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martedì 30 dicembre 2025

LA FAMIGLIA GRANDE di Camille Kouchner [ recensione ]



Il racconto doloroso ma altresì liberatorio di un logorante segreto di famiglia, taciuto per anni per paura, vergogna, senso di colpa, diventa non solo un modo per togliersi un peso dalla coscienza e cercare giustizia, ma anche un atto di denuncia di una società e di un’epoca che hanno permesso che determinati comportamenti riprovevoli nei confronti dei minori fossero ritenuti leciti.


LA FAMIGLIA GRANDE
di Camille Kouchner


La Nave di Teseo
trad. S. Arecco
192 pp
L'esordio in letteratura dell'avvocata francese Camille Kouchner è un memoir di forte impatto, potente nei contenuti e nelle conseguenze che ha avuto, in seguito alla sua pubblicazione.

In queste pagine, la donna racconta la propria infanzia, i rapporti con i membri della propria "famiglia grande", che comprendeva non solo la madre Évelyne Pisier (nota femminista, politologa,  una delle prime donne docenti di Scienze sociali e Diritto pubblico), i fratelli (tra cui il gemello, qui chiamato Victòr), il patrigno Olivier Duhamel, politologo di fama mondiale, membro dell’élite accademica e politica progressista, ma pure tutta l'ampia ed eterogenea cerchia di amicizie dei due adulti, fieri appartenenti a una generazione di intellettuali rivoluzionari che poi si sono imborghesiti. 

In questa famiglia allargata ed atipica si consumano gioie e sofferenze, vacanze al mare, conversazioni (pseudo)intellettuali e... indicibili segreti.

Camille e Victor crescono in un ambiente che definire libero è un eufemismo e la loro infanzia (descritta con leggerezza nella prima metà del libro) ci sembra apparentemente incantata, spensierata, quasi invidiabile.

Se non fosse che dietro quei luccichii c'è del marcio, che tutti sanno, nessuno ferma e tanto meno denuncia.

Nell'infanzia di Camille ci sono vari eventi già di per sè molto forti per una ragazzina: suo padre Bernard* è praticamente assente e lascia i tre figli nelle mani dell'ex-moglie; i nonni materni, a distanza di non molti anni di distanza, si suicidano e questi fatti drammatici turbano Camille e mettono alla prova l'equilibrio emotivo della madre, Évelyne, che comincia a bere...

Eppure, non sono questi - seppur già angosciosi - eventi a costituire il cuore del libro-confessione: ad esserlo sono gli abusi sessuali che per diverso tempo, durante i primi anni dell'adolescenza, subì Victòr ad opera dell'illustre e stimato patrigno Olivier Duhamel.

La seconda parte del libro si concentra su come Camille sia arrivata a maturare l'urgenza di far venir fuori questo segreto di famiglia, non per rovinare Olivier (che lei amava come un padre, e proprio questo sentimento ha reso Olivier ancora più colpevole, perché i suoi abusi verso il gemello sono stati un tradimento anche verso di lei, che lo vedeva come un punto di riferimento) ma per dare giustizia a Victòr.

Leggiamo (nel mio caso "ascoltiamo") di come ella abbia ricordato di quelle notti in cui Olivier si intrufolava nella sua stanza (senza però mai violarla) e in quella del gemello, facendo a lui e con lui cose che nessun padre o patrigno dovrebbe fare con il figlio/figliastro.

Negli anni, il peso di questo segreto ha incominciato a logorarla, a scavare dentro i suoi sensi di colpa, a reclamare che lei facesse ciò che non ha avuto il coraggio di fare "a quel tempo" perché si sentiva vulnerabile, ancora una ragazzina incapace di alzare la voce contro un adulto: denunciare, difendere suo fratello, porsi dalla sua parte e dirgli: "Non sei tu ad aver commesso un'azione terribile, ma il nostro patrigno: lui ha commesso un incesto e tu ne sei la vittima".

Non sarà facile convincere il fratello a denunciare ora, dopo anni di silenzio, ma pian piano anch'egli (supportato dalla moglie) deciderà di parlare, di mostrare a tutti che dietro l'immagine pubblica dorata ed elogiata di Duhamel si nasconde un orco.

