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sabato 23 maggio 2026

Recensione: SPARE. IL MINORE di Prince Harry

 

Il Principe Harry - il minore, la Riserva, quinto in linea di successione al trono del Regno Unito - si racconta senza riserve ai suoi lettori, partendo dai ricordi dell'infanzia, ripercorrendo la tragica morte della madre, lady Diana, e tutto ciò che essa ha implicato per lui (e non solo), passando per le sue esperienze come militare, le relazioni sentimentali, il rapporto con i membri della famiglia reale, i conflitti con essi e quello molto burrascoso con la stampa inglese.
Fino all'incontro con la donna che ha dato una svolta decisiva alla sua esistenza.



SPARE. IL MINORE
di Prince Harry



Mondadori
trad. S. Crimi,
L. Tasso, M.Faimali
540 pp
Onesta, lucida, minuziosa: il principe Harry, secondogenito di (re) Carlo e Diana Spencer, è il protagonista di un'autobiografia fitta di aneddoti di vita, di rivelazioni, di riflessioni personali, attraverso la quale racconta ai suoi lettori quale sia stato il tortuoso percorso che l'ha portato alla conquista della consapevolezza della propria identità di uomo, prima ancora che di un membro della famiglia reale inglese.

Composto da tre sezioni, questo memoir ci fa conoscere da vicino la vita del principe Harry a partire dall'episodio tristemente famoso della morte di Lady Diana, avvenuta il 30 agosto 1997 in seguito al mortale incidente all'interno del tunnel del Pont de l'Alma a Parigi.

Altrettanto famoso e seguitissimo fu il funerale in tv della principessa e l'immagine dei due fratelli, William ed Harry, mentre seguono il feretro della madre sotto gli occhi addolorati e inorriditi del mondo intero. 

Ebbene, in questo libro c'è tanto di Diana, o meglio, dell'amore di Harry per la sua mamma, di cui è rimasto orfano a 13 anni.
La perdita della madre ha influenzato fortemente la sua esistenza, creando un vuoto emotivo incolmabile.

Harry ci parla dei suoi legami con i famigliari, di suo padre così schivo e restio a manifestare affetto (affetto di cui Harry non ha mai dubitato), di suo fratello maggiore, con cui nell'infanzia era legatissimo, anche se poi crescendo hanno cominciato a frequentare compagnie diverse, a dedicarsi ad attività diverse... finendo per allontanarsi un po'.

Mi ha colpita leggere come la sofferenza per l'assenza dell'amata mamma abbia prodotto in lui una sorta di amnesia: Harry dice che per anni non ha ricordato granché della madre e soprattutto del giorno del funerale. Ci vorranno anni di psicoterapia (e il cambio di diversi psicoterapeuti) per recuperare tanti bellissimi ricordi d'infanzia.
Non potevo immaginare, inoltre, che per anni, durante l'adolescenza, il giovane principe sia stato intimamente convinto che sua madre non fosse davvero deceduta, bensì che fosse scappata per sfuggire ai paparazzi, a quella celebrità che non le lasciava spazio e la soffocava, e che quindi si nascondesse da qualche parte... e che prima o poi sarebbe sbucata fuori a riabbracciare forte i suoi bambini ormai cresciuti.
È una cosa che mi ha intenerita e rattristata insieme.

"Immagino di aver sempre saputo la verità nel profondo del mio cuore. L'illusione di mamma che si nasconde, si prepara a tornare, non è mai stata tanto autentica da cancellare del tutto la realtà. Ma era sufficiente a permettere di rimandare gran parte del dolore. Non avevo ancora elaborato il lutto, non avevo ancora pianto (...), non avevo ancora metabolizzato i fatti nudi e crudi. Una parte della mia mente sapeva, ma un'altra era completamente isolata, e quella divisione riusciva a separare le voci della mia coscienza, a polarizzarle, a bloccarle, esattamente come volevo."

Circa William, apprendiamo come sia cambiato negli anni il rapporto tra fratelli, come si siano inacerbiti spesso i contrasti, i dissidi, frutto di temperamenti e caratteri opposti, di scelte di vita differenti, del ruolo dell'uno e dell'altro all'interno della famiglia, essendo William il primogenito e quindi l'Erede, ed Harry la "ruota di scorta", la Riserva appunto.

"L'Erede e la Riserva: quella definizione non era un giudizio, ma era anche priva di ambiguità. Io ero l'ombra, il sostegno, il piano B. (...) ero stato convocato come rinforzo, distrazione, diversione e, se necessario, pezzo di ricambio. (...) Essere un Windsor significava capire quali erano le verità immutabili e bandirle dalla mente. Significava assorbire i tratta fondamentali della propria identità, sapere per istinto chi eri, il che si riduceva in sostanza a essere per sempre il sottoprodotto di chi non eri".

Un aspetto purtroppo noto della vita pubblica di Harry - perché evidentemente considerato "ghiotto" dai giornali di gossip - è il suo essere stato un ribelle, un villain sempre pronto a divertirsi alzando il gomito, facendo baldoria con gli amici, a passare da un flirt all'altro, fino all'uso di sostanze e ai comportamenti giudicati indecorosi per un membro della monarchia (ce la ricordiamo in tanti la celebre foto di lui con in dosso una divisa nazista, in occasione di una festa in maschera).

Il problema della stampa e dell'interesse ossessivo dei paparazzi e dei vari tabloid britannici per i membri della famiglia reale perseguita Harry sin da ragazzino, già da quando era viva lady D., ma la cosa raggiungerà livelli insopportabili negli anni successivi.
Certo, magari l'Harry giovanotto ha fornito egli stesso - non volendo - del materiale succoso su cui sparlare, ma la stampa - denuncia Harry - ha sempre ricamato su di lui, inventando spesso di sana pianta pettegolezzi inesistenti, fraintendendo e presentando le situazioni che lo vedevano protagonista peggio di quanto fossero nella realtà.

Per sfuggire alle innumerevoli cause di disagio emotivo e psicologico e alla costante e sgradevole pressione mediatica, il principe si rifugia nell'esercito.

Nella seconda parte del memoir, seguiamo Harry negli anni dell'età adulta, quando si ritrova a dover decidere cosa fare della propria vita, che indirizzo darle, a cosa potrebbe dedicarsi per darle uno scopo.

Uno dei pilastri della sua vita è sicuramente l'impegno umanitario, la beneficenza; molti dei suoi progetti nascono per proseguire ciò che aveva iniziato lady D. e altri hanno a che fare con le proprie  esperienze personali, sia nell'ambito militare che in quello relativo alla salute mentale.

Harry si arruola e resta a servizio della sua regina e del suo Paese per dieci anni, compiendo due missioni in Afghanistan (la prima nel 2007-2008 come controllore dell'aria avanzato e la seconda nel 2012-2013 come copilota/artigliere di elicotteri Apache) ed egli li ha vissuti con molta consapevolezza, con impegno, professionalità, con la voglia autentica di essere utile al proprio Paese e, non ultimo, di dimostrare chi è lui: un uomo, un soldato, il Capitano Wales...

"Ero un soldato britannico, su un campo di battaglia, finalmente, un ruolo per cui mi preparavo da tutta la vita. Era anche Widow Six Seven (...). Potevo nascondermici dietro per davvero. Ero solo un nome, un nome a caso, e un numero a caso. Niente titoli. E niente guardie del corpo".


Quando sarà costretto, per cause di forza maggiore, a ritirarsi dall'esercito, la vivrà molto male, provando tanta rabbia e frustrazione perché gli veniva tolto qualcosa di importante che stava dando senso alla sua esistenza.

Insomma, Harry non ci nasconde nulla, tanto meno le cadute, i periodi bui in cui ha consumato alcol e droghe, gli attacchi di panico che lo paralizzavano, le litigate con il fratello, i legami sentimentali naufragati... e nella terza parte si arriva a lei, a Meghan Markle, la donna della sua vita.

"In questo mondo folle, in questa vita piena di dolore, ce l'avevamo fatta. Eravamo riusciti a trovarci".

Quella con la sua Meg è una bella storia d'amore che purtroppo ha subito dolorosi colpi a causa sempre della stampa che non ha mai smesso di "perseguitarli", di cercarli e scovarli in tutti i modi, e soprattutto che sin da subito ha imbastito storie fake su Meghan e famiglia.

Harry ci parla diffusamente anche di come sia stata accolta la fidanzata (e poi moglie) dalla nonna, dal padre e da William e Kate..., con tutti i conflitti e i silenzi che ne sono scaturiti, delle difficoltà legate alla gestione delle notizie sui giornali, dai disagi da questi causati e di come la coppia sia giunta a decidere di allontanarsi dalla monarchia pur di vivere serenamente.


Concludendo: mi è piaciuto molto leggere questo memoir, che è scritto in modo dettagliato e maturo (pregio per il quale possiamo ringraziare lo scrittore Moehringer), con uno stile che sa essere attento e lucido ma anche viscerale ed empatico, dando molto spazio alla sfera psicologica ed emotiva del narratore e protagonista, del quale vengono esposte le vulnerabilità e i traumi, i pregi e le virtù, le luci e le ombre, sia personali che famigliari, ma non in modo morboso o scandalistico né con l'atteggiamento di chi non vuol lavare i panni sporchi in famiglia e preferisce sbandierarli per alzare polveroni e polemiche, quanto piuttosto con quello di un uomo che nella parola, nella narrazione, trova un modo per affrancarsi dal ruolo istituzionale cui era destinato, dalle rigide etichette e dai protocolli propri della monarchia, affermando così la propria unicità e individualità, rivendicando il diritto di dare la direzione che desidera alla propria vita, di fare ciò che lo appaga, di sposare chi ama e di vivere lì dove si sente al sicuro.

