giovedì 29 settembre 2016

Recensione: UN ANNO SULL'ALTIPIANO di Emilio Lussu



Non è un romanzo, non è un saggio o una tesi sulla guerra; forse non è neanche un vero e proprio "diario di bordo", anche se vi si avvicina.
In qualunque modo le vogliate etichettare, queste pagine sono la testimonianza onesta, vera e viva, lucida e drammatica di un uomo che la guerra l'ha fatta, l'ha vista con i propri occhi, l'ha combattuta con le proprie mani.


UN ANNO SULL'ALTIPIANO
di Emilio Lussu



Einaudi Ed.
pp. 224 
€ 11,00
2014
Introduzione di Mario Rigoni Stern


«Tra i libri sulla Prima guerra mondiale 
Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu è,
 per me, il piú bello».
Mario Rigoni Stern


"Un anno sull'Altipiano"  è stato scritto da Lussu (dietro consiglio dello storico Gaetano Salvemini) mentre era in convalescenza, in Svizzera, in seguito ad una malattia.
E' il 1936, la Prima Guerra Mondiale è lontana di quasi venti anni ma il mondo non ha imparato la lezione, visto che è sull'orlo della seconda, altrettanto tragica e dolorosa.

Lo scritto è apparso per la prima volta in Francia nel '38 e in Italia nel 1945 grazie ad Einaudi.
Esso è una delle maggiori opere che la nostra letteratura possegga sulla Grande Guerra.


L'Altipiano è quello di Asiago, l'anno cui l'Autore si riferisce va dal giugno 1916 al luglio 1917.

E' un anno di continui assalti a trincee inespugnabili, di battaglie assurde volute e dirette da comandanti descritti da Lussu come degli "invasati" dallo spirito patriottico, che aprivano larga la bocca per gridare "Viva il Re!" e per dare ordini ai sottoposti e ai soldati, ordini troppo spesso incoscienti e irrazionali, che non di rado culminavano in episodi tragici e in morti che si sarebbero potute evitare.
Ma è così, è la guerra di trincea, lo sa Lussu con tutti i colleghi e il battaglione di riferimento; una guerra affrontata a sorsi di cognac e caffè, fumando sigarette, aspettando che arrivi un po' di riposo o, meglio ancora, la fine del conflitto e dell'inferno. Ma questa fine sembra davvero non arrivare mai.

Attraverso una narrazione chiara e lineare, che attinge ai ricordi di chi ha vissuto ogni momento narrato in prima persona, Lussu ci racconta con il suo stile asciutto ed essenziale, ma non per questo freddo (come se stesse sciorinando semplicemente aneddoti e fatterelli), la vita militare quotidiana sua e dei suoi compagni.

raiscuola
Ci sembra di vederli: soldati stanchi ma che continuano ad ubbidire e a sparare, a rispondere agli
spari e agli attacchi del nemico austriaco.
Sono uomini provati, da ogni punto di vista, alcuni rassegnati all'idea di morire sul campo, altri che hanno mantenuto il coraggio di sperare e pensare ai propri cari, all'amata; altri ancora non ce la fanno più e sono pronti all'ammutinamento, convinti che

"il terribile è che hanno verniciato la stessa nostra vita, vi hanno stampigliato sopra il nome della patria e ci conducono al massacro come delle pecore."

La vita in trincea, l'Autore non ce lo nasconde, mette a dura prova corpo, spirito, mente:

"sentivo delle ondate di follia avvicinarsi e sparire. A tratti, sentivo il cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l’acqua agitata in una bottiglia."

e ciò che avviene in una manciata di secondi, in pochi minuti, in quell'inferno ha l'impronta dell'eternità, attimi che non finiscono mai.

E sono questi attimi a restare vivi e impressi nella memoria del narratore, che dice apertamente come tante cose non le ricordi, soprattutto i lunghi periodi di "riposo" forzato, quando non c'era da attaccare o difendersi, e come invece a non poter dimenticare sono certi aneddoti significativi, nei quali è racchiuso quell'anno sull'Altipiano.

