giovedì 29 marzo 2018

Recensione: VIRGILIO O LA TERRA DEL TRAMONTO di Stefano Cortese (RC2018)



Un romanzo storico ricco di fascino, dal linguaggio raffinato, che immerge totalmente il lettore in epoca romana, raccontando la vita del poeta Virgilio, in un mix di finzione narrativa e realtà.




VIRGILIO O LA TERRA DEL TRAMONTO 
di Stefano Cortese



Milena Ed.
2018
E' il 1156 e Napoli è caduta nelle mani dei Normanni. 
Stefano Cesario, poeta di corte e segretario dell'ultimo duca di Napoli Sergio VII, è costretto suo malgrado ad assistere a un fatto increscioso, per mano del negromante Ludowicus: la profanazione e la dispersione delle ceneri di colui che la città partenopea venera e chiama "il Mago": il poeta Publio Virgilio Marone, simbolo di libertà per i napoletani. 
Disperato e sconvolto per un tale sacrilegio e per ciò che questo significa per la città (chi "possiede" le ceneri di Virgilio è come se possedesse la stessa Napoli), Cesario piomba in un sonno profondo, e in questo viaggio onirico ha una visione prodigiosa: la vita di Virgilio, attraverso cinquant'anni di storia romana. 

E' il 70 a.C. quando Publio Virgilio Marone nasce ad Andes, nel mantovano, da sua madre Magia Polla e da Stimicone, suo padre, apicultore, uomo semplice, un figlio del popolo benestante e rispettato.
Sin dai primissimi anni, Virgilio mostra un carattere taciturno, è di poche parole, timidissimo; crescendo, non perde questi tratti, anzi essi paiono accentuarsi e Virgilio mostra d'essere un ragazzino sì legato alla natura - da lui ammirata, contemplata nel silenzio e nella solitudine, come a rubarne suoni, rumori, cambiamenti... - e  alla terra, ma poco incline a occuparsene come futuro uomo d'affari.
Che poi è ciò che la famiglia si aspetta da lui.
Suo padre è un buon uomo, comprensivo e magnanimo coi figli, e in particolare nel primogenito - il figlio alto di Magia Polla, così viene chiamato da chi lo conosce e lo ha visto crescere, e così lui stesso si identificherà sempre, anche quando la fama e la gloria lo raggiungeranno - ha riposto le più alte aspettative: farlo studiare, investire su di lui e per lui, così che divenga futuro proprietario e amministratori dei beni di famiglia.
Perchè si formi quale vero uomo, completo e capace di gestire le incombenze della vita e degli affari, Stimicone manda l'adolescente figliolo in una scuola a Cremona, per studiare retorica, grammatica, oratoria..., ma tant'egli quanto i suoi insegnanti si accorgono di come lo studente - seppur diligente - non abbia le caratteristiche per diventare un "uomo di parola", uno con la parlantina facile.
Virgilio è un contemplativo, non ama parlare ed esporsi in pubblico, il sol pensiero gli fa contorcere le budella e insorgere dolori al ventre ingestibili, l'ansia fa da padrone....: come potrebbe mai dedicarsi all'ars oratoria?
Ma oltre al timore di deludere i desideri paterni, c'è un altro problema: Virgilio è un poeta, o meglio, vuol diventarlo ed essere riconosciuto come tale. In lui, nella sua mente e nella sua anima sorgono versi e poesie cui egli desidera imparare a  a scrivere, dar forma... e chissà!, forse essi gli regaleranno una sorta di immortalità.
Certo, un poeta dovrà pur declamare pubblicamente ciò che scrive..., e Virgilio non sa proprio come risolverà mai questo ostacolo comunicativo.
Ma intanto scrive e dopo Cremona, verso i diciassette anni, si trasferisce a Milano, dove conosce un coetaneo che diventerà il suo più caro amico, e la loro amicizia supererà il tempo e le distanze, accompagnandoli fino alla morte: Cornelio Gallo, anch'egli aspirante poeta, ma dal temperamento più gioviale, amante della vita, di cui vuol godere ogni attimo, dei piaceri, del potere..., ed in sua compagnia lo schivo Virgilio fa le prime vere esperienze che inebriano i suoi sensi, consentendogli di allargare i propri orizzonti. Non solo, ma viene in contatto con la poetica di Lucrezio, che influenzerà la propria.

"Nulla è per noi la morte e per niente ci riguarda, poichè la natura dell'animo è da ritenersi mortale. Virgilio aveva un nuovo scopo: fare in modo che ciò che avrebbe scritto lo conducesse, in fine, all'unico traguardo a cui avesse mai sperato di attendere: l'immane grandezza del silenzio.(...) Lui avrebbe scritto (...) non per lasciare una traccia di sè, ma per pagare l'obolo della sua permanenza nel Nulla. (...) Avrebbe goduto la bellezza, vissuto i piaceri, anche amato cose e esseri umani, ma essi non sarebbero mai riusciti a possederlo. La poesia, e questo fu l'insegnamento più grande di Lucrezio, sarebbe stata l'unica compagna di vita, l'unico strumento per raggiungere la pace dell'inesistenza.".

