttosto ciò che mi viene dal cuore è questo...: non mi facevo coinvolgere così tanto da una serie da tempo, e comunque l'unica eccezione finora è stata Gomorra.

La prima stagione è praticamente ispirata al romanzo, mentre la seconda va oltre esso, sempre però sotto la supervisione della Atwood.
Mi è capitato di leggere qua e là in web che la prima ha entusiasmato tutti all'unanimità, mentre la seconda ha deluso addirittura  le aspettative di tanti, che hanno avvertito l'assenza del "marchio Atwood".

Personalmente non ho avvertito una grande differenza a livello di qualità, la seconda stagione mi ha coinvolta molto (tanto quanto la prima) e ho seguito con accanimento lo sviluppo dei fatti; presentare un futuro in cui a dominare è un tale oscurantismo da far invidia al Medioevo, la violenza gratuita, il fanatismo religioso ottuso e insensato, la violazione dei diritti fondamentali dell'uomo, il tema della maternità a tutti i costi e di quella surrogata, l'uso di riti, cerimonie, modi di dire/fare sterili, ripetuti a pappagallo e senz'anima..., è qualcosa che sconcerta, turba, fa scuotere il capo e inorridire, ma al contempo esercita un'attrazione morbosa, e mi pare che entrambe le stagioni riescano a far appassionare lo spettatore. Il bello di questo tipo di storie è che non puoi fare a meno di chiederti: Se capitasse a me di vivere in un posto così..., come reagirei? Mi ribellerei, mettendo a rischio anche la vita pur di tentare di riconquistare la libertà, o accetterei supinamente le angherie dei più forti pur di sopravvivere, sperando arrivi il miracolo e che qualcuno venga a "salvarmi"?

Certo, proseguire di stagione in stagione allungando il brodo e appigliandosi a qualsiasi cosa pur di non mettere un punto, è sempre rischioso nei casi di sequel di film/serie tv fortunati, e l'originalità potrebbe risentirne, facendo calare l'interesse, ma nel caso specifico, non nego che, se fosse terminata con l'ultimo episodio della prima..., un po' mi sarebbe rimasta la voglia di sapere il seguito, perciò mi è piaciuta l'idea di soddisfare la curiosità circa il destino della protagonista e, in generale, di Gilead. 

Elisabeth Moss sa trasmettere tutta la gamma di sentimenti che guidano ogni scelta della sua June, dall'amore all'odio, dalla rabbia alla (temporanea) rassegnazione, dal disprezzo alla comprensione, dalla voglia di libertà allo spirito di sacrificio; in particolare, ci sono scene ad alto contenuto emotivo in cui la Moss non si risparmia e dà il meglio di sè; ma in generale, tutto il cast è eccezionale.

Che dire se non che aspetto con ansia la terza stagione??
Però spero sia l'ultima, eh, sennò poi mi diventa Un posto al sole. 
E non mi pare il caso.

Intanto che attendo, vi saluto con alcune delle frasi/espressioni tipiche della serie, ripetute in modo ossessivo, dall'effetto quasi ipnotico e utilizzate ad ogni occasione, al posto del "ciao" e del "buongiorno":

Sia lode
Sia benedetto il giorno.
Sia benedetto il frutto. Possa il Signore schiudere.
Sotto il Suo occhio.

mercoledì 15 agosto 2018

Mini-recensione: "Tutto è bene quel che finisce bene" di William Shakespeare



Tutto è bene quel che finisce bene (All’s well that ends well) è una brillante commedia in cinque atti di William Shakespeare scritta tra il 1602 e il 1603 e che si ispira alla novella Giletta di Narbona, inclusa nel Decameron di Boccaccio.

Ed. Feltrinelli
trad. N. Fusini
256 pp
8 euro
Elena è una fanciulla orfana di un celebre medico; è la pupilla della Contessa di Rossiglione e il suo cuore batte per il figlio della stessa, Bertram, un giovane cavaliere tanto affascinante quanto vanesio, che decide di partire per la corte di Parigi e di mettersi al servizio del Re di Francia.

Anche Elena raggiunge la corte e quando viene a sapere di una fistola che tormenta il re (e che i medici hanno dichiarato "inguaribile"), decide di intervenire, a rischio della propria vita, per aiutare il sovrano, mettendo a frutto le conoscenza ereditate dal defunto padre, eccellente medico.
Convinta di sè e delle proprie capacità, Elena riesce nel suo intento di guarire il Re e ottiene da lui, come ricompensa, la possibilità di innalzare il proprio rango sposando un giovane nobile della corte del Re.

