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venerdì 29 agosto 2025

Cold case australiani: quando la finzione viene ispirata dalla cronaca nera (parte 2)

 

Nel post precedente abbiamo ricordato due tristi casi di cronaca nera: la misteriosa ed irrisolta scomparsa dei fratelli Beaumont e la morte di Azaria Chamberlain a causa di un dingo.

In questo post, come anticipato, vedremo gli altri due casi citati da Kate Morton in Ritorno a casa: la ragazza dal pigiama giallo e l'Uomo di Somerton.


Linda Agostini (nome completo: Florence Linda Platt) è nata a Forest Hill (un sobborgo di 
Londra) il 12 settembre 1905; è nota come la "ragazza in pigiama" (o "la ragazza dal pigiama giallo") ed è stata una vittima di omicidio, il cui cadavere fu ritrovato lungo un tratto di strada ad Albury, nel Nuovo Galles del Sud, in Australia, nel settembre del 1934.

Trasferitasi a 19 anni in Nuova Zelanda, vi rimase fino al 1927, quando pensò di andare a vivere in Australia a Sydney. 
Trovato lavoro in un cinema, prese casa presso una pensione in Darlinghurst Road a Kings Cross, dove si racconta che intrattenesse uomini giovani e attraenti. 
Linda aveva il vizio di alzare il gomito, amava frequentare feste e quando iniziò una relazione con l'italiano Antonio Agostini, lo sposò nel 1930 ma il matrimonio si rivelò da subito infelice; per cercare di salvare il salvabile, la coppia decise di partire per Melbourne per sottrarre Linda all'influenza dei suoi amici di Sydney.

Linda sparì in una giornata di fine agosto del 1934 e pochi giorni venne ritrovata senza vita, con indosso un pigiama di seta gialla con un motivo a drago cinese, dettaglio che faceva pensare che la vittima fosse benestante in quanto quell'indumento, in quegli anni (Grande Depressione) era ritenuto "lussuoso". 

A trovare il corpo della vittima fu Tom Griffith, un uomo del posto che stava conducendo un toro da competizione lungo il ciglio di Howlong Road, vicino ad Albury; Linda giaceva in un canale di scolo sotterraneo, gravemente ustionata e nascosta in un sacco di iuta.
La testa della pyjama girl era avvolta in un asciugamano, era stata picchiata selvaggiamente e, da una radiografia, si scoprì che aveva un proiettile nel collo. 

In un primo momento non si riuscì a identificarla (furono fatti più nomi di ragazze scomparse in quel periodo) e la salma fu portata a Sydney, dove fu esposta al pubblico; conservata in un bagno di formalina presso la Facoltà di Medicina dell'Università di Sydney fino al 1942, fu poi trasferita alla sede della polizia, dove rimase fino al 1944, anno in cui, in seguito a numerose prove forensi e al riesame dell'arcata dentaria, si arrivò a identificare il cadavere con Linda Agostini. 

Ovviamente il coniuge di Linda, Antonio (Tony) fu informato del ritrovamento; l'uomo era da poco tornato a Sydney dopo essere stato internato nei campi di Orange, Hay e Loveday dal 1940 al 1944 (per le sue simpatie per il nazifascismo). 
Il capo della polizia rintracciò Tony nel ristorante in cui lavorava come cameriere e lo interrogò. 

Tony Agostini confessò di aver causato la morte della moglie sparandole, anche se disse che non voleva ucciderla; spaventato dal proprio irreparabile gesto, aveva gettato il corpo nel tombino, lo aveva cosparso di benzina e dato fuoco per distruggere le prove. 
Agostini fu processato per omicidio ma - con gran sorpresa da parte dell'opinione pubblica - fu riconosciuto colpevole di omicidio colposo e condannato a (soli) sei anni di carcere (se ne fece tre). 
Fu rilasciato nel 1948; morì in Italia nel 1969.

In teoria il caso fu chiuso, ma successivamente nuove prove scoperte da Richard Evans, uno storico di Melbourne, avevano messo in dubbio la ricostruzione e la conclusione da parte della polizia; nel libro "The Pyjama Girl Mystery", Evans ha sottolineato che ci fossero delle importanti differenze tra la donna trovata morta e Linda Agostini; ad es., la ragazza in pigiama aveva una taglia di seno diversa da quella di Linda, come anche la forma del naso e il colore degli occhi (Linda li aveva azzurri, la ragazza in pigiama castani). 
Richard Evans sostenne inoltre che erano ben 125 le donne presenti nella lista delle possibili identità in mano alla polizia, e che queste non fossero mai state rintracciate.

Il regista italiano  Flavio Mogherini ha prodotto, nel 1977, un film intitolato "Il caso della ragazza in pigiama" con Dalila Di Lazzaro e Michele Placido.



L'altro caso è sempre australiano ed è altrettanto celebre: l'Uomo di Somerton.


Siamo a Somerton, un sobborgo di Adelaide nell’Australia Meridionale.
La sera del 30 Novembre 1948 un uomo dai capelli biondo-rossicci, di circa 40-45 anni, ben vestito, semidisteso sulla spiaggia con la testa appoggiata all’argine, le gambe allungate con i piedi incrociati  e una sigaretta spenta sul viso, viene notato da alcune coppie che passeggiano; sembrerebbe dormire, se non fosse che degli insetti gli girano intorno e lui non ne è infastidito.
La mattina dopo, quel corpo è ancora lì e non ci sono dubbi: è morto e non presenta segni di violenza.

Non è in possesso di documenti, né di portafoglio; vengono ritrovati due biglietti per viaggiare (uno
Un busto in gesso del cosiddetto Uomo di Somerton

usato per un autobus da Adelaide a Glenelg, e un altro non usato per il treno, da Adelaide a Henley Beach).

Si stima che sia morto verso le due del mattino per un arresto cardiaco causato dall’assunzione, si ipotizza, di un veleno.

La salma viene imbalsamata così da preservarla in vista di futuri esami; da una successiva analisi autoptica, l’avvelenamento si conferma l’ipotesi principale.

Nel gennaio 1949 c'è una svolta: al deposito bagagli della stazione ferroviaria di Adelaide viene ritrovata una valigia, che era lì dal 30 novembre; dentro vengono ritrovati diversi oggetti e indumenti, questi ultimi privi di etichette; su alcuni di essi è riportato il nome T. Keane o Kean  ma la polizia dubita che si tratti del nome del morto.
Controllando i registi ferroviari viene fuori che l’uomo era giunto in stazione nella notte del 30 novembre, si era fatto una doccia e si era rasato in un bagno in città e poi era ritornato in stazione, acquistando il biglietto per il treno delle 10:50 per Henley Beach ma in realtà poi aveva cambiato idea e preso il pullman per Glenelg.

Si brancola nel buio sino a quando, esaminando di nuovo i pantaloni dell’uomo misterioso, in una tasca interna viene recuperato un pezzo di carta su cui si leggono queste parole: Taman Shud. 

Sembra che Taman Shud siano le parole finali di una raccolta di poesie (il "Rub’ayyat") del matematico, astronomo e filosofo persiano dell’XI secolo  'Umar Khayyám  e significano “è finito” o “è concluso”.

Esse vogliono forse indicare che il misterioso individuo senza identità si sia suicidato?

Ma i colpi di scena non sono finiti.

messaggio in codice mai decifrato


Siccome quel pezzo di carta era la pagina strappata da un libro, si scopre che esso proviene da una copia rara del 1859; tanto per aggiungere un ulteriore pizzico di mistero, sul retro di questo libro vi sono cinque righe di annotazioni scritte a matita - che sembrano dei messaggi in codice - e anche un numero di telefono appartenente a Jessica “Jestyn” Thomson (il nome non viene rivelato subito), un'ex infermiera di Glenelg, la cui abitazione è a circa 400 metri a nord del luogo dov’era stato ritrovato il cadavere. 

Quando alla donna viene mostrato un calco in gesso della parte superiore del torso dell’uomo, ha una reazione di sgomento e riconosce in quei tratti un certo Alfred Boxall, sottotenente dell’esercito australiano Sezione Trasporti Acquatici, al quale aveva regalato nel 1945 proprio quella raccolta di poesie.

Il problema era che il presunto Boxall era vivo più che mai e ancora in possesso sua copia del Rub’ayyat.

E se il codice misterioso indicasse che l'uomo era una spia sovietica? 

A nutrire questa teoria si aggiunse la notizia della morte (nell'agosto 1948) di Harry Dexter White, funzionario del Dipartimento del tesoro statunitense morto per avvelenamento da digitale (digossina) e ritenuto un agente sovietico. 

Ma non finisce qui.
Nel 2013 la figlia di Jessica Thomson rivelò che sua madre (simpatizzante comunista), prima di morire, le confidò di aver mentito sull’identità dell’uomo di Somerton, il quale era noto non solo a lei ma anche a livello istituzionale e alla stessa polizia.

Ad ogni modo, le impronte digitali di Somerton Man furono inviate in tutto il mondo, ma nessuno riuscì a identificarlo; fu sepolto nel cimitero di Adelaide nel 1949 e sulla lapide è stato scritto "Qui giace l'uomo sconosciuto che è stato trovato a Somerton Beach".

uomo di Somerton  >> Carl Webb
Settant'anni dopo, all'intricata storia dell'uomo trovato sulla spiaggia si aggiunge un nuovo tassello grazie alla tenacia di un ricercatore dell'Università di Adelaide, Derek Abbott, che è riuscito ad analizzare il DNA dell'uomo dai capelli, conservati quando le autorità fecero realizzare il busto in gesso.
Dalle tracce genetiche si è costruito l'albero genealogico e da lì sono stati rintracciati i parenti ancora in vita.

