lunedì 16 settembre 2019

Recensione: "Io Khaled vendo uomini e sono innocente" di Francesca Mannocchi



La scioccante storia di un trafficante di esseri umani. La tragedia dei migranti raccontata dalla voce contraddittoria di un carnefice, vittima del ricatto di un Paese nel caos.



Io Khaled vendo uomini e sono innocente
di Francesca Mannocchi


Einaudi Ed.
pp. 208
€ 17,00
«Ci chiamano mercanti della morte, immigrazione clandestina, la chiamano. Io sono la sola cosa legale di questo Paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia. (...) 
Mi chiamo Khaled, il mio nome significa immortale. 
Mi chiamo Khaled e sono un trafficante».

Ha trent'anni o poco più, Khaled, ma è come se ne avesse almeno il doppio, per le esperienze vissute e per il tipo di vita che conduce.

"L’ho capito solo dopo, che eravamo cosí schiavi che i vecchi dovevano inventare una lingua magica, una lingua di sciarade per raccontare la realtà. (...) Le storie di mio nonno erano la voce del deserto, che arriva solo alle orecchie di chi la vuole sentire."

Era solo un ragazzo quando ha partecipato attivamente alla rivoluzione per far fuori il Fratello Guida, Gheddafi, ma le speranze riposte nella rivoluzione sono state puntualmente disattese.

"Non penso piú che cambieremo questo Paese. E non penso che gli africani cambieranno il loro futuro. Io non cambio il Paese e non lascio che lui cambi me. Oggi penso questo, gioco la mia partita. Resisto, provo a salvarmi."

Perché una volta eliminato "il male" nella persona di Gheddafi, la Libia non è cambiata affatto e, in fondo, i libici non si sono per nulla liberati del loro dittatore, che...:

"Ci ha insegnato la paura e quando lui è morto, il demone che ha lasciato in ognuno di noi è emerso. Siamo (...) tutti piccoli dittatori di noi stessi."

Lui, Khaled, che è cresciuto in casa con un padre decisamente poco affettuoso ma pragmatico e concreto fino all'esasperazione:

"Mio padre era uno pratico, piú che figli eravamo investimenti, a volte ci trattava come soldati, a volte ci picchiava con la cintura militare. (...) diceva che non aveva tempo da perdere, e non aveva nemmeno tempo per parlare, lo considerava superfluo. Non sprecava tempo e non sprecava le parole: si rivolgeva a noi per rimproverarci o darci ordini (...) Mio padre non ha mai amato nessuno se non sé stesso, quindi parlava poco. Non ha mai pensato a nessuno se non a sé stesso, nemmeno a noi".

Lui, che voleva fare l'ingegnere e costruire uno Stato nuovo, ha riposto il proprio sogno in un cassetto senza chiave e s'è dato a ben altri affari; lui, che ha perduto il suo unico vero modello, il fratello maggiore Murad, proprio a causa di quella stessa rivoluzione volta a ridare libertà alla Libia. Il ricordo e l'affetto di quel fratello eroe e martire, adorato e amato in famiglia, lo accompagna ogni giorno e il pensiero di ciò che sarebbe potuto essere ma non è stato, non accenna ad abbandonarlo, anzi, lo spinge a pensare, riflettere, valutare ciò che accade attorno a sé, nonché le proprie stesse azioni.

Ora che è diventato un anello importante della catena che gestisce il traffico di persone, Khaled si è arricchito e può permettersi di comprare quel che vuole per migliorare la propria esistenza e quella dei propri cari.
Organizza le traversate del Mediterraneo, smista donne, uomini e bambini dai confini del Sud fino ai centri di detenzione: le carceri legali e quelle illegali, in cui i trafficanti rinchiudono i migranti in attesa delle partenze, e dove gli stessi subiscono torture, stupri, ricatti a danno dei propri cari.

Uomini che trattano i propri simili come nullità, come individui privi di dignità e diritti, cui è richiesto "solo" di trovare i soldi per partire, per lasciare il Paese e assicurarsi un posto su barconi malandati e gommoni; dopo di che, ciò che accade una volta che sono in mare aperto, sono affaracci loro.
Se avranno sete, freddo, fame, se il loro bambino si ammalerà e rischierà di morire, se il mare si agiterà fino a far capovolgere la barca..., sono sempre fatti loro.
Non è un problema del trafficante di neri.

Non è un problema tuo, vero, Khaled?
Perché, tu, Khaled, assisti praticamente ogni giorno a questo ignobile traffico di poveri disgraziati che sono disposti a vendere tutto il poco che hanno pur di donare a se stessi e ai propri familiari una speranza; lasciare casa propria, il proprio Paese martoriato da povertà, guerriglie interne, malattie, fame..., per provare a costruirsi un futuro, anche modesto - per carità, nessuna grossa pretesa! -, in un altro Paese, in cui si spera che ci sia posto anche per loro.
Ma per andare incontro alla nuova riva, bisogna attraversare il mare.
E il mare non è sempre amico dell'uomo.

Nel mare vige la regola del "si salvi chi può", e nessuno aiuta l'altro perché si pensa soltanto a se stessi e alla propria pellaccia.

"Tutti pensano a salvare se stessi, nessuno salva nessun altro in mare. Non ho mai creduto al mare, quando eravamo bambini ci insegnavano a non fidarci di tre cose: i cammelli, i negri e il mare. Il cammello non dimentica mai e non perdona mai, i negri sono fatti con un quarto di cervello, testardi e ingrati, e il mare. Nonno diceva che il mare ha bisogno di anime e le chiede. E se le porta via."