Io l'ho apprezzato molto, è un libro non breve ma scorre; le parti che "scorrono un po' meno" sono forse quelle relative alle missioni militari, ma nel complesso è un'autobiografia che si lascia leggere con interesse.


giovedì 21 maggio 2026

Recensione: UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA di Claire Lynch



Una giovane moglie e madre viene privata della gioia e del diritto di crescere la propria figlia perché considerata inadeguata, una cattiva influenza per la propria bambina a motivo di determinate scelte di vita.
Quarant'anni dopo, questa figlia - ormai cresciuta e anch'ella moglie e mamma - decide di cercare sua madre e la verità sul suo abbandono.



UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA 
di Claire Lynch



Fazi Ed.
trad. V. Februari
216 pp
Nel 1982 la ventitreenne Dawn è sposata con Heron da pochi anni ed hanno una bambina, Maggie, di quattro anni. 

Il loro è un matrimonio tranquillo e dall'esterno lo si può giudicare solido e sereno.
In effetti è così e il futuro di Dawn, per quanto modesto e senza grosse pretese, sembra avviato su binari sicuri. 

Ma la vita ha in serbo per la donna un incontro che stravolgerà il suo presente e il suo futuro: Hazel, una donna socievole, incontrata quasi per caso e diventata, pian piano, sempre più importante.
Quella che inizialmente è un'amicizia si trasforma in un sentimento più profondo...
Amore?

Sì, Dawn si scopre innamorata di Hazel e vive questo sentimento con una gioia genuina e anche un po' ingenua, non trovando in esso nulla di male...

Certo, deve assolutamente parlarne con il marito Heron ma lui in fondo è un uomo comprensivo, mansueto, ragionevole... Sicuramente capirà ciò che sta vivendo sua moglie e quale cambiamento implichi per loro come coppia, ma di certo le cose non cambieranno rispetto alla loro bambina.

Purtroppo le sue speranze vanno in frantumi quando, confidando la verità al coniuge, questi la prende malissimo: sua moglie non solo vuole lasciarlo... ma per di più per una donna!
E cosa si aspetta Dawn, da lui, che faccia finta di niente? Che le auguri buona vita e le dica che è tutto ok?

Heron è amareggiato, deluso, arrabbiato e si rivolge a degli avvocati, i quali gli consigliano di chiedere la custodia esclusiva di Maggie: donne “depravate” come sua moglie non possono occuparsi dei figli.

I conflitti di coppia vengono portati in tribunale per discutere e decidere della potestà genitoriale e quale dei due genitori avrà l'affidamento esclusivo.
Durante la dolorosa udienza, Dawn viene torchiata dall'avvocato del marito e dipinta come una figura pericolosa, una donna incapace di prendersi cura della sua bambina, perché priva di valori e morale. 

È quindi costretta ad allontanarsi e a lasciare la piccola con il padre.

Il racconto degli eventi del 1982 si alterna a quello del 2022, quando Maggie è ormai adulta (ha 45 anni), è madre di due figli, è sposata con Conor e coltiva con il padre un rapporto quotidiano inossidabile: Heron è il solo genitore che lei abbia mai conosciuto e nel corso della sua infanzia e dell’adolescenza lui è stato tutta la sua famiglia, il suo unico punto di riferimento. 

Alla figlia il padre ha sempre raccontato che sua madre l’ha abbandonata dopo averlo tradito. Null’altro.

Quando ad Heron viene diagnosticata una brutta malattia, Maggie si preoccupa di sistemargli casa e, tra documenti vari, trova le carte che raccontano la vera storia di sua madre.

Sconvolta e arrabbiata con quel padre che, in un certo senso, l'ha tradita e le ha nascosto la verità per quarant'anni, Maggie affronta lo smarrimento che sta vivendo mettendosi sulle tracce della propria madre, non prima di aver provato ad avere un faccia a faccia col padre.
Quest'ultimo è sempre stato un tipo di poche parole, riservato circa il passato e, soprattutto, sul matrimonio e quella ex-moglie svanita nel nulla..., ma adesso sembra essere giunto il momento della verità e a Maggie non stanno più bene i silenzi imbarazzati tra padre e figlia.

Sente il bisogno di trovare le risposte alle tante domande che man mano, leggendo e rileggendo le carte, affiorano nella sua mente: perché sua madre l'ha lasciata con il padre? Perché non l'ha mai cercata? Cosa fa ora, come vive? Si è rifatta una vita e una famiglia? E a lei, a Maggie, ci pensa mai?

Il lettore passa dal seguire ora le vicende personali e famigliari di Maggie, ora quelle di Dawn, i suoi turbamenti, le sue paure, il suo innamoramento per una donna e il desiderio - così naturale e così facilmente giudicato e condannato dalla società - di vivere quel sentimento senza che questo faccia di lei una cattiva madre.

"Una questione di famiglia" affronta con molta delicatezza e umanità tematiche emotivamente coinvolgenti, riguardanti il rapporto di coppia, quello tra genitori e figli, la sessualità e la libertà di scegliere chi amare; la doppia prospettiva temporale permette al lettore di tenere sott'occhio le due protagoniste - mamma e figlia, la prima che ha nel cuore i ricordi di quella figlioletta quattrenne, la seconda che ha difficoltà a ricordare quella mamma conosciuta nei primi anni di vita -, di guardare con discrezione nelle loro vite e vederne le fragilità, le incertezze, le paure, le assenze.

Tanto Dawn quanto Maggie stanno vivendo - in tempi e in età differenti - dei momenti cruciali: Dawn è poco più che ventenne quando si ritrova a ribaltare ogni presunta certezza e sicurezza esistenziale, mettendo in discussione matrimonio, sentimenti..., e scegliendo di seguire il proprio cuore, non immaginando quale altissimo prezzo sarà costretta a pagare.

Maggie si ritrova di fronte a verità finora taciute, che mettono in crisi il legame forte con quel padre buono e pacifico, che però a quanto pare ha preso una decisione, tanti anni prima, che ha portato sicuramente sofferenza, separazione, vuoti e mancanze nella propria vita e in quella della figlia.

È quindi un romanzo che ha al centro i legami famigliari e che mostra come e quanto negli anni Ottanta, in Inghilterra, i pregiudizi nei confronti degli omosessuali (in questo caso delle donne madri) fossero molto forti non solo tra la gente comune ma anche a livello legale.

Bello.

martedì 19 maggio 2026

Recensione: LA GRANDE MIGRAZIONE. I RACCONTI DI ENTHALASSIA di Andrea Villa [ Review Party ]



A tutti dovrebbe essere riconosciuta la libertà di vivere secondo i desideri e le ambizioni personali, nel pieno rispetto della propria natura.
Nel mondo di Opus - popolato da creature sia umane che fantastiche - ciascuno è sempre vissuto in conformità all'appartenenza a un determinato popolo e a come gli altri lo vedono: gli elfi sono eleganti e raffinati; i nani sono burberi, lavoratori e amano bere alcolici; gli umani sono eroici e coraggiosi; gli orchi sono dei barbari, famosi per la loro ferocia e malvagità. 
E se fosse arrivato il momento di iniziare una rivoluzione, un cambiamento radicale di queste rigide etichette?


LA GRANDE MIGRAZIONE. 
- I RACCONTI DI ENTHALASSIA -
di Andrea Villa



300 pp

Il giovane figlio di Thanz, Tharax, re degli orchi, ama starsene tranquillo a leggere libri, a pensare... e, se dipendesse da lui,  non vorrebbe mai prendere le armi e combattere contro chicchessia.

Eppure quasi ogni mattina è costretto a lasciare la propria tenda e a fronteggiare il nemico del giorno, solitamente un principe giovane, borioso e incosciente che pensa di potere avere la meglio sul capo degli orchi, considerato una bestia senza onore da insultare ed abbattere.

Ma tutte le volte questi paladini di paglia si scontrano con un orco grosso e forte, che dà loro una lezione veloce, disarmandoli, buttando giù loro e quel po' di orgoglio che hanno.

I nemici degli orchi sono molti e Tharax è sinceramente stufo di tutto il disprezzo, dell'odio smisurato che tutti - umani e non umani - nutrono per il suo popolo.

Qualcosa nel suo cuore gli suggerisce di porre fine a tutto questo.
Sì, ma come?

Una notte fa un sogno e in esso vede suo padre Thanz, che gli ricorda quale sia il passato del loro popolo, le continue guerre, gli attacchi da parte degli altri popoli, le sconfitte, le privazioni... ma gli dona anche una speranza: una mappa con su disegnate delle terre e, soprattutto, su cui è indicata Enthalassia.

«Il mitico continente perduto, dove nessun popolo ha finora messo piede, dove non esiste  ancora  traccia  di  civiltà.  Il  continente  che,  per anni, innumerevoli esploratori hanno cercato invano è anche l’opzione migliore per il nostro popolo.»

Al risveglio, Tharax realizza ciò che il padre, nel sogno, ha voluto comunicargli: non è troppo tardi per scegliere chi vuoi essere, che capo desideri essere per il tuo popolo e quale strada percorrere insieme ad esso.

Il giovane capo comprende che è giunto il momento di prendere in mano il destino della propria gente e  intraprendere tutti insieme una nuova strada, dimostrando al resto del mondo - uomini, elfi e nani... - che essere orchi non equivale di certo ad essere stupidi o selvaggi senza morale o nobili aspirazioni, tutt'altro: anch'essi sono in grado di comportarsi in maniera onorevole ed intelligente, se soltanto lo vogliono.

Il destino non va accettato passivamente, è qualcosa di dinamico che può essere cambiato, così l'orco decide di riunire il suo popolo e di convincerlo a condividere la propria missione: raggiungere Enthalassia e vivere finalmente liberi, felici, riempiendo le giornate non di battaglie, rumori di armi e scudi, bensì di terre da coltivare e altre attività decisamente più pacifiche.