Abbott ha finalmente dato un nome e un'identità all'individuo sconosciuto: Carl Webb, ingegnere elettrico di Melbourne,  sposato con Dorothy Robertson; ma a parte questo, tante domande ancora non hanno trovato risposta, una su tutte com'è morto ed eventualmente per mano di chi.

Chissà se questa enigmatica storia riserva ancora sorprese?


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martedì 26 agosto 2025

Cold case australiani: quando la finzione viene ispirata dalla cronaca nera (parte 1)

    

Durante la lettura dell'ultimo libro recensito qui sul blog. Ritorno a casa di Kate Morton, ho notato che l'autrice cita al volo alcuni casi reali di scomparse misteriose, accostandoli al mistero attorno al quale verte la storia narrata nel romanzo, vale a dire la misteriosa morte di quattro membri di una stessa famiglia mentre erano a fare un picnic durante la vigilia di Natale.


Curiosa qual sono, ho cercato informazioni su questi casi di cronaca nera, accaduti tutti in Australia diversi decenni fa; oggi vedremo la misteriosa scomparsa dei fratellini Beaumont e la tragica morte di Azaria Chamberlain.


Partiamo dalla scomparsa dei fratellini Beaumont, avvenuta il 26 gennaio del 1966, durante l'Australia Day, giorno di festività nazionale attraverso la quale si celebrano le origini di questo meraviglioso Paese.

Jane, Grant e Arnna Beaumont nel 1965. © MRU
 
Sin dal mattino quella giornata prometteva di essere molto calda e i tre fratelli Beaumont (Jane di 10 anni, Arnna di sette e Grant di quattro) chiesero il permesso alla madre (Nancy) di andare alla spiaggia a Glenelg Beach, distante cinque minuti di autobus dal sobborgo di Adelaide in cui abitavano.

Permesso concesso, per cui i tre presero l’autobus delle 8:45 promettendo di ritornare con quello di mezzogiorno; ma quando passò l'autobus senza i fratellini, e poi anche il successivo, Nancy cominciò a preoccuparsi. 

Non appena rientrato il marito (Jim Beaumont) dal lavoro (alle 15), i coniugi si recarono immediatamente alla spiaggia per cercarli ma niente: i bambini non c’erano. 

I genitori pensarono di tornare indietro, verso casa, rifacendo la strada che i figli potrebbero aver percorso tornando a piedi (nel caso avessero perso l’autobus), si recarono anche da amici e conoscenti ma senza ottenere risultati.

Così, passate le 17, decisero di denunciare la scomparsa alla polizia.

La polizia fece perlustrare la spiaggia e le aree adiacenti, vennero controllati anche l’aeroporto, le linee ferroviarie e le strade interstatali.
Tre giorni dopo, il 29 gennaio, sul Sunday Mail comparve un articolo che parlava dei tre fratellini scomparsi: forse erano stati rapiti e assassinati da un molestatore sessuale?

Come spesso accade in questi casi, numerose furono le testimonianze di avvistamenti che cominciarono ad arrivare: chi li aveva visti presso il porto turistico di Patawalonga Boat Haven, chi nel parco di Colley Reserve, vicino alla spiaggia, in compagnia di un uomo sulla trentina alto, biondo e magro, con cui i tre si erano messi a giocare, dando l'impressione di essere sereni e felici. I quattro si erano poi allontanati dalla spiaggia orientativamente verso le 12.15.

I Beaumont reputarono questa testimonianza poco attendibile, in quanto, a detta loro, i loro figli non erano soliti dar confidenza o addirittura giocare con gli sconosciuti, ma - su sollecitazione della polizia - Nancy ricordò che effettivamente la figlia minore Arnna le aveva detto che Jane aveva “trovato un fidanzato in spiaggia”, ma lei aveva pensato che parlasse di un compagno di giochi e non ci aveva più pensato.

Un panettiere di Glenelg Beach riferì che Jane aveva comprato pasticcini e una meat pie con una banconota da una sterlina (una somma superiore a quella data loro dalla mamma); tempo dopo, una donna riferì che la notte della scomparsa aveva visto entrare un uomo, accompagnato da due ragazze e un ragazzino, in una casa disabitata vicina alla propria; addirittura, aveva osservato una scena allarmante: più tardi il bimbo era uscito di casa ma l'uomo lo aveva brutalmente acchiappato e riportato dentro; la mattina dopo, l'edificio tornò ad essere vuoto.

Ben due anni dopo la scomparsa, Jim e Nancy ricevettero due lettere (spedite dallo Stato di Victoria) firmate “Jane”, e un’altra da un uomo che si firmava “The Man”, in cui questi diceva di avere con sé i bambini; dalle analisi forensi, inizialmente le missive furono ritenute autentiche, ma anno dopo si appurò che erano false.

Diversi individui furono sospettati di aver rapito i bambini Beaumont, tra essi Harry Phipps, un ricco uomo d'affari di Adelaide accusato in precedenza di abusi sui minori, e Bevan Spencer von Einem, un assassino che negli anni '80 aveva rapito ed ucciso un ragazzo; secondo la soffiata di un informatore anonimo, von Einem si vantava di aver rapito tre bambini da una spiaggia diversi anni prima ma, dopo accurate indagini, per quanto ci fossero elementi che potessero sostenere questo possibile coinvolgimento del criminale, si arrivò alla conclusione che von Einem non c'entrasse nulla, anche perché non ci si trovava con l'età del rapitore: l’uomo avvistato in compagnia dei tre bambini, infatti, era stato descritto come “trentenne”, mentre von Einem all’epoca aveva solo vent’anni.

Jim e Nancy Beaumont rimasero per anni nella loro casa di Somerton Park, nella speranza che i loro figli un giorno tornassero a casa...

L'angosciante storia dei tre fratellini Beaumont, mai ritrovati, è uno dei cold case più tristemente famosi in Australia.

Di recente (febbraio c.a.), c'è stato un nuovo interesse per questo caso.
Avete presente uno dei principali sospettati, Phipps?
Ecco, nel 2008 lo scrittore Stuart Mullins contattò l'ex detective Bill Hayes per mostrargli il proprio personale fascicolo in cui aveva raccolto dati ed ipotesi circa la scomparsa dei fratellini Beaumont e in cui faceva il nome del presunto rapitore...

Mullins si avvicinò a Bill dopo aver individuato una prova interessante: la borsa beige con clip che Jane Beaumont portava con sé il giorno della fatidica gita, Stuart la vide mentre visitava la casa di un'anziana vedova, Elizabeth Phipps, nel giugno 2007.
Un particolare da brividi, soprattutto se si considera che sovente gli assassini collezionano 'souvenir' appartenenti alle loro vittime.

Per Stuart, tale avvistamento confermò ciò che sospettava da tempo: l'uomo che aveva rapito i Beaumont quel giorno era il defunto marito di Elizabeth, il milionario e pedofilo Harry Phipps. 
Quando però Stuart ottenne che la polizia indagasse su questo particolare, Elizabeth affermò di aver gettato via la borsa. 

E fu così che Mullins si decise a chiedere aiuto a Bill; questi prese a cuore il caso e, indagando, si rese conto che tutte le strade portavano a Phipps, uomo ricco e influente nella comunità, con legami con la Chiesa e lo Stato. 
Bill e Mullins sottolineano come egli possedesse delle proprietà a pochi passi o a breve distanza da Glenelg Beach, il luogo della scomparsa dei tre fratelli.
A dare conferma della perversione sessuale di Phipps è lo stesso figlio, Haydn, che  confessò di essere stato abusato dal genitore, quand'era un bambino...; non solo, ma egli, che aveva 15 anni al momento della scomparsa dei bambini, affermò di aver visto i Beaumont nella sua casa di famiglia a Glenelg.

Ma la svolta per un'eventuale riapertura avvenne nel 2013, quando due uomini si fecero avanti dopo aver ricordato di aver scavato una buca di due metri per un metro nella fabbrica Castalloy (North Plympton, Adelaide) di Phipps l'ultimo fine settimana di gennaio del 1966. 
L'uomo che commissionò la buca corrispondeva alla descrizione di Phipps. 

Ci sono state, quindi, delle operazioni di scavo nel sito dell'ex fabbrica Castalloy ma mi sembra - leggendo diversi articoli nel web - che non sia stato trovato nulla di rilevante, almeno per ora...

Altro elemento ritenuto importante da Mullins e Hayes: una persona vicina alla famiglia Beaumont ha riferito che, dopo la scomparsa dei fratelli, la nipote di Phipps si fossebsposata con un cugino di Jim Beaumont, il che fa supporre che allora Harry Phipps potrebbe aver avuto modo di conoscere Jane, Arnna e Grant, e magari proprio in virtù di questa conoscenza i tre non si sarebbero allarmati quando l'uomo gli aveva avvicinati...

Non ci resta che aspettare che emergano altre novità, con la speranza di poter sapere cosa sia accaduto a quelle tre anime innocenti e per mani di chi.

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L'altro caso nominato dalla Morton è quello della piccola Azaria Chamberlain.

Figlia di un pastore avventista, Azaria morì a poche settimane di vita uccisa da un dingo; nell'agosto 1980 la piccola era nella tenda all'interno di un campeggio a Uluru (Ayer's Rock, Australia) e fu portata via dall'animale.

