sabato 2 novembre 2019

Recensione: FEDERICO di Fabio Anselmo



È uno di quei libri per i quali vorresti non ci fosse mai stata la necessità di doverlo scrivere.
Perché pensare che i fatti narrati siano successi realmente, e cioè che un ragazzo di soli 18 anni, con tutta la vita davanti, sia morto per mano di un gruppo di persone che, per professione (e, vorrei poter aggiungere, per vocazione) è chiamato a proteggere e a garantire la sicurezza dei cittadini (e, ancor più, dei più deboli in seno alla società), è qualcosa che fa accapponare la pelle, che provoca inevitabilmente dolore e rabbia. Tanta rabbia.


FEDERICO
di Fabio Anselmo




Fandango Libri
281 pp
18 euro
Febbraio 2019
Fabio Anselmo è un avvocato di Ferrara, titolare di un piccolo studio di provincia specializzato in casi di malasanità.
Il 26 settembre 2005 riceve nel proprio studio la visita di una coppia di genitori, Lino Aldrovandi e sua moglie Patrizia Moretti.
Sono lì per il loro figlio maggiore, Federico, un ragazzo di 18 anni morto la mattina del giorno prima, in seguito - è stato loro comunicato brevemente - ad un malore.
Pare che il ragazzo facesse uso di droga, e che l'abuso di sostanze lo abbia portato alla morte.
Ma Lino e Patrizia non ci credono: a loro non risulta che Federico facesse uso di stupefacenti, e poi si capisce da subito che attorno a quelle ore concitate che hanno condotto al decesso del giovane, ci sia molto, moltissimo, da chiarire.

Ed infatti, sarà proprio così.

"Federico Aldrovandi era morto ammanettato con le braccia dietro la schiena, prono sull'asfalto, intorno erano ben visibili numerose macchie di sangue. E il suo corpo era violentato da ben 54 lesioni, sia pure superficiali e non gravi. Una allo scroto che era stato descritto come completamente tumefatto."

Federico, un giovane studente ferrarese, muore di asfissia posturale in seguito ai colpi ricevuti durante un fermo di polizia.
Gli agenti coinvolti, ovviamente, hanno la propria versione dei fatti e non sono disposti a prendersi la benché minima colpa della morte del diciottenne, ma nel corso di queste pagine leggiamo come la verità, seppur faticosamente e non senza tanti ostacoli da superare, verrà a galla.
E questo grazie alla tenacia e alla dignità di due genitori che soffrono per la morte del loro ragazzo e che non accettano che la sua memoria venga infangata attraverso una ricostruzione falsa, e alla caparbietà e alla grande professionalità dell'avvocato Anselmo, che condivide con i suoi lettori l'iter di uno dei più importanti casi giudiziari degli ultimi anni, che ha sconvolto l'opinione pubblica nazionale.

Il racconto in prima persona da parte dell'avvocato della famiglia Aldrovandi, è preciso e razionale ma anche appassionato, perché Anselmo prende a cuore il "caso Aldro", sente su di sé tutta la rabbia di una tale inenarrabile ingiustizia, comprende il dolore dei poveri genitori di Federico e sa di dover lottare assieme a loro perché vengano fuori tutti i responsabili, e soprattutto ci si aspetta che essi paghino.

L'avvocato, in queste pagine, accenna a una vicenda personale, che tempo prima aveva colpito la propria famiglia, in cui l'allora moglie aveva rischiato la morte a causa di un'infezione contratta in ospedale in occasione della nascita del secondo figlio, fatto che diede il via ad un caso giudiziario di  malasanità che lui aveva affrontato con la grinta e la sete di giustizia che lo hanno motivato non soltanto nell'omicidio di Federico, ma anche in tutte le successive vicende giudiziarie che hanno avuto una certa eco da parte dei media, e che hanno visto coinvolti poliziotti, carabinieri, medici - come nei casi Cucchi, Magherini, Narducci, Budroni, Uva, Davide Bifolco.