Ovviamente, il cuore di Elena sa già chi sia il suo preferito: Bertram..., che però è sconvolto all'idea di doversi maritare costretto dalla volontà del Re e della ragazza che sua madre ama come una figlia.
Per non far adirare il sovrano, Bertram accondiscende rassegnato alle nozze, ma il suo animo inquieto lo porta a scappare da un matrimonio non voluto e a partire in gran segreto per Firenze dove intende offrirsi volontario nell’esercito, accompagnato dallo spaccone capitano Parolles.

Ad Elena giunge intanto un messaggio da parte del consorte fuggitivo: se davvero vuole che egli la consideri sua moglie, dovranno verificarsi due condizioni apparentemente impossibili, vale a dire deve restare incinta di lui e dimostrarglielo avendo al dito un anello di famiglia da cui Bertram non si separa mai.

In questo modo, il giovanotto crede di essersi liberato definitivamente di questa consorte inopportuna - che pure tutti giudicano tanto bella quanto buona e gentile - e di poter fare il cascamorto e il seduttore con altre donne...

Giunto a Firenze, accade qualcosa che rovescerà i destini di tutti e questo grazie alla tenacia e all'astuzia di Elena, che ancora una volta farà di tutto per ottenere ciò che vuole.

Questa gradevole commedia è composta da personaggi vivaci e sempre in movimento, che si sforzano di cambiare le sorti e gli eventi in cui sembrano incastrati.
La Contessa guarda alle azioni stolte del proprio figliolo con materna compassione, addolorata che egli non apprezzi quel fiore di fanciulla che il Re gli ha dato in moglie.

Bertram dimostra di essere un giovanotto superficiale, sfuggente e dalla personalità poco forte, che vuol divertirsi come fanno i gentiluomini della sua età, trattando le donne che seduce con poca gentilezza e molta arroganza.

Ma non ha fatto i conti con l'intelligenza della bella Elena, anch'ella sempre in giro, pur di realizzare gli scopi prefissi e dare una mano al fato, affinchè finalmente le sorrida.

Tra servi fedeli, clown irriverenti e soldati gentiluomini (o quasi), Shakespeare ci regala scene intrise di un'ironia amara, considerato che in quel "tutto è bene quel che finisce bene" - detto diventato popolare - più che esserci ottimismo e soddisfazione c'è una buona dose di rassegnazione.


Ama tutti, fidati
di pochi, non far torto a nessuno. Affronta il nemico
più in potenza che in atto, e veglia sull’amico
come fai su di te. Accetta critiche sul tuo silenzio,
ma mai per parlar troppo.



Reading Challenge
obiettivo n. 23.
Un'opera di Shakespeare.




martedì 14 agosto 2018

Recensione Film: TOMMASO || NON C'E' PIU' RELIGIONE || COME UN GATTO IN TANGENZIALE



Tre film made in Italy: il Tommaso di Kim Rossi Stuart è un 40enne dalla personalità contorta, con giusto qualche psicosi a fargli compagnia e che si pone al centro di un dramma dai toni spesso comici e un tantino sopra le righe.
Gli altri due film  - Non c'è più religione | Come un gatto in tangenziale - sono entrambi commedie che, ciascuna a modo suo, presentano la contrapposizione tra realtà sociali diametralmente opposte che si ritrovano a confrontarsi e a tentare di abbattere i pregiudizi che le tengono separate.



Tommaso è un film drammatico del 2016, diretto da Kim Rossi Stuart, che veste i panni del protagonista, Cristiana Capotondi, Camilla Diana, Jasmine Trinca.

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Tommaso è un 40enne in crisi.
Ha una storia con Chiara (J. Trinca) ma in realtà vorrebbe lasciarla già da un po' perchè lei non è la donna della sua vita. Del resto, fisicamente è caruccia ma ha dei difetti imperdonabili (tipo i denti storti) e pure la mamma non è che proprio l'abbia mai approvata come nuora. Il suo bel figliolo merita una Angelina Jolie accanto, non una donna qualsiasi dalla bellezza mediocre!
Quando finalmente la relazione giunge al capolinea, Tommaso è libero.
Libero di guardare tutte le donne che vuole senza sentirsi in colpa; libero di immaginarsele nude e in scene non proprio innocenti in cui le sue voglie si sfogano senza freni; insomma, libero e felice come una farfalla che svolazza di fiore in fiore.
Ma è davvero così?