In seguito, lui e Cornelio si trasferiscono a Roma, per studiare nella scuola di Epidio, e nella caput mundi il nostro poeta avrà modo di entrare in contatto con i grandi protagonisti del suo tempo, come Cesare, Ottaviano, Cicerone, Orazio.
Roma è immensa, troppo per uno come lui cresciuto in un piccolo paese di provincia; Virgilio non ama (e non amerà mai) il caos dei grandi spazi urbani, troppo confusionari, pieni di gente di ogni tipo, di  rumori e odori, per lo più sgradevoli, che a zaffate arrivano a fargli storcere il naso; nonostante questo, il forte fascino che la città eterna esercita su di lui, quasi lo schiaccia, rendendolo nervoso e timoroso al pensiero di non essere all'altezza di tanta immensità.
Grazie agli insegnamenti di Epidio, impara a gestire con meno apprensione la propria refrattarietà a parlare davanti alle persone, in vista del momento in cui gli toccherà decantare i propri versi.

Ma ben presto Virgilio capisce che neanche Roma può accoglierlo per sempre; è la sua stessa indole a non essere adatta alla grande città, e ne ha la conferma quando la situazione politica si fa rovente a motivo della guerra civile (lo scontro tra Cesare e Pompeo).

Si reca quindi alla scuola di Sirone, a Napoli, che lo adotta e nella quale il poeta si sente decisamente più a suo agio.

"Napoli era all'epoca una polis greca a tutti gli effetti, una città raffinata e colta, dove sorgevano numerose scuole filosofiche. (...). Era un mondo così bello che ne divenni prigione, non potei più farne a meno e poco a poco iniziai a prendere le sue abitudini, a comportarmi come l'avesi sempre vissuto, come ne fossi stato sempre parte fin dall'infanzia. La mia patria natale fu Mantova, ma io sarò sempre, d'adozione, napoletano".

L'Autore ci narra tra queste pagine la vita del protagonista, introducendo costantemente le varie stagioni della sua esistenza con le parole "... negli anni in cui furono consoli...", legandola quindi alla storia di Roma, anche quando Virgilio se ne allontana andando a Napoli.
Mescolando dati, personaggi, contesti e fatti storici con altri fittizi, diventiamo spettatori anche noi di un lungo ed intenso sogno e ci sembra di essere accanto a Virgilio, di sentirne i pensieri, i timori, le sofferenze personali, i disagi nello stare in mezzo agli altri, soprattutto quando la narrazione è affidata allo stesso Virgilio (ad essa si alterna la terza persona; nel corso del racconto, le descrizioni presenti coinvolgono tutti i sensi del lettore, così che egli riesca a vedere/sentire con gli occhi dell'immaginazione ciò che vede e sente il poeta, il che rende la lettura molto coinvolgente.

Virgilio ragazzo che si lascia travolgere dal piacere con donne e uomini (nella sua mente però solo il suo amore di gioventù sopravviverà all'usura dell'oblio - Lavinia - e in un certo senso ella sarà sempre presente in tutto ciò che Virgilio scriverà negli anni); Virgilio sofferente quando l'ansia si fa pressante; Virgilio dubbioso delle proprie capacità poetiche, e dunque stupito che gli altri invece credano tanto in lui, in ciò che diventerà ma che ancora non è; Virgilio che proprio non vuol entrare negli affari politici di Roma, di Ottaviano (con cui pure stringe amicizia); Virgilio sopraffatto dalla bellezza e dalla verità presente nella natura, ed infatti le sue prime due opere, le Bucoliche e le Georgiche, trattano di pastori e di vita agreste.


"La sua poesia era nuova, e purtuttavia era una poesia già esistita, già affermata. La gente ritrovata l'amata memoria e la speranza dell'avvenire. Era una poesia totale. Impossibile svincolarsi dalle sue spire."

E se già con queste due composizioni poetiche la fama raggiunge il vate, è l'Eneide a renderlo il poeta immortale che noi leggiamo ancora oggi.

Un romanzo storico scritto davvero egregiamente, che usa un linguaggio ricercato, raffinato, poetico (esso stesso ci sembra un poema in certi momenti), senza però mai risultare pesante o distante dalla realtà, anzi.
Con Virgilio, non solo Cesario ma anche il lettore ha modo di riflettere sulla Vita e la Morte, l'Amore, la Gloria, l'Eternità, il Nulla.

Questo libro - per il quale ringrazio Milena Edizioni - si è rivelato una bella sorpresa, mi ha coinvolta molto nella lettura; del protagonista ci viene dato un ritratto intenso, con toni nostalgici e a tutto tondo, in cui emerge la sua complessità di uomo, prima ancora che il suo essere stato un poeta sublime.

Il libro è arricchito delle belle illustrazioni di Andrea Jori. Consigliato in particolare a chi ama i romanzi storici, i poeti latini e l'epoca romana. 



Reading Challenge
obiettivo n. 8.
Un libro nel cui titolo ci sia un nome proprio

2 commenti:

  1. Ciao Angelo, dev'essere davvero molto bello questo romanzo! Se non lo hai letto, su questo genere, ti consiglio "Un infinito numero" di Vassalli :-)

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    Risposte
    1. Grazie per il consiglio, di vassalli ho letto solo la chimera e ne ho un ottimo ricordo!

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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