Insomma, vuol coinvolgere i suoi simili in un’avventura che sembra inizialmente folle perché essa inevitabilmente implica infrangere regole in voga dalla notte dei tempi, demolire pregiudizi e stereotipi, rifiutarsi di continuare a comportarsi come si è sempre fatto e come gli altri si aspettano, e decidere di afferrare e affermare con decisione il diritto di vivere secondo i propri desideri.

 
«Per troppo tempo, noi orchi ci siamo comportati come  gli  altri  popoli  si  aspettavano  che  fossimo: come selvaggi, barbari, creature prive di cervello, la cui unica forza risiedeva nei numeri. Affidavamo le nostre vite e il nostro destino nelle mani dei Signori Oscuri, perché pensavamo di non avere alternative, ma  abbiamo  sempre  avuto  un’alternativa,  un’altra via.»
 (...)
«Vorreste  forse  cambiare  le  cose?»  chiese  Haldreithen, incerto se sentirsi più offeso o più confuso. 

«Perché no?» Tharax spalancò le braccia. «Lo so bene che non si cambia la realtà con uno schiocco di dita,  ma  questo  non  significa  che  dobbiamo  stare fermi  a  guardare.»

Il primo ostacolo verso quest'impresa è convincere la propria gente, timorosa all'idea di un tale cambiamento, così radicale, di vita: non si tratta solo di deporre le armi e operare un taglio netto a quelle attività cui si dedicano da sempre (assalire, depredare, saccheggiare, uccidere...) e per i quali sono tristemente celebri (e detestati), ma anche salire su una nave, dire addio ad Opus per imbarcarsi alla ricerca di un luogo che finora credevano fosse pura fantasia e che invece esiste.

Una volta persuasi gli orchi, non resta che il secondo step: recuperare la mappa in cui è indicata la loro destinazione, Enthalassia.

Dal momento in cui Tharax e compagni si recano al castello di Corlach, in cui risiede il re Almericus, per sottrargli la mappa, comincia a diffondersi la notizia che gli orchi - capeggiati dal temibile Tharax - stanno architettando qualcosa di oscuro e, sicuramente, pericoloso: forse un nuovo attacco? Vogliono attuare una terribile vendetta, assalire città e villaggi per far del male a civili inermi, rapire e disonorare le donne?

I re dei vari popoli - da sempre nemici degli orchi - si mobilitano per fermare l'avanzata di Tharax e della sua brutta gente dalla pelle verde, qualunque sia il loro obiettivo: nulla di buono è mai venuto da esseri simili, depravati e feroci nel DNA, per cui vanno necessariamente fermati.

Tharax comprende di aver mosso le acque e che i suoi atavici nemici si stanno organizzando per fare loro guerra, ma combattere non è ciò che egli e i suoi simili vogliono: essi desiderano solo andare via da Opus e raggiungere Enthalassia per vivere in pace.

Possibile che sia così difficile da accettare?

Tutti si aspettano che Tharax e i suoi uccidano, rapiscano, provochino danni e lascino distruzione dietro di loro... ma un'importante evoluzione è iniziata e avrà il potere di spiazzare ogni re e principe, ogni elfo, nano e ogni troll, e di dare il via a una nuova era per tutti.


Il fantasy di Andrea Villa è un romanzo che si lascia leggere con molta fluidità e piacere per la scrittura semplice ma dettagliata, descrittiva al punto giusto senza essere pesante, ricca di dialoghi, dai toni spesso ironici e leggeri, con un ventaglio di personaggi ben delineati, simpatici, alcuni buffi, su cui spicca il protagonista, Tharax re degli orchi, che dà inizio al cambiamento perché è lui per primo a cambiare interiormente.
Carismatico e consapevole di chi sia davvero e di come vuol condurre la propria esistenza presente e futura, Tharax sa essere un ottimo capo, saggio, lungimirante, capace di persuadere con le proprie capacità dialettiche, di far ragionare anche gli interlocutori più testardi. Un leader così si circonda facilmente di alleati che lo apprezzano, lo seguono e gli si affiancano in quanto convinti della bontà e giustezza dei suoi obiettivi.

È un romanzo contenente un messaggio importante: nessun altro, all'infuori di noi stessi, ha il diritto di decidere per noi chi e cosa vogliamo essere, non siamo costretti a fare ciò che altri si aspettano da noi, se non è ciò che desideriamo. 
Tharax ci ricorda che ciascun individuo è libero di dare la direzione che vuole alla propria vita, in piena libertà e nel rispetto di sé e di chi lo circonda, e deve inseguire i propri sogni anche quando sembrano difficili da realizzare.


La recensione di questo romanzo - che mi sento di consigliare in special modo a quanti amano il fantasy puro, classico, caratterizzato da personaggi tipici dell'universo fantastico e dalle ambientazioni proprie del genere - costituisce la seconda tappa del review party ad esso dedicato.

Di seguito le tappe del review party:



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venerdì 8 maggio 2026

Recensione: PIOGGIA (Blackwater VI) di Michael McDowell

 

Nel sesto ed ultimo capitolo della saga gotico-paranormal Blackwater, continuiamo a seguire le vicende dei membri della famiglia Caskey: siamo ormai negli anni Cinquanta del secolo scorso e la loro immensa ricchezza e la vita placida e abitudinaria che conducono rischia di essere travolta, insieme a tutta Perdido.



PIOGGIA
(Blackwater VI)
di Michael McDowell



Ed. Neri Pozza
trad. E.Cantoni
256 pp
Dopo la scomparsa di Frances (nelle nere acque del Perdido, assieme all'altra figlia, Nerita, con cui condivide un'esistenza lontana dalla dimensione umana), la vita riprende normalmente nel clan Caskey: Elinor è ormai la matriarca incontestata ed accettata da tutti - famigliari e non solo -, che sta portando avanti gli affari di famiglia con generosità e lungimiranza.
Oscar l'è sempre accanto ma gli anni passano per tutti e la sua vista non fa che peggiorare, allontanandolo giorno per giorno dal lavoro, che ha sempre occupato gran parte delle sue giornate.
Miriam - con somma sorpresa di tutti - accetta finalmente la proposta di matrimonio di Malcom (figlio di Queenie) perché il giovane le è sempre stato fedele e devoto come un cagnolino e Miriam non ha alcuna intenzione di legarsi a una persona problematica da gestire: preferisce "accontentarsi" di uno come Malcom, che le obbedisce e l'asseconda, lasciandole il comando su tutto.
Anche per Queenie gli anni si fanno sentire, così pure la solitudine e, ancor di più, la paura che un'oscura presenza dal passato sia pronta a tormentarla.

La solitudine e l'immobilità perenni sono le compagne di Sister, ormai da anni allettata: si rifiuta di alzarsi da quel letto (e forse non ce la farebbe davvero più, adesso, neppure se lo volesse), di avere una vita sociale - se non quella filtrata dai racconti e dai pettegolezzi della servitù e di Queenie, che passa moltissimo tempo con lei. - ed è diventata egoista e capricciosa come la defunta madre.

Il vedovo Billy Bronze sente sì la mancanza della moglie Frances ma tira avanti, grazie al lavoro e al suo essersi completamente integrato nella famiglia della consorte scomparsa; in special modo, è con Elinor che ha instaurato un ottimo rapporto, fatto di complicità e rassicurante comprensione reciproca.

Mentre Grace e Lucille proseguono con la loro vita in fattoria, tirando su il bravo e buono Tommy Lee (figlio di Lucille), in casa Caskey si verifica ancora una volta una "pratica" purtroppo in voga da anni: "rubare" e crescere i figli degli altri.

L'aveva fatto Mary-Love, che aveva preso Miriam ad Oscar ed Elinor; il caro James aveva cresciuto Danjo, figlio di Queenie e adesso tocca a Miriam prendersi una bambina non sua e crescerla secondo il proprio modo di pensare.
Ed è così che Lilah, figlia di Frances e Billy, lascia la casa paterna per andare a stare dalla zia Miriam.

Insomma, piccoli e grandi cambiamenti interni intervengono, come sempre, a scandire e a ridefinire i rapporti e le dinamiche tra i Caskey, che di certo condividono una cosa notevole: ciascuno di loro è molto, molto ricco.
Tanto da essere addirittura complicato stabilire l'esatto ammontare della ricchezza di ognuno di essi!
Tanto da non sapere, onestamente, come spendere questo denaro proveniente da eredità, petrolio, segheria...

Tutto sembra procedere fin troppo placidamente, se non fosse che le lancette dell'orologio continuano a girare e per i membri senior del clan si avvicina l'ora in cui verranno visitati dalla "Cupa Mietitrice", e non sempre questa triste visita avviene serenamente: i fantasmi del passato sono sempre pronti a far sentire la loro infausta presenza ed infatti qualcuno va incontro alla morte in circostanze decisamente spaventose...

Leggendo i libri precedenti, sappiamo che da quando Elinor ha fatto il proprio ingresso a Perdido e nelle esistenze dei Caskey, ha portato scompiglio, lasciando dietro di sé eventi drammatici e sinistri che adesso, dopo anni, chiedono il conto.

A reclamare questo prezzo da pagare sono le scure e fangose acque del Perdido, che celano nelle loro viscere segreti e presenze terribili e paurose, le quali non smettono di farsi sentire in modi tanto  improvvisi quanto inquietanti.

Che coloro che sono avanti negli anni  lascino questa vita è normale, doloroso sì ma rientra nell'ordine delle cose; ma ciò cui non sono pronti né i più giovani dei Caskey (ciascuno super impegnato con le proprie cose, che siano matrimoni, viaggi di lavoro, college) né tantomeno i cittadini di Perdido è l'imminente chiusura di un cerchio iniziato nell'ormai lontano 1919, quando le acque nere e minacciose del fiume Blackwater avevano coperto Perdido, provocando molti danni alla città.