A Tommaso apparentemente non manca nulla: è un attore bello, gentile e romantico; certo, veste un po' all'antica e quasi sempre ha un'aria dimessa, di chi non ama farsi notare, ma ha il suo fascino.
In realtà, dentro di lui, nella sua testolina, c'è una vera e propria tempesta di emozioni contrastanti, di frustrazioni e desideri, di paure e insicurezze... che non sembrano vedere soluzione, per ora, e che gli mandano in tilt il cervello.
Va anche dallo psicoterapeuta per parlare di sè, cercare di analizzarsi, di comprendersi, di guardarsi dentro e trovare quel benedetto bambino che è dentro di lui, per ascoltarlo, per ritrovarsi e capire cosa vuole dalla vita, cosa può renderlo felice.

Tommaso è essenzialmente infelice perchè insoddisfatto.
Il film nel quale deve recitare non gli smuove nulla e non lo stimola; i suoi pensieri sono tutti volti alla ricerca dell'anima gemella e a un certo punto crede di trovarla in Federica (C. Capotondi): bella, affettuosa, comprensiva, discreta..., ma l'idillio tra i due dura poco.
A parte che mamma continua a dire che è carina ma nulla a confronto con la Jolie, ma poi pure lui si fossilizza su (presunti o veri, ha poca importanza) difettucci fisici che lo mandano letteralmente in paranoia e lo portano a delle crisi isteriche in seguito alle quali capisce che... è di fronte all'ennesimo fallimento sentimentale.
Federica è tanto cara e buona e gentile... ma non è lei l'amore della sua vita.
Trova il modo (vigliaccamente, ma non ci si può aspettare altro da lui) di mandarla via dalla sua vita - beccandosi pure un'inaspettata sfuriata dalla ragazza abbandonata, che gli manda giusto qualche sentenza per farlo sentire l'emerito imbecille che è - e ancora una volta si ritrova libero.

Dolorosamente libero, visto che in verità è prigioniero di se stesso, delle sue paure paralizzanti e di suoi inconfessabili (e indecenti) pensieri: Tommaso è solo, ci sono dei vuoti nella sua vita che lui non sa come colmare.
A svegliarlo e a farlo sentire vivo sopraggiunge un'altra donna, decisamente diversa dalle precedenti: riuscirà a trovare la pace con se stesso e l'amore vero e totalizzante che tanto agogna, o sarà l'ennesima delusione?
Ma soprattutto, saprò ritrovare il bambino che è nascosto dentro di sè e che pare essersi smarrito?



L'ho trovato un film interessante e non banale, e anche se ammetto di aver trovato il protagonista come minimo urticante, penso non si possa negare che Kim Rossi Stuart (a me piace moltissimo e lo ritengo un bravo attore) abbia cercato di infondere al suo personaggio tutta la complessità e la contraddittorietà che gli sono proprie (non so quanto ci sia di autobiografico e se Tommaso rifletta alcune paure e tratti personali appartenenti al regista/attore), ma di certo la sua è un'interpretazione intensa, l'ho trovata "sentita", cucita addosso. Forse pure troppo.
Nel senso che Kim accentua molto i tratti ossessivi e al limite della psicosi del suo Tommaso, il che finisce per renderlo però, a mio modesto modo di vedere, una sorta di caricatura di se stesso. Non so, è tutto eccessivo, in questo film, o meglio lo è il protagonista con tutti quegli elementi che lo caratterizzano: i suoi sogni ad occhi aperti (donne nude ovunque), le sue fisse, le fantasie sessuali, i suoi incubi, le sue crisi che si tramutano in urla, accessi d'ira, litigi con l'assillante genitrice (che molto ha contribuito ai traumi del figlio), momenti di disperazione.
E' così enfatizzata la personalità (istrionica?) di Tommaso che ciò che è poi un dramma (esistenziale, personale, intimo) assume non di rado toni comici, ironici. il che è un bene perchè dà un po' di leggerezza a un film che altrimenti risulterebbe pesante per via di questo protagonista, che un po' mi ha spiazzata per i suoi modi di essere esagerati e teatrali, ma in certi momenti mi ha fatto anche un po' di tenerezza. In fondo, Tommaso vuole quelle che vogliamo tutti: legami veri, qualcuno che sia per noi quel porto sicuro in cui rifugiarci e trovare sicurezza.


