Il Principe Harry - il minore, la Riserva, quinto in linea di successione al trono del Regno Unito - si racconta senza riserve ai suoi lettori, partendo dai ricordi dell'infanzia, ripercorrendo la tragica morte della madre, lady Diana, e tutto ciò che essa ha implicato per lui (e non solo), passando per le sue esperienze come militare, le relazioni sentimentali, il rapporto con i membri della famiglia reale, i conflitti con essi e quello molto burrascoso con la stampa inglese.
Fino all'incontro con la donna che ha dato una svolta decisiva alla sua esistenza.
SPARE. IL MINORE
di Prince Harry
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Mondadori trad. S. Crimi, L. Tasso, M.Faimali 540 pp |
Onesta, lucida, minuziosa: il principe Harry, secondogenito di (re) Carlo e Diana Spencer, è il protagonista di un'autobiografia fitta di aneddoti di vita, di rivelazioni, di riflessioni personali, attraverso la quale racconta ai suoi lettori quale sia stato il tortuoso percorso che l'ha portato alla conquista della consapevolezza della propria identità di uomo, prima ancora che di un membro della famiglia reale inglese.
Composto da tre sezioni, questo memoir ci fa conoscere da vicino la vita del principe Harry a partire dall'episodio tristemente famoso della morte di Lady Diana, avvenuta il 30 agosto 1997 in seguito al mortale incidente all'interno del tunnel del Pont de l'Alma a Parigi.
Altrettanto famoso e seguitissimo fu il funerale in tv della principessa e l'immagine dei due fratelli, William ed Harry, mentre seguono il feretro della madre sotto gli occhi addolorati e inorriditi del mondo intero.
Ebbene, in questo libro c'è tanto di Diana, o meglio, dell'amore di Harry per la sua mamma, di cui è rimasto orfano a 13 anni.
La perdita della madre ha influenzato fortemente la sua esistenza, creando un vuoto emotivo incolmabile.
Harry ci parla dei suoi legami con i famigliari, di suo padre così schivo e restio a manifestare affetto (affetto di cui Harry non ha mai dubitato), di suo fratello maggiore, con cui nell'infanzia era legatissimo, anche se poi crescendo hanno cominciato a frequentare compagnie diverse, a dedicarsi ad attività diverse... finendo per allontanarsi un po'.
Mi ha colpita leggere come la sofferenza per l'assenza dell'amata mamma abbia prodotto in lui una sorta di amnesia: Harry dice che per anni non ha ricordato granché della madre e soprattutto del giorno del funerale. Ci vorranno anni di psicoterapia (e il cambio di diversi psicoterapeuti) per recuperare tanti bellissimi ricordi d'infanzia.
Non potevo immaginare, inoltre, che per anni, durante l'adolescenza, il giovane principe sia stato intimamente convinto che sua madre non fosse davvero deceduta, bensì che fosse scappata per sfuggire ai paparazzi, a quella celebrità che non le lasciava spazio e la soffocava, e che quindi si nascondesse da qualche parte... e che prima o poi sarebbe sbucata fuori a riabbracciare forte i suoi bambini ormai cresciuti.
È una cosa che mi ha intenerita e rattristata insieme.
"Immagino di aver sempre saputo la verità nel profondo del mio cuore. L'illusione di mamma che si nasconde, si prepara a tornare, non è mai stata tanto autentica da cancellare del tutto la realtà. Ma era sufficiente a permettere di rimandare gran parte del dolore. Non avevo ancora elaborato il lutto, non avevo ancora pianto (...), non avevo ancora metabolizzato i fatti nudi e crudi. Una parte della mia mente sapeva, ma un'altra era completamente isolata, e quella divisione riusciva a separare le voci della mia coscienza, a polarizzarle, a bloccarle, esattamente come volevo."
Circa William, apprendiamo come sia cambiato negli anni il rapporto tra fratelli, come si siano inacerbiti spesso i contrasti, i dissidi, frutto di temperamenti e caratteri opposti, di scelte di vita differenti, del ruolo dell'uno e dell'altro all'interno della famiglia, essendo William il primogenito e quindi l'Erede, ed Harry la "ruota di scorta", la Riserva appunto.
"L'Erede e la Riserva: quella definizione non era un giudizio, ma era anche priva di ambiguità. Io ero l'ombra, il sostegno, il piano B. (...) ero stato convocato come rinforzo, distrazione, diversione e, se necessario, pezzo di ricambio. (...) Essere un Windsor significava capire quali erano le verità immutabili e bandirle dalla mente. Significava assorbire i tratta fondamentali della propria identità, sapere per istinto chi eri, il che si riduceva in sostanza a essere per sempre il sottoprodotto di chi non eri".
Un aspetto purtroppo noto della vita pubblica di Harry - perché evidentemente considerato "ghiotto" dai giornali di gossip - è il suo essere stato un ribelle, un villain sempre pronto a divertirsi alzando il gomito, facendo baldoria con gli amici, a passare da un flirt all'altro, fino all'uso di sostanze e ai comportamenti giudicati indecorosi per un membro della monarchia (ce la ricordiamo in tanti la celebre foto di lui con in dosso una divisa nazista, in occasione di una festa in maschera).