Ne è passata di acqua sotto la diga, da allora, tanti volti famigliari non sono più tra le file dei vivi ma colei che fa da fil rouge dal primo momento - Elinor Dammert Caskey - c'è sempre e regna ormai incontrastata su tutto, come una regina seduta comoda sul trono.
Ma il lettore ha imparato da tempo ad aspettare il momento in cui la vera natura della donna emergerà e si prenderà il proprio spazio, presto o tardi, e inevitabilmente si torna al punto di partenza: l'acqua, perché tutto ha inizio da lì e quello che è stabilito che accada, accadrà, perché ogni cosa scorre proprio come l'acqua: inesorabile, incessante e inquietante.

"...la pioggia non cessava, e ogni giorno in città cresceva la paura, perché adesso non si trattava più soltanto della seccatura degli ombrelli e dei giornali inzuppati, né del calo nelle vendite al dettaglio: si affacciava la minaccia di un’altra piena."

Nel romanzo conclusivo si ripresenta il pericolo da cui siamo partiti: la pioggia cade senza sosta e si rischia un'altra piena, un'inondazione disastrosa, probabilmente definitiva, stavolta.
E di fronte allo scrosciare inarrestabile e alla storia che fa il suo corso, a nulla valgono i beni accumulati, il danaro che esce dalle orecchie, i vestiti, i pranzi e le cene sontuosi, le chiacchiere in veranda, la boria di alcuni e la passività di altri... perché per ogni cosa arriva la fine, prima o poi.


Pioggia segna quindi la fine della saga horror gotica di McDowell, una saga famigliare con elementi paranormal che io ho apprezzato e letto con molto interesse.
Anche se rientra nel genere horror, non posso dire che "faccia paura", proprio per niente; sì, ci sono scene un po' raccapriccianti ma in una misura blanda, anche perché a prevalere è una costante e indefinita atmosfera sinistra, misteriosa, enigmatica, fatta di presenza impalpabili, rumori e scricchiolii notturni, porte che sbattono nel silenzio, terrificanti mani palmate e facce mostruose che sbucano dal fiume, morti tragiche e agghiaccianti, e in mezzo a tutto questo c'è lei, Elinor, figura affascinante, imperscrutabile, madre, cognata, nuora, nonna, suocera, padrona dall'aspetto fiero, dallo sguardo indagatore, dai modi distaccati ma al contempo sempre presenti e attenti a ogni vento di cambiamento, a ogni membro di questa famiglia della quale ha deciso di far parte e di guidare, attraversando calamità naturali e guerre, assistendo a nascite e morti.

È una saga che si concentra molto sui legami famigliari, sui conflitti e su come vengono affrontati e "risolti"; le decisioni più importanti vengono prese dalle donne, che sono le vere protagoniste di questa storia che si sviluppa in un arco temporale di oltre cinquant'anni: sono loro ad avere in mano le sorti del clan, loro ad avere (con qualche eccezione) più coraggio, intraprendenza, sangue freddo, capacità di comando degli uomini, che non di rado sono fin troppo mansueti, accondiscendenti e pronti a servire e ubbidire.

Confermo il mio parere positivo sui romanzi di Blackwater, che consiglio a quanti amano le storie di famiglia, le atmosfere gotiche, la presenza di elementi paranormal.





LIBRI DELLA SAGA


1. LA PIENA
2. LA DIGA
3. LA CASA
4. LA GUERRA
5. LA FORTUNA
6. PIOGGIA




lunedì 4 maggio 2026

Recensione: L'ANNIVERSARIO di Alice Feeney



Può un weekend sistemare ciò che non va in un matrimonio in crisi?
Amelia e Adam ci provano, trascorrendo un paio di giorni in un posticino isolato, circondato dalla neve e decisamente poco romantico.
Ma il passato, con il suo carico di bugie e segreti, è sempre in agguato e pronto a spuntare fuori e a frapporsi tra loro.


L'ANNIVERSARIO 
di Alice Feeney



Ed.Piemme
trad. C. Ingiardi
352 pp
"Forse tutti i matrimoni hanno dei segreti, 
e forse l’unico modo per restare sposati 
è mantenerli tali."

Adam e Amelia, marito e moglie da dieci anni, sono in crisi da un po' di tempo.
Quando Amelia, nel febbraio 2020, scopre di aver vinto un weekend nelle Highlands scozzesi, si organizza immediatamente perché lei e il marito possano partire e provare a rimettere insieme, il giorno del loro anniversario, i pezzi di un matrimonio ormai in crisi.

La destinazione è Blackwater Chapel, una vecchia cappella ristrutturata e sita in una zona piuttosto sperduta e solitaria, circondata da montagne e, in questo periodo dell'anno, anche dalla neve.

Accompagnati dal fedele cane Bob, i due si introducono nella chiesa sconsacrata ma è evidente che quel posticino non sia proprio ideale per un finesettimana all'insegna del romanticismo!
E' una struttura vecchia, malmessa, cupa, triste, con tanti dettagli sinistri ed inquietanti, insomma assomiglia a una casa dei fantasmi e ci manca poco che dal muro sbuchi all'improvviso una presenza spettrale!

Ma la coppia ormai è lì e tanto vale provare a famigliarizzare con l'ambiente e rilassarsi.

Certo, il modo in cui Amelia è venuta in possesso del premio e la tipologia di struttura in cui sono finiti insospettiscono Adam - che già per natura e per professione è solito abbandonarsi alla fantasia e ad immaginare scenari sordidi e paurosi -, il quale sente che in quella vacanza c'è qualcosa che non va.

Adam è uno sceneggiatore e mancato scrittore; ha un romanzo (dal titolo Morra cinese) nel cassetto ma non è mai stato pubblicato né ha trovato qualcuno disposto a trasporlo in tv o al cinema.
Deluso e frustrato, si è buttato nella sceneggiatura ed infatti da anni butta giù adattamenti di romanzi thriller, in particolare dello scrittore Henry Winter, una figura enigmatica che è diventata molto importante per Adam, quasi un padre, un mentore, un punto di riferimento.

Amelia è invece impiegata in un canile e svolge il suo lavoro con gli animali con sincera passione e devozione, convinta che relazionarsi con i cani sia di gran lunga più benefico che farlo con gli esseri umani.

Come dicevo prima, il loro matrimonio naviga in acque poco tranquille: le differenze caratteriali, le frustrazioni professionali, la mancata realizzazione di alcuni sogni.., li stanno allontanando.
Almeno in apparenza.

In realtà, leggendo comprendiamo che tra marito e moglie ci sono troppi segreti e troppe bugie che difficilmente un fine settimana in una ex-cappella da brividi potrà sistemare.

Ben presto sarà chiaro che quel premio non l'hanno vinto per caso, e che il passato sta tornando, un passato che entrambi vorrebbero aver dimenticato. 

Di questo passato il lettore viene informato un po' alla volta grazie all'alternanza tra la narrazione del presente (2020), affidata ad Amelia e Adam, e quella del passato, affidata alla moglie e che consiste in una serie di lettere scritte in segreto (e mai consegnate) per Adam: una lettera per ogni anniversario di matrimonio, a partire dal 2008 e denominata con un materiale specifico (carta, cotone, bronzo ecc...), che a sua volta corrisponde all'anno di matrimonio (ad es. il primo anno di matrimonio solitamente è chiamato "di pietra", il secondo "di carta").

In ognuna di queste lettere mai fatte leggere, la moglie confessa al coniuge pensieri, paure, emozioni e qualche piccolo segreto tenuto nascosto per amore, per mantenere la pace e l'equilibrio tra di loro...

" Non è forse questa la chiave di tutte le relazioni di successo? Il compromesso? Esiste un matrimonio davvero felice?"

"A volte una menzogna è la verità più gentile che tu possa raccontare a una persona, incluso te stesso."

Leggiamo e apprendiamo, nel continuo andare e venire tra passato e presente, molti particolari sui vissuti personali di Adam e Amelia, oltre che sul loro matrimonio.

Entrambi sono orfani di ambedue i genitori e di queste assenza hanno sofferto; se Amelia è passata da una famiglia affidataria all'altra, sviluppando il timore dell'abbandono, Adam ha perso sua madre in un tragico incidente stradale: quando aveva solo tredici anni, Adam vide morire sua madre sotto i propri occhi e questo è stato un trauma molto forte, che gli ha lasciato incubi e tormenti interiori.

Adam, inoltre, è affetto da prosopagnosia, un deficit cognitivo-percettivo che lo rende incapace di distinguere i lineamenti dei volti, compresi i propri; è intuibile come questa condizione generi facilmente problemi, disagi, sia in lui - che non riesce a riconoscere nessuno, se non da altre peculiarità (profumi, voce...), neanche chi ama - , sia in chi gli è vicino, tipo la moglie, che spesso Adam non riconosce...

Tra i due, inoltre, si è creato un muro di amarezza, incomunicabilità, chiusura a motivo delle aspirazioni professionali di Adam, il quale non riesce a sfondare come vorrebbe e soprattutto nell'ambito in cui vorrebbe eccellere: come sceneggiatore riesce a lavorare da anni, ormai, viene anche abbastanza apprezzato, ma l'idea che il proprio romanzo non piaccia a nessuno e che non venga portato sullo schermo lo rende infelice e insoddisfatto.
Eppure, al suo cospetto, una persona come Amelia - col suo lavoro semplice, che non richiede di certo particolari qualifiche - si sente insignificante:

"A volte però il successo di Adam fa sentire me una fallita. Adam è un bestseller fatto e finito, mentre io sono ancora a stento una prima bozza. Un lavoro in corso."

Ma il matrimonio non è sempre stato così incerto: dalle lettere apprendiamo che Adam è stato felice con sua moglie per diversi anni; certo, hanno sofferto per non aver potuto realizzare il desiderio di essere genitori, ma il loro amore ha resistito...

Adesso che sono a Blackwater, soli soletti, riusciranno a guardarsi negli occhi e a parlarsi?

Purtroppo, il pernottamento in questa singolare casa è tutto fuorché tranquillo ed entrambi capiscono, dopo poche ore, di non essere al sicuro: c'è qualcosa che non li fa stare sereni e hanno la brutta sensazione che qualcuno abbia voluto attirarli proprio in quel posto abbandonato per una ragione ben precisa.