Emerge, quindi, come attorno a sé l'uomo avesse una rete di amicizie che sicuramente aveva idea di ciò che avveniva nelle mura di casa ma che taceva, girava la testa dall'altra parte.
Questa famiglia grande che allietava le giornate, le vacanze, le estati di Évelyne e Oliver a Sanary-sur-Mer (località turistica sulla Costa Azzurra) non faceva che trastullarsi bevendo, fumando, insegnando ai figli a giocare a poker e a sfilare nudi intorno alla piscina. 

E tutto in nome di una presunta libertà in cui nulla doveva essere proibito, in cui la madre incoraggiava la sua Camille dodicenne a fare le sue prima esperienze sessuali e la ragazzina si sentiva divisa tra l'eccitazione di essere trattata come una grande e il terrore di avere tra le proprie mani una totale libertà...

Sebbene tardiva, la confessione avrà un effetto dirompente e scatenerà inevitabilmente delle conseguenze tanto private quanto pubbliche, ma una su tutte la ferirà, la farà star male  e peserà come un macigno sul suo cuore per sempre: la reazione di sua madre.

Vi invito a leggere questo libro perché io l'ho trovato davvero forte, coraggioso, vero; mi ha suscitato  emozioni discordanti (rabbia, indignazione, commozione...) ascoltare ciò che l'autrice ha vissuto, ciò che ha provato per la propria adolescenza sporcata dall'incesto del patrigno sul fratello e dalle manipolazioni psicologiche su di lei sempre da parte di quell'uomo che avrebbe dovuto farle da padre e che invece le ha chiesto di tacere sulle nefandezze da lui commesse.

Vent'anni di silenzio sono tanti e durante questo lungo periodo il senso di colpa, come un'idra, non ha mai smesso di rigenerarsi e farsi sentire per indurla a  star male e per chiederle di rompere il muro di omertà e liberare sé stessa e Victòr.

"Il senso di colpa è come un serpente. Prestiamo attenzione a quel che produce in rapporto a determinati stimoli ma non sempre sappiamo quando produrrà in noi la paralisi, percorre la sua strada, traccia i suoi percorsi; il senso di colpa si è mischiato in me come un veleno e ben presto ha invaso l'intero spazio del mio cervello e del mio cuore. (...) Il mio senso di colpa è il mio gemello. È come avere un altro gemello."

Assolutamente consigliato.



* il padre naturale di Camille Kouchner è stato un noto politico e medico francese, oltre che uno dei fondatori dell'organizzazione Medici senza frontiere.

domenica 31 agosto 2025

[ Recensione ] IL MISTERO DI ANNA di Simona Lo Iacono

 

In una mescolanza di realtà e fantasia, tra personaggi fittizi e reali, questo romanzo incanta e fa sorridere di tenerezza e fanciullesco stupore per il suo essere poetico e commovente, denso di passaggi significativi che portano il lettore a riflettere sul potere e sulla bellezza della parola, della poesia e della letteratura, su come esse possano portare luce e donare nuove e più ricche prospettive da cui guardare il mondo e le persone attorno a sé.



IL MISTERO DI ANNA
di Simona Lo Iacono



Neri Pozza
160 pp

Nel 1968 Anna Cannavò ha dieci anni e frequenta la quinta elementare a Siracusa. 
La piccola proviene da una famiglia molto semplice e povera ma altresì dignitosissima, guidata da genitori umili e gentili.
La famiglia Cannavò vive ai margini della società ma Anna non ne soffre perché ciò che la distingue da chi le è intorno è il suo sguardo: lei vede ogni cosa attraverso gli occhi di chi ama imparare parole nuove per poter descrivere con consapevolezza la realtà attorno a sé ma soprattutto per esprimere emozioni, stati d'animo, pensieri, sogni.
È affascinata dal mistero delle parole poetiche e sta imparando ad amarle, a giocare con esse, a scoprire nuovi significati e a saperli adoperare nei momenti e contesti giusti. 
È una bimba straordinariamente vispa, dall'intelligenza acuta e vivace, con un'invidiabile velocità di apprendimento e una inconsapevole maturità nel dare valutazioni su fatti e persone, dando giudizi ed opinioni con estrema pertinenza e con una naturalezza da lasciare stupiti gli adulti.