Fu sua madre, Lindy Chamberlain, a riferire di aver visto un dingo uscire dalla loro tenda subito dopo la scomparsa della bimba, e immediatamente partirono le ricerche ma il corpicino non fu ritrovato.

Una settimana dopo la scomparsa di Azaria, un uomo, mentre stava scattando foto di fiori selvatici vicino ad Ayer's Rock, notò dei vestiti strappati vicino a un masso, che si rivelarono essere un pannolino strappato e la tutina di un neonato.

Lindy purtroppo fu accusata di aver ucciso la propria figlia, nonostante non vi fossero prove oggettive che facessero pensare a lei quale autrice di questo crimine abietto; la donna fu comunque condannata in primo grado di omicidio sulla base di prove circostanziali, tra cui il sangue trovato nell'auto di famiglia, inizialmente ritenuto appartenente ad Azaria, cosa che venne confermata da una biologa, mentre il medico legale sostenne che gli strappi trovati nella tuta di Azaria fossero più compatibili con delle forbici che con il morso di un dingo. 

Nel 1982, Lindy fu condannata all'ergastolo, mentre suo marito, Michael, ricevette una pena minore.

I Chamberlain erano membri della Chiesa Avventista del Settimo Giorno e su quest'affiliazione religiosa ruotarono numerose speculazioni e teorie assurde, tra cui quella che i genitori avessero ucciso la figlia in una sorta di sacrificio rituale. 

Ma mentre Lindy era in prigione, nuove prove emersero a favore della donna: anzitutto, venne fuori che nell'auto della famiglia c'era dell'emulsione di vernice e non del sangue. 
Ma l'evento determinante fu un fatto del tutto accidentale: un escursionista inglese (David Brett) cadde da Ayer's Rock, il suo cadavere fu ritrovato otto giorni dopo la caduta in una zona piena di tane di dingo e lì gli investigatori rinvennero la giacca mancante di Azaria, in una delle tane. 

I coniugi Chamberlain e i loro sostenitori dovettero lottare molto e a lungo perché fosse fatta giustizia ma perché la donna fosse liberata e il verdetto ribaltato, dovettero attendere il 2012, quando perché il coroner emise la sentenza ufficiale: il responsabile della morte di Azaria fu un dingo.

Dopo la vicenda e il tragico errore giudiziario, la vita della famiglia Chamberlain cambiò radicalmente: Lindy si trasferì negli States e Michael dedicò il resto della sua vita alla lotta per la giustizia e contro i pregiudizi e le persecuzioni. 


Gli altri due casi - la ragazza del pigiama giallo e l'uomo di Somerton - li vedremo in un prossimo post.




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giovedì 20 luglio 2023

[[ SERIE TV & PODCAST - Parliamone ]]



Salve, cari lettori!

Il post di oggi non ha a che vedere col mondo dei libri, bensì con serie tv e podcast.

Parto da quest'ultima categoria per consigliarvene un paio ascoltati di recente.
Entrambi hanno a che fare con casi di cronaca molto noti: l'omicidio, tutt'oggi irrisolto, di Simonetta Cesaroni negli uffici di via Carlo Poma 2, a Roma, e il caso del Forteto.

  • LE OMBRE DI VIA POMA 

E' un podcast di HuffPost Italia che comprende 8 episodi; ricostruisce e ripercorre le fasi fondamentali
del "giallo di via Poma", che in oltre trent'anni ha visto susseguirsi una sfilza infinita di bugie, errori e depistaggi, che non hanno fatto altro che allontanare sempre più dalla verità.
Gli episodi partono dal racconto di quella fatidica notte del 7 agosto 1990, quando nell’ufficio del comitato regionale per il Lazio degli Ostelli della gioventù in via Poma a Roma, viene trovato il cadavere di Simonetta Cesaroni, colpito da 29 coltellate.
Ci si sofferma, nei successivi episodi, sulle diverse persone che via via sono state indagate e imputate (poi prosciolte), dal portiere Pietrino Vanacore (morto suicida nel 2010 in circostanze quanto meno dubbie; tre giorni dopo avrebbe dovuto deporre al processo contro Busco) a Federico Valle, nipote di Cesare Valle, l’architetto presso cui Vanacore aveva trascorso la notte tra il 7 e l’8 agosto. 
Federico venne indagato in seguito alle assurde dichiarazioni fatte agli inquirenti nel 1992 da un certo Roland Voller, un truffatore austriaco; vent'anni dopo l'omicidio, è toccato a Raniero Busco (il fidanzato di Simonetta), che viene prima condannato a 24 anni ma poi definitivamente assolto.

Ad oggi, non è stato mai individuato l'assassino (o gli assassini) della povera Simonetta, ma una cosa è certa: le indagini sono state condotte malissimo da subito, gli indizi trascurati sono stati troppi, come ad esempio una traccia di sangue, vicina a quello della vittima, ignorata che avrebbe potuto "dire" molto sulla mano assassina.

Un podcast scorrevole, chiaro e interessante, da ascoltare se si vuol ripercorrere le tappe salienti di questo cold case italiano.

  • L'ISOLA CHE NON C'ERA. La favola nera del Forteto

Questo podcast consta anch'esso di otto episodi e racconta ciò che accadde per decenni nella comunità denominata Il Forteto.

Era il 1977 quanto un certo Rodolfo Fiesoli fondava sulle colline del Mugello, alle porte di Firenze, la cooperativa agricola "Il Forteto": un posto bellissimo, immerso nella natura che attrae da subito moltissimi giovani per il modo di vivere comunitario, lontano dalla società moderna.

Ma cos'è esattamente il Forteto? 
Nata come una cooperativa agricola che vive dei prodotti della terra grazie alle vendite porta a porta, col tempo il suo fondatore, dall'innegabile capacità persuasiva (o meglio, manipolatoria), ne fa una comunità sociale, che arriverà ad accogliere bambini in affidamento, provenienti da realtà famigliari disfunzionali, problematiche. Ma ed essere disfunzionale, in realtà, è il tipo di "famiglia" concepita dal Fiesoli, che poi famiglia non è perché egli "predicava" lo scioglimento dei legami famigliari, ritenuti inutili, se non dannosi, per l'individuo e la comunità, e condannava la famiglia tradizionale composta da mamma-papà-figlio.

Se comincerete ad ascoltare questo podcast, verrete immediatamente risucchiati dalla storia narrata dalla voce di Marco Maisano che, in modo intenso, coinvolgente e pulito, illustra, di capitolo in capitolo, le losche caratteristiche del Forteto, al cui interno si verificavano abusi (psicologici, fisici sessuali) tanto nei confronti degli adulti che vi erano entrati volontariamente (e che hanno faticato ad allontanarsene, plagiati com'erano dal loro falso profeta) quanto verso i minori che, purtroppo, il Tribunale per i Minorenni di Firenze affidava alle cure di Fiesoli e collaboratori.

La cosa che vi stupirà apprendere, e che fa sorgere tanta rabbia, è che fino al 2011 la politica, la magistratura, gli assistenti sociali e molti altri, hanno elogiato l'operato del Forteto e del suo fondatore, e questo nonostante questi e il suo braccio destro (Luigi Goffredi) fossero già stati condannati nel 1985 per atti di libidine, corruzione ecc.

Non si capisce come sia stato possibile che il Tribunale e i servizi sociali abbiano continuato a mandare  nella cooperativa dei poveri ragazzini che purtroppo hanno subito in prima persona gli abusi del “Profeta“, le sue bugie e le sue manipolazioni. 
Fiesoli agisce impunito, con la tranquilla certezza che nessuno gli va a chiedere conto di come gestisce il Forteto, di cosa accade al suo interno: è convinto di non poter essere fermato da nessuno ed è ciò che effettivamente accade, visto che per anni nessuno andrà mai a bussare alla porta della sua cooperativa.

La storia del Forteto è definibile come un vero e proprio cortocircuito sociale che per quasi quarant'anni ha permesso all'inferno di sembrare il paradiso; si dà voce ad alcuni degli adulti che vi sono entrati perché lo volevano, che si sono sottomessi alla volontà e ai capricci del profeta, e anche a ragazzi che, in quanto minorenni, anni prima erano stati inviati lì per essere aiutati.
La storia del Forteto ci ricorda che in tanti - in politica, a livello istituzionale - sapevano ma non hanno fatto assolutamente niente.

Da ascoltare, sono fatti drammatici che, davvero, fanno indignare non poco!!


SERIE TV

La serie su cui desidero soffermarmi è TREDICI (13 reasons why), tratta dal romanzo di Jay Asher e con Dylan Minnette, Katherine Langford, Brandon Flynn, Christian Navarro, Alisha Boe, Justin Prentice, Miles Heizer, Ross Butler, Devin Druid, Amy Hargreaves.

La serie è un teen drama che ruota attorno ai problemi di un gruppo di adolescente, tutti studenti della Liberty High School; il numero 13 fa riferimento alle 13 ragioni che hanno spinto la giovanissima Hannah Baker al suicidio.

Il protagonista assoluto della serie è il suo compagno di scuola Clay Jensen, che - dopo poco tempo la tragica morte della ragazza - si vede recapitare un pacchetto con dentro delle cassette.
Comincia ad ascoltarle e la voce narrante appartiene proprio ad Hannah: in esse sono elencate le motivazioni che l'hanno spinta a compiere il terribile gesto.

