lunedì 30 marzo 2026

Recensione: NIENT'ALTRO CHE OSSA di Brian Panowich



"Nient' altro che ossa" di Brian Panowich è il prequel di Bull Mountain; chi conosce l'omonima trilogia qui ritrova personaggi già noti, come Clayton Burroughs e sua moglie Kate.
Co-protagonista di questo romanzo è Nelson (chiamato "Nails") McKenna, un ragazzo cresciuto nella contea di McFalls e al soldo del boss Gareth Burroughs, il quale comanda, dispone e controlla tutti e tutto ciò che accade nella "sua" contea. 
Ma con Clayton e Nails, il violento Gareth potrebbe rischiare di perdere la partita perché in ballo ci sono valori che egli ha smesso di seguire da un bel pezzo: amicizia, amore, lealtà.



NIENT'ALTRO CHE OSSA
di Brian Panowich



NN Editore
trad. S. Daniele,
 M. Camporesi
384 pp
"...la vita quassù non è per tutti. Queste montagne? 
Questa terra? Non è solo roccia e suolo. È una cosa viva, che respira. E quando ha fame? Mangia la carne tenera e non lascia nient’altro che ossa. Figlio, ci sono ossa su tutta questa montagna, intorno a te, fino a dove riesci a vedere. Probabilmente sottoterra ci sono più ossa che vermi. 
Diavolo, persino quelli nati e cresciuti qui si ritrovano nelle fauci della bestia. È la vita. Succede e basta. 
Nessuno ci può fare nulla. Alcuni danno per scontato questo posto. Finiscono a gambe all’aria."


Nel 1989 Nelson “Nails” McKenna è solo un ragazzino quando si ritrova protagonista di un episodio che determinerà il suo futuro.

Con una situazione famigliare disagiata alle spalle, un corpo pieno di difetti fisici evidenti e sgradevoli (ad es., ha una mano dalle dimensioni abnormi) e dei modi di fare che, agli occhi dei più, vengono percepiti come frutto di un ritardo mentale, Nelson è un adolescente solo.

Suo padre lo riempie di botte, sua madre (lei sì che gli voleva bene) è morta, i coetanei lo prendono in giro e lo bullizzano, gli amici di cui può fidarsi sono davvero pochi (Clayton Burroughs, Kate ed Amy, di cui è segretamente innamorato) e a fargli compagnia, nei pomeriggi solitari trascorsi presso la ferrovia, ci sono soltanto i suoi amati fumetti.

Un giorno la sua quiete viene spezzata dall'arrivo di due ragazzacci che cominciano a maltrattarlo, a prendersi gioco di lui con aggressività e strafottenza; fortunatamente, a salvare Nelson ci pensano Clayton, Kate ed Amy, ma la situazione peggiora: davanti all'inasprirsi delle angherie di uno dei due bulli, qualcosa scatta nel cervello di Nelson, che usa la sua manona per mettere fuori combattimento l'idiota fastidioso. E lo fa in modo letale...

Quello che accade, da quel momento in poi, è una tragedia privata che Gareth Burroughs (chiamato dal figlio minore, Clayton, impaurito dalle conseguenze di ciò che è appena successo sotto i loro occhi) gestisce a modo suo, con i mezzi illeciti di cui dispone e costringendo anche lo sceriffo ad accettare la propria "soluzione".
Nelson viene salvato dai pasticci ma non dalle sue conseguenze: finisce nelle mani di Gareth, che lo ribattezza Nails, e diventa uno dei suoi tanti "uomini". Del resto, in quel dannato pomeriggio è emerso come Nelson - se arrabbiato - possa trasformarsi in una micidiale macchina da guerra, per cui tanto vale averlo in squadra e tenerselo buono come un cagnolino fedele.

Meno di dieci anni dopo, Nails è a tutti gli effetti uno scagnozzo di Gareth Burroughs, ma purtroppo non ha ancora imparato a non mettersi nei guai. Per quanto sia un soldato fedele del boss di Bull Mountain, resta un tipo sanguigno, impulsivo che, quando "gli parte l'embolo", è sicuro che andrà oltre il consentito e si metterà nei pasticci.
Ed è ciò che accade una sera, mentre è al bar: Nails aggredisce uno sconosciuto per soccorrere una ragazza; l’uomo muore e i testimoni dell'accaduto sono troppi perché lui possa cavarsela a buon mercato.
Se non fosse che, di nuovo, ci pensa  Gareth a risolvere il problema, costringendo Nails a scappare in Florida per ricominciare da zero, con l'aiuto di uomini fidati, amici di Gareth.

Ma le cose non vanno esattamente come da programma e a scombinare i piani ci pensa la giovane salvata da Nails nel bar: dice di chiamarsi Dallas, di non sapere cosa fare e dove andare per cui... non le resta che saltare nell'auto del "salvatore" e svignarsela con lui!
Inizialmente il burbero e scontroso McKenna non è d'accordo: anzitutto deve obbedire al capo e fuggire (anche se non è ciò che vorrebbe) e, secondo, non è abituato a rapportarsi con le donne, tanto meno con quelle belle e chiacchierone come Dallas, che si prende confidenza con lui neanche fossero amici.

Ma Dallas è così: loquace, allegra, spumeggiante, in apparenza sicura di sé ma in realtà molto insicura e fragile.
E sembra capire intimamente Nails come nessuno ha mai fatto.

Dallas e Nails sono due anime smarrite, fragili, sole, spezzate e disprezzate, usate e non rispettate, ma entrambe bisognose di amore.
Tra loro si instaura dai primi momenti un legame puro, innocente, che lascia emergere quanto l'uno abbia bisogno dell'altra per sentirsi accolto per ciò che è: ed ambedue sono dei reietti, due persone considerate - per ragioni differenti - come dei "mostri" da maltrattare, da sfruttare e gettare via quando non servono più.

Inizia quindi un'avventura on the road che li porta dalla Georgia a Jacksonville (Florida), condividendo momenti burrascosi e un po' folli che li avvicinano sempre di più, portandoli a scoprire sentimenti che non avevano mai provato.

Ma nessuno può buggerare Gareth Burroughs e sperare di farla franca: se lui ha disposto che Nails vada in Florida e si metta in contatto con i suoi amici per poi mettersi al loro servizio, è questo che si aspetta che accada. Non sono ammessi colpi di testa né insubordinazioni o iniziative personali.
Se Nails non obbedisce, per lui ci sono solo guai, anche se finora è stato trattato come uno di famiglia.

Ancora una volta, però, i soliti tre amici dell'adolescenza si accordano per andare a salvare il loro amico Nelson.
E se nove anni prima non hanno potuto fare molto per lui (se non metterlo nelle mani di Gareth...), adesso che sono adulti possono scegliere come comportarsi.
Su insistenza di Kate ed Amy, Clayton parte anch'egli per la Florida, seguendo le tracce per scovare Nails, che pare sia in compagnia di una biondina sconosciuta.

Clayton è consapevole di stare disubbidendo al padre - che lo vuole fuori dai suoi loschi affari - ma sa di dover recuperare Nelson prima che sia troppo tardi (cioè prima che lo faccia il paparino, i cui metodi non sono propriamente delle carezze). Prendendo questa decisione, il giovane si pone sfacciatamente dalla sponda opposta a quella di famiglia, dichiarando chi vuol essere e prendendo le distanze dalle attività criminali dei Burroughs di McFalls County.

Clayton sa che deve riconquistare la fiducia di Nelson; non sarà semplice, anche perché si scontrerà con un ragazzone testardo, impetuoso, che adesso ha anche un'altra motivazione importante a guidarlo: prendersi cura di questa sua muova amica, della quale non sa granché e che infatti nasconde un piccolo segreto.

Nails è disposto a sfidare tutto e tutti, a rischiare la sua pellaccia, a uccidere - se necessario - pur di dimostrare a Dallas che lei non è sola, che lui non ritiene un oggetto da usare e poi abbandonare, ma che è una persona che merita rispetto, amore, protezione, e che lui, Nelson McKenna, è desideroso di offrirgliene.

Un country noir appassionante, ambientato in una Georgia rurale resa cupa e violenta dalla presenza di criminali senza scrupoli; la storia scorre a un ritmo incalzante, è ricca di momenti d'azione, di colpi di scena e i co-protagonisti (Clayton e Nelson) sono due giovani uomini che maturano, nel corso di questa esperienza, che prendono consapevolezza di loro stessi, di ciò che vogliono diventare e di ciò che invece non vogliono essere. Mi sono piaciute, quindi, le loro evoluzioni personali e anche il personaggio di Dallas, perché quest'ultima permette a Nails di decidere se essere ancora Nails o tornare nei panni di Nelson, il buon Nelson capace di sentimenti di lealtà, amore, sacrificio, amicizia.

Ho letto questo prequel molto volentieri, Panowich si riconferma un ottimo narratore, adoro le sue ambientazioni, i suoi personaggi, le scelte che fanno e con le quali decidono di essere i soli padroni delle proprie esistenze.

Non posso che consigliarvi questo libro e, in generale, la serie Bull Mountain.