Quale? E chi ha teso loro una tale trappola sotto forma di vacanza premio? Cosa rischiano restando a Blackwater, da cui tra l'altro sembra molto difficile andar via...?

Nell'arco di quarantotto folli ore, si deciderà il loro destino e il lettore si ritroverà dinanzi a diverse rivelazioni e sorprese che daranno una crescente suspense alla lettura.

"L'anniversario" è un bel thriller, l'ho trovato appassionante nel suo complesso; certo, nella prima metà il ritmo è più placido e la storia si sviluppa senza grossi scossoni, in quanto impariamo a conoscere i protagonisti e il loro legame.
A gettare fumo negli occhi e a complicare le cose c'è però una terza voce narrante, che si inserisce da subito tra Adam e Amelia: Robin.

Robin è una donna che vive nei pressi di Blackwater ed è molto interessata all'arrivo della coppia nella cappella.
Come mai? Chi è questa donna? Forse ha attirato lei Adam ed Amelia lì? 

Avvicinandoci alla fine, più di un altarino viene scoperto e, con un ritmo sempre più incalzante, veniamo messi davanti alle tante verità che, nel corso dei precedenti capitoli, ci sono state sapientemente "nascoste", o per lo meno non esplicitate e quindi volutamente rese "ingannevoli"; la Feeney sa come depistarci per poi darci i tasselli giusti al momento giusto, in un susseguirsi di colpi di scena.

In questo romanzo vale il detto "nulla è come sembra": tutti mentono e non ti puoi fidare di nessuno, nemmeno di chi dice di amarti.

Promosso, è stata una lettura convincente.


giovedì 30 aprile 2026

Recensione: LE MEDUSE NON HANNO ORECCHIE di Adèle Rosenfeld



Il racconto in prima persona di come affronta le sfide della comunicazione (e, di conseguenza, il rapporto con gli altri, le incomprensioni che nascono quando non ci si capisce...) una giovane donna affetta da una grave forma di ipoacusia.


LE MEDUSE NON HANNO ORECCHIE 
di Adèle Rosenfeld 




Piemme
trad. L. Bussotti
224 pp
«Che importa la sordità dell’orecchio, se la mente intende? L’unica sordità, la vera sordità, la sordità incurabile,
 è quella dell’intelligenza» 
(Victor Hugo)

Louise è nata sorda da un orecchio (il sinistro) e con l'altro sente a malapena.
Per i primi trent'anni della sua vita, ha vissuto al limite tra sordità e "normalità", non sentendosi totalmente parte né degli udenti né dei non udenti, e provando a barcamenarsi in un mondo rumoroso aggrappandosi con disperata fiducia all'apparecchio acustico nascosto tra i capelli.

Ma adesso che la situazione sta peggiorando e pure l'orecchio destro sta perdendo del tutto l'udito, sente che la sua esistenza sta entrando in una fase ancora più instabile di quanto non fosse già per via del suo handicap.

Di fronte a questa inevitabile perdita d'udito, il suo medico le ha suggerito un impianto cocleare, procedura irreversibile che inevitabilmente influirà non solo sull'udito ma sull'intera esistenza della giovane donna. 

Si sente pronta Louise a perdere il suo, seppur molto limitato, udito naturale a vantaggio di uno artificiale?

"Orfana. Sì, era proprio questo che avevo sempre provato, la sensazione di non appartenere a nessun mondo. Non abbastanza sorda per sentirmi legata alla cultura dei sordi, non abbastanza udente per partecipare appieno al mondo degli udenti. Tutto stava in ciò che mi convincevo di essere o di non essere. I danni collaterali che avevano aperto profonde crepe nel mio ego e nella fiducia in me stessa, per gli altri erano disturbi senza nome, difficili da capire."

La donna finora ha vissuto sforzandosi di non dare a vedere agli altri - i "normali" - di avere problemi di sordità, imparando a  fingere di aver capito, a guardare fisso le labbra dell'interlocutore per carpire parole, discorsi, stralci di conversazioni, accettando di essere considerata stupida dalla maestra di inglese piuttosto che sorda, ma soprattutto in trent'anni si è creata un mondo immaginario, parallelo a quello reale, in cui la fantasia è divenuta il mezzo per riempire i buchi lasciati dal non riuscire a sentire bene. 

Inevitabilmente, i fraintendimenti, le incomprensioni, i silenzi o le risposte imbarazzanti non mancano, anzi, sono piuttosto frequenti, e per affrontarli Louise "si serve" di bizzarre creature immaginarie, partorite della sua fervida immaginazione: un soldato della Prima Guerra Mondiale, un cane di nome Cirro, un botanico..., personaggi che l'accompagnano durante i mesi di riflessione e dubbio, mentre deve decidere se accettare o meno l'impianto.

Questo universo fantastico si incrocia e si scontra quotidianamente con la vita reale, che si sta arricchendo di novità: l'amore di e con Thomas, il suo primo lavoro in municipio (non privo di difficoltà, tutt'altro), un'amicizia che si sta sgretolando. 

Di pagina in pagina, il lettore segue Louise nel suo quotidiano e lei lo travolge con il suo fiume di pensieri, timori, domande, fantasie, il tutto raccontato con leggerezza e ironia.


La Rosenfeld ha scritto un'opera originale, ricca di umorismo e tenerezza, che racconta il mondo e la vita di tutti i giorni dal punto di vista di un'ipoacusica, i suoi svantaggi, limitazioni, paure, ma anche i mille modi per cercare di non soccombere alla propria disabilità, al terrore di sentirsi alienata, isolata, eternamente incompresa e quindi emarginata, ed esplora anche il potere dell'immaginazione e i limiti del linguaggio.

Attraverso la protagonista, riusciamo a sentire la sua angoscia rispetto al frastuono irriconoscibile proveniente dal mondo esterno, il senso di impotenza ed ingiustizia quando non capisce cosa dice l'interlocutore e il non riuscire a farsi capire da lui, la tentazione di evitare questo disagio standosene da sola, chiusa in casa a macerarsi nella convinzione che le proprie orecchie difettose siano un imbuto soffocante che le impedisce di vivere appieno e che le atrofizza l'anima.

Immagino che anche a voi, come a me, il titolo susciti curiosità; ebbene, a spiegarcene il senso è la stessa Louise: "le meduse non avevano orecchie, ... possedevano degli organi sensoriali orientati verso la sensibilità visiva o l’equilibrio. Mi sentivo medusa, fluttuante nella massa, senza visibilità."


Cosa mi è piaciuto di questo romanzo: l'originalità della tematica, il piglio ironico e fresco nell'affrontarla, che non va assolutamente a togliere serietà all'argomento della sordità/ipoacusia, ai disagi vissuti ogni giorno e in vari contesti di vita dai sordi, ma anzi permette al lettore di avvicinarvisi con rispetto ma senza alcuna pesantezza e drammaticità, filtrando tutto attraverso la lente della protagonista: una lente decisamente multicolore, ricca di stimoli, pensieri, dialoghi fantasiosi, elucubrazioni di ogni tipo. Ho apprezzato il ritmo e la brevità dei capitoli (alcuni sono composti da poche righe).

Cosa non mi ha convinto: l'ho trovato un tantino confusionario, in particolar modo per via del continuo mescolarsi di realtà e fantasia, nel senso che il mondo immaginario di Louise si confonde con la dimensione reale e in certi momenti era complicato distinguere tra i due livelli. Certo, posso anche pensare che questo caos sia voluto perché corrisponde a ciò che vive e sente la protagonista, ma dal punto di vista narrativo mi ha un po' infastidita, pure perché spesso non capivo il nesso tra i vari "deliri" e fantasticherie di Louise.

Concludendo: lo consiglio a chi è interessato all'argomento ed è pronto o desideroso di affrontare una lettura particolare e non sempre lineare.

lunedì 27 aprile 2026

Recensione: TUTTE LE RAGAZZE MENTONO di Piergiorgio Pulixi

 

Melissa è un'adolescente che ha perso, da pochi mesi, la sorella maggiore, morta suicida.
Ma la ragazza non crede alla versione ufficiale ed è convinta che ci sia un'altra spiegazione dietro alla improvvisa e tragica morte di Denise, così piena di vita, ed è pronta a scavare nel suo gruppo di amiche del cuore per scoprire la verità.
Non ha la minima idea del complicato ginepraio di bugie e tradimenti in cui si ritroverà coinvolta.


TUTTE LE RAGAZZE MENTONO
di Piergiorgio Pulixi



Rizzoli
192 pp
Melissa (che tutti chiamano Sissy) è tormentata ormai da mesi dal pensiero di sua sorella Denise, la ragazza perfetta e ammirata da tutti che è stata trovata morta sui binari del treno. 
La polizia non ha avuto dubbi sin dal primo momento: è un tristissimo caso di suicidio, per cui l'indagine è stata archiviata subito.

"...si sono arresti alla tesi più banale: suicidio. Da queste parti, del resto, è un fenomeno fin troppo comune tra i giovani, pare che sia l'unico modo che i ragazzi conoscono per fuggire da Saruxi".

Ma Sissy non si rassegna: è convinta che ci sia molto di più dietro quella fine inspiegabile. 

Sua sorella era ed aveva tutto ciò che la rendeva felice: bella, spigliata, era amata dai genitori (più di quanto Sissy ritiene di essere mai stata amata da loro), adorata dal fidanzato Thomas, ricercata e circondata dalle amiche Emma, Sofia, Vera ed Aurora, e in generale era popolare e oggetto della sincera ammirazione da parte di chiunque la conoscesse.
La stessa Sissy un po' la "venerava" e un po' la detestava in quanto al suo confronto lei è sempre stata un brutto anatroccolo privo di bellezza estetica e di particolari talenti e virtù.