Nella prima stagione tutto gira attorno alle
.

cassette; ogni cassetta è dedicata a un/a compagno/a che, in qualche modo, ha a che fare con il malessere emotivo e psicologico provato da Hannah; nell'ascoltarle, Clay - che aveva una cotta per lei ma, per timidezza, non è mai stato in grado di dichiararsi apertamente  e quando sembrava stesse per avvicinarsi, tutto è scoppiato in una bolla di sapone - apprende cose di cui era all'oscuro e che riguardano alcuni dei ragazzi della Liberty: Justin Foley, il primo ragazzo che Hannah ha baciato e che purtroppo le ha mancato di rispetto lasciando che girasse una foto "fraintendibile" su Hannah, da cui sono partite una serie di insulti e maldicenze, che hanno dipinto la ragazza come una facile.
La suicida parla anche di Jessica Davis, sua grande amica, dalla quale però si è sentita tradita, e poi Alex, Courtney, Tyler, Bryce, Zack, Ryan...: tanti sono gli studenti citati da Hannah e da lei "portati in giudizio" per aver dato un contributo - chi più, chi meno - affinchè lei si sentisse sola, presa ingiustamente di mira, umiliata, bullizzata, tanto da star male e da decidere di tagliarsi le vene.

Clay anche è nelle cassette, seppur con un ruolo e un peso differenti, e anche se non le ha fatto del male, non ha fatto nulla per "salvarla", per farla sentire amata e supportata. 

Andando avanti nell'ascolto di ogni cassetta, Clay riesce a riordinare cronologicamente tutta la storia di Hannah e, nell'individuare le persone coinvolte nella tragedia e le loro colpe - singole e di gruppo -, comincia a infilarsi sempre più in una storia che diventa un'ossessione, un pensiero fisso che lo martella, gli dà incubi, allucinazioni..., insomma ne è dentro, troppo dentro, e più ascolta la straziante confessione di Hannah, più ne è dilaniato emotivamente e psicologicamente, provando più sensi di colpa di quelli che gli spetterebbe provare.

A supportarlo c'è, però, Tony Padilla, amico di Hannah, che da lei ha ricevuto l'incarico di assicurarsi che tutti i destinatari ricevano le cassette.

Come vi dicevo, nella prima stagione si va di cassetta in cassetta, per cui i flashback si mescolano col presente e noi conosciamo Hannah, la sua vita, la sua personalità, le insicurezze, la voglia di essere apprezzata, corteggiata, di confidarsi, e iniziamo a renderci conto di come la Liberty High sia una scuola sì all'avanguardia e con numerose attività e iniziative per i gli studenti, ma come allo stesso tempo non li tuteli davvero.

Il preside Bowen è di un superficiale all'inverosimile, a lui interessa che tutto proceda con ordine, disciplina e che non si creino disordini che minino la sua persona; il counselor dell'istituto, Porter, è un brav'uomo e ci prova ad essere empatico con i ragazzi, ma purtroppo non fa del suo meglio e anch'egli figura tra coloro che avrebbero potuto aiutare concretamente Hannah Baker... ma non l'hanno fatto.

Dalle cassette verranno fuori situazioni incresciose, che vanno dal bullismo (prese in giro, insulti terribili scritti ovunque, foto private - potenzialmente inappropriate - fatte circolare per tutta la scuola, percosse...) alle violenze sessuali, il che vuol dire che ci sono ragazzi che hanno commesso dei reati e non certo delle semplici bravate.

La famiglia di Hannah, intanto, denuncia la scuola perché si prenda le proprie responsabilità circa ciò che è successo alla loro figliola.

La seconda stagione, infatti, comprende il processo alla Liberty, per cui l'accusa e la difesa chiamano a testimoniare adulti e studenti, cercando ciascuno di dimostrare la propria tesi, che verte in pratica attorno alla domanda: a scuola, professori, preside, psicologo e anche i compagni, avrebbero potuto accorgersi delle difficoltà e sofferenze di Hannah così da ascoltarne il muto grido d'aiuto, fermare il bullismo e quindi prevenire il gesto suicida?

Ovviamente, più si va avanti nello scavare nei comportamenti di tutti e più emergono i segreti torbidi di ciascuno, la stessa Hannah non aveva detto tante cose di sé neanche ai genitori o a Clay, con cui comunque erano molto amici.

Fino alla seconda stagione, devo dire che mi sono sentita altamente coinvolta dalle drammatiche vicende dei ragazzi, provando una gamma di stati d'animo ed emozioni, dalla rabbia alla commozione al dispiacere; la trama si fa più complicata quando emerge che non è solo Hanna, ovviamente, ad essere stata vittima della condotta deprecabile sempre dello stesso gruppetto di ragazzi, che - guarda caso - appartengono alla squadra di football, per cui si spalleggiano e si difendono come se fossero una organizzazione criminale fondata su legami inossidabili.

In pratica, ci sono state diverse ragazze stuprate - alcune in stato di ubriachezza, per cui non ricordano nulla - e, per quanto ad essere coinvolti sono diversi studenti - l'unico colpevole è uno di essi, che poi è tra i ragazzi più in vista ed influenti, figlio di papà, ricco, con una grande disponibilità di soldi e di droga.

Andando avanti con la terza stagione - dove ormai il processo è finito - ci si concentra man mano su ciascuno dei ragazzi nominati nelle cassette che, col tempo, hanno legato, formando un gruppetto di amici sempre pronti a difendersi, a guardarsi le spalle, ad aiutarsi nel momento del bisogno: Clay, Tony, Justin (che si avvicina molto a Jensen e famiglia, non avendone una sua, purtroppo), Jessica, Tyler (pure lui povera vittima di una violenza assurda, ad opera di uno studente noto per i suoi comportamenti aggressivi, da bullo), Alex, Zack..., a volte litigheranno, se le daranno e diranno di ogni ma ci sarà sempre un doppio filo a legarli.

Un filo fatto di menzogne, complicità in reati, occultamenti di prove..., insomma da teen drama Tredici si trasforma, nella terza stagione, in una sorta di thriller psicologico in quanto ci sarà un omicidio e i sospettati saranno praticamente tutti i componenti del gruppo di amici di Clay (dalla terza si aggiunge Ani, una ragazza bella e sveglia che, almeno inizialmente, mi starà un po' sulle scatole perché  è un'impicciona di prima categoria!! Sta sempre a origliare e a farsi i fatti altrui, ma si guarda bene dal dire i propri, e infatti pure lei ha i suoi scheletri nell'armadio), Clay compreso.

Ecco, parliamo di Clay.
All'inizio, lo si ama perché è il classico bravo ragazzo che non potrebbe far del male a nessuno; certo, ha qualche "problemino" a livello emotivo, e quando comincia ad occuparsi del "caso Hannah" per svelarne ogni aspetto, l'equilibrio psichico traballa; ma di stagione in stagione, esce proprio fuori di capoccia!! Allucinazioni, paranoie e tanto altro che non sto a dire per non spoilerare, roba che me l'ha reso onestamente un po' stancante come personaggio, patetico e pesante.

Però alla fine gli si vuol bene e mi è dispiaciuto vederlo sbroccare una puntata sì e l'altra pure; fortunatamente, ha una famiglia che lo sostiene e anche i suoi amici - Justin e Tony in particolare - gli daranno una grande mano quando sarà in serie difficoltà.

La serie termina con la quarta stagione, che forse è quella che ci poteva essere risparmiata.
A dire il vero, già dalla metà della terza ho pensato: la stanno tirando con le pinze, sforzandosi di mettere troppa carne sul fuoco, di creare intrallazzi che però hanno finito per rendere le vicende surreali e poco appassionanti.

Tanto per capirci: la scuola è dipinta come un covo di delinquenti, bulli e stupratori che gli adulti non puniscono più di tanto; spesso mi sono ritrovata a chiedermi se non fosse decisamente esagerato il ritratto che ne viene fuori di 'sti ragazzi, che sono un concentrato di problemi: li hanno tutti loro, santa pace.

Io ho continuato a guardarla perchè ormai volevo sapere come sarebbe finita e anche perché mi ero affezionata ai ragazzi; devo dire anche, comunque, che verso la fine della quarta gli sceneggiatori mi hanno dato la mazzata finale rifilandomi un lutto straziante, che mi ha commossa fino alle lacrime, per cui li perdono per aver allungato il brodo.

Concludo.
È una serie che tratta tematiche serie e importanti: bullismo, violenze domestiche, stupri, tossicodipendenza, omosessualità e discriminazione, la responsabilità degli adulti - spesso assenti, distratti - e il loro essere o meno dei validi punti di riferimento per i giovani, ma mette al centro anche l'amicizia quale valore fondamentale nella vita degli adolescenti (e di tutti, certo, a ogni età).
Nel complesso a me è piaciuta, nonostante parte della terza e della quarta siano un po' forzate, e dopo averla terminata mi sono accorta che i ragazzi della Liberty (che confermo essere una scuola orrenda, un vero inferno) mi mancavano.

Per compensare il vuoto emotivo lasciatomi da Mr Paranoia Clay e dalla sua...ehm... vivace cricca di amici, ho iniziato una serie norvegese su Raiplay (Rumors), sempre con degli adolescenti come protagonisti, ma la sto trovando moscetta. Però proseguo un altro po', magari migliora.

mercoledì 19 ottobre 2022

Paula Jean Welden, la vera Cappuccetto Rosso || un mistero irrisolto ||



In questo giorno, nell'anno 1928, nasceva Paula Jean Welden, figlia del noto ingegnere, architetto e designer William Walden.
Era una ragazza come tante, cresciuta  a Stamford, nel Connecticut, assieme ai genitori e tre sorelle; le piaceva dipingere a olio e acquerelli, disegnare a matita e carboncino, suonare la chitarra ed era un'esperta escursionista e campeggiatrice.