  1. BULL MOUNTAIN
  2. COME LEONI
  3. HARD CASH VALLEY

mercoledì 25 marzo 2026

Recensione: BISCUIT di Kim Sun Mi

 


Leggero nello stile, delicato nel raccontare di emozioni, fragilità, insicurezze e consapevolezze, profondo nei contenuti e nel messaggio, Biscuit è un romanzo che ci ricorda, con ironia e tenerezza, che non importa quanto tu ti senta invisibile: c'è sempre qualcuno sensibile ed empatico che ti vede e che è pronto a incoraggiarti, a proteggerti, a ridefinire i tuoi contorni quando senti che stanno diventando troppo sfumati, a cercarti e trovarti quando ti vedi perso e solo. 



BISCUIT
di Kim Sun Mi



Mondadori
168 p.
trad. Elia Giulia
Cappuccio della felpa a coprire testa e parte del volto, cuffiette sempre alle orecchie, sguardo attento a captare movimenti e rumori: 
Seong Jaeseong sembra un ragazzo come tanti, ma non lo è.

"Sono in cura (....) per tre disturbi legati ai suoni: misofonia, iperacusia e fonofobia. È più facile capire la mia condizione se pensate a me come un neonato che viene catapultato all’improvviso nel mondo: confuso, spaesato e sopraffatto dai suoni. Quando questi mi assalgono e non posso fare nulla per difendermi, mi sembra che il mondo mi schiacci, e faccio fatica persino a respirare."


A diciassette anni ha imparato cosa vuol dire essere ricoverati, seppur per un tempo limitato, in ospedali psichiatrici, andare costantemente dallo psicologo e, soprattutto, sentire su di sé gli sguardi pesanti ed eloquenti di coetanei e adulti.
Sguardi che parlano di scherno, compassione, disapprovazione, rimprovero, stupore, perplessità, scetticismo, comprensione.

Suo padre lo guarda con rabbia e nervosismo: per lui è una vera e propria seccatura avere un figlio che entra ed esce dagli istituti di cura, se ne vergogna e il più delle volte non ama averlo tra i piedi.
Sua madre gli vuol bene ma è evidente che soffre nel vedere il suo Jaeseong isolato, problematico, ipersensibile a ogni minimo rumore...; è infelice, insoddisfatta e con il marito ultimamente gli scontri e i battibecchi sono aumentati a causa di questo figlio unico davvero particolare.

Jaeseong indossa quasi sempre le cuffie alle orecchie per schermarsi dai rumori che lo circondano e lo schiacciano fino a togliergli il fiato. 
Ma forse proprio a causa di questo disturbo, Jaeseong ha anche un dono raro e speciale: riesce a sentire, ad avvertire e a vedere quelle persone (bambini, adolescenti ma anche adulti) che lui chiama Biscuit: sono le persone invisibili agli occhi dei più, coloro che vengono umiliate, dimenticate, il cui cuore è stato ferito, calpestato più e più volte, e la cui presenza si è affievolita fino quasi a scomparire, tanto addirittura da rendere i contorni della loro presenza fisica sempre più sfumati, indefiniti, impalpabili.
Di queste anime spezzate, fragili come biscotti che si sbriciolano al minimo urto, Jaeseong ha deciso di prendersi cura. 
È un'anima pura, buona, convinta che salvando questi individui maltrattati possa in realtà spezzare la propria personale maledizione e salvare se stesso. 

"...non è la società, né la scuola o la famiglia a definire la mia presenza. Sono stato io a rendermi necessario al mondo, trovando i Biscuit".

Certo, per quanto sia un adolescente educato e gentile, ha il suo caratterino: è determinato, testardo, anche vendicativo nei confronti di chi si comporta male (ad es., verso i ragazzi che bullizzano un compagno più timido e indifeso), ma in ogni cosa che fa egli si prefigge sempre l'obiettivo di aiutare chi è solo e in difficoltà.

Ad aiutarlo nelle sue missioni di salvare i Biscuit, ci sono i suoi due migliori amici, Deokhwan e Hyojin, tanto pacato e riflessivo il primo quanto sanguigna e istintiva la seconda. 
Insieme formano un simpatico e pasticcione trio di giustizieri che faranno di tutto per aiutare una Biscuit, ormai allo stremo delle forze, a ritrovare la fiducia in se stessa e la sua strada nella vita. 

Jaeseong è un ragazzo davvero particolare e la sua iperacusia - che sicuramente lo pone in una condizione di svantaggio sociale, perché non riesce a sopportare rumori molesti e il fatto di udire anche quelli impercettibili, che alla maggior parte degli esseri umani non dà minimamente fastidio - lo induce a isolarsi, a cercare "riparo" da ciò che lo fa agitare.

Questa sua ipersensibilità lo rende anche più soggetto a restare ferito ed infatti egli è un tipo che sta attento a parole, toni di voce, gesti, espressioni facciali e del corpo..., non gli sfugge nulla, passa ai raggi X tutto e tutti, si fa molte domande su sé stesso e sugli altri, dà molta importanza allo scavare negli stati d'animo propri ed altrui,  insomma ha un'attività emotiva bella frenetica.

E poi è molto empatico: non c'è disagio, sofferenza, imbarazzo, lacrima, sospiro... che possa essergli nascosto.
Anche la persona più fragile e infelice, quella che finisce quasi per svanire perché non si ama, non si apprezza e non riceve amore né stima da chi la circonda, lui riesce a scorgerla, a capire in che stadio Biscuit si trovi, se sia più o meno facilmente "recuperabile".

I suoi tentativi caparbi e sinceri di salvare chi ha perso la fiducia in sé stesso e rischia di diventare invisibile (più di quanto non lo sia già) suscitano tenerezza ma anche simpatia e un pizzico di divertimento perché lui e i suoi due amici sono impetuosi, frettolosi e spesso si mettono nei guai pur di portare a buon fine la missione del giorno.

"...avevo acceso un piccolo fuoco in un angolo remoto del suo cuore, dimostrandole che c’era qualcuno che riusciva a vederla": questo si propone il giovane Jaeseong, consapevole che aiutare gli altri è un modo per aiutare e educare sé stesso.

"Ero fatto così da piccolo, non volevo far vedere quanto fossi spaventato e solo, prigioniero dei suoni. Mi sentivo fuori posto. Ma dopo aver incontrato i Biscuit le emozioni che avevo tenuto nascoste iniziarono a cambiare."

Nel romanzo vengono trattate tematiche giovanili sempre attuali, come il rapporto (spesso conflittuale, tanto più nell'adolescenza) genitori-figli, l'amicizia, il bullismo, il rapporto tra mamma e papà visto dalla prospettiva dei figli, i maltrattamenti famigliari, l'importanza di avere una buona autostima e i rischi in cui si incorre quando ci si sente inferiori, sbagliati, non degni di amore, il modo in cui ciascuno si rapporta al prossimo (umiliandolo? facendolo sentire inutile, stupido, sbagliato? O lo rispettiamo, ricordandoci che ogni essere umano ha un valore e merita considerazione, fiducia, amicizia?).

Mi è piaciuto molto leggere questo young adult coreano perché l'ho trovato di una delicatezza estrema, molto centrato sul mondo delle emozioni, sull'intelligenza emotiva, sull'esercizio dell'empatia, tutti aspetti importantissimi del vivere quotidiano e su cui è fondamentale porre l'accento, con i bambini, i ragazzi e gli adulti.

È una lettura in grado di far riflettere su cosa voglia dire far sentire gli altri considerati, stimati, amati, protetti, importanti, e su quanto deleterio sia, per contro, trattare con indifferenza, non dare attenzioni, amore, solidarietà... a chi ci è vicino, tanto più se è evidente che ha un problema di bassa autostima.

"Un Biscuit nasce a causa della negligenza e del disinteresse di chi lo circonda. Se ci si sente esclusi dal mondo, spesso capita che si perda la fiducia in se stessi e che venga meno il coraggio di mostrarsi al mondo. Si sceglie così di autoisolarsi, la forza per difendersi si fa sempre più flebile e si finisce per vivere oscillando tra uno stadio e l’altro."

Una bella scoperta, mi ha ricordato Almond. Come una mandorla, e lo consiglio a giovani e meno giovani, offre interessanti spunti e temi su cui riflettere.

"Chiunque può diventare un Biscuit. 
Allo stesso modo, chiunque può aiutare un Biscuit."

lunedì 23 marzo 2026

Prossimamente in libreria (aprile-maggio 2026)

 

Buongiorno e buon inizio di settimana!

Eccomi con qualche prossima uscita, tutte appartenenti alla narrativa straniera.

Qualcosa vi ispira?



L'INQUILINA
di Freida McFadden


Newton Compton Ed.
trad. M.Amodio
352 pp
12,90 euro
USCITA
8 APRILE 2026


Blake Porter sta vivendo il momento migliore della sua vita: una brillante carriera, una recente promozione e un futuro tutto da costruire con la sua fi danzata, Krista. 
Finché, all'improvviso, tutto cambia. 
Accusato ingiustamente di aver danneggiato la sua azienda, Blake viene licenziato e si ritrova con una reputazione distrutta. 

E così, incapace di pagare il mutuo del nuovo appartamento dove vive con Krista, è costretto a trovare un modo per tirare avanti. 