Quando la maestra annuncia in classe che il ministero della Pubblica istruzione ha indetto un concorso e che il premio consiste nel trascorrere un'intera settimana a Milano in compagnia di una famosa scrittrice, Anna Cannavò decide di partecipare. 
Il concorso consiste nello scrivere una lettera alla scrittrice  Anna Maria Ortese raccontandole la propria giornata e la giovanissima studentessa si lancia con gioia, fiducia ed entusiasmo in questo compito, scrivendo - con quella schiettezza e freschezza che appartengono a una ragazzina curiosa e piena di gioia di vivere qual è lei - com'è la  sua vita e quella della sua famiglia, e soprattutto manifestando tutto il suo amore per le parole e la poesia, conscia di star scrivendo ad una scrittrice e poetessa famosa. 

Con grande stupore di tutti (del preside, che ne è egoisticamente contrariato; dei genitori, persone semplici che nulla sanno di letterati e artisti ma sono felici per questa vittoria della loro piccola) e della stessa Anna Cannavò, questa viene scelta e così parte alla volta di Milano per trascorrere sette giorni a casa della «signora Anna». 

Arrivata a destinazione la bambina si accorge che ad ospitarla non è soltanto la signora Ortese, ma  anche sua sorella Maria. 

Anna è felicissima di poter condividere una settimana con le due sorelle Ortese, di chiacchierare amabilmente con Maria e di sentire il ticchettio dei tasti della macchina da scrivere della "signora Anna" quando è concentrata nel suo lavoro.
I giorni trascorsi insieme rompono la solitudine nella vita della scrittrice e della sorella, e queste ultime godono dell'allegria e della spensieratezza che la piccola sicula porta con sé in quell'appartamento milanese, regalando risate e conversazioni vivaci e divertenti.

La stessa scrittrice resta meravigliata dalla sensibilità della bambina verso il magico mondo delle parole:

"...ti capita spesso di rimanere colpita dalle parole?"

"Spesso? Signorina Anna, io non faccio altro che restare colpita da tutte le parole, quelle libere e quelle oppresse. E da quelle poetiche, soprattutto, che riconosco per il semplice fatto che mi danno una sensazione di caldo, qui, ma anche di dolore. Oppure le riconosco perché invece di farmi proseguire mi fanno fermare, o perché sono dolci ma hanno pure un certo sapore di inferno. Io mi sono ammalata di parole poetiche, signorina Anna, e sono dispiaciuta di non conoscerle tutte, perché mi sono detta che – forse – a conoscerle davvero tutte, le parole, capivo meglio il mondo...". 


Il racconto dell'eccitante esperienza di Anna Cannavò nel 1968 si alterna a un altro racconto, che si colloca negli anni Cinquanta e che ci viene narrato in forma epistolare, attraverso lo scambio di lettere tra due donne e amiche: Anna Maria Ortese e una certa "signora R.".

In queste lettere, il lettore ha modo di conoscere un po' meglio Anna Maria Ortese, il rapporto con l'amata e fedele sorella (che verrà colpita da una malattia degenerativa), il dolore per la morte dei fratelli, le sue opere letterarie, le sue preoccupazioni, i dubbi, le collaborazioni con altri intellettuali e con le case editrici, il continuo cambiare casa e città, e personalmente un tale "assaggio" della vita e delle opere di questa letterata italiana, mi ha fatto venir voglia di conoscerla ancora meglio attraverso i suoi scritti.

I due filoni narrativi - l'incontro della "piccola Anna" con la "grande Anna", nel 1968, e lo scambio di lettere avvenuto oltre un decennio prima tra la Ortese e la misteriosa amica R. - sembrano scollegati ma ovviamente non lo sono e verso la fine del romanzo capiamo cosa li lega.

Il personaggio fantasioso di Anna Cannavò è meraviglioso, l'ho amato moltissimo, mi ha divertita e commossa insieme; il suo amore per le parole poetiche e per il loro "potere" benefico sulle persone nel guidarle su come vedere e affrontare la vita, è trascinante.

Anna è davvero una "singolare creatura", "Poverissima, ma inconsapevole di esserlo. Poetica, senza
sapere cosa sia la poesia. Innamorata di tutte le parole, che la schiudono al mistero della felicità.
Anna viene (...) guardando i libri alle pareti con gli occhi sgranati, la vedo che si dibatte per il desideri di leggerli. (...) Anna è una creatura letteraria. Per ogni parola trasale, per ogni fenomeno umano mostra uno stupore dolente. Ha capito che la vita è un mistero, e va enumerando tutto ciò che in quel mistero si muove. Non sa ancora che la scrittura è l’unico modo che avrà per sopravvivere, e ignora la forza di questo suo sguardo."


