giovedì 9 luglio 2026

Recensione: BAMBINI NEL TEMPO di Ian McEwan



La felice vita famigliare di Stephen Lewis viene sconvolta da un tragico evento: la sua bambina di tre anni, un giorno, viene rapita.
Il vuoto doloroso lasciato da tale assurda ed inspiegabile assenza paralizza i genitori, che reagiscono diversamente allo strazio della scomparsa della piccola.
Ritornare a vivere normalmente sarà un obiettivo davvero molto difficile da raggiungere ma il seme della speranza è capace di germogliare anche in luoghi desolati e solitari.




BAMBINI NEL TEMPO 
di Ian McEwan 



Einaudi
trad. S. Basso
254 pp
Stephen Lewis è uno scrittore di libri per bambini; sposato con Julie, musicista classica; vivono felicemente a Londra con la figlioletta di tre anni Kate.

In un giorno come tanti, Stephen si reca al supermarket insieme alla bimba, non immaginando che di lì a poco quel giorno resterà per sempre fissato nella memoria sua e di sua moglie; mentre è alla cassa per pagare, sicuro e tranquillo con Kate vicinissima a lui, la piccola... scompare.

Questione di attimi, di secondi.
Il tempo di porre la spesa sul nastro e di pagarla... e puof! Kate non c'è più.

Volatilizzata nel nulla.
Nessuno si è accorto di niente, nessuno ha visto una persona prendere e portar via la bimba, né si è udito gridare o piangere o alcunché.

Disperazione, senso di impotenza, dolore, paura, smarrimento, rabbia...: dov'è la mia bambina?? E com'è potuto succedere che la smarrissi (=me la portassero via) da sotto il naso nell'arco di una manciata di minuti?

Stephen e Julie si trovano a stringersi affranti nella disperata speranza che la bambina venga ritrovata, che si abbia almeno una pista da seguire per cercare di rintracciarla, di capire cosa possa essere successo e per colpa di chi.
Ma niente.
Passano ore, giorni, settimane..., anni.
L'incubo di ogni genitore diviene per la coppia pane quotidiano. 
Ed è un pane avvelenato, intriso di sofferenza, di un tormento che non lascia scampo in nessun momento della giornata, di un dolore che mozza il respiro e toglie ogni voglia di vivere.
L'unica ragione per continuare ad andare avanti è il pensiero che Kate venga loro restituita, che torni a casa dai suoi genitori che l'amano e l'aspettano.

Ed è così che la situazione precipita; mentre Stephen continua a cercare sua figlia in tutte le bimbe che incrocia e prova a tornare a una vita normale, sua moglie si chiude nel proprio dolore e il loro legame ne risente. Si allontanano e la distanza tra i coniugi si fa sempre più grande...

"Non c'era più spazio per la collera, né apertura al dialogo. Si muovevano entrambi come in un pantano, senza la forza necessaria a confrontarsi. D'un tratto, il loro dolore divenne separato, personale, incomunicabile. Ciascuno prese la propria strada, lui con i suoi elenchi e il quotidiano arrancare, lei su quella poltrona, persa nel suo intenso, privatissimo dolore. Ormai non esisteva più alcun conforto reciproco, alcun contatto, non un gesto d'amore. L'antica intimità, il consolidato assioma in base al quale loro due stavano dalla stessa parte, non valeva più. Rimanevano avvinghiati al loro smarrimento e taciti rancori cominciarono a crescere."

Stephen non abbandona il mondo della scrittura e il suo migliore amico Charlie Darke (che è in politica) lo coinvolge nella commissione governativa sull'infanzia affinché contribuisca alla stesura di un libro riguardante l'educazione dell'infanzia; Stephen viene anche ospitato da Charlie e da sua moglie Thelma e il lettore ha modo di entrare nel privato di questa coppia e di vederne i problemi sia tra i coniugi che personali (psicologici) di Charlie.

La lettura di questo romanzo per me non è stata semplicissima ed immediata perché l'autore inserisce diverse sottotrame (riguardanti ad es. i genitori di Stephen, Charlie e sua moglie) e lo fa in un modo che mi ha fatta sentire spesso confusa, con la conseguenza di distrarmi e abbassare il mio livello di attenzione e di interesse per ciò che leggevo.

La parte relativa alla scomparsa di Kate, al dopo e quindi all'angoscia vissuta dai genitori, alla loro disperazione, alla solitudine, alla distanza emotiva e fisica che si crea nella coppia generando fratture sempre più profonde, mi ha coinvolta emotivamente ed è descritta magistralmente; ma questa parte narrativa è circondata da altre dinamiche che o non ho trovato interessanti (ad esempio tutta la parte relativa al coinvolgimento di Stephen nella commissione governativa) o ho trovato "scollegati", poco chiari, come le sequenze dedicate ai genitori di Stephen e a dei particolari concernenti il passato, in special modo il momento in cui lo stesso Stephen è stato concepito.

Vengono narrati degli episodi sibillini - per così dire - in cui sembra che il protagonista abbia delle "visioni" sui propri genitori da giovani e che riesca a vedere se stesso bambino mentre osserva il padre e la madre.

Insomma, è una trama non complessa nei contenuti in sé quanto, a mio avviso, nella sua costruzione perché non sempre è lineare, in certi frangenti è quasi visionaria, mistica, ma qualunque sia la situazione raccontata si evince quanto sia centrale l'essere/il ritornare bambini, che si tratti di Stephen rispetto al dramma della scomparsa di Kate e all'inevitabile senso di smarrimento e fragilità, ai genitori ("visti" prima che lo divenissero), al manuale sull'educazione (che istituzionalizza l'infanzia, ignorandone l'innocenza, la spontaneità) o di Charlie coi suoi problemi di regressione.

Concludendo: non sono riuscita ad entrare in sintonia con questo romanzo, l'ho proseguito a fatica ma riconosco che c'è qualcosa di particolare, di magnetico, nella scrittura di McEwan, e ho apprezzato molto l'aspetto psicologico, la sua capacità di farci sentire la precarietà e vulnerabilità dell'esistenza umana, regalandoci nelle battute finali un filo di speranza e rinascita cui aggrapparci.

McEwan è McEwan ed è uno scrittore di spessore, per cui evidentemente il limite incontrato nella lettura di questo libro è da attribuire unicamente a me.

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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