Ed ecco che arriva Whitney. Bella, affascinante, alla mano, e in cerca di una stanza in affitto. 
Sembra la soluzione perfetta per Blake. O forse no. 
Perché qualcosa non torna. 
I vicini iniziano a comportarsi in modo strano. 
Un odore di decomposizione invade la casa, nonostante le pulizie. Rumori inquietanti lo svegliano nel cuore della notte. 

E Blake comincia a temere che qualcuno conosca i suoi segreti più oscuri… 
Il pericolo si nasconde tra le mura di casa, e quando se ne rende conto è troppo tardi. La trappola è già scattata.


GELSO BIANCO
di Rosa Kwon Easton


Giunti Ed.
trad. R.Zuppet
320 pp
18,90 euro
USCITA
15 APRILE 2026
Nel 1928, l'undicenne Miyoung vive in un piccolo villaggio vicino Pyongyang. 
Sensibile e intelligente, sogna di diventare una maestra, evitare un matrimonio combinato, decidere da sé il proprio futuro. 
Quando, per sfuggire a un microcosmo che ormai le è diventato troppo stretto, le si presenta l'occasione di raggiungere la sorella maggiore in Giappone, Miyoung non ci pensa due volte: per farlo, però, non solo dovrà lasciare in Corea la madre malata, ma anche il proprio nome. 

La Corea è infatti occupata dalle truppe giapponesi, e, in Giappone, i coreani devono celare la propria identità se vogliono sopravvivere. Miyoung si fingerà così Miyoko e ben presto si troverà ad affrontare la scelta più difficile, la sola in grado di decidere, una volta per tutte, del suo destino. 

Ispirato alla storia vera della nonna dell'autrice, la vicenda di Miyoung – narrata in una prosa delicata e fresca, ma anche viva e trascinante – somiglia al gelso bianco su cui, da bambina, era solita arrampicarsi: un albero che resiste ai rigidi inverni e fiorisce di nuovo, nonostante tutte le avversità, ogni primavera.







FIVE
di Ilona Bannister



Giunti Ed.
trad. S.Reggiani
320 pp
18.90 euro
USCITA
5 MAGGIO 2026

Su una banchina di una stazione ferroviaria di periferia, cinque sconosciuti affrontano, inconsapevoli, un agghiacciante conto alla rovescia. 
Parte così un autentico pageturner, permeato da uno stile tagliente e caustico, in cui il lettore viene coinvolto nella storia dei protagonisti – un bambino, sua madre, un uomo d'affari, un'anziana signora e un giocatore d'azzardo – e chiamato a decidere, in un perverso dialogo con il narratore, chi più degli altri meriti di salvarsi e chi di morire. 

A ogni minuto che passa, il treno si avvicina sempre di più e noi ci addentriamo nelle vite di ciascun personaggio per scoprire quale perfida concatenazione di eventi li abbia condotti proprio qui, in questo momento, su questo binario, sull'orlo della loro possibile morte. 

Un dramma teso e intrigante che intreccia le strade di cinque persone ed esplora temi come il destino, il sacrificio e il vero significato della vita.






MIA SARA LA VENDETTA
di Marie Ndyaie




Bompiani
trad. A. Conti
20 euro
USCITA
6 MAGGIO 2026
L'avvocata Susane, quarantadue anni, di recente trasferitasi a Bordeaux, riceve la visita di Gilles Principaux, che le chiede di assumere la difesa della moglie Marlyne, una tranquilla signora borghese dedita al lavoro di madre, che ha annegato i tre figli. 

L'avvocata ha la sensazione, anzi, la certezza di aver riconosciuto in Principaux il ragazzino incontrato quando era una bimba in visita con la famiglia a casa di lui; sa che è successo qualcosa nella camera da letto del quattordicenne Gilles, ma non ricorda che cosa. 

Chi è Gilles Principaux? La memoria di Susane saprà riempire i vuoti? E a quale prezzo? 

Un romanzo asciutto, crudo, che esplora senza indulgenza i misteri dell'animo umano.

giovedì 19 marzo 2026

Recensione: SINGLE È BELLO di Marianna Iandolo

 

Con ironia e intelligenza Marianna Iandolo ci "parla" della bellezza di essere single consapevoli e sereni, e lo fa attraverso un gruppo eterogeneo di uomini e donne desiderosi di dimostrare che la singletudine non è sinonimo di depressione, infelicità, mancanze, solitudine, rimpianti..., tutt'altro:  la vita da single può rivelarsi ricca di momenti indimenticabili da vivere.



SINGLE È BELLO
di Marianna Iandolo


128 pp
Beatrice Galli è una donna vivace e indipendente, con un forte senso critico e ironia tagliente.
Ed è single.
Ma non vive questa condizione come se fosse un problema, una mancanza, una condanna alla solitudine, all'emarginazione (rispetto alle coppie di amici e conoscenti), bensì come un punto di partenza perché diventi qualcosa di unico, stimolante, ricco, entusiasmante.

Ed è con questa convinzione che diviene la fondatrice di un club selettivo a Bari, contrassegnato da incontri, cene libere da aspettative amorose, momenti fatti di ironia, chiacchiere genuine e condivisione.

Invitata in tv per raccontare in che modo è riuscita a cambiare in meglio la propria vita e quella di tante altre persone single, Beatrice mostra tutta la sua intraprendenza, il suo acume, la sua brillante ironia e spiega con chiarezza in che modo lei - con l'ausilio di altre persone accomunate dalla medesima convinzione - abbia provato a trasformare la singletudine da peso sociale a una vera libertà consapevole, piena di risate, connessioni autentiche e zero pressioni romantiche. 

Conosciamo quindi non solo Beatrice Galli, ma anche i suoi preziosi collaboratori: c'è la ragazza creativa che si occupa della grafica, c'è l'uomo silenzioso e osservatore, attento alla sicurezza, la fisioterapista interessata al benessere psico-fisico dei membri dell'associazione, c'è colui che cura l'immagine e la comunicazione, la donna esuberante che organizza gli eventi, c'è il compagnone del gruppo sempre pronto a scherzare e c'è chi invece regala perle filosofiche e citazioni in latino per un tocco di cultura e raffinatezza.

Insomma, il club accoglie uomini e donne di diversa età e personalità, ciascuno con il proprio vissuto, il carico personale di delusioni, amarezze, aspettative, speranze, desideri, voglia di stare bene con sé stessi e con il prossimo, e ciascuno dà una mano in qualcosa in base a interessi e capacità.

‘Single non significa solo. Significa libero di scegliere chi invitare a cena. Anche soltanto te stesso, con un bicchiere di vino e un buon libro’.

Single è Bello è - come suggerisce il sottotitolo - la cronaca semiseria, profonda nei contenuti ma frizzante nello stile, di come un gruppo di over 30 ha deciso di unirsi per vivere con serenità e gioia lo stare insieme, senza doversi "accontentare" di cercar compagnia presso amici accoppiati (che puntualmente ti chiedono se finalmente hai trovato l'anima gemella) pur di non restare soli.
È semiserio perché, se il clima è di festa, si ride, si gioca, ci si prende in giro bonariamente, a dare un tocco di ufficialità e serietà al progetto ci pensa lo Statuto del club, composto da articoli redatti con un tono tra il serio e il faceto, proprio perché è vero che il clima dev'essere disteso e non pesante, ma ci vogliono delle regole per stare bene insieme, affinché non regnino l'anarchia e la confusione.

Attraverso le storie dei personaggi, le loro battute, i loro comportamenti, questo libro offre degli spunti a chi vive la singletudine come solitudine: bisogna neutralizzare la pressione sociale - che fa sentire il single "sbagliato", fuori posto", quasi ingombrante perché non è in dolce compagnia e sembra un pesce fuor d'acqua -, piuttosto bisogna imparare ad amarsi, ad avere maggiore autostima, a coltivare amicizie vere senza secondi fini, e la capacità di godere la vita da single come un privilegio, un'occasione di arricchimento.

Il club "Single è Bello" assume ben presto, tra cene divertenti, chat whatsapp effervescenti e piene di vita, i contorni definiti di una comunità viva e pronta ad espandersi (infatti travalica i confini della città di Bari, giungendo ad es. in tutta la Puglia), una risata condivisa che promette di cambiare le regole del gioco sociale,  un passo alla volta.

Quello creato da Beatrice, e affinato e migliorato grazie al contributo unico e speciale dei soci più stretti, non è solo un gruppo, "ma un movimento che dice a tutti, single o no, che la felicità non dipende da uno status, ma da come scegli di vivere ogni giorno".

Il libro di Marianna Iandolo è un testo originale e stimolante, che tramite il racconto di come la protagonista ha attuato il suo progetto per riunire i single, riesce nell'intento di dare consigli e suggerimenti a chi lo è... e lo vive male, offrendo molti spunti su cui riflettere e dai quali ripartire puntando su sé stessi, sulle proprie risorse e capacità, per reinventarsi e disporsi alla felicità, la quale non è certo una prerogativa dei fidanzati/coniugi, ma va cercata e trovata nella connessione autentica con gli altri, condividendo momenti significativi e dando il giusto valore alle relazioni interpersonali.