In poche parole, Denise non aveva nessuna ragione per togliersi la vita. 

A nutrire i suoi dubbi non c'è soltanto la personale conoscenza della sorella maggiore, ma anche i comportamenti enigmatici delle sue quattro inseparabili amiche, oltre che del fidanzatino di Denise, Thomas.
Tutti loro sembrano troppo sfuggenti, tanto da destar sospetti e mille domande in Melissa.

E se il suo intuito avesse ragione e Denise non si fosse suicidata?

Intenzionata a scoprire la verità, con il sostegno della propria best friend - Dafne, sorella minore di Vera, anch'ella snobbata dalle ragazze più grandi e trattata come una sfigata - Melissa inizia a indagare sul gruppo di amiche più popolari del paese, tutte ragazze bellissime, chic, dagli atteggiamenti platealmente snob, ma soprattutto tutte incredibilmente perfide e - Sissy ne è certa - sicuramente bugiarde.

È possibile che le quattro ragazze - che attualmente vivono le proprie vite con una spensieratezza disturbante, come se in pochi mesi avessero dimenticato la morte di Denise - sappiano molto più di quanto ammettano?

Tra ossessione e desiderio di vederci meglio - per dare, eventualmente, giustizia alla sorella -, Melissa comincia a mettere il naso lì dove pensa possano esserci possibili indizi, quindi fruga tra foto, messaggi e ricordi proibiti,..., scoprendo un microcosmo adolescenziale fatto di ombre inimmaginabili: segreti che s’intrecciano a bugie e a un amore disperato di cui non si doveva sapere. 

Nel corso della sua personalissima e segreta indagine, viene messa davanti a quella che è una dolorosa realtà interna a Saruxi, che da qualche tempo sembra essersi trasformato in un incubo per i suoi giovani, che troppo facilmente 

"si stufano, si arrendono e si tolgono la vita. C'è qualcosa di malato, qui".

Sì perché Denise non sarebbe mica un caso isolato di suicidio giovanile: poco prima di lei c'è stato Loris, che era fidanzato con Vera.

Sembra, quindi, che questo paese porti su di sé un'angosciante croce, un dolore che però tutti cercano di nascondere sotto "un ipocrita tappeto di perbenismo".

Accettare che Loris e Denise (cui seguirà un'altra misteriosa ed improvvisa morte, sempre di un'adolescente, e non una a caso...) abbiano volontariamente deciso di porre fine alla propria esistenza è certamente doloroso, ma al contempo diviene una scappatoia per evitare di farsi ben altre domande, di puntare i riflettori sui comportamenti devianti di giovani che la gelosia e l'invidia stanno mutando in mostri, inducendoli a sporcare ogni sentimento di amicizia montando su un teatro di bugie e inganni.

Più si addentra in una rete di menzogne e tradimenti di cui era all'oscuro, più Melissa si convince che dietro l'ondata di presunti suicidi che sta sconvolgendo la comunità, si celi probabilmente un assassino (o forse più di uno?).

 Ma allora di chi può fidarsi?
L'unica alla quale confida pensieri, paure, dubbi è Dafne, e può solo sperare che ella sia davvero sincera, che non sia come le altre ragazze coinvolte in questa brutta storia puntellata da innumerevoli menzogne, odio, cattiverie, vendette, rancori e, più di tutto, da una spaventosa assenza di scrupoli e di pietà.

Melissa è cresciuta in una realtà di provincia, all'interno di una buona famiglia in cui però si sente da sempre invisibile, messa in secondo piano rispetto alla compianta sorella, verso la quale i cari genitori nutrivano aspirazioni e speranze, tant'è che anche ora che è rimasta solo lei, comunque Melissa sente di essere ancora la "figlia di serie B": per carità, mamma e papà l'amano ma lei lo vede che hanno smesso di vivere, di sorridere, di trovare un senso alle proprie giornate, e la presenza della loro unica figlia sembra non dare loro alcuna motivazione per andare avanti.

Non supportata emotivamente dalla famiglia, Sissy si ritrova praticamente sola davanti a un branco di lupi che paiono aver quasi stretto un patto diabolico per coprirsi le spalle a vicenda e fare muro contro ogni ricerca della verità.

Perché la verità su ciò che davvero è accaduto a Denise e Loris è da qualche parte, oltre quella barriera di omertà e minacce, e Melissa capisce che l'unico modo per sfondarla è trovare una crepa prodotta dall'interno, da qualcuno del gruppo di amiche che ancora riesce a provare senso di colpa e rimorso.


Quest'ultima pubblicazione di Piergiorgio Pulixi accoglie in sé più generi letterari: romanzo di formazione, young adult, thriller e mantiene quelle caratteristiche nello stile che personalmente amo in questo autore, come la fluidità narrativa, la brevità dei capitoli, l'equilibrio tra parti dialogiche, descrittive, narrative ed altre dedicate all'interiorità della giovane protagonista.

Se mi "limito" a valutare il romanzo dal punto di vista del pubblico di lettori cui è principalmente rivolto (14-18 anni), credo sia assolutamente un buon romanzo, con una trama che si fa via via più coinvolgente, un punto di vista e un linguaggio adeguati all'età dei personaggi coinvolti, la presenza di tematiche legate al mondo giovanile, la linearità nello sviluppo delle vicende.

Detto questo, da fan di Pulixi ho avvertito una eccessiva semplicità nello sviluppo e nell'epilogo della storia, ma mi dico che probabilmente quella che - leggendo - mi sembrava una debolezza nella struttura narrativa, probabilmente è appunto una scelta precisa dell'autore, che ha voluto evitare una costruzione articolata, un ritmo serrato da thriller psicologico, proprio in virtù del fatto che il romanzo è destinato in special modo a lettori più giovani.

Non dico che la lettura mi abbia delusa, perché Pulixi sa sempre catturare la mia attenzione e mantenere accesa la voglia di proseguire di capitolo in capitolo, però ho sentito la differenza con altri suoi romanzi che ho amato, come quelli della serie con Strega-Rais-Croce.

Conclusione: è un romanzo senza dubbio scorrevole, credo possa piacere sia ai teenager che agli adulti perché si sofferma sul complesso mondo adolescenziale/giovanile e sulle dinamiche emozionali e le relazioni che si instaurano tra ragazzi e ragazze. 



Libri di Pulixi recensiti sul blog

  1. L'ISOLA DELLE ANIME
  2. UN COLPO AL CUORE
  3. LA SETTIMA LUNA
  4. STELLA DI MARE
  5. PER UN'ORA D'AMORE
  6. L'uomo dagli occhi tristi
IL CANTO DEGLI INNOCENTI

LO STUPORE DELLA NOTTE
L'APPUNTAMENTO
L'IRA DI VENERE
SE I GATTI POTESSERO PARLARE
LA LIBRERIA DEI GATTI NERI
IL MISTERO DEI BAMBINI D'OMBRA
LA DONNA NEL POZZO

sabato 25 aprile 2026

Recensione: LE LIBERE DONNE DI MAGLIANO di Mario Tobino

 

Pubblicato per la prima volta nel 1953, quest'opera dello psichiatra Mario Tobino non soltanto ci avvicina alla vita dei ricoverati psichiatrici nei manicomi, ma ancor prima, lungi dall'essere un racconto asettico, noioso e meramente documentaristico, ci permette di guardare fatti, ambienti e persone attraverso gli occhi di un medico che amava la propria professione e la svolgeva ogni giorno con passione, convinzione e tanta umanità. 


LE LIBERE DONNE DI MAGLIANO
di Mario Tobino


Mondadori
168 pp
"Scrissi questo libro per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, 
meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà. 
Non sottilizzai sulle parole, se era meglio chiamare l’istituto manicomio oppure ospedale psichiatrico,
 usai le parole più rapide, scrissi matti, come il popolo li chiama, invece di malati di mente. 
Correvo al mio scopo, tentai di richiamar
e l’attenzione dei sani su coloro 
che erano stati colpiti dalla follia.”

Mario Tobino è stato psichiatra e direttore del manicomio di Maggiano (nel libro Magliano), vicino Lucca, e questo libro - una sorta di diario, di memoriale in forma romanzata - è frutto della sua esperienza diretta.

In esso, il dottore si sofferma in particolare sulle ospiti del reparto psichiatrico femminile: sono gli anni in cui non si somministravano ancora i "miracolosi psicofarmaci" né c'era stata la riforma Basaglia; qui le donne vengono curate con elettroshock, camicie di forza, isolamento.

Le «libere donne di Magliano» sono figlie, mogli, sorelle, donne sole che, in questa comunità protetta e isolata dalla società civile, sono "libere" di essere loro stesse, o meglio di essere ciò che sono diventate a causa delle loro diverse (e più o meno gravi) patologie psichiatriche: aggressive, tristi, disperate, sciatte, miti, malate, alcune vedove senza tutela o altre "semplicemente" fuggite dal mondo, scomode perché ribelli, sessualmente libere, depresse. 

Tobino ci lascia entrare nella loro quotidianità, trascorsa tra visite, colloqui, momenti di crisi anche  violente; ci racconta brevemente del background di alcune matte (le famiglie da cui provengono, gli episodi traumatici che hanno segnato un punto di rottura nelle loro esistenze, i comportamenti assunti in ospedale, i legami con le altre ospiti...), di alcuni significativi episodi che le vedono coinvolte, delle ragioni che le hanno portate lì, in quel piccolo e disperato universo immerso nella campagna lucchese.

Tobino - che ha lavorato a Maggiano dal 1942 al 1980 - non dimentica di parlarci anche delle suore e degli infermieri impegnati a prendersi cura delle ricoverate, definite come  “libere” ovviamente con un'accezione amara: sono libere solo dentro i confini del manicomio.