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Non c'è più religione è una commedia del 2016, diretta da Luca Miniero, con Claudio Bisio, Angela Finocchiaro e Alessandro Gassmann.

Le divertenti vicende si svolgono nell'immaginario paese di Porto Buio, su una piccola isola del Mediterraneo, dove la gente si sta dando da fare per realizzare un presepe vivente, come ogni anno per celebrare il Natale. Quest'anno il presepe dev'essere più bello del solito, tutti devono poterlo ammirare!
Ma c'è un piccolo problema: manca il Bambinello.
Eh sì, perchè a Porto Buio nascono pochi bambini e il più piccolo che c'è, è bello cresciuto.
In tutti i sensi, visto che è un ragazzino coi baffetti tipici della pubertà ed è pure cicciottello!
Nella culla non ci sta proprio..., quindi come si fa? Una cosa è certa: bisogna trovare la soluzione a tutti i costi perchè il presepe va fatto. Assolutamente.

Il sindaco Cecco (Claudio Bisio), fresco di nomina (a dire il vero i compaesani gli rinfacciano di essere stati costretti a votarlo: era l'unico candidato!), vorrebbe chiederne uno in prestito ai tunisini che vivono sull'isola, ma fra le due comunità non corre buon sangue e per gli abitanti italiani è impensabile mettere nella mangiatoia un bimbo musulmano. Dove s'è mai vista una trovata del genere?

Ma c'è da fare buon viso a cattivo gioco se si vuol mantenere la tradizione; ad aiutare Cecco a convincere i compaesani (il fornaio razzista, le vecchine bigotte...) ci pensano due amici di vecchia data: Bilal (Alessandro Gassmann), al secolo Marietto, italiano convertito all'Islam e guida dei tunisini, e Suor Marta (Angela Finocchiaro), che però dà il suo contribuo tra una lagna e l'altra, perchè in realtà lei non vorrebbe "profanare" la culla di Gesù. 
Tra i tre ci sono vecchi screzi di gioventù che verranno fuori poco e spesso, giusto per rinfacciarsi le cose e brontolare, ma l'amicizia che li lega è più forte di quanto pensino, anche se lo capiranno solo scontrandosi e prendendo la religione come scusa per saldare i conti con il proprio passato. 

La comunità musulmana accetta di "prestare" il bambino, che ancora non c'è, ma nascerà a breve e proprio Bilal e sua moglie sono i genitori, ma l'italiano islamizzato si divertirà a porre via via delle condizioni che hanno il sapore di simpatici e irriverenti ricatti.

Il presepe si farà e sarà davvero insolito e originale, come mai ce ne sono stati prima d'ora, ma soprattutto sarà un presepe vivente decisamente interculturale...!

E' una commedia molto carina, mi ha fatto sorridere tanto a motivo di gag divertenti e comiche e dei tre attori protagonisti, sempre brillanti e bravissimi, che sanno dare colore e personalità ai loro personaggi.
Un film che con garbo e leggerezza tratta il tema attualissimo dell'incontro tra culture, modi di vivere, pregare... sicuramente diversi ma che - seppure in una cornice buffa e inevitabilmente poco realistica - trovano un modo per convivere, mettendo da parte i pregiudizi che dividono.
Il mare è meraviglioso, così come le antiche stradine di paese e tutta l'atmosfera allegra e semplice dei piccoli paesi; insomma molto bella l'ambientazione (il film è stato girato tra le Isole Tremiti, Monte S.Angelo e Manfredonia).
Commedia godibile e spassosa.


Come un Gatto in Tangenziale è una commedia del 2017, diretta da Riccardo Milani, con Paola Cortellesi e Antonio Albanese
Anche qui c'è una dicotomia, due realtà opposte che si scontrano per poi provare a incontrarsi.

C'è Giovanni, uomo posato, pacifico, ragionevole, gentile e cortese; è un intellettuale impegnato, sostenitore dell'integrazione sociale; lui è a capo di un think tank, un gruppo di intellettuali che guadagna pensando, nel nostro caso Giovanni analizza i problemi delle periferie urbane per proporre soluzioni.
Lui intanto però vive nel centro storico di Roma, va al mare nella "sciccosa" spiaggia di Capalbio - frequentata da vip e ricconi - e ha un'unica figlia, Agnese, avuta con la snob Luce (S. Bergamasco), che produce essenze profumate in Francia (e si ostina a voler parlare in francese con ex-marito e figlia, così, tanto per darsi un tono).