Adatto a chi cerca letture diverse dal solito.

mercoledì 18 marzo 2026

Recensione: LE CITTÀ DI CARTA di Dominique Fortier



Il ritratto delicato ed etereo di una poetessa amatissima, Emily Dickinson, di cui l'autrice ci racconta la  vita non con l'approccio freddo e impersonale del saggio biografico, bensì con una straordinaria grazia, la stessa che ha accompagnato l'esistenza di questa donna sensibile i cui versi continuano a parlarci di lei, del suo mondo interiore, dei suoi affetti, della sua volontaria e consapevole solitudine.


LE CITTÀ DI CARTA
di Dominique Fortier


Alter Ego Ed.
trad. C.Diez
192 pp
A più di un secolo dalla sua morte,  Emily Dickinson non smette di affascinarci nonostante, in fondo in fondo, su di lei, sul suo privato, sulla sfera intima, non si sappia moltissimo.
La sua è una storia raccontata nel silenzio: nata il 10 dicembre 1830 nel Massachusetts e morta il 15 maggio 1886 nella stessa casa, non si sposò mai, non ebbe figli e trascorse gli ultimi anni isolata nella sua stanza. 
Da quel piccolo spazio scrisse centinaia di poesie, che si rifiutò sempre di pubblicare. 
Noi oggi possiamo dire di conoscerla un po' proprio tramite esse e che Emily sia, a buon diritto, tra le figure più importanti della letteratura mondiale.

La lettura di questo libro relativamente breve è stata molto particolare perché scandita da un'atmosfera evanescente, impalpabile - come i fogli di carta su cui Emily racchiudeva pensieri, emozioni annotazioni...-, a volte malinconica, da un ritmo sempre placido, da un flusso di sensazioni, associazioni mentali e pensieri piacevoli, simili a quelli provati in un pomeriggio di sole, immersi nella natura o in un giardino ben fiorito, in cui gli unici rumori sono i cinguettii degli uccelli o il ronzio degli insetti.

La Fortier ci parla di Emily utilizzando i luoghi in cui ella visse – Amherst, Boston, il Mount Holyoke Female Seminary, Homestead – ed immaginando certi episodi della quotidianità della poetessa, la sua ricca dimensione introspettiva, popolata da fantasmi familiari, libri, poesie vergate fitte fitte su fragili fogli di carta, l'erbario da lei meticolosamente realizzato durante l’adolescenza (oggi conservato alla Houghton Library dell’Università di Harvard).

La narrazione comprende capitoli che ripercorrono la vita di Emily Dickinson - in cui conosciamo i suoi cari (il fratello Austin, la sorella Lavinia, la madre e il padre...), veniamo introdotti gentilmente nel suo mondo -, alternati ad altri in cui è protagonista la stessa Fortier, impegnata con un trasloco a Boston con il marito - trasferitosi lì per lavoro -, con la loro bambina e con il suo lavoro di scrittrice che la spinge ad avvicinarsi al mondo della Dickinson.

"Da mesi rileggo le raccolte di poesie e di lettere di Emily Dickinson, consulto le opere erudite che le sono state consacrate, faccio incetta di siti in cui si vedono le foto di Homestead, dei vicini Evergreens, della città di Amherst ai tempi dei Dickinson. Finora è una città di carta. Sarebbe preferibile che rimanesse tale oppure dovrei, per scrivere meglio, andare a visitare di persona le due case trasformate in museo? In altre parole: è meglio avere la conoscenza, l’esperienza necessaria per descriverle così come sono nella realtà, o piuttosto conservare la libertà di inventarle?".


È una lettura quasi intima, che ci induce, in modo del tutto naturale, ad entrare in punta di piedi nelle giornate e nei luoghi vissuti dalla protagonista, nei suoi pensieri, nel suo modo di vivere e concepire la propria vita, il rapporto con gli altri esseri umani, con i libri, con la sua casa.

"Quando scrive, Emily si annulla. Scompare dietro il filo d’erba che, senza di lei, non avremmo mai visto. Non scrive per esprimersi (...).  Scrive per testimoniare: qui è vissuto un fiore, per tre giorni di luglio dell’anno 18**, ucciso una mattina da un acquazzone. Ogni poema è una minuscola tomba eretta in memoria dell’invisibile. Emily è di carne, di sangue e d’inchiostro. È inchiostro quello che le scorre nelle vene, le parole che traccia sono rosso lampone, attinte dalle sottili linee blu che palpitano sotto la sua pelle."

Non aspettatevi un libro che vi sveli particolari che non conoscete della Dickinson perché non è questo lo scopo, quanto invece quello di soffermarsi sulla sua interiorità, dimensione personale che Emily ha sempre coltivato, nutrito, ed ancor più lo ha fatto nel momento in cui decise di passare gran parte della vita chiusa nella sua stanza.

"Ci si meraviglia di quegli ultimi anni trascorsi nella solitudine come se si trattasse di un’impresa sovrumana, quando, e lo ripeto, ci si dovrebbe stupire che non siano di più gli scrittori che si rinchiudono tranquillamente in casa per scrivere. Non è piuttosto il teatrino della vita quotidiana, con la sua sfilza di obblighi e futilità, a essere sovrumano? Perché stupirsi che una persona che vive innanzitutto per i libri scelga di buon cuore di sacrificare per loro il contatto con i suoi simili? Bisogna proprio avere un’alta opinione di sé, per voler essere circondato tutto il tempo da chi ci somiglia."

Di questo romanzo mi ha colpito molto lo stile di Dominique Fortier: benché sia frammentario, con capitoli brevi (alcuni brevissimi), esso conserva ad ogni pagina una poeticità pulita, limpida e, allo stesso tempo, capace di creare con le parole (pesate, scelte, misurate) un universo di suggestioni, tutte trasmesse con estrema delicatezza ed empatia verso la donna che è il cuore del libro.

"Le parole sono fragili creature da spillare sulla carta. Volano per la stanza come farfalle. Oppure sono acari fuggiti dalla lana – farfalle cui mancano il colore e lo spirito di avventura."


Adatto a chi desidera accostarsi ad un ritratto della Dickinson originale e diverso dal solito, narrato con incantevole raffinatezza e che esplora, prima ancora che i luoghi fisici in cui ha vissuto la poetessa, quelli di carta, creati dall'immaginazione e della sensibilità di una donna interiormente libera che sa trovare anche nell'isolamento un modo per guardare e descrivere il mondo attraverso le parole, proprio quelle che le hanno donato l'immortalità nel mondo della letteratura.


Alcune citazioni

"Nei libri ci sono tutti i paesi del mondo, le stelle del cielo, i fiori, gli alberi, gli uccelli, i ragni e i funghi. Moltitudini reali e inventate. Nei libri ci sono altri libri, come un palazzo di ghiaccio in cui ogni specchio riflette un altro specchio, via via più piccolo, finché gli uomini non diventano delle dimensioni di una formica.
Ogni libro ne contiene cento. Sono porte che si aprono e non si chiudono mai."

"I luoghi in cui abbiamo vissuto continuiamo ad abitarli a lungo anche dopo averli lasciati."

domenica 15 marzo 2026

Recensione: LA COLONIA di Annika Norlin

 

Una donna stressata in cerca di recupero psicofisico si imbatte in un piccolo e curioso gruppo di uomini e donne di diversa età che vivono a stretto contatto con la natura, lontani dalla società civile.
Chi sono e cosa li ha spinti a fare quella scelta così radicale?



LA COLONIA
di Annika Norlin




Ed. E/O
trad. C.Giorgetti Cima
464 pp
"ho capito che quelli che inizialmente mi erano sembrati dei pazzi in realtà tenevano in mano uno specchio. 
Ero io, la pazza."

Sindrome di burnout: è una condizione di esaurimento psico-fisico causata da un eccessivo impegno investito nella professione, che porta il lavoratore a sentirsi svuotato, privo di energie e di interesse, del tutto improduttivo, “completamente bruciato” (appunto burnout)*.

È la primavera del 2023 quando Emelie, trentenne giornalista, va in burnout.

Lo stress dettato da una vita di città frenetica, piena di impegni e cose da fare, a ritmi serrati, si fa sentire in forma di un esaurimento emotivo, stanchezza, mancanza di forze pure per alzarsi dal letto. 

Su consiglio di una vicina, Emelie lascia la città per trascorrere qualche giorno in campagna. 
Una volta lì, pianta la tenda sulle colline tranquille e verdeggianti, lungo il fiume, e si accorge di non essere completamente sola: c'è un piccolo e misterioso gruppo di persone che frequenta quella radura, che fa i bagni nel lago, si siede attorno a un grande abete e qualcuno di loro si ferma pure ad abbracciarlo; amano ballare sui prati, dicono sempre grazie, hanno tra loro un rapporto stretto, a tratti intimo, non si fanno problemi a spogliarsi, a massaggiarsi.... e altro.

Chi sono costoro? I membri di una setta? Un gruppo di invasati semplicemente asociali? Criminali che fuggono dalla società e vivono nascosti?

Emelie è curiosa ma non osa avvicinarsi troppo, preferisce per il momento guardarli "da lontano", tenerli d'occhio.
Fino al giorno in cui uno di loro entra nella sua roulotte, cominciando a mangiare le sue patatine e a sfogliare le sue riviste.

Si tratta del più giovane del gruppo, un ragazzino allampanato e dallo sguardo vivace, che si presenta come Låke.

Låke diventa il ponte che fa incontrare Emelie e la colonia cui il ragazzo appartiene dalla nascita.