Il 1° dicembre del 1946, verso le 14.30, la diciottenne Paula Jean lasciava il dormitorio del Bennington College per incamminarsi lungo il sentiero di Long Trail e sparire per sempre, senza lasciare alcuna traccia.

Bennington College oggi



Si sa che indossava un parka rosso con pelliccia (soprannominata per questo Cappuccetto Rosso), jeans e scarpe da ginnastica.

La ragazza ha fatto l'autostop fino all'inizio del sentiero a Woodford; all'automobilista disse che avrebbe fatto un'escursione sul Long Trail fuori dalla Route 9, vicino al monte Glastenbury, ed è sulla Route 9 che è stata lasciata.
Si è intrattenuta a parlare con un gruppo di escursionisti ed è stata avvistata in quella che oggi è conosciuta come Harbour Road.
L'ultimo avvistamento confermato della Welden risale alle 16:00, quando ha parlato con un uomo sul sentiero e gli ha chiesto per quanto si estendesse.
 
Il sole è tramontato intorno alle 17:00 e ha iniziato a nevicare poche ore dopo; da tener presente che Paula indossava abiti troppo leggeri e poco adatti al rigido clima dicembrino.

Non vedendola tornare e attendendo fino al mattino successivo, la coinquilina si allarmò e cominciò ad avvertire le autorità scolastiche, le quali avvisarono la famiglia.


Seguirono settimane di ricerche; il college chiuse per diversi giorni e tutti, compresi studenti e docenti, parteciparono alle ricerche, assieme a volontari, familiari, truppe della Guardia Nazionale e vigili del fuoco. 

Che fine ha fatto Paula Jean?

La maggioranza delle persone si convinse che la Welden si fosse persa nei boschi. 

Ma poiché non emersero tracce del suo passaggio, pian piano iniziarono a essere prese in considerazione altre teorie.

Pare che fosse di umore insolitamente allegro quel giorno: e se avesse deciso di scappare per iniziare una nuova vita? Magari aveva un amante segreto e voleva fuggire con lui!

O forse si era ferita o colta da un'improvvisa amnesia!
Altri ancora hanno pensato che potesse essere depressa..., forse si era tolta la vita.
E se l'avessero rapita e poi uccisa?

Ad aggiungere un tocco di inquietudine in più ci pensa una "leggenda" legata proprio a quella zona del 
immagine 1
Vermont - denominata Triangolo di Bennington: si dice che essa fosse teatro di un numero non irrisorio di sparizioni misteriose tra gli anni '20 e gli anni '50.
Si racconta anche che i nativi americani fossero convinti dell'esistenza, nei boschi del Vermont, di creature mostruose e di uomini selvaggi che avrebbero abitato la zona da tempi antichi. 
Glastenbury, in particolare, è tradizionalmente considerata come "area maledetta" dagli indiani d'America.

Ispirandosi a questo misterioso ed irrisolto fatto di cronaca, Erin Kate Ryan ha scritto QUANTUM GIRL, un romanzo prismatico a metà tra il giallo e la storia di fantasmi, tra la cronaca e la finzione pura, in cui tutti i personaggi si specchiano inesorabilmente nei destini degli altri, in un vortice cangiante di possibilità e mistero.

Anche Shirley Jackson ha trattato questo caso davvero inquietante e senza soluzione in HANGSAMAN, ambientato in un college, che racconta la storia della diciassettenne Natalie Waite, una ragazza desiderosa di andare a scuola e lasciare la propria casa. Una volta arrivata al campus, Natalie si rende conto che la vita al college non le porta la felicità che desiderava, ma piuttosto altre ansie. A poco a poco, il mondo di Natalie inizia a diventare più complicato, finché non sarà più sicura di ciò che è reale e di ciò che è frutto della sua immaginazione.

L'interesse della Jackson per il caso Welden è da attribuire, molto probabilmente, al fatto che lei stessa vivesse a Bennington in quegli anni, mentre il marito, Stanley Edgar, lavorava nel college cui non fece più ritorno Paula.




Fonti consultate:

https://obscurevermont.com/ (immagine 1) 

giovedì 28 luglio 2022

🔑 RECENSIONE 🔑 VIA POMA, INGANNO STRUTTURALE TRE di Carmelo Lavorino


Il criminologo Carmelo Lavorino analizza il tristemente noto "giallo di via Poma" e tra le pagine di questo suo terzo lavoro sul caso in oggetto ci propone una dettagliata analisi investigativa e criminologica, prendendo in esame i vari elementi legati al delitto, dai personaggi coinvolti alle varie  piste investigative seguite, dagli errori commessi ai depistaggi ad opera di una "manina manigolda".


VIA POMA, INGANNO STRUTTURALE TRE 
di Carmelo Lavorino

StreetLib
253 pp
L'efferato omicidio di Simonetta Cesaroni è, dopo trentadue anni, ancora irrisolto e tante sono le domande senza risposta.

Questo delitto viene analizzato dal criminologo Carmelo Lavorino in modo meticoloso, con un approccio scientifico, freddo e con toni schietti, poco diplomatici e, quando è il caso, anche sarcastici, nei confronti di chi, negli anni, ha portato avanti le indagini in maniera poco precisa e inconcludente.

L'autore sviscera il caso, tenendo conto di tutte le variabili possibili, consapevole che però, alla fine, la verità sia purtroppo impantanata nelle sabbie mobili di incompetenze, errori procedurali, metodi raffazzonati e imprecisi, piste mai prese in considerazione ed altre seguite nonostante fossero poco probabili...: insomma, il quadro che il lettore ricava, leggendo questo testo, è che troppe cose siano state trascurate o fatte male, il che ha condotto alla non soluzione del "giallo".

“Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non vedere la cosa che non piace, ma non per vedere quella che si desidera”: citando Manzoni, Lavorino ci ricorda come purtroppo molte volte il lume della ragione e dell’analisi investigativa venga spento perché ci si rifiuta di vedere tutto ciò che non è in linea con le proprie convinzioni.

Il lettore, quindi, ripercorre ciò che è accaduto in quel funesto pomeriggio a Roma, nel condominio di via Poma 2: era il 7 agosto 1990 e la povera Simonetta si recava negli uffici degli Ostelli della Gioventù per il turno pomeridiano di lavoro; lì ha trovato la morte per mano di un assassino spietato, che le ha inferto 29 ferite su diverse parti del corpo, con un tagliacarte.

Lavorino inserisce anche foto e disegni in cui vengono mostrati il corpo senza vita della vittima, le ferite su di esso, i segni lasciati dall'assassino nella sua furia omicida, il modo in cui ha sistemato il cadavere (il reggiseno, il corpetto...), e poi la disposizione delle stanze e gli oggetti al loro interno, gli effetti personali di Simonetta presenti e quelli portati via dalla scena del crimine dallo stesso assassino.

Circa l'identità dell'assassino, e del suo profilo criminale, il modo in cui ha deciso di lasciare il corpo ha in sé elementi contraddittori, perché se da una parte la posa umiliante in cui viene ritrovata la vittima ci suggerisce il desiderio di dominio da parte dell’aggressore, dall'altra questo stona col fatto che il top della giovane sia stato disposto successivamente sul ventre, come un atto di pietas o undoing (riparazione del crimine, negazione psichica); sempre che sia stato lui a compiere quel gesto e non il complice.
L'assassino, nel suo agire, ha dimostrato di essere un soggetto disorganizzato e impulsivo e il suo è stato un omicidio d’impeto, frutto della perdita del controllo.

Purtroppo, se c'è una verità che emerge con prepotenza è che la raccolta dei dati è stata poco scrupolosa, per cui... "tutto è possibile grazie all’incertezza dei dati!".

Vengono descritti gli orari in cui si sono verificati l'omicidio e la successiva pulizia accuratissima del luogo del delitto; e ancora, le testimonianze dei soggetti coinvolti, come le impiegate che lavoravano per l'AIAG (Associazione Italiana Alberghi della Gioventù), i responsabili, il portiere e i famigliari, alcune persone che abitavano nel condominio...

Vengono esaminate le tantissime incongruenze, ad es. relative all'ora del decesso della ragazza e le telefonate che si sono susseguite prima della morte.

Il criminologo è del parere che Simonetta sia stata uccisa prima delle 17:00 e che, quindi, non sia stata lei a telefonare a Luigina Berrettini (ammesso che la telefonata ci sia stata) – e che "questo INGANNO STRUTTURALE abbia impedito sinora la soluzione del caso, proprio perché ha spostato il momento zero (o nucleico) del crimine, determinando la creazione di falsi presupposti e, quindi, di false conclusioni."

Infatti, Luigina Berrettini (collega di Simonetta e dipendente dell’AIAG) ha dichiarato di aver ricevuto a casa una telefonata dall’AIAG, da una ragazza, presentatasi come Simonetta Cesaroni, che la chiamava per chiedere delucidazioni su un codice da inserire al computer, ma secondo l'autore vi è la probabilità che la telefonata possa essere stata effettuata 45-60 minuti prima dell'ora  dichiarata da Berrettini; in base allo spostamento dell'orario, si è obbligati a porsi la domanda: la ragazza al telefono era realmente Simonetta o una bugiarda che partecipava ad una farsa (perché? per ordine di chi?); non solo: ma la telefonata c’è stata realmente? Se sì, davvero alle 17:05 o 45-60 minuti prima? "Questo è il nodo gordiano di Via Poma!", sostiene Lavorino.