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Agnese, bella di papà, ha 13 anni e un fidanzatino coetaneo che le gira intorno; cresciuta a suon di princìpi di uguaglianza, rispetto per gli altri e "bisogna andare oltre alle apparenze e giudicare le persone per ciò che sono dentro, non per come vestono o per i soldi che hanno", la ragazzina sta cercando di seguire gli insegnamenti dei genitori frequentando Alessio, che è assolutamente estraneo alla (piccola) borghesia da cui proviene lei.
Alessio, infatti, è di Bastogi, quartiere romano decisamente difficile e disagiato; insomma, la precoce relazione sentimentale non nasce sotto una buona stella.

Alessio è figlio di Monica (P. Cortellesi), ex cassiera del supermercato, che attualmente distribuisce pasti agli anziani in una mensa; una tipa tosta, burina all'ennesima potenza, pratica, abituata a vedersela da sola: ha infatti cresciuto Alessio senza alcun aiuto, visto che il padre del figlio, Sergio (C. Amendola) è finito in carcere tredici anni prima per aver asportato la milza a un poveraccio; eh no, non faceva il chirurgo, ma il parrucchiere.

Monica s'è accollata anche le sorellastre (il padre le ha avute in seguito ad una tresca con una rumena), Pamela e Sue Ellen (chiamate così in onore alla soap "Dallas"), che non solo mangiano assai e sono buone solo a stravaccarsi sul divano davanti alla tv per vedere l'idolo di turno (nella fattispecie, Franca Leosini con le sue "Storie maledette"; la conduttrice compare anche nel film impersonando se stessa), ma hanno pure un bel vizietto: rubano costantemente (sono cleptomani) anche se lei due si ostinano a definire la cosa come "shopping compulsivo".

Per non parlare poi dei vicini provenienti da varie nazionalità, che invadono il pianerottolo con le loro pietanze speziate o le canzoni tipiche dei loro luoghi d'origine.
Insomma, Monica con l'integrazione ha a che fare tutti i giorni nella periferia dove vive, e mai avrebbe pensato di allacciare rapporti con della gente altolocata come Giovanni e Agnese. 

I due genitori sono le persone più diverse sulla faccia della terra, ma hanno un obiettivo in comune: far sì che i due piccioncini si lascino.
Giovanni teme che Alessio sia pericoloso per la sua Agnese, e Monica crede che la ragazzetta ricca possa solo illudere e far soffrire il suo "bambino".
Giovanni e Monica cominciano a frequentarsi e a entrare l'uno nel mondo dell'altro, e inizialmente si convincono che i loro mondi sono troppo differenti per poter convivere.
Ma pian piano comprendono di essere entrambi vittime di spietati pregiudizi sulla classe sociale dell'altro e che forse, a prescindere da come proseguirà la love story dei figli (che in fin dei conti sono solo dei ragazzini), l'interesse che provano l'uno per l'altra potrebbe spingerli a provarci..., anche se forse la loro storia durerà... come "un gatto in tangenziale"!

La commedia ha ricevuto diversi premi, in particolare per le interpretazioni dei due attori protagonisti, e in effetti non si può che apprezzare la bravura di Albanese e Cortellesi; quest'ultima ha dato al personaggio di Monica una "burinaggine" che certo fa sorridere e crea momenti simpatici, mentre Albanese veste bene i panni del borghese intellettuale, perbene, padre premuroso e uomo paziente, che si ritrova attratto da una donna poco raffinata ma senza dubbio verace e schietta.
Devo dire che mi aspettavo qualcosa di più...; in certi momenti ho trovato il personaggio di Monica eccessivamente grezzotto, lo so che è la sua "coattaggine" è intenzionale, ma mi è parsa esagerata...), mi hanno irritata le due gemelle ladre, con il loro parlare contemporaneamente e in modo cantilenante, e anche la Bergamasco..., troppo affettata.
Albanese mi è piaciuto molto.
Carina ma, dovendo scegliere, mi ha divertito di più "Non c'è più religione".

lunedì 13 agosto 2018

Recensione: "Sanzevìre è ssèmb bbèlle" di Michele Vene (RC2018)




Sanzevìre è ssèmb bbèlle  è una raccolta di poesie in dialetto sanseverese che mi ha fatta sorridere e pensare con tenerezza e affetto a tutte quei tratti caratteristici del mio paese, da certi modi di dire a specifici cibi, da quartieri a me noti a scene di vita quotidiana, in pratica a tutti quegli elementi che, pur facendo parte, probabilmente, più del passato che del tempo presente, sono e saranno per sempre "miei", "nostri", perchè è la memoria a renderli immortali.
82 pp

A scriverle è Michele Vene, pittore e poeta sanseverese: pittore per scelta, poeta per diletto.