Il racconto in prima persona di Emelie viene interrotto da quelli dei singoli individui appartenenti alla colonia e, nel corso della narrazione, si alternano così da permettere al lettore di conoscere ognuno di essi, le loro singole storie e le ragioni che li hanno portati a stare insieme.

"Per la maggior parte del tempo tacevano. Erano così in sintonia, sapevano già che cosa avevano da dire gli altri. Si comportavano come l’equipaggio di una nave. La Colonia era l’imbarcazione, e a volte potevano vedere negli altri dove stesse andando a finire. Adesso il natante sta per rovesciarsi, allora qualcuno deve piazzarsi sull’altro lato, così da ripristinare l’equilibrio."


Dal 2023, quindi, facciamo un salto indietro, collocandoci in un arco temporale abbastanza ampio che va dal 1970 fino ad arrivare progressivamente al presente, periodo all'interno del quale impariamo a conoscere gradualmente Sagne, Aagny, Sara, Jòzsef, Ersmo, Zakaria e Låke.

Sagne è un'entomologa ed arriva alla colonia dopo aver vissuto una delle esperienze più traumatiche per una donna, cosa che la segnerà nel profondo, influenzando i suoi comportamenti, il modo di relazionarsi con gli altri, compreso il figlio (Låke).

Aagny ed Ersmo sono come mamma e figlio; Aagny è un donnone forte, piena di vitalità, generosa e che, quando vuol bene a qualcuno e lo prende sotto la sua ala, lo fa con convinzione e dedizione. Forse pure troppa.
Ha trascorso degli anni in carcere (dove ha conosciuto Sara) e una volta fuori ha dovuto arrangiarsi con dei lavoretti, l'ultimo dei quali è stato assistere una donna in là con gli anni che, oltre a non essere abile fisicamente, è pure un po' "suonata". Questa signora vive in una bella casa lontana dalla città e, poiché è difficile trovare un'anima pia che le presti assistenza 24 ore su 24, ha bisogno di qualcuno che le stia dietro e che dia una mano al di lei figlio, il piccolo Ersmo.
Tra il bambino ed Aagny si instaura da subito un bel rapporto, che si farà via via sempre più stretto, tanto da rendere la mamma di Ersmo una presenta assolutamente non necessaria...
I due si ritrovano a vivere insieme nel terreno appartenente ad Ersmo e nessuno va ad infastidirli o a chiedere loro conto di alcunché, fino al momento in cui la loro casa diventerà una sorta di rifugio, di punto di riferimento per altre persone, in cerca - come loro due - di pace e anonimato.

Sara, ad esempio, giunge anch'ella in questa casa isolata dal centro abitato in modi del tutto fortuiti.
Quand'era molto giovane, è stata un po' di tempo in prigione, dove ha conosciuto Aagny, che a quel tempo la prese molto in simpatia, proteggendola dalle detenute ostili e divenendo sua amica.

Sara è una ragazza sveglia, apparentemente dolce ma in realtà sa essere anche manipolatrice ed ha una forte personalità; è una che ha viaggiato tanto, fatto esperienze, provato lo yoga e la meditazione, ha interagito con tanti tipi di persone e, quando sul suo cammino incontra il tranquillo e gentile Jòzsef, tra i due nasce un sentimento.

Jòzsef è orfano di entrambi i genitori, che sono state delle brave persone, affettuose, ma è cresciuto portando sulle sue fragili spalle il peso di un'esperienza traumatica vissuta da mamma e papà, che sono dei sopravvissuti all'Olocausto.
Quando incontra Sara, la vita solitaria e priva di grosse emozioni del taciturno ragazzo, sembra trovare una nuova vitalità, uno scopo, un amore totalizzante e intenso da vivere giorno dopo giorno.

I due approderanno in casa di Ersmo ed Aagny... e lì resteranno, anch'essi rapiti dal pensiero di poter vivere emarginati e a contatto con la natura, coltivando ortaggi, senza lavorare, godendo della bellezza di fiumi, alberi, fiori, aria, vento... e senza dover rendere conto della propria vita e delle proprie scelte a nessuno tra famigliari ed amici.

"...voglio avere questa comunanza, perché ha fatto sì che tutto d’un tratto credessi in qualcosa, che può esistere un modo di vivere che mi è congeniale, e dal quale non voglio scappare".


Man mano nella colonia entreranno anche Sagne e Zakaria, la prima disperata e in fuga da sé stessa, l'altro altrettanto disperato ed in fuga... ma dalla polizia.

Insomma, una combriccola di persone che, per ragioni differenti, erano insoddisfatti, soli, infelici e che nel costituire questa sorta di mini comunità rurale, capiscono che la vita può essere bella anche lontana dalla frenesia e dallo stress cittadino, che non si ha bisogno di scuola, lavoro, ospedali e quant'altro caratterizza la società civile, per stare bene ed essere felici.

"Tutti qui avevano un’angoscia dentro. E lui non si sentiva mai peggiore di. Tutti erano strani. Tutti erano malmessi. Ma insieme riuscivano a sopravvivere. Tutti sapevano fare qualcosa che era utile agli altri."

Ognuno di questi individui ha una storia che lo ha portato lì, quindi: traumi, alienazione, visioni del mondo. 
Sono diversi caratterialmente e per esperienze di vita ma a tenerli uniti e motivati ci pensa una persona in particolare: l'enigmatica e carismatica Sara, che diventa in poco tempo la leader del gruppo. 

Cosa succede quando questa colonia si vede "turbata" dall'arrivo inaspettato di una giornalista esaurita ma molto, troppo curiosa?


La colonia è il romanzo d'esordio della musicista svedese Annika Norlin ed io l'ho trovato  interessante perché esplora la società contemporanea attraverso gli occhi di coloro che rifiutano di vivere lo stress cittadino e che per questo cercano altri modi di vivere, di essere gruppo e comunità, e di farlo secondo le proprie regole, che non sarebbero comprese o accettate da "quelli DiFuori".

La narrazione è corale, affidata al punto di vista di tutti i personaggi coinvolti perché ad ognuno di essi - al suo vissuto, agli stati emotivi, ai traumi, alle individuali difficoltà nel vivere in questa società così veloce e impegnativa - è data importanza; il ritmo scorre bene ed è reso dinamico dal continuo cambio di narratore e punto di riferimento temporale, caratteristica questa che - mi rendo conto - può per qualcuno essere fastidiosa perché inficia la fluidità del racconto, dando una sensazione di frammentarietà e confusione.
A tal proposito, ammetto che all'inizio ho faticato a raccapezzarmi tra i personaggi e a inquadrarli, difficoltà che si è dissolta procedendo nella lettura e abituandosi ad essi, anzi avendo quasi la sensazione di essere una di loro, un membro silenzioso, appartato e con una prospettiva esterna rispetto a questa colonia.

L'autrice coglie, dei suoi personaggi, le sfaccettature di personalità, i moti dell'anima, le lotte personali, toccando anche argomenti sociali, come il burnout, la ricerca di sé e di uno scopo nella vita, l'identità personale e collettiva, il senso di appartenenza a un gruppo, l'accettazione di regole differenti a quelle cui si era abituati, le  complesse, e non di rado conflittuali, dinamiche di gruppo, il rispetto per la natura.

A "guardarlo", si ha la sensazione non tanto che sia un gruppo di settari impazziti, quanto di gente che ha più di una ragione per voler "scappare", diventare invisibile e che quindi ha trovato un posto per starsene in pace, evitando di affrontare le conseguenze delle proprie azioni. 
Comodo, no, rinchiudersi in angolo di mondo immerso nella foresta, sparendo dalla civiltà con la scusa di voler vivere "liberi e felici come una farfalla", quando invece ad unire queste persone non è un vero e proprio scopo, un'ideologia in particolare e ben precisa, ma per lo più un'assenza di senso della responsabilità (discorso che non vale per tutti, ad es. non vale né per Jòzsef né per Lake)?


Nel complesso, il romanzo mi è piaciuto e l'ho letto con interesse, ma una volta terminato e tirato le somme, ho avvertito che mi è mancato un approfondimento in merito all'ingresso di Emelie nella colonia (che inevitabilmente rompe gli equilibri, mette quasi in pericolo l'esistenza della comunità) e il finale stesso mi è parso un tantino frettoloso.

Però l'ambientazione e l'idea di base di per sé mi sono piaciute: trovo sempre accattivante soffermarsi su questi gruppi isolati e sulle ragioni che spingono le persone a creare una comune.

Forse non l'avrò trovato perfetto, ma è un buon romanzo e mi sento di consigliarlo perché offre molti spunti di riflessione (alcuni dei quali mi hanno fatto pensare al noto caso della "famiglia del bosco", di cui tanto si parla da mesi).

giovedì 12 marzo 2026

Recensione: STAGIONI DIVERSE di Stephen King

 

Quattro racconti come quattro sono le stagioni dell'anno: un uomo condannato ingiustamente che non smette di coltivare l'eterna primavera della speranza (il riscatto, la libertà); un adolescente che scopre la corruzione in un'estate in cui intreccia un morboso legame con un ex nazista; quattro ragazzini alla ricerca del cadavere di un coetaneo che vivono un'avventura incredibile che segna anche l'autunno delle loro innocenza; una donna che partorisce in circostanze surreali durante una nevosa giornata di dicembre.
Quattro storie che invadono la mente del lettore per il loro essere allucinanti, agghiaccianti ed emozionanti.