Altri elementi interessanti che mi hanno colpito in questa disamina:

✔ Tutti gli impiegati dell’AIAG  sono coperti da alibi del tipo familiare o personale.

✔ La documentazione investigativa  relativa alla scena del crimine è incompleta e imprecisa per diverse ragioni; ad es., non vengono fotografati e documentati molti dettagli come la stanza dove lavorava Simonetta col computer e dove era il telefono della Berrettini, dove sarebbe stata repertata la famosa agendina rossa Lavazza; le tracce papillari non sono state repertate perché, tra le altre cose, c'è stato un gran viavai sulla scena e l'inevitabile conseguente contaminazione; anche il sangue nell’ascensore fu  rinvenuto ben tre settimane dopo il delitto, e i reperti (come il reggiseno) furono male custoditi e/o scomparsi.

Addirittura i segni di ecchimosi, prodotte dal killer sui fianchi della vittima o il segno sul capezzolo...: il medico legale omise di tamponare tali importantissimi segni, impedendo di fatto l’analisi di eventuali tracce biologiche.

Stranamente, non si cercarono le tracce nemmeno sul foglietto in cui appariva il disegno e la scritta “CE DEAD OL” o “OK”. 

Ma cosa ancor più assurda: l’appartamento venne pulito da cima a fondo, per cui la scena del crimine fu distrutta:  come mai, perché? A chi è convenuto? 

L’unica traccia papillare utile è stata rinvenuta sul telefono usato dall'assassino ed è di Antonello Barone (fidanzato di Paola Cesaroni, la sorella di Simonetta; i due accorsero nell'ufficio e trovarono il cadavere, assieme al titolare della Reli, Salvatore Volponi). Quindi il telefono era stato precedentemente pulito.

In pratica, oltre all'assassino (e dopo di lui) c'è stato almeno un soggetto pulitore, che sapeva cosa, dove e come cancellare e perché.

✔ Diverse sono le perplessità attorno alla figura di Roland Voller, ritenuto per un po' di tempo un "super testimone" e infatti gli fu dato credito quando accusò Federico Valle, il nipote dell’architetto Cesare Valle,  progettista del palazzo di Via Poma; perché quest'uomo aveva in uso un telefono cellulare intestato al Ministro dell’interno? In che veste e perché Voller già frequentava il palazzo dove è avvenuto l’omicidio? Perché gli fu consegnata una lettera di raccomandazione da parte della questura di Roma, a firma del dottor Del Greco, per ottenere la cassetta di sicurezza alla BNL e cosa custodiva quest'ultima? Quale attività avrebbe svolto il Voller per conto dei servizi di sicurezza dello Stato? Ha percepito per tali servizi somme di denaro? 

La questione del tagliacarte di Maria Luisa Sibilia è lo snodo determinante del giallo di Via Poma: all’uscita della donna dall’ufficio esso non era sulla sua scrivania (la Sibilia lo aveva cercato ma, non sapendo dove fosse, ne prese un altro), ma dopo il delitto ed all’arrivo della Polizia vi è apparso misteriosamente; non è più dritto, ma leggermente ricurvo, senza impronte o tracce papillari (e comunque non fu analizzato immediatamente). Ovviamente è stato accuratamente lavato e poi disposto sulla scrivania della Sibilia dopo il delitto dal pulitore, il che fa pensare che questi sapesse sì muoversi all'interno dei locali ma che comunque non sapesse che la Sibilia fosse alla ricerca dell'oggetto.

Il fatto che l’arma fosse in quell'ambiente dove è accaduto l'omicidio e che sia stata addirittura lasciata lì dopo la pulizia, indica che si tratti di omicidio d’impeto maturato in una specialissima situazione criminogena; non è stato pianificato ma è frutto delle circostanze, forse di un litigio o di un'aggressione sessuale, di avances rifiutate che hanno scatenato la furia dell'aggressore.

l'agendina Lavazza, evidentemente sulla scena del crimine, venne consegnata alla famiglia Cesaroni perché si credeva appartenesse a Simonetta..., ma così non era ed infatti Claudio Cesaroni (padre della vittima) la restituì alla Polizia.
Di chi era quest'agendina? Di Pietrino Vanacore, il portiere morto suicida nel marzo 2010, due giorni prima del processo contro Raniero Busc, dove (assieme al figlio Mario ed alla moglie Giuseppa De Luca) avrebbe dovuto testimoniare.
Il suo gesto è stata una sorta di ammissione di colpevolezza? Il senso di colpa per aver strappato la vita a Simonetta o per aver partecipato al delitto in altri modi (come soggetto pulitore, ad es.) era atroce e troppo gravoso da portare e confessare? O s'è tolto di mezzo pur di non dover essere ulteriormente coinvolto e proteggere eventualmente il colpevole (qualche suo famigliare? qualcuno dell'AIAG?).


Insomma, è chiaro - dice l'autore - come l’INGANNO STRUTTURALE abbia prodotto e determinato  errori,  stranezze e caos.

E poiché non esiste il cosiddetto delitto perfetto, se ce ne sono di irrisolti è perché è l’indagine  ad essere inadeguata, sbagliata o sfortunata.

Resta l'interrogativo già espresso più su: in tutta la confusione che contrassegna il giallo di via Poma, quale parte di essa è stata creata ad hoc per ingarbugliare di proposito la matassa e quale è attribuibile a incapacità, sbagli e abbagli da parte di chi doveva investigare?

In sintesi, i punti fondamentali da tener presente se ci si vuole avvicinare (!!) alla soluzione del caso, sono: la certezza che l'assassino

1. abbia usato la mano sinistra per colpire con uno schiaffo la tempia destra di Simonetta e poi sferrarle 29 pugnalate col tagliacarte della stanza n° 3;
2. abbia un alibi dalle 16 alle 17:30 traballante;
3. sia stato aiutato dal complice, poi dalla fortuna e dalla copertura dello sporco e/o dei segreti altrui;
4. abbia gruppo sanguigno A DQAlfa 4/4.


Se vi interessano i casi di cronaca nera e, nello specifico, i cold case che, dopo anni, reclamano ancora giustizia e verità, questo libro fa al caso vostro; fatta eccezione per alcune ripetizioni e nonostante sia denso di dettagli, il testo si legge con facilità e scorrevolezza.

venerdì 22 luglio 2022

RECENSIONE ★ "Il mistero del bosco. L'incredibile storia del delitto di Arce" di Pino Nazio ★



 Nel romanzo-inchiesta"Il mistero del bosco. L'incredibile storia del delitto di Arce" il giornalista Pino Nazio espone, con un linguaggio chiaro e accessibile a tutti il caso, attualmente irrisolto, dell'omicidio di Serena Mollicone. 

Sovera Ed.
128 pp
15 euro

La diciottenne di Arce scompare da Isola Liri il primo giugno del 2001; il suo corpo senza vita viene ritrovato due giorni dopo da una squadra della protezione civile, nel boschetto di Fontecupa. 
Serena ha le mani e i piedi legati, un sacchetto di plastica le avvolge la testa; sul sopracciglio sinistro c'è una ferita provocata da un colpo violento, che non l'ha uccisa ma stordita: è morta, infatti, per soffocamento, dopo una lenta agonia. Chi le ha tolto la vita, l'ha portata nel bosco poche ore prima del ritrovamento.

Chi e perché si è macchiato di questo orrendo delitto? Chi poteva volere la morte di una ragazza così giovane, da tutti in paese conosciuta come una studentessa allegra, solare, altruista e gentile, tanto con le persone che con gli animali?

Ad oggi, dopo ben ventuno anni da questa morte assurda e violenta, non c'è nessun colpevole.
È di pochi giorni la notizia dell'assoluzione, da parte della Corte di Assise di Cassino,  dei cinque imputati (l’ex maresciallo Franco Mottola, la moglie Anna Maria, il figlio Marco, il luogotenente Vincenzo Quatrale e l'appuntato Francesco Suprano - con diversi capi d'accusa -) "per non aver commesso il fatto".

La sentenza ha fatto discutere e ha suscitato molta amarezza e delusione, perché la domanda su chi abbia ucciso Serena resta e ci ricorda che l'assassino (o gli assassini) è ancora a piede libero e finora l'ha fatta franca.
Il padre della vittima, Guglielmo Mollicone, sin dal primo istante non ha smesso di lottare perché la verità su cosa sia accaduto alla sua amatissima figlia venisse fuori, ma purtroppo è morto due anni fa privato della (comunque magrissima) consolazione che fosse fatta giustizia e che la morte di Serena non restasse vana.

"...non è vero che tutte le morti sono uguali: alcuni dei modi in cui lasciamo il transito terreno sono più duri da digerire. Una morte violenta per mano di altri uomini non ha niente di naturale, di scontato, accade semplicemente perché nell’indole umana, negli aspetti più reconditi, si annidano comportamenti
inspiegabili, comportamenti contro natura."
 