Come dicevo, si tratta di poesie (63, se non ho contato male) in vernacolo sanseverese e costituiscono una sorta di specchio che riflette un modo di vivere, di parlare, di osservare il mondo attorno a sè proprio di San Severo, e che da una parte porta il lettore indietro nel tempo, dall'altra non lo fa restare ancorato ai tempi che furono in modo passivo, bensì lo induce a cercare di ritrovare nel presente tracce del passato.

Io sono nata e sempre vissuta a San Severo, conosco il dialetto abbastanza bene e, per divertimento e quando c'è bisogno di dire qualcosa "ad effetto", lo utilizzo con parenti ed amici, perchè ci sono cose che dette in dialetto "arrivano" prima e meglio e rendono certi concetti in modo più convincente che se "tradotti" in lingua italiana (per non parlare del fatto che strappano qualche risata e mettono il buonumore).

Leggendo queste simpatiche poesie mi sono comunque resa conto che molte espressioni e termini "antichi" neanche li conoscevo, ed è stato bello impararli; ogni dialetto è una lingua a sè ed è giustissimo che venga valutato e è preservato come un piccolo tesoro che contribuisce a connotare un determinato luogo, i suoi abitanti, le usanze del posto, i piatti tipici, la filosofia di vita ecc...

Sono versi che si leggono quasi come delle filastrocche recitate, con la stessa leggerezza e vivacità, ma racchiudono un realismo e un'aderenza alla cultura e alle tradizioni della mia città che fa piacere ritrovare, perchè leggendo rivedevo scenari, personaggi, espressioni... che conosco, che sono anche un po' miei. Il dialetto è una lingua viva, a mio avviso, riesce a far prendere vita in modo vivido, pittoresco, ciò di cui sta parlando.

C'è un velo sottile e piacevole di malinconia che attraversa queste pagine: basta pensare ad un certo piatto che preparava nostra nonna/mamma - come 'u pànecòtte" (pancotto) o i "torcinelli", le "scorpelle" (pagnottelle di pasta lievitata che vengono fritte e sono tipiche del periodo natalizio) - e, soprattutto se un sanseverese è "emigrato" al nord o in un'altra nazione, immediatamente si fa prendere da una dolce melancolia ripensando alle bontà lasciate al proprio paese e che gli ricordano l'infanzia e i bei tempi andati.
Insomma, poesie che raccontano con amore, un pizzico di amabile nostalgia e di sincero orgoglio per le proprie origini, di luoghi, parole, persone, sapori e odori.... solo apparentemente lontani, ma in realtà ancora vivi e presenti ai nostri giorni, perchè ciò che è stato non può essere dimenticato, anzi va conservato, raccontato, tramandato, valorizzato perchè fa parte di ciascuno di noi, identifica le nostre radici, ciò che siamo, nel bene e nel male.





Reading Challenge
obiettivo n.33. Un libro scritto da un tuo conterraneo.

domenica 12 agosto 2018

Serie tv "Poldark" - prima stagione



Ultimamente mi sto dando alla pazza gioia con la visione di (qualche) film e serie tv ^^

Attualmente, ad occupare tutta la mia attenzione è la serie tratta dal romanzo distopico di Margaret Atwood, "Il racconto dell'ancella"; sono a metà della seconda stagione, quindi per ora passo e ne parliamo successivamente :-P

Ciò che volevo condividere con voi oggi, piuttosto, è un'altra serie, di tipo storico, ambientata in Cornovaglia sul finire del XVIII sec.

Su canale 5, dal'8 luglio al 5 agosto, sono andate in onda otto puntate dell'adattamento dei primi due romanzi della serie letteraria Poldark (recensione libro), di Winston Graham - i più informati sapranno che già negli Anni '70 ci fu la prima omonima serie tv.