STAGIONI DIVERSE
di Stephen King


Sperling&Kupfer
trad. P. Formenti,
B. Amato
M.B. Piccioli
587 pp
La presente raccolta, comprensiva di quattro racconti legati dallo scorrere delle stagioni, è stata pubblicata per la prima volta nel 1982 e, pur trasportandoci a qualche decennio fa, la sua lettura risulta straordinariamente moderna perché ci conducono lungo un viaggio narrativo che spazia sapientemente tra più generi e che evoca un vortice di suggestioni ed emozioni tale da non lasciare mai il lettore impassibile e indifferente.

Di questi quattro racconti ne conoscevo tre, che poi sono anche i più famosi, per via delle trasposizioni cinematografiche.

Il secondo - associato all'autunno - l'ho letto anni fa e recensito QUI. IL CORPO è il mio preferito e l'avventura incredibile vissuta dai quattro amici, le loro personalità, i dialoghi, tutto ciò che essi vivono e come King ce lo racconta, mi è rimasta dentro, è uno di quei racconti che s'è guadagnato un posto speciale nel mio cuore, e ammetto che questo vale pure per il film, reso ancor più caro dalla presenza del mio amatissimo River Phoenix.

Il primo racconto del libro è Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, da cui è stato tratto il bellissimo Le ali della libertà.

In questo racconto conosciamo il detenuto Ellis Boyd "Red" Redding, che è la voce narrante, colui che è pronto a narrarci la storia straordinaria del suo amico Andy Dufresne, che tra le mura del terribile carcere di Shawshank è ormai una vera e propria leggenda.

"Forse penserete anche che sto descrivendo qualcuno che è più una leggenda che un uomo, e devo ammettere che c'è un che di vero in questo. Per noi ergastolani che abbiamo conosciuto Andy per anni, c'era in lui un elemento di fantasia, un senso, quasi, di magia mitica...".

Andy entra a Shawshank nel 1947, con addosso una pesantissima e definitiva condanna per duplice omicidio (secondo l'accusa, ha ucciso a sangue freddo la moglie e l'amante di lei); l'uomo si è sempre dichiarato innocente e, anche se sembra rassegnarsi all'idea di trascorrere il resto della propria vita in prigione, in realtà sogna e investe intelligenza ed energie per cercare di fuggire e riacquistare quella libertà ingiustamente sottrattagli.
Perché Andy non mente quando dice di essere innocente, il lettore gli crede fermamente e segue con interesse e coinvolgimento il suo avventuroso soggiorno nel carcere.

Imperturbabile, di una calma quasi innaturale - che desta irritazione in tanti (tra guardie e detenuti) che vorrebbero vederlo crollare emotivamente -, razionale, lucido e soprattutto molto paziente: Andy riesce a sopravvivere in un inferno costellato di violenze fisiche, sessuali, psicologiche, di umiliazioni, privazioni, invidie..., e non solo: la sua serietà e professionalità come banchiere gli permette di crearsi una reputazione tra le sbarre, divenendo negli anni un punto di riferimento per molte persone là dentro - direttore compreso -, che non ci pensano due volte a sfruttare  le competenze di Dufresne in ambito bancario.

"Andy era la parte di me che non sono mai riusciti a rinchiudere, la parte di me che si rallegrerà quando finalmente i cancelli si apriranno per me e io uscirò col mio vestito da due soldi (...). La parte di me che si rallegrerà per quanto vecchio e spezzato e spaventato sia il resto di me. (...).
Certi uccelli non sono fatti per la gabbia, questo è tutto. Le loro penne sono troppo vivaci, il loro canto troppo dolce e libero. E allora lasciateli andare, altrimenti quando aprite la gabbia per dargli da mangiare, loro trovano il modo di volare via. E la parte di te che sa che non era giusto imprigionarli si rallegra, ma il posto dove vivi resta tanto più triste e vuoto per la loro partenza."

Red ci parla di Andy con rispetto e ammirazione, non lesinando particolari sulle sgradevoli situazioni in cui l'uomo si è ritrovato a causa di altri detenuti male intenzionati (tra tutti, le "sorelle", un gruppo di sodomiti molto aggressivi...), sottolineandone la forza interiore, il coraggio, l'audacia quando si trattava di insistere con i superiori per ottenere benefici per i carcerati.

A Shawshank Red è colui che si occupa del contrabbando, di fare arrivare - con mezzi che conosce solo lui - ai prigionieri le cose che desiderano, e anche Andy è tra coloro che domandano oggetti di vario genere, i cui utilizzi Red non sempre intuisce ma sa che, se Andy glieli chiede, è perché gli servono.

A cosa potevano servire i poster di Rita Hayworth o Linda Ronstadt? E un martelletto?

Dufresne è un uomo dalle mille qualità, che per lo più ha trascorso quasi trent'anni di carcere cercando di "volare basso", di non creare problemi per poi, al momento giusto... trasformarsi in un moderno Edmond Dantes.

 
In Un ragazzo sveglio (che ha ispirato il film L'allievo) il protagonista è un adolescente di nome Todd Bowden, figlio di una coppia di coniugi perbene, rispettabili, forse un tantino distratti e troppo convinti di aver tirato su un figlio tanto sveglio quanto onesto e gentile...
Insomma, il classico ragazzino di buona famiglia, biondo con gli occhi azzurri, bellino ma con una "piccola" ossessione: ama leggere tutto ciò che è possibile sui crimini atroci commessi dai nazisti nei campi di concentramento. L'Olocausto è  il suo chiodo fisso e più conosce storie drammatiche, particolari morbosi e macabri, più è felice e appagato.

Quale piacevolissima ed inaspettata sorpresa, quindi, scoprire casualmente che nella sua città si nasconde un ex ufficiale delle SS, ovviamente sotto falso nome!
Todd riesce ad approcciare l'anziano ex-ufficiale, il cui vero nome e Kurt Dussander ma si fa chiamare Arthur Denker; entra così in casa sua e... non ne uscirà più, per certi versi, nel senso che per anni - seppure a un ritmo meno costante - tra i due resterà sempre un filo, un legame invisibile, che si tramuterà, al bisogno, in possibilità di ricatto reciproco.

Todd è davvero un ragazzetto acuto, brillante, prende voti ottimi a scuola, anche se la sua media si abbasserà quando comincerà a stare pomeriggi interi a casa di Dussander.
A far cosa?
In una parola: a tormentarlo, affinché l'anziano ricordi i propri crimini e li racconti a lui nei minimi dettagli, pena la denuncia alle autorità, che sicuramente sarebbero felici di poter arrestare un nazista.

Ciò che accade tra il vecchio e il giovane tiene incollato il lettore, che assiste a denti stretti alla graduale corruzione morale di un adolescente che quasi fa impressione per la sua capacità naturale ad essere bugiardo, freddo, calcolatore, cinico, testardo, spietato... Ma più di tutto, la vicinanza a Dussander e l'ascolto dei suoi racconti di vita, fa sì che la personalità di Todd si formi e si deformi sulla base di ciò che apprende.

"Lui e il ragazzo erano esseri spregevoli (...), si nutrivano a vicenda..., si mangiavano a vicenda."

Inizia per lui un periodo di costanti incubi notturni, contrassegnati da scene tanto surreali quanto raggelanti, dove egli finisce in una dimensione onirica fatta di sesso, violenza feroce..., tutte cose che in qualche modo finiscono per condizionarlo pure nella vita quotidiana.

Todd voleva provocare un criminale ormai in pensione, ricordargli le proprie malefatte, ma questo a cosa lo porta se non a un progressivo, inesorabile e raccapricciante declino morale, che lo coinvolgerà intimamente, rendendolo un insospettabile mostro di crudeltà al pari del carnefice di tanti ebrei nel campo di Patin?

L'ultima storia ha il titolo "Il metodo di respirazione" e ha come protagonista e narratore un anziano notaio di Manhattan, David, che viene invitato dal titolare dello studio a trascorrere una serata in un club, che da subito appare come un luogo molto strano e, per alcuni sfuggenti aspetti, sinistro.
In verità, quando David va in questo club - che non ha nome né un registro dei soci -, non accade nulla di inquietante o spiacevole, anzi è tutto abbastanza "piatto", quasi noioso: c'è chi legge, chi spulcia i libri della biblioteca, chi conversa, chi beve brandy seduto in poltrona o guardando fuori dalla finestra, chi si concede una partita a biliardo e chi racconta storie bizzarre e neppure così affascinanti.
Dopo di che... prendono il cappotto - a porgerlo è il sig. Stevens, gentile ma sulle sue, di poche parole e circondato da un alone di mistero - e vanno via.
Ma che razza di club è questo? Qual è lo scopo o l'utilità che ne viene dal frequentarlo?