L'autore inserisce la narrazione dei fatti reali in una cornice fittizia, romanzata, immaginando due amici (Lorenzo e Jacopo, già presenti nel libro su Emanuela Orlandi) che si incontrano per parlare del caso della ragazza uccisa nel frusinate nel 2001; con il contributo di un'amica di Lorenzo, Jacopo ha modo di immergersi, prima ancora che nella sequenza di eventi che hanno caratterizzato il delitto in oggetto, nel contesto famigliare in cui è nata e cresciuta Serena.

Si parte infatti col disegnare la situazione della famiglia: il matrimonio di Guglielmo con Bernarda, l'attività della cartoleria, il lavoro come maestro delle elementari, e poi l'arrivo della primogenita (Consuelo), anni dopo quello di Serena, le affinità tra Bernarda e Consuelo e tra Guglielmo e Serena, e poi il dramma della malattia della mamma e la sua prematura dipartita, quando la piccola di casa aveva solo otto anni.

Una variabile importante per inquadrare ciò che è accaduto a Serena riguarda il fatto che nella zona di Arce e nel suo circondario era diffuso l’uso e lo spaccio di droga: droghe leggere, come hashish o marijuana, ma anche droghe pesanti, eroina e cocaina. 
Nel giro di amicizie e nella comitiva di cui faceva parte la ragazza purtroppo non mancavano personaggi poco raccomandabili, che fossero ragazzi dediti all’uso quotidiano di droghe pesanti o spacciatori.

Questo aspetto è fondamentale in quanto la ricerca del movente e dell'assassino si è diretta, da un certo momento in poi, proprio su questo sentiero.

In ventuno anni diverse sono state le piste investigative e anche i sospettati; in particolare citiamo Carmine Belli, un carrozziere di Arce che conosceva Serena (era solito darle un passaggio in macchina; la ragazza chiedeva spesso l'autostop) e su cui sono caduti i sospetti degli inquirenti, tanto da incarcerarlo per poi però tornare libero in quanto l'uomo non aveva a che fare con l'omicidio, non avrebbe avuto materialmente modo e tempo per commetterlo, e anzi il suo impianto accusatorio sembrava piuttosto costruito a tavolino, come a voler trovare per forza il colpevole, o meglio il capro espiatorio.

Ma a dare una virata al "giallo di Arce" e ad alimentare la speranza di Guglielmo circa la possibilità concreta di arrivare alla verità, ci pensa il brigadiere Santino Tuzi, sette anni dopo l'omicidio: l'uomo racconta al magistrato titolare delle indagini di aver visto Serena Mollicone entrare in caserma verso le 11.30 di quel primo di giugno e recarsi al piano di sopra per parlare col comandante o comunque con qualcuno cui potesse dire ciò che le premeva raccontare.
Ebbene, a detta del Tuzi (che, ricordiamo, muore suicida nell'aprile del 2008, pochi giorni dopo la confessione davanti al magistrato), la ragazza lui non l'ha vista scendere, pur essendo rimasto in servizio fino a dopo le 14.
Se la testimonianza dell'uomo era vera, cosa poteva implicare? Che Serena fosse stata vittima di un'aggressione - e quindi poi della volontà omicida - di qualcuno all'interno della caserma di Arce? E perché qualcuno di questi uomini con la divisa avrebbe dovuto azzittirla?
Forse Serena si era recata lì per denunciare qualcuno di sua conoscenza che, purtroppo, spacciava droga?
I sospetti cadono su Marco Mottola, il figlio dell'ex maresciallo, anche perché all'inizio delle indagini c'era stata pure la testimonianza di una barista, che aveva dichiarato di aver visto Serena, la mattina della scomparsa, scendere da una Lancia Y, lo stesso modello di auto di Marco; la donna però aveva poi ritrattato...

Pino Nazio, quindi, ci fa ripercorrere le tappe che hanno contrassegnato gli anni di indagini, le piste e le ipotesi investigative, gli errori, i particolari strani ed inspiegabili, come il cellulare di Serena che scompare e riappare "magicamente" nel cassetto della cameretta, o Mottola padre che, senza mandato e in via del tutto informale, si reca a casa Mollicone per prendere diari o quant'altro potesse risultare utile alle indagini (?!)...
Ma soprattutto ciò che resta impressa è la tenacia, la caparbietà di un padre coraggio che non si è mai arreso finché è stato in vita, ma ha sempre tenuto accesi i riflettori e l'attenzione sull'omicidio della sua bambina, anche se purtroppo, come dicevamo, è deceduto senza ottenere le risposte e la giustizia che cercava.

Le domande sui responsabili e sul movente del delitto di Arce restano attualmente ancora senza risposte, ma ci auguriamo che non sia così per sempre e che questo non sia uno dei tanti cold case che, con gli anni, finiscono nel dimenticatoio o vengono tutt'al più ricordati proprio perché sono dei "gialli irrisolti" e fitti di mistero.

Un libro-inchiesta breve, fruibile, molto fluido nello stile e agile nel ritmo, interessante per chi desidera avere una comprensione ordinata, immediata e chiara degli elementi principali di questo caso.


lunedì 4 gennaio 2021

Le mie letture di inizio anno ^_-

 

Ecco le mie letture di inizio 2021.


BORGO SUD di Donatella Di Pietrantonio

È il prosieguo de L'Arminuta (RECENSIONE).

Einaudi
168 pp
È ancora buio quando Adriana tempesta alla porta di casa della sorella, con un neonato tra le braccia. 
Non si vedevano da un po’, e sua sorella nemmeno sapeva che lei aspettasse un figlio. Ma da chi sta scappando? È davvero in pericolo?
Adriana porta sempre uno scompiglio vitale, impudente, ma soprattutto una spinta risoluta a guardare in faccia la verità. Anche quella piú scomoda, o troppo amara. Cosí tutt’a un tratto le stanze si riempiono di voci, di dubbi, di domande.
Entrando nell’appartamento della sorella e di suo marito, Adriana, arruffata e in fuga, apparente portatrice di disordine, indicherà la crepa su cui poggia quel matrimonio: le assenze di Piero, la sua tenerezza, la sua eleganza distaccata, assumono piano piano una valenza tutta diversa.
Anni dopo, una telefonata improvvisa costringe la narratrice di questa storia a partire di corsa dalla città francese in cui ha deciso di vivere. Inizia una notte interminabile di viaggio – in cui mettere insieme i ricordi -, che la riporterà a Pescara, e precisamente a Borgo Sud, la zona marinara della città. 
È lí, in quel microcosmo cosí impenetrabile eppure cosí accogliente, con le sue leggi indiscutibili e la sua gente ospitale e rude, che potrà scoprire cos’è realmente successo, e forse fare pace col passato.


MIA SORELLA EMANUELA. SEQUESTRO ORLANDI: VOGLIO TUTTA LA VERITÀ di Pietro Orlandi, Fabrizio Peronaci (Ed. Anordest, 252 pp).

Ventotto anni dopo, il giallo della scomparsa di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana sparita il 22 giugno 1983 mentre tornava a casa dopo una lezione di flauto, è a una svolta. Le indagini recenti hanno portato alla decisione di riaprire la tomba di Renatino De Pedis, il capo della banda della Magliana sepolto nella cripta della basilica di Sant’Apollinare, nel pieno centro di Roma. La banda organizzò il sequestro della Orlandi come arma di ricatto verso la Santa Sede? 
Il movente è nel transito di fiumi di danaro tra i gangster e lo Ior? È solo l’ultima pista.Ma Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, non si accontenta. Così, esce allo scoperto con un libro-intervista scritto con il giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Peronaci. 
Per la prima volta racconta nei dettagli il suo incontro del gennaio 2010 con Ali Agca, quando tra lo scetticismo degli inquirenti andò in Turchia per incontrare l’attentatore del Papa uscito dal carcere.
È un documento straordinario e destinato a fare scalpore, il resoconto dettagliato del faccia a faccia tra Pietro e l’attentatore. 
Ci sono nomi, circostanze, accuse. Come inedita è un’altra pista di cui si parla dettagliatamente nel libro, emersa nel 2009, secondo la quale Emanuela vivrebbe perfettamente integrata in una Paese nordafricano.

venerdì 18 settembre 2020

Novità Armando Editore - Collana Inchieste


Vi presento alcune pubblicazioni Armando Editore, tutte appartenenti alla collana Inchieste.



Il delitto di via Poma trent’anni dopo
di Igor Patruno


14,00 euro
Il delitto di via Poma è, forse, il cold case italiano del dopoguerra più noto e più popolare. 
Avvalendosi della lettura delle carte giudiziarie, l’Autore indaga il dettaglio introspettivo dei personaggi, mette in evidenza fatti e circostanze nel contraddittorio accavallarsi delle dichiarazioni rese dai testimoni, nelle risultanze delle lunghe inchieste, altrettanto contraddittorie. 
Il racconto, coinvolgente ed emotivamente toccante, si snoda dalle ultime settimane di vita di Simonetta fino ai fallimentari esiti giudiziari, passando per la ricostruzione del delitto.

L'autore.
Igor Patruno, giornalista e scrittore. Dopo la laurea in Filosofia partecipa all’epopea delle radio libere a Roma. Dal 1984 al 1985 collabora in Rai come autore e conduttore al programma Appuntamento del sabato. Esordisce nel 1983 come scrittore con il romanzo Passaggi, ristampato nel 2011. Organizza, nel 2006, 2007 e 2008, il Festival Internazionale della Filosofia di Roma. Nel 2007 collabora alla realizzazione di Hi! Tech. Festival dell’innovazione. Lavora come freelance nel mondo dell’innovazione e della comunicazione.
Nel 2019 cura con Giuseppe Garrera la mostra: Poeti a Roma. Resi superbi dall’amicizia. Nel giugno dello stesso anno organizza il Roman Poetry Festival. Quarant’anni dopo il Festival Internazionale dei Poeti di Castel Porziano. Nel 2020 cura con Giuseppe Garrera la mostra: Tu parlavi una lingua meravigliosa. Quando la canzonetta divenne poesia. Ha pubblicato: Via Poma, La ragazza con l’ombrellino rosa (2010), e i romanzi I campi di maggio, (2015) e Sotto il cielodi Spagna (2019)
.




