sabato 28 febbraio 2026

Recensione: ESTRANEA di Yael van der Wouden



Pasi Bassi, anni Sessanta. Isabel è una donna schiva e solitaria, con una spiccata ossessione verso la casa di famiglia - in cui vive praticamente da sola - e gli oggetti in essa contenuti. La sua monotona esistenza viene sconvolta dall'arrivo di un'estranea, Eva, la fidanzata del fratello. 
La presenza e la vicinanza di questa donna metteranno in discussione le poche e fragili certezze di Isabel e le sveleranno verità di cui ignorava l'esistenza.



ESTRANEA 
di Yael van der Wouden


Garzanti
trad. R. Scarabelli
276 pp
È il 1961 e Isabel è una giovane donna olandese che trascorre gran parte del proprio tempo in casa.
Solo tra le mura della vecchia casa di famiglia ella si sente protetta, perché qui ha trascorso l'adolescenza ed è stata felice, in particolare quando c'era sua madre (defunta).
Isabel le è stata accanto sino all'ultimo respiro, a differenza dei fratelli Louis e Hendrick, che hanno "spiccato" il volo prima, abbandonando il nido famigliare per cercare ognuno la propria strada.
Adesso che l'amata mamma non c'è più, Isabel ha trasformato la casa in una sorta di tempio, di museo, in cui ogni oggetto, utensile da cucina, suppellettile di qualsiasi genere, ogni tendaggio, coperta..., deve essere lasciato lì, pulito e lucidato, custodito con venerazione, ma di certo né spostato né tanto meno sottratto.
Ed infatti Isabel - che ha assunto una ragazza per cucinare e rigovernare la casa - è sempre attenta affinché nessun gingillo o stoviglia vengano rubati.
Sua madre non vorrebbe, ma custodirebbe ogni tazza, ogni cucchiaino... con estrema gelosia.

Ed Isabel è come lei: si gode la vita in quella dimora tanto amata e curata, la difende e, in un certo senso, si sente a sua volta da essa difesa e protetta.

Un mattino, però, Isabel trova la scheggia di un piatto di porcellana e questo banale evento segna una prima incrinatura in un mondo perfetto ed immobile, a cui ne segue presto una seconda, ben più grave.

La sgradevole novità viene portata in casa dal fratello Louis, col quale la ragazza ha un legame meno stretto, dovuto tanto alla ritrosia e al carattere scorbutico di lei, quanto al modo di fare di lui, sfuggente, libertino, da latin lover che cambia fidanzata ogni mese. Purtroppo per Isabel, è stato deciso (con l'approvazione dello zio Karel, che acquistò questa casa per la sorella e i nipoti, durante la seconda guerra mondiale, garantendo loro un riparo durante quei difficili anni, martoriati - tra le altre cose - dai bombardamenti) che la casa di famiglia passi a Louis nel momento in cui questi lo vorrà, presumibilmente quando maturerà il desiderio di mettere su famiglia.

"Apparteneva alla casa nel senso che non aveva nient’altro, nessun’altra vita oltre alla casa, ma  la casa, di per sé, non le apparteneva."

Fino a quel momento, Isabel può continuare a vivere in quelle stanze, immersa in un silenzio carico di ricordi e interrotto unicamente dal rumore delle pulizie e dal suo prendersi cura del giardino.
La speranza è che Louis, dongiovanni qual è, senta il bisogno di sposarsi e prendere possesso dell'immobile il più tardi possibile.

Con Hendrick, invece, Isabel ha un rapporto più profondo ed empatico; lui è gentile, premuroso, fisicamente più affettuoso (non esita ad abbracciarla o a prenderle la mano quando la sorella comincia, per nervosismo e ansia, a tormentarsela con pizzichi sempre più violenti) e cerca di spronarla ad aprirsi, a non starsene sempre chiusa in casa e magari ad accettare la corte dell'unico uomo che le ronza intorno, Johan (figlio di un'amica di famiglia).