A dare una sferzata agghiacciante alle serate apatiche nell'appartamento ci pensa un dottore (ginecologo) il giovedì prima di Natale, quando racconta una storia pazzesca di cui è stato protagonista assieme ad una giovane donna, che lui chiama Sandra.
Sandra si presentò nel suo studio diversi anni prima, incinta e non sposata, quindi in una posizione socialmente non accettabile.
L'uomo seguì la gravidanza della ragazza con molta empatia, introducendola al cosiddetto "metodo della respirazione", utile per affrontare, con più calma possibile, il meraviglioso momento del parto.
Le vicende cui il medico assistette, incredulo e atterrito, furono qualcosa di paranormale e illogico, impossibile per lui da dimenticare...


Questa raccolta fa parte di quei libri che vanno letti per avvicinarsi e cominciare ad apprezzare il "Re dell'horror", che ovviamente non scrive solo horror, e questi racconti ce lo ricordano magistralmente.
King ha saputo creare personaggi vibranti, così perfettamente e lucidamente tratteggiati da prendere forma sotto gli occhi della nostra immaginazione, aventi personalità tali e rendendosi protagonisti di eventi e dinamiche così interessanti e appassionanti da essere praticamente indimenticabili.
Sono racconti in cui ci vengono presentati esseri umani di ogni tipo, di età e ceto sociale differenti, che conoscono il dolore, la paura, la speranza, l'amicizia, la violenza, la morte, la prigionia, che vivono esperienze forti e travolgenti che li formano e trasformano, li rendono migliori o peggiori.

Sono racconti in cui vediamo come la speranza non possa essere spenta dall'ingiustizia quando si è innocenti e liberi dentro, in cui viviamo due giorni ricchi di avventura e di legami d'amicizia che forse non dureranno per sempre ma per sempre saranno ricordati come preziosi, in cui guardiamo il male impossessarsi di chi non fa nulla per tenere a bada i germi della malvagità (che riposano, in una certa misura, in ogni uomo) ma anzi li nutre, e in cui ci immobilizziamo nel leggere la scena di un parto dai contorni horror.

Un viaggio che attraversa quattro stagioni della vita e dell'uomo e che invito a leggere perché non solo non vi deluderà ma... lo amerete.

È la storia, non colui che la racconta.

martedì 10 marzo 2026

Recensione: LATTE di Marina Zucchelli



Questo romanzo racconta di incontri tra realtà e persone molto lontane tra loro, ma soprattutto di mamme e di bambini: desiderati, amati, accuditi, cresciuti negli agi e nelle comodità o con pochi mezzi ma comunque ricoperti di amore e cure; e poi ci sono i piccoli abbandonati per necessità, paura, pregiudizi, lasciati in istituti e in attesa che qualche anima misericordiosa se ne prenda cura.


LATTE 
di Marina Zucchelli



Rizzoli
320 pp
Bologna, 1959. Olimpia, moglie borghese istruita e moderna, è incinta ed è pronta per scegliere la balia che allatterà il suo bambino quando nascerà.
Mentre passa in rassegna le diverse donne candidate al ruolo, con quella disinvoltura con cui si va a scegliere un cagnolino al canile, l'attenzione si posa su una giovane anch'ella incinta, dal petto abbondante e che sembra scoppiare di salute: Ada, incinta del quarto figlio e proveniente dalla Ciociaria.

La scelta ricade proprio su di lei e Ada, dopo aver partorito la propria bambina, viene portata vicino Bologna, nella bella casa in cui vivono Olimpia e suo marito Marcello.
Quando il piccolo Carlo viene al mondo, ad accoglierlo e nutrirlo è il seno prosperoso di Ada, e non certo quello della mamma Olimpia.
Del resto, le cose funzionano così tra la gente ricca: non si addice ad una signora perbene allattare; ad Olimpia è richiesto solo di riposare, riprendersi fisicamente e mentalmente e poi tornare agli impegni che caratterizzano le giornate di una persona come lei, appartenente a un ceto elevato.

Dal canto suo, la bella e solare Ada ha dovuto lasciare casa, marito e figli per questo lavoro lontano dalla sua famiglia, ed è stata la miseria e il sogno di avere una casa tutta sua e dei suoi cari, a spingerla ad entrare in una famiglia di estranei e ad allattare e prendersi cura di un neonato non suo, lasciando ad altre braccia e a un altro seno le proprie amate creature.

Ma così è ed ella è pronta a stare sei mesi via dal focolare domestico per racimolare 50mila lire al mese, che sono davvero una bella sommetta; e poi, i datori di lavoro la trattano come una regina, sono tutti attenti affinché lei mangi, si riposi tra una poppata e l'altra, non prenda spaventi né abbia motivi di stress, insomma, è un lavoro impegnativo, sì, ma conviene fare qualche sacrificio per portare più soldini a casa!
 
Le due madri, quindi, vivono nella medesima dimora e ruotano attorno allo stesso bambino... ma non potrebbero essere più diverse tra loro, e diverso è il modo in cui concepiscono la vita, il matrimonio, i legami e gli impegni famigliari.

Olimpia è educatissima e docile, abituata all'idea di civiltà che la vuole sposa con prole; eppure, dopo il parto, il suo corpo sembra tradirla, aprendo piccole crepe nella sua identità e la donna comincia a farsi domande su cosa desidera davvero, e osservare Ada - il suo modo di fare e parlare, così spontaneo, consapevole, più saggio di lei che ha sempre vissuto nella bambagia, vezzeggiata e coccolata, tenuta lontana da preoccupazioni e oneri di alcun genere - la porta a modificare certi schemi mentali e pensieri.

Ada è una ragazza del popolo che proviene da un contesto semplice, povero di mezzi ma ricco di amore e piccole felicità famigliari. Nella casa nuova, Ada impara presto a farsi presenza invisibile, mentre il richiamo dei suoi affetti le pulsa dentro con forza e nostalgia. 

Benché agli antipodi, Olimpia e Ada si incontrano sul terreno inatteso di una sorellanza  fatta di gesti e corpi: quello esposto e vitale di Ada e quello fragile di Olimpia, che cerca di riconoscersi nella ferita della maternità. 

Il lettore entra nel loro quotidiano attraverso le prospettive di entrambe e le loro voci si alternano per offrirci un doppio punto di vista: quello della ricca, razionale e bene educata Olimpia - che ci parla nel suo italiano perfetto -, e quello verace, genuino e allegro della bella Ada, con la sua parlata ciociara, fatta di termini ed espressioni dialettali, vivaci e colorite.
Grazie ai loro racconti, entriamo nel mondo di ognuna, soffermandoci sui loro pensieri, stati d'animo, incertezze, paure.


A osservare i loro giorni è Carolina, la domestica che ha cresciuto Olimpia e che registra, defilata, l'energia che scorre tra le due donne. 

Parallelamente, e facendo un salto indietro nel tempo - agli anni Trenta - conosciamo un bambino di nome Pietro, abbandonato piccolissimo al brefotrofio di Roma, durante gli anni del Fascismo; inizialmente, la storia di questo bimbo - che verrà accolto in due famiglie affidatarie (fortunatamente si tratterà di coppie amorevoli), una delle quali desidererà adottarlo - inizialmente sembra scollegata a quella principale, ma andando avanti con la narrazione comprendiamo il filo che le unisce.

L'autrice ha scritto questo romanzo mentre stava preparando un documentario per Rai Tre, il che l'ha portata a conoscere una delle ultime balie viventi e a informarsi sul baliatico mercenario (in particolare in Ciociaria), pratica dalle origini antichissime; con una scrittura asciutta, realistica ma anche sensibile, che di volta in volta assume "colori" e sfumature differenti in base alla "voce" che narra i fatti, la Zucchelli intreccia racconti di singole esistenze collocandoli all'interno di uno specifico contesto storico, caratterizzato da complesse dinamiche sociali, economiche e famigliari.

Mi è piaciuto molto questo romanzo, ho cominciato a leggerlo proprio perché incuriosita dal "fenomeno" delle balie da latte, che mi ha ricordato dettagli dell'infanzia. Quand'ero bambina, infatti, mia madre mi raccontava di come mia nonna paterna (che ha partorito sei figli) avesse allattato bambini non suoi proprio perché aveva molto latte, e ricordo che mio padre parlava di questo bambino allattato da sua madre definendolo "fratello di latte".
La lettura di questo libro mi ha quindi fatto conoscere un po' meglio questa sistema, con tutto il ventaglio di emozioni, pensieri, dubbi e paure che l'accompagnavano, che tormentavano le mamme, da una parte e dall'altra; la mamma che "cedeva" il proprio piccolo, ad es., facilmente poteva provare un mix di amore materno e senso di colpa, gelosia, inadeguatezza..., e similmente anche la balia sentiva agitarsi dentro un fiume di sentimenti, senso di colpa per aver momentaneamente abbandonato il proprio figlio, conforto derivante da una condizione di vita nettamente più agiata, nostalgia e tristezza...

È una lettura che fa riflettere su dinamiche che oggi ci appaiono lontane nel tempo e nel modo di concepire la maternità, che commuove e fa anche sorridere (ho amato Ada e il suo dialetto ciociaro, che la rende un personaggio vero, concreto, a volte pittoresco e simpatico ma sicuramente molto autentico e schietto).
Lo consiglio, è davvero un bel libro e per me è stata una piacevolissima scoperta.

sabato 7 marzo 2026

Febbraio 2026 * tra libri e serie tv *



Ecco cosa ho letto a febbraio.