In guerra cambia la percezione di tutto: dei fatti, delle persone, di gesti, dei comportamenti, del tempo,  del valore dato a un giorno in più di vita, a un'ora soltanto in più...:

"Anche adesso, a tanta distanza di tempo, mentre il nostro amor proprio, per un processo psicologico involontario, mette in rilievo, del passato, solo i sentimenti che ci sembrano i piú nobili e accantona gli altri, io ricordo l’idea dominante di quei primi momenti. Piú che un’idea, un’agitazione, una spinta istintiva: salvarsi."
"Chi non ha fatto la guerra, nelle condizioni in cui noi la facevamo, non può rendersi un’idea di questo godimento. Anche un’ora sola, sicura, in quelle condizioni, era molto. Poter dire, verso l’alba, un’ora prima dell’assalto: «ecco, io dormo ancora mezz’ora, io posso ancora dormire mezz’ora, e poi mi sveglierò e mi fumerò una sigaretta, mi riscalderò una tazza di caffè, lo centellinerò sorso a sorso e poi mi fumerò ancora una sigaretta» appariva già come il programma gradito di tutta una vita."

(mondosardegna)
Sono tanti i personaggi che compaiono accanto al protagonista, ma alcuni ci restano impressi per la loro personalità, come il generale Leone, che abusa dei propri gradi e della propria autorità per dare ordini irragionevoli; capriccioso, testardo, arrogante e prepotente, rigido nella concezione della disciplina e pronto a punire ogni minima trasgressione con la fucilazione; non solo, ma è pronto a mandare a morire i soldati anche in azioni non necessarie in nome di una gloria vana e inutile.

Lussu ci dà un ritratto di quest'uomo, come degli altri personaggi, che ha del grottesco e dell'ironico insieme, ma non mancano momenti in cui la nostra empatia è chiamata a venir fuori; c'è un episodio significativo, ad es., in cui Lussu ed altri si avvicinano di soppiatto alle linee nemiche e si fermano a guardare gli Austriaci come se fosse la prima volta che li vedono: soldati come loro, uomini che mangiano, bevono, fumano.... come ciascuno di loro.

Nelle parole dell'Autore percepiamo sì l'amarezza ma non la polemica verso gli orrori di una guerra che lui ammette di aver deciso di fare... Forse perchè "ama la guerra", come un giorno proprio Leone gli chiede?

Come si fa ad amare la guerra?
Lussu non fa una dichiarazione del genere, nondimeno dice che essa la si fa e basta, la si accetta come una "dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidire, come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita".

Eppure, necessità o meno, un soldato non diventa un robot, non smette di essere uomo, nonostante la disumanità e i drammi che lo circondano, ma continua a mantenere valori, coscienza, il senso del bene e del male, come quando Lussu si trova a dover decidere se ammazzare un austriaco alle spalle, dimenticando che prima ancora che un nemico, è un uomo come lui.

I ricordi di questo anno in trincea di Emilio Lussu ci scorrono davanti agli occhi più vividi che mai, ne sentiamo la forza, l'autenticità, la consapevolezza di chi ogni giorno e ogni ora era cosciente che quelli potevano essere gli ultimi giorni, le ultime ore da vivo.

Lussu non ha mai subito ferite gravi, non è stato mai in punto di morte e, a differenza di altri commilitoni ed amici, non è morto sul campo, ma non per questo non ha sentito su di sè scoraggiamento e senso di colpa per questo "privilegio" che la sorte gli ha dato; senza considerare che l'attesa degli esiti di talune azioni militari era senza dubbio snervante e avvilente e in quei momenti la morte era forse il primo desiderio.

"Non è vero che l’istinto di conservazione sia una legge assoluta della vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa piú dell’attesa della morte."

Un libro che non deve mancare tra le nostre letture; nonostante io personalmente non ami le descrizioni battaglie, vi assicuro che ho trovato la narrazione assolutamente scorrevole e molto interessante perchè, come dicevo, non siamo in presenza di un trattato di guerra, ma di una testimonianza vera e concreta, sentita pur restando sempre molto equilibrata e razionale.

Lo consiglio vivamente!

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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