E tu queste cose le sai, Khaled: nonostante credi di essere salvo, di essere diventato immune ai pianti, alle implorazioni, ai volti disperati e contorti dal dolore di quei disgraziati che tratti come merce di scarso valore, dentro di te le senti le loro voci, vedi il loro agitarsi tra le onde del mare o quei corpi gonfi, ormai senza vita, che raggiungono la riva; nonostante il tuo voler restare indifferente alla crudeltà alla quale partecipi, il tuo autoconvincerti di essere innocente, di non essere la causa della morte di questa gente, non sei affatto libero.

Che ne è stato di quella libertà di cui chiedevi spiegazioni al tuo nonno saggio e sognatore, nonostante in casa tuo padre ti dicesse di starti zitto ché le tue domande erano odiose?


«Nonno che vuol dire liberi, che cos’è la libertà?» E lui abbassava la testa e diventava triste e poi diceva: «È una cosa dei grandi, la libertà».

Tu assisti noncurante, talvolta partecipi di persona per riempire i barconi; guardi quegli infelici e in cuor tuo li disprezzi, per te sono soltanto un'occasione di guadagno e se ci scappa il morto (o meglio, i morti), beh, è un problema loro, nessuno li ha costretti a partire!

Chi sei, Khaled?
Un ex-rivoluzionario rassegnato e deluso che ha deposto le armi per pensare ad accumulare soldi?
Una sorta di schiavista e negriero dei nostri giorni?
Un trafficante di uomini e donne che affidano a te e ai tuoi compari le proprie misere e fragili esistenze?
Un assassino?
Forse è davvero questo ciò che sei, benché tu ti senta innocente.

Tu che chiami il siriano o l'eritreo, che ti chiedono aiuto per scappare, "africano, negro, schiavo", giocando a dadi con le loro vite, con i loro sogni; già, perché anche questi tristi sognano, Khaled, e aspettano il giorno in cui potranno finalmente camminare a testa alta e la gente li chiamerà col loro nome.
Perché ciascuno di essi, ciascun uomo, ciascuna donna, ciascun bambino che ti affretti a far salire sui barconi, ammassati come sardine, senza scarpe, documenti, danaro (come potrebbero averne? Hanno dato tutto a quelli come te), hanno un nome, una storia, delle speranze. E invece per te sono solo teste che vanno giù, come una cosa che muore.


Un libro che dà voce a due diverse prospettive di un medesimo dramma, quello dell'immigrazione clandestina: da una parte c'è colui che vive in un Paese come la Libia - con le sue complesse dinamiche a livello sociale, politico ecc... - e che partecipa a tale orribile traffico di esseri umani, dall'altra ci sono coloro che fanno parte di questo traffico, e di essi l'Autrice ci racconta le paure, le speranze, il senso di disperazione, e dà loro un nome, quando ne immagina e ci racconta la storia personale, perché ogni individuo che lascia tutto per emigrare è una persona con un'identità, un nome e un cognome, un volto, è un padre, una madre, un figlio, una sorella; a un occhio superficiale, sono gruppi di estranei di cui non sappiamo nulla e del cui destino non ci sentiamo responsabili, ma a ben guardare, sono persone che, come tutti, desiderano, sperano, soffrono, rischiano.

La scrittura della Mannocchi ci offre questa doppia prospettiva senza pregiudizi o giudizi vòlti a separare in modo netto il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, ma mostrandoci sfumature e ombre di questa piaga sociale.
È una lettura che invita a riflettere su ciò che quotidianamente accade a tanti nostri simili e che non deve diventare qualcosa cui abituarsi, qualcosa che, dopo un po', ci lascia indifferenti, quanto piuttosto ci ricorda che si tratta di storie che interrogano ciascuno di noi e sottolineano la necessità di "restare umani" e di non sentirci legittimati a voltare la testa dall'altra parte davanti alle certe tragedie.


C'è uno che guarda avanti
e come è duro stare in tanti sulla barca del futuro
viene via dal sud il vento contro
ma non c'è un viaggio se non c'è un miraggio che ti si fa incontro
se si va per mare non vuol dire
che la promessa di una terra sia davvero poi la terra promessa

isole del sud sotto la luna
e l'una e l'altra giù in preda ai venti
venti mila e più leghe dal fondo
e in fondo sorge su un altro tempo
un tempo, un mare, un uomo sa che non si può fermare
se uno arriva un altro va per non tornare
in ogni tempo, in ogni mare, in ogni uomo che è fatto di avvenire
perché partire è vivere e un po' morire:
siamo quelli che non sono mai né là né qua vite a metà
noi siamo acqua
perché partire è vivere e un po' morire.

(ISOLE DEL SUD, C. Baglioni)





Citazioni:

"le migliori intenzioni non fanno futuro se non c’è memoria. Se non c’è memoria non c’è libertà»."

"La strada verso casa è la piú dolorosa delle strade se casa non ti appartiene piú"

"...il cielo sarà coperto di nuvole e sarà impossibile vedere le stelle guida. Ma sono sempre lí e un giorno il vento soffierà. Khaled, se il cielo è coperto, fermati e aspetta, perché prima o poi il vento soffierà. Quando il vento soffia tutto si schiarisce, le nuvole si sposteranno e la tua strada sarà di fronte agli occhi distesa e luminosa, come la sabbia del deserto che cerca la sua forma. Ma ricorda, – diceva, – la cosa piú importante per trovare la strada nel deserto è sapere dove si vuole andare".


2 commenti:

  1. Lettura tosta ma affascinante. Se non per me, la segno per mamma, che ama il genere.

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    Risposte
    1. Sì, ed è un argomento di cui si discute in pratica ogni giorno..

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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