  1. ESTRANEA di Y. van der Wouden: esordio in narrativa - La vita monotona e solitaria di una donna olandese, 
    pinterest 
    ossessionata dalla propria casa e abituata alla solitudine, viene sconvolta dall'arrivo di un'ospite che non è lì per caso (3/5). SCRITTURA ACERBA, MA COMUNQUE INTERESSANTE
  2. SANGUE E PORPORA. L'assedio di Amida, di F. Maione: romanzo storico ambientato nell'antica Roma e incentrato sul personaggio del magister Ursicino e sull'assedio di Amida (4/5). ACCURATO, CON DESCRIZIONI MINUZIOSE. IDEALE SE SI AMA IL PERIODO STORICO IN OGGETTO.
  3. COME PETALI DI CILIEGIO di S. Piromallo: dark romance - una tranquilla cittadina inglese, un istituto per minori in cui avvengono abusi di cui nessuno vuol parlare e due ragazzi che si innamorano e combattono per far emergere la verità (3/5). PER CHI CERCA LETTURE ROMANTICHE CON PROTAGONISTI MOLTO GIOVANI.
  4. 17 INVERNI DI BUGIE di F. Cheynet: thriller ambientato in Trentino. Una ragazza scompare misteriosamente e un ragazzo viene incarcerato ma dopo 17 anni la polizia capisce di aver preso un abbaglio (4/5). TONI IRONICI GRAZIE AL PROTAGONISTA (CRIMINOLOGO) INTUITIVO CHE RISOLVE IL CASO.
  5. NASCOSTA TRA I FIORI di J. Watanabe: romanzo biografico. La storia della prima donna medico giapponese: formazione, ostacoli, successi, sacrifici (4/5). MOLTO INTERESSANTE E D'ISPIRAZIONE.
  6. LA BAMBINA CHE GUARDAVA I TRENI PARTIRE di R. Long: romanzo storico basato su fatti realmente accaduti. La storia di una famiglia polacca sopravvissuta alla tragedia dell'Olocausto (4.5/5). PER NON DIMENTICARE.


READING CHALLENGE 

A febbraio gli obiettivi erano:

- Cozy crime ambientato nella campagna inglese. Ho letto (7). GIALLO A OXFORD. Un'indagine dell'ispettore Macdonald di E. C. R. Lorac: una donna viene trovata morta, apparentemente suicida, nella casa di famiglia in campagna. Si indaga tra conoscenti e famigliari, tutti presenti in casa al momento della morte (4,5/5). MOLTO PIACEVOLE.
 
 - Libro ambientato su un'isola. Ho letto (8). IL NIDO DEL CORVO di P. Pulixi: thriller ambientato in Sardegna con protagonista una nuova coppia investigativa alle prese con un killer "artista" (4,5/5). APPASSIONANTE.

- Libro del cuore: LA LEVATRICE DI NAGYRÈV di S. Zuccato. L'ho letto in passato - QUI -


FILM


Sul fronte serie tv ho proseguito con:

- BLOOD OF MY BLOOD, il prequel di Outlander. Continuano ad appassionarmi le avventurose vicende che coinvolgono Harry e Julia Beauchamp, catapultati in un lontano passato decisamente diverso dal periodo da cui provengono, e Brian Fraser ed Ellen MacKenzie, il cui amore è osteggiato dalle famiglie.
Harry ha smarrito la sua Julia, intanto lavora per i Grant come braccio destro del laird e fa da suo ambasciatore presso gli altri clan, tra cui i Fraser e i MacKanzie.
Julia fa la serva in casa del viscido Simon Fraser, padre di Brian (che è un figlio illegittimo, che il laird Simon ha avuto abusando della domestica Mrs Porter) e, pur di salvare la propria vita e quella del figlio che ha in grembo, si vede costretta a compiere azioni che mai avrebbe immaginato di fare.
Brian è un giovane coraggioso e di sani principi, leale e saggio ma anche innamorato della fanciulla sbagliata: Ellen MacKenzie, che a sua volta lo ama ma sa di dover sposare, per ragioni di convenienza e per il bene del clan, Malcom Grant. 
Al di là delle vicissitudini sentimentali, ciò che amo di questa serie (mi riferisco anche ad Outlander) è il contesto storico, la Scozia e le battaglie per l'indipendenza, le faide tra clan, le superstizioni popolari e tutte quelle dinamiche intricate e coinvolenti che vanno a creare la rete famigliare e sociale dentro cui si muovono i protagonisti.

- BREAKING BAD. Sono all'inizio della seconda stagione e per Walter è sempre più complicato gestire le proprie bugie al cospetto della moglie, che ha abbondantemente capito che il suo malato coniuge ha una parte della propria esistenza che le tiene nascosta.

- DOWNTON ABBEY. Sono all'inizio della quarta stagione e ho già
sofferto due volte per due morti ingiuste. Che lutti mi attendono ancora!?!?!?!?!
Però la amo: questo mondo così intriso di formalità, convenzioni, regole, milord e milady alle prese con problemi relativi all'eredità, alle figlie, ai generi, alla servitù sempre vivace e birbantella, maggiordomi irrigiditi, camerieri che si fanno le scarpe l'un l'altro ma ogni tanto si aiutano pure, una dimora immensa che rischia di andare in rovina se mal gestita... Insomma, è un tuffo nella nobiltà britannica  - illusa che il proprio universo dorato esisterà per sempre - che mi affascina. Inoltre mi fa morire milady senior, nonna Cora, che col suo cinismo e la sua arguzia spiazza sempre tutti.

- LADY IN THE LAKE. Sono alla terza puntata di questa serie tv tratta dal romanzo di Laura Lippman (La donna del lago) e ambientata nella Baltimora del 1966, attraversata da tensioni razziali e criminalità.

La protagonista è Maddie Schwartz (Natalie Portman), ebrea, moglie del benestante Milton e madre dell'adolescente Seth. Da sempre dedita a famiglia e casa, la sua vita viene sconvolta in seguito al rapimento e all'omicidio di una bambina (bianca, ebrea), Tessie. Maddie, che avrebbe voluto fare la giornalista, decide di indagare personalmente perché non convinta al 100% di come la polizia locale abbia risolto il caso (il presunto assassino è stato arrestato) e, contemporaneamente prende una decisione radicale: lasciare marito e figlio, cercare l'indipendenza e dare un nuovo impulso alla propria vita, anche se ciò significa andare a vivere in un quartiere poco raccomandabile e adattarsi con poco.

Intraprendente e determinata, riesce a farsi assumere come reporter da una testata locale e il suo lavoro investigativo si interseca con le vicende personali di una donna afroamericana, Cleo Sherwood (Moses Ingram), che cerca con fatica di mandare avanti la propria famiglia barcamenandosi tra il ruolo di madre (uno dei suoi figli non sta bene di salute), lavori umili e altre situazioni non proprio chiare.
Proseguo con interesse.

- GOMORRA. LE ORIGINI. diretta da Marco D'Amore e Francesco Ghiaccio, è il prequel di Gomorra - La serie.
Siamo nel 1977 e conosciamo un giovane Pietro (Savastano), i suoi amici e tutto il contesto di povertà e miseria in cui vivono.
Pietro è figlio della strada, è cresciuto senza padre, sua madre fa la prostituta ma cerca comunque di mettere da parte i soldi con la speranza di darli al figlio affinché vada via da Napoli, costruendosi una vita altrove, lontano dai camorristi che purtroppo il ragazzo ha preso a frequentare.

In special modo, è un fedele seguace di Angelo 'a Sirena, un giovane invischiato in attività criminali, al soldo (almeno ad inizio stagione) del boss Antonio Villa e di suo figlio Michele O'Santo (che è la copia sputata di Lucio Battisti).
Ma Angelo aspira all'indipendenza e riesce a farsi ben volere da altri camorristi e a sfilarsi dalle grinfie di Villa; Angelo è un "bel" personaggio, con le idee chiare, desideroso di "crescere" negli affari criminali e di essere il più possibile non sottomesso a nessuno.
Si infila sempre in qualche trappola ma - al pari dell'Immortale - riesce ad uscirne vivo, anche grazie ai tempestivi interventi di Pietro, che qui ancora non è un Savastano ufficiale (suo padre non gli ha dato il cognome; non ancora, per lo meno).
Ovviamente conosce (la futura donna) Imma, che va al conservatorio, ha una vita tranquilla anche se è amica di Annalisa, colei che diventerà nota come Scianel; proprio a motivo di lei, Imma - che pure è una brava ragazza - farà esperienze non proprio edificanti, e l'incontro con Pietro di certo non la porterà sulla buona strada, ecco 😀

Ho terminato la prima stagione (la seconda è in fase di produzione) e mi è piaciuta perché immerge lo spettatore in questa ambientazione anni Settanta, in una Napoli povera e molto molto semplice, in un quartiere in cui la presenza dei boss di camorra è molto forte e condiziona le vite di tutti. 
Interessante seguire "gli inizi di carriera" del famigerato don Pietro, i suoi sforzi per emulare e farsi notare dal suo idolo Angelo, il quale da una parte cerca di tener lontano il ragazzo da questo brutto mondo, dall'altra accetta la sua collaborazione perché sa di potersi fidare.
Immacolata è già da ragazza un tipo tosto, caparbio, indipendente.

Non mi resta che aspettare la seconda stagione.


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