Quello di Federico è un caso difficile da dimenticare, ma leggere tutto quello che c'è dietro - le indagini, la ricerca dei testimoni che quella mattina hanno visto e udito ciò che successe in via Ippodromo, i tentativi di depistaggio perché emergesse una "verità" ben diversa da quello che realmente era accaduto e che aveva posto fine all'esistenza di Federico, le perizie, le arringhe -, non solo dal punto di vista dell'iter giudiziario, ma ancor più in termini emotivi - le paure e i fallimenti dell''avv. Anselmo, non solo in quanto legale della famiglia Aldrovandi, ma ancor prima come uomo -, fa sì che si guardi a questa terribile vicenda non più come a qualcosa di distante, di cui abbiamo sentito notizie qua e là nei tg, ma come al dramma di una famiglia come tante, che potrebbero essere i nostri vicini di casa, nostri parenti..., noi stessi. 
La storia di Federico ci riguarda, ci tocca profondamente e da vicino.

Durante la lettura inevitabilmente ho provato tante emozioni contrastanti: dolore e rabbia per Federico in primis, per il triste ed ingiusto destino cui è andato incontro quella maledetta mattina del 25 settembre 2005, quando per sua sfortuna è finito nella mani di quattro agenti di polizia, che sette anni dopo verranno condannati "per eccesso colposo in uso legittimo delle armi" (!!!!).

"Quel che non mi da pace è il pensiero del terrore e del dolore che ha vissuto Federico nei suoi ultimi minuti di vita. Non ha mai fatto male a nessuno. Credeva nell’amicizia che dava a piene mani. Era un semplice ragazzo come tanti. Come tutti i ragazzi di quell’età si credeva grande ma dentro non lo era ancora. Aveva tutte le possibilità di una vita davanti, e una gran voglia di viverla…"

Queste che ho trascritto sono le parole di Patrizia Moretti.
Mi sono sentita... male... al pensiero dei genitori di Federico, Lino e Patrizia, per la tragedia immane che li ha travolti, e che essi hanno affrontato a testa alta, con dignità, senza alzare la voce eppure mantenendosi fermi nel voler giustamente difendere la memoria del loro ragazzo, che si voleva far passare per un mezzo tossico che, quella mattina, si trovava in uno stato di alterazione psicofisica, quando invece no, non è andata così, e mamma Patrizia è la prima a chiedere verità e giustizia, facendo sentire la propria voce attraverso le pagine del suo blog, in cui raccontò la storia del figlio in un post scritto nel gennaio 2006.

È inevitabile solidarizzare con una mamma che chiede legittimamente che si faccia luce su fatti così assurdi e drammatici.

Ci si indigna profondamente nel rendersi conto di come si sia cercato in tutti i modi di scagionare la polizia, attribuendo a Federico e alla sua assunzione di droghe le cause della morte..., pur di non vedere in faccia la realtà e ammettere che invece il ragazzo fosse morto in seguito ad asfissia posturale, provocata dalla ‘compressione toracica’ cui fu sottoposto dagli stessi agenti.

Non si tratta di demonizzare le forze dell'ordine, quanto di pretendere che venga fatta giustizia, e l'autore riporta a tal proposito una significativa dichiarazione della stessa mamma di Federico:

"Le forza di Polizia sono un patrimonio preziosissimo delle comunità e meritano assoluto ed incondizionato rispetto. Chi mette in dubbio ciò in nome di mio figlio, sappia che manca di rispetto alla sua memoria. Ciò però non significa che qualcuno non possa aver sbagliato quella maledetta notte. Ciò però non esime quegli agenti interessati, il questore e tutti gli altri dall'obbligo della verità."

Non si può non apprezzare la serietà e la professionalità dell'avv. Anselmo, la sua passione per una professione che spesso pone davanti a casi giudiziari ed umani tutt'altro che semplici, ma che anzi mettono alla prova sotto tanti punti di vista, e questi tratti emergono in modo palese in questo libro-documento, scorrevole come un romanzo ma che tale non è: è purtroppo una storia vera, tristemente e maledettamente vera, che ripercorriamo con partecipazione, lasciandoci coinvolgere emotivamente attraverso l'analisi lucida e intensa che l'autore ha scritto nero su bianco in queste pagine.
Da leggere.



2 commenti:

  1. Una storia che indigna davvero, Angela, non conoscevo il libro ma penso sia importante far conoscere la storia per sensibilizzare l'opinione pubblica, con la speranza che certi fatti così vergognosi non si verifichino più!

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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