Hendrick è il fratello prediletto, quello che lei ha tenuto fra le braccia quand'erano piccoli, e che da anni ha fatto le proprie scelte di vita non condivise dalla madre.
Hendrick, infatti, è omosessuale e attualmente convive con un altro uomo, Sebastian, di origini algerine.
Sono anni in cui ci si guarda bene dall'ostentare la propria omosessualità in società, la stessa madre restò scandalizzata nell'apprendere l'orientamento sessuale del figlio e anche Isabel è turbata all'idea che il suo fratellino ami un altro uomo...

Un giorno Louis torna a casa e non da solo: con lui c'è Eva, la sua nuova fidanzata: bassina, con i capelli ossigenati e un taglio alla moda, un rossetto rosso troppo audace e quei modi di fare leziosi, da civettuola. 
Eva è, al di là dell'aspetto esteriore, troppo piena di vita e di entusiasmo per i canoni dell'ombrosa e seriosa Isabel, che è da subito infastidita dalla presenza superficiale e rumorosa della futura (?) cognata, la quale non si limita a fermarsi per cena ma, su richiesta e desiderio di Louis, viene invitata a soggiornare temporaneamente nella casa di famiglia, mentre Louis starà via per ragioni di lavoro (tornerà a prenderla in un secondo momento) per qualche settimana.

L'idea che questa tizia - che tra l'altro sprigiona antipatia da ogni poro - occupi anche il minimo spazio in casa sua, manda Isabel in allarme: lei già sta normalmente sulle spine e con la paura che la domestica le rubi cose, spazio e silenzio, figuriamoci cosa può voler dire condividere le giornate intere con un'emerita sconosciuta che gironzola per le sue stanze! 

Ma così viene deciso dal futuro padrone di casa ed Eva porta le proprie cose nella stanza della mamma.

Una decisione del genere innervosisce Isabel, che la vede come un affronto alla memoria materna, violata dalla presenza fastidiosa ed ingombrante di una ragazza che nulla ha da spartire con loro.

Dal momento in cui Eva entra di prepotenza nell'esistenza di Isabel,  nulla è più immobile come prima. Eva ruba il silenzio – o, forse, lo sta dissipando. 

Mentre fuori la primavera tarda a mostrarsi ed Isabel è costretta - volente o nolente - ad interagire (anche un minimo) con l'ospite, qualcosa dentro comincia a cambiare e quella chiusura, la diffidenza, la paura di aprirsi... cominciano a sciogliersi, e ben presto sente sorgere in petto un altro tipo di sentimenti, pensieri, aspettative.
Pulsioni e desideri inaspettati e mai provati la spingono ineluttabilmente verso la bella ed allegra Eva.

Ed intanto che le due si avvicinano l'una all'altra, sparisce un cucchiaio, un piattino, una tazza...

Com'è possibile? Se queste sparizioni non sono frutto della disattenzione di Isabel, chi li sta sottraendo?

Man mano che i giorni passano e che si avvicina il giorno rin cui Louis tornerà per portare via Eva, diverse cose accadono tra le due, sconvolgendole e ridefinendo il loro legame, che prende strade impreviste, costellate da timori, sussurri, sussulti, sospiri, passioni improvvise...

E quando un giorno Isabel riesce a mettere le mani sul diario di Eva - da lei gelosamente custodito - pensa di capire la verità (o per lo meno una parte, quella più immediata e che la trafigge come una spada) sulla sua ospite (che non è più un'estranea...) e il loro rapporto subisce un duro colpo, una rottura che sembra definitiva, immutabile, perché Isabel si sentirà tradita e presa in giro.

Eva sarà costretta ad allontanarsi dalla casa ma le domande e i dubbi su di lei e sulla sua condotta restano ancorate a quelle pareti, che si chiudono attorno alla padrona di casa soffocandola, facendola sentire ancora più sola di quanto non si sia mai sentita.