Il problema della stampa e dell'interesse ossessivo dei paparazzi e dei vari tabloid britannici per i membri della famiglia reale perseguita Harry sin da ragazzino, già da quando era viva lady D., ma la cosa raggiungerà livelli insopportabili negli anni successivi.
Certo, magari l'Harry giovanotto ha fornito egli stesso - non volendo - del materiale succoso su cui sparlare, ma la stampa - denuncia Harry - ha sempre ricamato su di lui, inventando spesso di sana pianta pettegolezzi inesistenti, fraintendendo e presentando le situazioni che lo vedevano protagonista peggio di quanto fossero nella realtà.
Per sfuggire alle innumerevoli cause di disagio emotivo e psicologico e alla costante e sgradevole pressione mediatica, il principe si rifugia nell'esercito.
Nella seconda parte del memoir, seguiamo Harry negli anni dell'età adulta, quando si ritrova a dover decidere cosa fare della propria vita, che indirizzo darle, a cosa potrebbe dedicarsi per darle uno scopo.
Uno dei pilastri della sua vita è sicuramente l'impegno umanitario, la beneficenza; molti dei suoi progetti nascono per proseguire ciò che aveva iniziato lady D. e altri hanno a che fare con le proprie esperienze personali, sia nell'ambito militare che in quello relativo alla salute mentale.
Harry si arruola e resta a servizio della sua regina e del suo Paese per dieci anni, compiendo due missioni in Afghanistan (la prima nel 2007-2008 come controllore dell'aria avanzato e la seconda nel 2012-2013 come copilota/artigliere di elicotteri Apache) ed egli li ha vissuti con molta consapevolezza, con impegno, professionalità, con la voglia autentica di essere utile al proprio Paese e, non ultimo, di dimostrare chi è lui: un uomo, un soldato, il Capitano Wales...
"Ero un soldato britannico, su un campo di battaglia, finalmente, un ruolo per cui mi preparavo da tutta la vita. Era anche Widow Six Seven (...). Potevo nascondermici dietro per davvero. Ero solo un nome, un nome a caso, e un numero a caso. Niente titoli. E niente guardie del corpo".
Quando sarà costretto, per cause di forza maggiore, a ritirarsi dall'esercito, la vivrà molto male, provando tanta rabbia e frustrazione perché gli veniva tolto qualcosa di importante che stava dando senso alla sua esistenza.
Insomma, Harry non ci nasconde nulla, tanto meno le cadute, i periodi bui in cui ha consumato alcol e droghe, gli attacchi di panico che lo paralizzavano, le litigate con il fratello, i legami sentimentali naufragati... e nella terza parte si arriva a lei, a Meghan Markle, la donna della sua vita.
"In questo mondo folle, in questa vita piena di dolore, ce l'avevamo fatta. Eravamo riusciti a trovarci".
Quella con la sua Meg è una bella storia d'amore che purtroppo ha subito dolorosi colpi a causa sempre della stampa che non ha mai smesso di "perseguitarli", di cercarli e scovarli in tutti i modi, e soprattutto che sin da subito ha imbastito storie fake su Meghan e famiglia.
Harry ci parla diffusamente anche di come sia stata accolta la fidanzata (e poi moglie) dalla nonna, dal padre e da William e Kate..., con tutti i conflitti e i silenzi che ne sono scaturiti, delle difficoltà legate alla gestione delle notizie sui giornali, dai disagi da questi causati e di come la coppia sia giunta a decidere di allontanarsi dalla monarchia pur di vivere serenamente.
Concludendo: mi è piaciuto molto leggere questo memoir, che è scritto in modo dettagliato e maturo (pregio per il quale possiamo ringraziare lo scrittore Moehringer), con uno stile che sa essere attento e lucido ma anche viscerale ed empatico, dando molto spazio alla sfera psicologica ed emotiva del narratore e protagonista, del quale vengono esposte le vulnerabilità e i traumi, i pregi e le virtù, le luci e le ombre, sia personali che famigliari, ma non in modo morboso o scandalistico né con l'atteggiamento di chi non vuol lavare i panni sporchi in famiglia e preferisce sbandierarli per alzare polveroni e polemiche, quanto piuttosto con quello di un uomo che nella parola, nella narrazione, trova un modo per affrancarsi dal ruolo istituzionale cui era destinato, dalle rigide etichette e dai protocolli propri della monarchia, affermando così la propria unicità e individualità, rivendicando il diritto di dare la direzione che desidera alla propria vita, di fare ciò che lo appaga, di sposare chi ama e di vivere lì dove si sente al sicuro.
Io l'ho apprezzato molto, è un libro non breve ma scorre; le parti che "scorrono un po' meno" sono forse quelle relative alle missioni militari, ma nel complesso è un'autobiografia che si lascia leggere con interesse.