È un racconto interessantissimo per contenuto, contesto e, più di tutto, a colpirmi positivamente è stato proprio il narratore: la sua voce è lucida, consapevole, analitica ma anche tanto tanto empatica, partecipe umanamente delle disgrazie delle sue assistite, e non nasconde spesso sentimenti di rabbia, impotenza verso il "mondo esterno" che si limita a rinchiudere "i pazzi" e a dimenticarli tra quelle mura.

La narrazione procede con uno stile volutamente frammentario (come se ci trovassimo davanti tanti scatti fotografici, che di volta in volta mettono a fuoco una storia, un personaggio, un aneddoto ben preciso) tra descrizioni cliniche e professionali rese con una penna asciutta, e osservazioni intrise di emozioni, pensieri personali, che denotano come chi scrive non sia neutrale, distante dalla complessa realtà raccontata, ma anzi la conosca in prima persona e la "senta" a 360 gradi.

Leggetelo se vi interessa e volete avvicinarvi all'argomento delle condizioni dei "pazzi" nei manicomi del dopoguerra, in special modo delle donne sole, rese più fragili da condizioni famigliari intrise di povertà, ignoranza, bigottismo, mentalità patriarcale, del manicomio come luogo di reclusione che finiva per isolare ed annullare l’individuo.

Confesso di aver avuto il desiderio di leggerlo dopo la visione della fiction Rai "Le libere donne", con Lino Guanciale; preciso che la fiction di per sé mi è piaciuta ma che in seguito alla lettura di questo diario romanzato di Tobino, mi sono resa conto di quanto il prodotto tv si ispiri ad esso ma ovviamente aggiunga tanta roba assolutamente inventata; detto ciò, mi è piaciuto molto perché è un testo tra i più importanti antecedenti la legge Basaglia (1978) ed è profondamente umano, guidando il lettore nelle stanze della follia, dove risiedono uomini e donne che somigliano a fiori che nessuno, da fuori, vuol vedere, pur essendo i matti - come tutti gli esseri umani - «creature degne d'amore».

lunedì 20 aprile 2026

Recensione: STORIE DI SASSI di Cristian Virecci Fana



Ispirato a fatti reali, questo romanzo mette al centro il complesso universo delle emozioni attraverso la storia di due uomini, le cui esistenze sono costellate di delusioni amorose, rimpianti, solitudine, incomprensioni ma anche voglia di riscatto.



STORIE DI SASSI.
Una storia vera di emozioni, segreti e perdono
di Cristian Virecci Fana


444 pp
18.72 euro
Erik Brando Leone è un giovane scrittore, con all'attivo un libro che ha raccolto un discreto successo; attualmente, però, sente venir meno l'ispirazione e per cercare di ritrovarla, decide di recarsi in un paese della Sicilia lontano dal traffico e della frenesia della vita di città.

Non sceglie un posto qualsiasi, bensì uno che era solito frequentare durante l'infanzia con i genitori: Santa Teresa, in provincia di Messina.

Venendo qui, non cerca solo la tranquillità e la solitudine necessarie per scrivere, ma anche una fuga da un passato tormentato, segnato da conflitti familiari e tradimenti. 
Erik ha, infatti, cattivi rapporti con i genitori, in particolare col padre, con il quale si è alzato un muro di incomprensioni difficile da abbattere e che li sta allontanando sempre più.
A nulla serve convincersi che tener fuori i genitori dalla propria vita possa fargli bene: i fantasmi del passato non lo lasciano in pace, lo seguono ovunque vada, trascinandolo di nuovo nell’oscurità dell’alcol e della solitudine.


Il suo solitario soggiorno in Sicilia viene reso movimentato dall'incontro con due persone, che diventeranno centrali nella sua vita.

Il primo è un anziano eccentrico di nome Lorenzo; questi trascorre la maggior parte delle sue giornate a raccogliere sassi lungo la battigia, vive vicino al mare in una tenda e agli occhi di Erik sembra "un vecchio pazzo", solo e senza amici né famiglia, che passa le ore con lo sguardo perso nel mare. 

Dopo aver salvato Erik dal mare in tempesta, le loro vite si intrecciano in modi che nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare.

La seconda persona che sconvolge definitivamente l’apparente serenità ritrovata di Erik è Anna, la sua nuova collega di lavoro. 
Anna è una ragazza allegra, estroversa, spontanea, che mostra molta simpatia per Erik, il quale ne è attratto ma, al contempo, a motivo dell'ultima delusione d'amore per la quale ha sofferto, è restio ad aprire la porta ad eventuali relazioni e, in generale, alla possibilità di innamorarsi.

Ma Anna non demorde e, quando Erik viene convocato in ospedale per conto di un dottore che ha in cura Lorenzo (che nel frattempo si è sentito male ed è stato ricoverato d'urgenza), lo accompagna dall'anziano e insieme imparano a conoscere meglio lui, il suo passato e il suo grande amore.

Erik ed Anna si recano nella casa di campagna dell'uomo e lì trovano un diario e delle lettere che li portano a scoprire parte del mistero che avvolge Lorenzo, mentre tra di loro comincia a nascere qualcosa di profondo e inaspettato. 

Dal momento in cui Erik ritrova il diario di Lorenzo, tanto lui ed Anna quanto il lettore vengono portati indietro nel tempo, in un costante alternarsi di presente e passato.

Conosciamo Lorenzo giovane, quand'era un adolescente che si divertiva con gli amici al mare, nella bella Sicilia, e soprattutto apprendiamo del suo grande amore, Giorgia.
Giorgia è una coetanea di Lorenzo e tra i due si instaura dapprima una sincera amicizia, fatta di battute, scherzi, serate trascorse insieme, confidenze e sorrisi.
Per anni, i due si rivedono ad ogni estate e, col passare delle stagioni, l'amicizia lascia spazio a un sentimento diverso, che Lorenzo non ha dubbi a identificare come amore.

Ma Giorgia? Anche per lei è amore o continua a vedere Lorenzo come un buon amico con cui ridere e scherzare?

La lettura ad alta voce del diario presso il capezzale di Lorenzo - con la speranza che la memoria del vecchio  venga risvegliata dai ricordi contenuti nel quaderno - inevitabilmente finisce per toccare profondamente Erik, nonostante egli si sforzi in tutti i modi di ostentare indifferenza e insofferenza davanti all'impegno di recarsi all'ospedale per visitare una persona che, in fin dei conti, è per lui un estraneo.

«A volte, per ritrovare sé stessi, bisogna perdersi nel passato degli altri.»

Ed è ciò che succede ad Erik che, tra lettere d’amore e promesse da mantenere a ogni costo, accoglie la sfida di rimettere insieme i pezzi della propria esistenza attraverso quella di Lorenzo, narrata non soltanto nel diario ma anche dai numerosi sassi raccolti per anni.

Cosa rappresentano i sassi per Lorenzo?  Perché sono stati così importanti per lui?

"Il mondo è pieno di sassi, sassi piccoli, sassi grandi, sassi di vario genere e colore. La spiaggia ne è piena e alle volte si possono odiare perché pestarli risulta fastidioso; ma non puoi evitarli: sono troppi. Poi ci sono io, che guardo i sassi con nostalgia, come un vecchio guarderebbe la sua foto da giovane, con gli occhi lucidi, pronti a esplodere. Ho amato un sasso con tutto me stesso e l’ho tenuto custodito in un cassetto per tanto tempo, ma adesso è divenuto proprio come quello che tenni in mano: polvere, trascinato da un vento gelido..."


Erik Leone è venuto a rifugiarsi in un villaggio piccolo e sonnacchioso per ritrovare la vena di scrittore, per sfuggire ai propri rancori e dispiaceri, per leccarsi le ferite ed autocommiserarsi nella solitudine, ma la vita ha in serbo per lui un cambio di direzione e, in poco tempo, le sue giornate e il suo modo di vedere le persone, il mondo, i problemi, i sentimenti, muta, matura, perché è lui stesso ad evolvere, a cambiare dentro.

Il suo carattere, inizialmente, non desta immediata simpatia, tutt'altro: schivo, solitario, taciturno, poco socievole, Erik adotta solitamente atteggiamenti molto scostanti con le persone con cui si relaziona, che siano colleghi di lavoro o estranei incrociati per caso, finendo spesso per essere scostumato e intrattabile.

Diciamo pure che è un sasso spigoloso, ruvido, ma l'incontro con Lorenzo (e il suo passato) ed Anna potrebbe aiutarlo a smussare certi angoli, ad ammorbidirlo e a ricordargli quanto fugace sia la vita, troppo imprevedibile e fragile per passarla ad alzare muri di incomunicabilità con i genitori o a rimuginare sugli amori finiti male.

"...la felicità è così effimera che quando è presente nella nostra vita non ci si può permettere il lusso di metterla da parte; la si deve cogliere in tutte le sue sfumature".

La parte relativa a Lorenzo e Giorgia mette al centro questo legame tra i due, la sua evoluzione, i sentimenti e le emozioni ad esso collegate, e rende più chiaro il personaggio di Lorenzo così com'è nel  presente.

Storie di sassi è un romanzo che racconta di come due anime ferite, amareggiate, sole -  un ragazzo in fuga dalla propria vita e un uomo che non ha smesso di vivere nel passato -  si avvicinino l'una all'altra, dando vita ad un'unica storia che unisce dolore e gioia, perdono e rinascita, rimpianti e speranza
Penso possa costituire una lettura adatta in special modo a chi ricerca un libro che tratti d'amore, di crescita personale, e che si caratterizza per una forte componente introspettiva. 

giovedì 16 aprile 2026

Recensione: IL CUSTODE di Ron Rash



Nell'America rurale degli anni Cinquanta sboccia un amore puro e forte tra due giovani, osteggiato dai genitori di lui, dalla guerra, dalle bugie e dagli inganni.
A vegliare e a sostenere questo amore c'è però un amico: è un emarginato che vive immerso nel passato, tra lapidi da pulire e fosse da scavare.
Un amico dal cuore d'oro e fedele ad ogni costo.