Il giovane ufficiale dell'esercito inglese Ross Poldark torna a casa, in Cornovaglia, dopo aver trascorso gli ultimi tre anni della propria vita combattendo nella Guerra d’Indipendenza Americana; giunto a Nampara (la casa di famiglia), la trova in evidente stato di decadenza, ma non solo: il padre è morto, il patrimonio è sfumato e i due servi rimastigli hanno lasciato che la casa andasse in rovina.
Insomma, la situazione che gli si para davanti non è delle più rosee sotto nessun aspetto; a dargli la mazzata finale ci pensa la bellissima Elizabeth, la fidanzata lasciata tre anni prima con la promessa di aspettarsi reciprocamente...; la giovane, però, avendo avuto la (falsa) notizia della morte di Ross, ha ben pensato di fidanzarsi con il cugino di lui, Francis Poldark.
Quando rivede Ross, vivo e vegeto, la povera Elizabeth capisce di aver commesso l'errore più grande della sua vita, al quale non può (non vuole?) porre rimedio: decide quindi, con grande sofferenza, di lasciare le cose come stanno, illudendosi di dimenticare l'ex-fidanzato e sposando Francis, che tra l'altro è l'opposto del cugino, caratterialmente soprattutto.

Ross Poldark (interpretato dal fascinoso Aidan Turner) è un tipo impulsivo, irascibile, poco avvezzo alle buone maniere, decisamente anticonformista e anticonvenzionale, allergico all'etichetta dell'aristocrazia, di cui egli non sente di far intimamente parte.
Non ha proprio un carattere docile, il protagonista, ma le virtù non gli mancano: coraggioso, onesto, generoso, vicino alle esigenze e ai problemi della povera gente, alla quale si sente più vicino che alla sciocca e superficiale nobiltà di cui fa formalmente parte; è deciso a risollevare le sorti della sua famiglia e a riconquistare ad ogni costo la fiducia della gente del posto e dei lavoratori della miniera.

Insofferente alle regole degli aristocratici inglesi e incredibilmente testardo, Ross decide di dare lavoro, ospitandola in casa, ad una ragazza selvaggia e coraggiosa, costantemente maltrattata dal padre ubriacone: Demelza Carne (la bella rossa Eleanor Tomilinson), che quindi entra a servizio in casa Poldark e si affeziona sempre più a Ross...

I pettegolezzi si fanno presto sentire e inizialmente a "padron Ross" poco interessano, anche perchè  il proprio comportamento verso la fanciulla è onesto e non intende approfittare di lei, però i due non potranno resistere ai sentimenti che pian piano si fanno spazio tra loro...
Del resto, se Elizabeth deve uscire obbligatoriamente dal suo cuore, ci sarà pur posto per un'altra donna, no?
La differenza di ceto potrebbe mai essere un problema per Ross Poldark e fermarlo dallo sposare la dolce Demelza, che si impegna in tutti i modi per migliorare e cercare di piacere al suo padrone?

In queste puntate, che personalmente ho guardato con interesse, assistiamo ai tentativi di riscatto dell'irruente Ross, alle conquiste come ai fallimenti; Aidan dà al suo personaggio quell'aria da eroe tormentato, sempre coi capelli sconvolti, gli occhi scuri espressivi spesso duri, ma anche malinconici, tristi e, quando l'amore lo travolge, dolci.

Mi è piaciuta molto Demelza, non solo perchè l'attrice è di una bellezza naturale e particolare, ma proprio come personaggio, che sa crescere e cambiare, pur restando se stessa, un'anima pura, sincera, altruista.

Elizabeth è forse quella che ho amato meno: è bella ma non balla, nel senso che la vedo troppo remissiva, con poco carattere; pure Francis (Kyle Soller), con i suoi complessi di inferiorità nei confronti di Ross, è un attimino patetico, ma ci sta: Ross ha diversi nemici e piace a pochi proprio per i suoi modi di fare da "menefreghista" rispetto ai "ricchi" e alle loro regole e convenzioni sociali.

Mi ha fatto tenerezza e simpatia la cugina Verity Poldark (Ruby Bentall), alla quale non si può non augurare che mandi al diavolo il fratello presuntuoso e frustrato.