UN MOSTRO CHIAMATO GIROLIMONI
di Fabio Sanvitale, Armando Palmegiani


Roma anni ’20, in città si aggira un mostro che aggredisce le bambine. Dal fascismo arriva un ordine: fermatelo! Gino Girolimoni, il perfetto capro espiatorio. 
La storia del primo serial killer romano.
Gino Girolimoni: un nome che a Roma vuol dire infame. Il nome di chi avvicina le bambine, le
176 pp
15 euro
cerca, le vuole, le prende. 
Un nome usato ancor oggi. Già, ma chi era davvero Gino Girolimoni?
Un uomo benestante, coinvolto nella Roma degli anni Venti in una storia molto più grande di lui, così, dall’oggi al domani. 
Arrestato, accusato di ben sette tra stupri e omicidi a danno di bambine. 
Peccato che Girolimoni fosse completamente innocente, peccato ogni prova fosse inventata di sana pianta per placare l’isteria, la follia che ormai s’era impossessata dei quartieri della città, della gente. 
Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani, con l’aiuto di esperti di primo piano, ricostruiscono la vicenda dandone il quadro storico e criminologico completo. 
Rifacendo le indagini, passo passo, strada per strada, sospetto per sospetto, con le tecniche investigative di oggi.





2 agosto 1980. La strage di Bologna. 
Scienza e coscienza di un massacro
di Imma Giuliani

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La verità processuale ha la pretesa di essere un’oggettiva ricostruzione di un fatto, ma solo la scienza può stabilire situazioni ed eventi che appartengono al reale. 
Ed è per questo che all’interno dei tribunali si fa sempre più ricorso all’esperienza dei tecnici. 
Dopo tanti racconti e verità processuali ciò che accadde a Bologna il 2 agosto 1980 può essere arricchito alla luce di nuove interpretazioni scientifiche. 
Senza paura di riconoscere verità scomode o confermare ciò che è gia stato acquisito. 
Questo libro parla dei fatti che quella mattina del 2 agosto 1980 sconvolsero la vita di chi era presente a Bologna e dell’Italia intera.












venerdì 20 marzo 2020

IN NOME DEL CIELO di Jon Krakauer



Nel luglio del 1984 due fratelli, convinti di essere "ispirati da Dio", trucidarono una mamma con la sua bambina.
Le ragioni del loro crimine affondavano le radici in una fede condivisa da milioni di americani...



IN NOME DEL CIELO
di Jon Krakauer



Oscar Mondadori
400 pp
Il 24 luglio 1984 Dan e Ron Lafferty uccisero a sangue freddo la cognata Brenda e la nipotina di appena un anno. 
Per nulla pentiti, sostennero di averlo fatto perché “ispirati da Dio”. 
Com’è possibile che fatti del genere siano avvenuti alle soglie del ventunesimo secolo, nell’avanzatissima America? 
Per trovare una risposta, Jon Krakauer ha iniziato un’inchiesta che in breve si è trasformata in una vera e propria discesa agli inferi tra i “talebani cristiani”: la Chiesa Fondamentalista di Gesù dei Santi degli Ultimi Giorni, il ramo integralista dei mormoni. 
Quarantamila persone che, dal Canada al Messico, vivono soggiogate da sedicenti profeti che li spingono a compiere anche i delitti più raccapriccianti per compiacere alla volontà divina. 

Questo libro è il resoconto dell’esperienza di Krakauer, infiltrato in un mondo fatto di aspettative messianiche, spose bambine, fobia sessuale, poligamia e fede incrollabile. 
Ma è anche un’acuta analisi storica, culturale e sociale che solleva interrogativi inquietanti e provocatori sulla natura della fede e sul perché – in nome del cielo – si arrivi persino a uccidere.

L'autore.
Jon Krakauer (Brookline, Massachusetts, 1954), alpinista, giornalista e scrittore, è diventato celebre con i suoi reportage per «Outside Magazine» e per i libri di avventura Nelle terre estreme (1997, da cui è stato tratto il film Into the wild), Aria sottile (da cui è stato tratto il film Everest) e In nome del cielo (2003). Per Random House dirige la collana "Exploration".


HO SCOPERTO QUESTO LIBRO - E LA RELATIVA STORIA - PER CASO SU INSTAGRAM.
L'HO INSERITO IN WISHLIST ^_-

martedì 15 ottobre 2019

Il caso Elisa Claps. Storia di un serial killer e delle sue vittime (Prefazione di Gildo Claps)




Un caso di cronaca nera, che per anni è stato avvolto nel mistero, è sicuramente il terribile omicidio di Elisa Claps.


Il caso Elisa Claps. Storia di un serial killer e delle sue vittime, prefazione di Gildo Claps di Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani (Armando Editore, 188 pp; prezzo 16,00 euro).
In libreria il 31 ottobre.


Potenza. 17 marzo 2010. A distanza di 17 anni dalla scomparsa, viene ritrovato il corpo di Elisa. Nella Chiesa della Santissima Trinità, nel cuore del centro storico di Potenza, il 12 settembre 1993, fu uccisa la studentessa potentina Elisa Claps. La sua misteriosa scomparsa fu a lungo un giallo rompicapo, risolto solo  quando il cadavere della ragazza fu ritrovato proprio nel sottotetto di quella chiesa. La mano omicida fu quella di uno spasimante respinto, Danilo Restivo “col vizietto di tagliare ciocche di capelli alle ragazze” – scriveranno i giornali –, una personalità disturbata e condannato con sentenza irrevocabile a 30 anni di reclusione.
L'uomo, che aveva ammesso di aver incontrato quel giorno la ragazza ma ha sempre negato di averla uccisa, sta scontando la pena in Inghilterra, dove è stato condannato per un altro delitto, quello di Heather Barnett, una sarta inglese uccisa il 12 novembre 2002 a Charminster, un quartiere  di Bournemouth.


In questo libro, Fabio Sanvitale, giornalista investigativo, scrittore, esperto di cold cases, e Armando Palmegiani, esperto della scena del crimine, indagano sui personaggi coinvolti nel caso Claps, a partire da Danilo Restivo, facendo luce sulle storie personali ma anche sulle caratteristiche psicologiche del serial killer e delle sue vittime.
Un ruolo particolarmente importante nel libro è quello della piccola città di provincia, Potenza, dei suoi abitanti e lo sforzo dei due Autori di spiegare i motivi di tanta omertà, e tanto disinteresse da parte di una fetta consistente dei suoi abitanti.
Scrivono gli Autori: «Perché un libro sul caso Claps? Perché è giusto non dimenticare Elisa, perché Danilo Restivo è un serial killer che stava per fare una terza vittima, perché volevamo cercare di entrare nella sua testa e capirlo. E capire anche come mai nessuno lo abbia fermato in famiglia e quali errori fecero le indagini, perché Elisa potevano trovarla dopo 17 ore, altro che 17 anni. Questa è una storia pazzesca, da raccontare. Poi i luoghi, le persone, i testimoni che sbagliano e poi i depistaggi, un caso unico nel panorama internazionale. C'era, insomma, da tirare le fila e riordinare una delle storie più lunghe che abbiamo mai affrontato».


Gli autori.
Fabio Sanvitale è nato nel 1966. Giornalista investigativo, scrittore, è esperto di cold cases. I suoi libri hanno contribuito a gettare luce su importanti casi, tra cui l’omicidio di Pier Paolo Pasolini e quello del Canaro della Magliana. Ha studiato criminologia con F. Ferracuti e F. Bruno, è laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche ed ha conseguito un Master in Criminologia alla Sapienza. È docente in corsi di formazione criminologica. Ha scritto per “Il Tempo”, “Il Messaggero”, "Detective", "cronaca-nera.it" e “Giallo”. Ha pubblicato, con C. Camerani e P. Lombardo, Satanismo tra mito e realtà (2017) e, nelle nostre edizioni, con V. Mastronardi, Leonarda Cianciulli. La Saponificatrice (2010).


Armando Palmegiani è nato nel 1965 a Roma. Esperto della Scena del Crimine. Si è laureato in Psicologia Clinica. È docente di Criminologia Clinica e Psicopatologia Forense presso l’Università “eCampus” e docente di “Scena del crimine” nel Master in Criminologia e Scienze Strategiche dell’Università “Sapienza”. Nel corso della sua carriera si è occupato di molti casi di cronaca, tra i quali la bomba di via dei Georgofili nel 1993 a Firenze, l'omicidio di Marta Russo, l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin; ha partecipato all'identificazione delle vittime dello Tsunami in Thailandia. Armando Palmegiani e Fabio Sanvitale hanno scritto insieme per Sovera e Armando Editore: Morte a Via Veneto (2012), Omicidio a Piazza Bologna (2013), Sangue sul Tevere (2014), Sacro Sangue (2015), Accadde all’Idroscalo (2016), Amnesie (2018) e Un mostro chiamato Girolimoni (2019).

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