IL CUSTODE
di Ron Rash


Ed. La Nuova Frontiera
256 pp
trad. T. Pincio
“Se ne restò in mezzo al silenzio delle lapidi a pensare, non al futuro ma al passato, a due ragazzi che si stringevano la mano lungo un recinto di filo spinato, un patto sigillato col sangue. Spense la lanterna, lasciò gli attrezzi dov’erano. Il canto del cardinale rosso annunciò il risveglio del mondo. La prima luce del giorno filtrava tra gli alberi.”


A Blowing Rock, nel Nord Carolina, nel 1951, Blackburn Gant è un giovanotto taciturno e fondamentalmente solo.
Custode del cimitero del paese, la sua esistenza è stata segnata fin da piccolo dalla poliomielite, che ha lasciato segni evidenti sul suo corpo, nella gamba malmessa e, ancor più, nel suo viso "strano", storpio, storto.

Ma la sua mente e il suo cuore sono integri e Blackburn conosce meglio di chiunque il significato delle parole fedeltà, amicizia, verità.

Ormai praticamente solo al mondo, il ragazzo sembra condannato a trascorrere una vita tra lapidi e morti da seppellire ma non se ne dispiace: questo singolare, e anche un po' lugubre, lavoro gli si addice, lui sembra quasi indossarlo come un abito fatto su misura per il suo corpo malato, che mai potrebbe ambire ad attrarre una donna: Blackburn non è fatto per piacere ma per suscitare sguardi di compassione mista a strafottenza, e quale donna potrebbe mai amare quel viso storto o accettare come marito un uomo sì dalla stazza notevole ma pur sempre claudicante?

Introverso e solitario, a lui va bene così e sente che frequentare e custodire la pace dei morti è sempre meglio che infilarsi nelle follie e nel caos dei vivi.

In paese lo conoscono tutti - come conoscevano suo padre, che rispettavano - ma lui ha un solo amico, tale dall'infanzia e che ancora adesso, nella gioventù, è il solo con cui si trovi bene: Jacob Hampton.

Jacob è un ragazzo appartenente ad una famiglia molto conosciuta; i suoi genitori sono commercianti rispettati e temuti a Blowing Rock; essendo ricchi e potenti, fanno e disfanno, decidono cosa si può o non si può fare, se uno debba avere o meno un impiego (è stato così per lo stesso Gant, che ha avuto il lavoro di custode solo perché la mamma di Jacob, Cora, ha detto sì), se hai o no il diritto di alzare la testa e la voce e far valere i tuoi diritti.
Cora e Daniel Hampton hanno perso due figlie e quando l'ultimo figlio rimasto loro parte come soldato nella guerra di Corea, dolore e preoccupazione li assalgono. Il solo pensiero di perdere anche lui è un tarlo che scava nel loro cuore già ferito e sono disposti a tutto pur di preservare la vita e la felicità di Jacob, semmai dovesse ritornare sano e salvo dalla guerra.

Certo, i rapporti tra loro si sono molto incrinati da quando il giovanotto si è sposato con una ragazza che, per loro, vale meno di zero: Naomi è povera, senza istruzione, lavorava come cameriera prima di incontrare Jacob. I due si sono innamorati perdutamente e hanno deciso di sposarsi in barba al volere degli Hampton (convinti che quella svergognata ambisca soltanto al loro denaro), provocando uno scandalo nella comunità.

Quando Jacob apprende di dover partire, è costretto a fare qualcosa che mai avrebbe pensato di fare: bussare alla porta dei genitori e chiedere loro di prendersi cura della moglie, incinta.

Davanti al loro atteggiamento ostile, il ragazzo non vede altra soluzione che rivolgersi all'amico di sempre: il custode del cimitero, Blackburn Gant, che infatti accoglie Jacob e, di conseguenza, anche Naomi, offrendole aiuto e protezione.

Mentre Jacob fa esperienza diretta e drammatica di cosa siano la solitudine, il freddo, il dolore, la morte nel pieno di una sanguinosa guerra, in un Paese lontano e straniero, con la sola speranza di tornare dalla sua Naomi e dal loro bambino in arrivo a dargli la forza per combattere e resistere, Blackburn e Naomi formano un duo di emarginati e respinti che deve vedersela contro tutto e tutti.

La gente li guarda in tralice e sparla (com'è possibile che una donna sposata e in dolce attesa stia "pappa e ciccia" con l'amico del marito? Allora è vero che è una poco di buono e gli Hampton avevano ragione nel non volerla accogliere in famiglia!) e Cora e Daniel vengono travolti da rabbia, frustrazione, amarezza.

Quel loro figlio impulsivo, testardo, che prende decisioni senza consultarli o, peggio, per dimostrare che è un adulto in grado di farcela da solo, che disobbedisce senza guardarsi indietro (salvo poi avere la faccia di bronzo di chiedere loro di ospitare quella sgualdrinella in sua assenza), un ingrato che non capisce come i suoi genitori siano disposti a dargli le redini delle loro attività, sciocco e ingenuo perché non si chiede se Naomi ami lui o la sua ricchezza..., quel figlio là... è l'unico che hanno ed essi si sono messi in testa di riprenderselo.

Se Jacob tornerà dalla Corea - intero o storpio non importa, l'importante è che torni vivo -, i coniugi Hampton sono ben felici di riaccoglierlo in casa, di coccolarlo, vezzeggiarlo, curare le sue ferite emotive e psicologiche, fargli sentire amore, sicurezza, protezione... ma Naomi dev'essere fuori dalle loro vite, compresa da quella di Jacob.

La mente pragmatica e fredda di Cora Hampton comincia a rimuginare nelle notti insonni e architetta un piano denso di inganni e menzogne per ottenere ciò che vogliono. Ovviamente questo piano diabolico necessita di alleati, in primis il marito Daniel (inizialmente scettico) e poi giusto altre poche persone da tener zitte e buone con promesse o minacce.

"Erano tantissime le bugie da tenere in piedi e altre ne sarebbero seguite. Somigliavano a una lunga fila di vagoni su un ripido pendio, bastava lo sganciamento di uno soltanto per causare un disastro".

Tra gli ingannati, ovviamente, ci sono gli ignari Blackburn e Naomi, che si fanno forza a vicenda; il ragazzo va a trovare Naomi nella fattoria in cui ella viveva con Jacob dopo il matrimonio ed è una figura presente e rassicurante... fino al giorno in cui accade qualcosa che cambia tutto, che getta una croce su sogni, speranze e promesse di felicità.

Come due Romeo e Giulietta impiantati nell'America di metà Novecento, l'amore tra Naomi e Jacob viene ostacolato, tra loro si frappongono bugie e segreti che rischiano di separarli irrimediabilmente, di tenere all'oscuro l'uno del destino dell'altra.

Ma nessuna verità può restare nascosta e sepolta per sempre.
Non se a custodire quell'amore e quell'amicizia è un custode come Blackburn Gant, il quale sarà pure ammaccato nel corpo, ma il suo cuore è pulito, integro e tanto grande da contenere sentimenti di lealtà assoluta verso gli amici, un grande senso della giustizia e una convinta ricerca della verità anche laddove a rischiare tanto - per non dire tutto, perché gli Hampton sanno essere prepotenti e cattivi, se sfidati - è lui in prima persona.

Ma per un amico con cui, da ragazzo, ha stretto un patto di sangue, un sacrificio si può fare, per quanto alto e rischioso.
E non solo in nome dell'amicizia, ma proprio per una questione di giustizia, di verità.
Imperfetto fisicamente ma non nello spirito, Blackburn non può tollerare e subire "le cose storte", le prepotenze, le angherie di gente persuasa di poter comprare silenzi e omertà con i soldi o con la minaccia di ritorsioni.
Lui non è in vendita e non teme le vendette. 
A poterlo indurre a cedere ci sarebbe solo la remota possibilità che, in cambio del silenzio, potrebbe dare una svolta alla propria vita,  prendersi qualcosa che mai potrebbe pensare di ottenere con le sue sole forze, tanto meno con la sua faccia o il suo fascino inesistente.

Ma se Blackburn decide nel suo cuore di cosa e chi vuol essere custode, nulla potrà farlo desistere dai suoi intenti.

"Il custode" si è rivelato una lettura via via appassionante, una volta entrata appieno nel contesto sociale in cui la storia è inserita; lo scrittore ha una scrittura scorrevole e immersiva, che equilibra bene il racconto delle vicende con le descrizioni degli ambienti, così da permettere al lettore di sentirsi e vedersi lì, in quei posti, a sentire i tiepidi raggi del sole che tramonta, a respirare l'aria frizzante del mattino, a respirare il profumo del pane al mais, a godersi il silenzio nelle notti senza vento.

Rash ci parla di amore, di amicizia, di legami famigliari poco sani e di altri più equilibrati, di guerra e morte e freddo e disturbi da stress post traumatico, di falsità e raggiri perpetrati con lucida freddezza e spacciati per una forma di amore e protezione, di onore, di emarginazione, di pregiudizi, di integrità morale, di desiderio di indipendenza e di autoaffermazione.

È un romanzo che procede a un ritmo placidamente costante, non ha sussulti o virate brusche, ha la calma di Blackburn, la cocciuta speranza di Jacob, la dolce fragilità di Naomi, l'ostinazione di due genitori che rischiano di combinare un macello a causa del loro amore egoistico, insomma è un libro basato sulla forza dei legami e su come essi vengono costruiti - sulla verità o sui tradimenti - e ne ho apprezzato non solamente la storia in sé ma ancor più la penna delicata e quasi lirica in certi momenti (del resto, l'autore è un poeta), concreta ma anche capace di tratteggiare profili umani con molta sensibilità.

Bello, mi è piaciuto.



Citazione

"Forse era quello il lato più triste della vita, non poter capire davvero quanto fosse bella una certa cosa mentre la stavi vivendo. Quanti di quei momenti finivano per essere spazzati via, perduti per sempre."

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