Intrigante l'antagonista vero di Poldark, George Warleggan (Jack Farthing): un cattivone ci sta sempre bene e aiuta a rendere vivaci le dinamiche ^_^

Bella l'ambientazione, questa fetta di Cornovaglia (lo scenario mozzafiato è quello di Park Head a Porthcothan, tra Newquay e Padstow) con i suoi promontori selvaggi, battuti dal vento, il mare che si agita e si infrange sugli scogli.

Il finale mi ha lasciato una gran voglia di vedere il seguito...
Speriamo accada presto :-D

sabato 11 agosto 2018

Kimerik Edizioni: novità da non perdere ^_^



Aggiornamento su alcune uscite Kimerik Edizioni!



IL MONDO DI EMILY BRONTE
di Francesca Santucci



 pp 238
25 euro

La fascinazione che la famiglia Brontë, con le sue passioni e l’innata capacità narrativa, esercita su Francesca Santucci, scrittrice e poetessa, traspare in ognuna delle pagine del libro e ci trasmette, con passione e rigore, emozioni e pensieri che contribuiscono a formare nel lettore una memoria storica del XIX secolo e insieme a far conoscere l’unicità di personaggi indimenticabili.
Una descrizione accurata di ambienti, luoghi e atmosfere che, a partire dai membri della famiglia, tocca i grandi temi della vita, dell’amore, della morte, del destino e del coraggio. 
Identità personali che s’intrecciano con l’identità di un popolo permettendoci di attraversare quelle esperienze di comprensione che fin da sempre ci modificano e ci arricchiscono.






L'AGO DELLA BILANCIA
di Adele Perna

144 pp
13.60 euro
Flora è un’adolescente come tante, una ragazza forte e ironica. Come tutte le sue coetanee sogna l’amore vero, quello che coinvolge e sconvolge. 
Il sogno diventa realtà quando nella sua vita compare Marcello: un giovane inizialmente burbero e spigoloso che la travolge in un’estate di emozioni. 
Flora è finalmente felice, ma l’abbandono improvviso e immotivato di Marcello la ferisce così tanto da farle trovare riparo nel cibo. 
Inizia così una lunga lotta contro i disturbi alimentari. 
Purtroppo la vita riserverà a Flora molti altri dolori. 
La perdita prematura di entrambi i genitori la lascia infatti in uno stato di dolore insostenibile. 
Ma Flora non molla. Cade e si rialza cento volte, come una guerriera continua a combattere e alla fine risorge, convinta di poter trovare un giorno la felicità tanto sperata e meritata. 

Una storia cruda, vera, che si attacca alla pelle e ci parla del lato oscuro che è in ognuno di noi. Una storia di speranza che ci invita a non mollare mai, perché la vita ha sempre una sorpresa incredibile da regalarci, anche quando siamo convinti che sia tutto finito.



TRA I MIEI SOGNI E LA REALTA'
di Katia Puccio




140 pp
15 euro
Katia è una ragazza che al mondo reale preferisce quello dei sogni, e che grazie a una fervida fantasia riesce a sopravvivere a un ambiente piuttosto bigotto e a un padre ‘vecchio stampo’ che la controlla a vista. C
osì i suoi primi amori sono per lo più immaginari, indirizzati verso miti della TV che sublimano un vuoto capace però di renderla unica, diversa dalle sue coetanee, incline a un bovarismo speciale e desiderabile. 
Fin quando nella sua vita irrompe Francesco, prima tanto odiato e poi tanto amato, che diviene suo marito e padre della sua bambina, in un matrimonio che purtroppo si rivela molto diverso dal trionfo di gioia inizialmente vagheggiato, stravolgendo per sempre la sua esistenza, nel bene e nel male. 

Con una prosa genuina e sensibile, l’Autrice riversa in queste pagine una vita intera, dipingendo un ritratto di donna autentica, tanto nelle sue paure quanto nel suo estremo coraggio.




BENEDETTA. IL SUO NOME E' LA SUA STORIA
di Claudia Calderoli



124 pp
12 euro
Un diario lungo una vita, scritto con l’inchiostro dell’amore. 
Il racconto del rapporto tra una figlia fragile, disarmata, angosciata, ma amata così com’è, e una madre che non si è mai arresa, bensì ha caparbiamente e disperatamente tentato di comprendere i propri vissuti e quelli di Benedetta per decifrarli e offrirle esperienze che possano aiutarla a crescere, donarle quiete proteggendola dalle tempeste di angoscia da cui è facilmente travolta, mitigare il suo isolamento e vuoto di soggettività.


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