A chiarire l'identità di Eva e il suo rapporto con la casa sarà la lettura del diario, che corrisponde alla terza parte del romanzo e nel quale leggiamo direttamente le parole di Eva, che racconta il proprio passato, quello della sua famiglia e le tragedie vissute a causa del loro essere ebrei.
Non voglio aggiungere altro, vi dico solo che Eva e sua madre erano sopravvissute all'Olocausto e, nel tornare a casa, avevano trovato una situazione, nel Paesi Bassi, che le vedeva danneggiate su diversi fronti. Ricominciare non era stato facile e leggendo apprendiamo informazioni importanti su Eva.

Estranea è il romanzo d'esordio nella narrativa di Yael van der Wouden ed è, a mio modesto parere, un libro interessante, che nel complesso ho apprezzato: l'ossessione della protagonista per la casa in quanto luogo-rifugio in cui nascondersi e sentirsi al sicuro, in cui la ripetizione di gesti e attività, la solitudine, il prendersi cura con (eccessiva) meticolosità di oggetti e ambienti (trascurando i rapporti umani), di sorvegliare con occhio ipercritico chiunque tocchi qualunque cosa, mi hanno intrigata perché viene fuori la personalità complessa di Isabel, una donna ancora giovane ma che ci appare vecchia dentro, immobile, sospesa in una dimensione domestica che deve restare sempre uguale e immota affinché lei si senta bene.

"Ha reso questa casa la più strana delle trappole. Si è disegnata un cerchio intorno a sé e vive all’interno di quel cerchio e chiunque entri o esca deve rispondere alle sue regole".

Mi è piaciuto l'arrivo di Eva, così diversa fisicamente e caratterialmente dalla padrona di casa, e pronta a scombinare le carte, a portare risate e svago in un contesto in cui c'era solo serietà e poche parole, per lo più bisbigliate.
Davanti a questa ventata di novità, Isabel perde la bussola, si agita, va nel panico, soffoca la rabbia e l'angoscia urlandole dentro un cuscino, si tortura le mani, respira affannosamente, tratta male la causa di questo sconvolgimento sgradito.
Fino a quando si arrende a qualcosa che la travolge ancora di più e che non riesce (e poi non vuole) arrestare: un sentimento che finalmente la fa sentire viva, vibrante, capace di donare e donarsi.

E soprattutto ho apprezzato la terza parte del romanzo, in cui si dà voce a Eva e ci vengono chiarite tanti aspetti, in particolare il legame che ha con Isabel e la casa.

Si affrontano argomenti vari: la solitudine, il legame con la casa quale luogo in cui ci sentiamo noi stessi, l'importanza data al possesso materiale, i comportamenti ossessivi, omosessualità e pregiudizi, la seconda guerra mondiale e l'Olocausto, il periodo post-bellico e come l'hanno vissuto coloro che sono sopravvissuti a quegli anni infami, l'omertà della popolazione di fronte al triste destino degli ebrei olandesi.

La scrittura è suggestiva, atmosferica, evoca sentimenti spesso cupi, di malinconia e isolamento sociale, la trama si fa più coinvolgente dalla seconda metà in poi; ho amato meno i dialoghi, solitamente brevi e costituiti da frasi smozzicate, nomi propri continuamente ripetuti tra un sospiro e un singulto per trasmettere gli stati emotivi delle protagoniste, però mi rendo conto che questa scelta stilistica può risultare comprensibile e coerente con le difficoltà comunicative che caratterizzano i personaggi, ognuno dei quali nasconde qualcosa di sé (intenzioni, emozioni, pensieri reali) agli altri, per paura o altre motivazioni.

Il mio parere è per lo più favorevole, forse non mi ha convinta al 100% ma comunque lo consiglierei, soprattutto se gradite i romanzi che puntano molto sulla psicologia dei personaggi e sui legami umani.


2 commenti:

  1. Ciao Angela, il romanzo che hai proposto mi sembra una buona lettura che esplora le conseguenze della guerra e mette in luce la forza necessaria per scoprire ciò che il passato cela. Purtroppo anche vivere il nostro presente richiede coraggio e i libri possono rappresentare un ottimo rifugio. Un abbraccio.

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    Risposte
    1. i libri sono il nostro rifugio necessario, tanto più - come dici - in tempi incerti come il nostro...
      un caro saluto

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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