martedì 13 ottobre 2015

Recensione: SETTE DIAVOLI di Marco Archetti



Sette diavoli: il ritratto di una donna spietata?
Forse, ma è anche il ritratto spietato e crudo di una giovane donna con cui il destino è stato davvero troppo avverso.

SETTE DIAVOLI
di Marco Archetti


Ed. Giunti
192 pp
13 euro
2013
Trama

«Io non avevo dichiarato nessuna guerra, era la guerra che era venuta a cercare me.»
La storia di Egle comincia così: è ancora una bambina quando, nel 1945, perde i genitori e uno zio sconosciuto si fa vivo trascinandola, insieme al fratello, in un’altra città, dal sud al nord dell’Italia. La scuola interrotta, il lavoro, la fuga da quella casa, un amore impossibile e inseguimenti senza tregua: queste le dure esperienze che le insegneranno cosa significa stare al mondo. Ma si può correre, fare e disfare, tanto poi il destino ottiene sempre ciò che vuole. Così, un giorno, Egle non sarà più Egle, e diventerà “Sette diavoli” per tutti, la più desiderata. Ma qualcosa ancora l’aspetta dietro l’angolo. Sarà la prova più dura?
Quando i conti da saldare diventeranno troppi, lei vivrà solo per chiuderli uno per uno. A quel punto perfino Dio – un Dio che balbetta e non risponde – sarà messo sotto accusa.
Appassionata confessione di una vita, lettera d’amore e di vendetta scritta nel momento finale – quello in cui non si può più mentire e la verità è nuda –, questa è una storia incandescente e senza respiro sul destino e sul coraggio, traboccante di suspense e di passione. Il ritratto di una donna spietata e tenera che ha amato e odiato come nessuno. E sullo sfondo un’Italia stracciona e povera, sporca brutta e cattiva, che corre parallela all’illusione del boom e della ricostruzione.


La nostra storia inizia con le parole taglienti e amare di una donna che sa di essere giunta ad un momento cruciale della propria vita, e di volerla quindi raccontare a un interlocutore davvero particolare, come se volesse finalmente confessare a lui quel passato che l'ha portata a questo giorno, dove questo lui - oma magari proprio lei stessa - tirerà definitivamente i dadi della sua esistenza.
Egle si rivolge a Dio, quel Dio che lei ha sentito lontano da sè per tutta una vita, e si rivolge a lui con aria di aperta sfida, sapendo che in questo scontro lei ha davvero poco da perderci, ormai

Egle è una bambina di 12 anni quando è costretta a lasciare la città in cui fino a quel momento ha vissuto insieme alla sua famiglia - Aprilia - per trasferirsi a Brescia, da uno zio sconosciuto e burbero, Alfredino, in seguito alla morte dei genitori, che l'hanno lasciata orfana insieme al fratello minore, Maurino.
Ma burbero è davvero un eufemismo, perchè la ragazzina si renderà presto conto di come l'uomo sia cattivo, egoista, senza affetti e sentimenti, soprattutto nei confronti di Maurino, che soffre di un ritardo mentale e di balbuzie, che fanno di lui un esserino fragile, bisognoso di cure e protezione.
E la ragazza cercherà in tutti i modi di prendersi cura di questo fratello malato e trattato male dallo zio, che mostra apertamente disprezzo per i nipoti, che però  vuole a tutti i costi tenere con sè.
Eh sì, perchè Egle gli serve, in quanto è l'unica costretta a lavorare per portare qualche soldino a casa, visto che la massima aspirazione dello zio è starsene senza far niente tutto il giorno, a bivaccare.

La situazione non è per nulla facile, Egle la soffre, e il suo malumore, l'insoddisfazione, l'infelicità per sè e Maurino crescono di giorno in giorno, come cresce la paura che, se non scappano da quel mostro, le cose potrebbero peggiorare ancor di più.
Dopo un tentativo di fuga a vuoto che fa arrabbiare lo zio oltre misura, rendendo la vita dei due ancor meno sopportabile, Egle decide di farsi forza e scappare di nuovo, mano nella mano con il povero Maurino, che la segue fedelmente senza batter ciglio.
Ad ospitare caritatevolmente i due fuggiaschi sarà una giovane donna, Carmela, che per vivere fa il mestiere più antico del mondo.

Entrare in casa e nella vita di questa donna tanto gentile e premurosa segnerà una svolta per la rossa Egle, con cui la vita non riuscirà mai ad essere generosa, obbligandola a fare scelte (o sarebbe miglio dire, a subire scelte) drammatiche, che renderanno la sua anima, già provata dalle tante umiliazioni e dalle conseguenze di una povertà e solitudini estreme (e di certo non desiderate), ancora più vuota, apparentemente insensibile, cinica.

Egle è sempre stata una ragazza col fuoco dentro, una ribelle testarda, anche sua madre glielo diceva:

"Quand'ero piccola, mamma mi diceva: "Sei sempre agitata, scontenta. Che ti prende, hai i sette diavoli?".E io rispondevo: "Anche quindici!".Legna verde brucia male? Lo dicono. Ma io bruciavo benissimo."

e lei stessa si rende conto di come la sua vita sia stata guidata da questi sette diavoli - associati poi ai sette peccati capitali -, che l'hanno divorata e fatto di lei ciò che mai avrebbe voluto essere.

Il lettore resta quasi stupito davanti ai due sentimenti che smuovono Egle e la rendono viva: l'amore protettivo e materno per Maurino, e il desiderio di vendetta verso Alfredino.

E quel po' di fiducia nell'essere umano e nell'amore sbatterà rovinosamente contro la cattiveria di gente disposta solo a farle del male.

Sullo sfondo delle due vicende che vedono protagonista questa ragazza - e i personaggi che le gravitano attorno - c'è un'Italia "sbriciolata", povera, sporca, come sporche e brutte sono le tante persone che Egle incontra, troppo spesso egoiste e crudeli, contro le poche buone che a modo loro si mostreranno amiche.

Nonostante tutto - e nonostante il finale - non sono riuscita a vedere Egle come una vera e propria sconfitta; anche nel momento più buio resta sfacciata, onesta, cocciuta, a volte lucida a volte allucinata, oltre che inevitabilmente tanto amareggiata per come le cose sono andate.

Lo stile è stile asciutto, brusco, essenziale, realisticoIl linguaggio non può che essere duro, spietato, che non fa sconti a nessuno, non si preoccupa se il lettore si scandalizza o storce il naso davanti all'uso di certe espressioni/termini (tipo boia ladra, schifoso, smerdolento....), perchè nuda e cruda è la storia narrata, come lo è il ritratto di questa protagonista, che se da una parte si impone quale figura ruvida. spigolosa, "tosta", dall'altra ne avvertiamo tutta la fragilità, l'essere infelice in un modo così profondo che, giunti alla fine, e a dispetto di tutto il marciume e la crudeltà che hanno circondato questa ragazza per troppi anni - anzi, forse proprio in virtù di questo - non può non far sentire il lettore un po' malinconico, come se avvertisse anche lui l'amaro in bocca provato da Egle.

Un romanzo costruito sapientemente e con intelligenza attorno a questo sfaccettato e coraggioso personaggio, che sembra quasi pretendere che il lettore ascolti il suo monologo appassionato e pieno di rabbia.

Consigliato!!

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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