Gli adulti, a causa dei problemi, delle paure, dei fardelli e dei dolori che accompagnano il vivere quotidiano..., spesso sembrano dimenticare com'è stato essere bambini, come ci si sentiva eccitati nel far domande su domande, nello stupirsi ad ogni minima scoperta, entusiasmarsi anche per una piccola novità o traguardo raggiunto...: dovremmo sforzarci di recuperare l'Anna curiosa di apprendere e crescere che vive dentro ciascuno di noi e imparare ogni giorno a guardare il mondo con gli occhi dei fanciulli, più ottimisti, più sensibili, più semplici.

Questo romanzo mi è piaciuto moltissimo, leggerlo è stata una piacevolissima scoperta e lo consiglio perché, nella sua leggerezza e semplicità, ci permette di conoscere meglio la scrittrice Anna Maria Ortese e lo fa attraverso una bambina sveglia e intelligente che "richiama alla mente certi cardilluzzi chiusi nella gabbia,  inconsapevoli di essere in prigione, che si struggono a cantare la bellezza senza sapere di piangere".


IL MORSO di S. Lo Iacono ( RECENSIONE)

Citazioni

"⟪pure per voi la vita è solo il presente?⟫
⟪Sì, è solo il presente, ma la vita si pone anche sul piano dell’immortalità, perché è una chiamata, una scelta non nostra, una specie di obbedienza a un disegno voluto da altri. Ma una obbedienza tutta speciale e particolare, come risposta a un progetto pensato solo per te. ⟫
(...)
⟪E io a cosa venni chiamata?⟫
⟪Tu sei chiamata alla bellezza, perché cercare la bellezza è emergere dal male. E perché la scuola della bellezza non è altro che disciplina. La disciplina dello straordinario.⟫"


"... la periferia è qualcosa che sta ai margini di qualcos’altro, perciò se ami le parole devi andare a  cercarle proprio dove nascono, e anche là dove mancano.
Ma cose dei pazzi, mi sono detta a quel punto. E io che pensavo che le parole nascevano dalle cose  belle. Quanto mi sbagliavo. La signorina Anna mi ha fatto capire che le parole non nascono dalla bellezza ma dalla mancanza. E non dal centro ma dai margini. E non dal Duomo di Milano, ma dai muri pieni di scritte."



lunedì 4 agosto 2025

SPLENDI COME VITA di M.G. Calandrone || LA STRADA GIOVANE di Antonio Albanese [ recensione audiolibri ]



In questo periodo sto ascoltando diversi audiolibri; attualmente ho in corso Demon Copperhead di Barbara Kingsolver, che mi sta piacendo ma che ascolto con calma, considerata la molte (più di 23 ore di ascolto = 656 pp)

Nel weekend, però, ho avuto voglia di interromperlo temporaneamente per concedermi due ascolti brevi.

La mia duplice scelta, in modo piuttosto istintivo, è ricaduta sui seguenti libri, che hanno la comune caratteristica di essere letti dall'autore stesso.



LA STRADA GIOVANE di Antonio Albanese (Feltrinelli, 128 pp., 2025).


L'esordio dell'attore Antonio Albanese nella narrativa trae ispirazione da una storia familiare, che egli
racconta (e legge) con una grande naturalezza e che, attraverso un linguaggio semplice, arriva al lettore con immediatezza, trascinandolo in un tempo cupo, difficile, doloroso, e trasmettendocene paure, speranze, spaesamento, malinconia e una tenera e commovente voglia di tornare, semplicemente, a casa, al sicuro tra le braccia dei propri cari.

Il protagonista è Nino, un giovane proveniente dalla Sicilia, da una famiglia di fornai, e sposato con la bella Maria Assunta.

Incontriamo Nino quando è passato ormai l'8 settembre, mentre è all'interno di un campo di prigionia in Austria, a patire fame, freddo e paura. 
In quanto internato militare, non ci sono diritti ed è duro sopravvivere giorno per giorno; l'unico conforto viene dal legame di amicizia con Lorenzo, un giovane toscano di Piombino, un tipo socievole e spigliato, con cui lavora nelle cucine governate dal Piemontese, un gigantesco macellaio. 

Insieme, i tre approfittano della confusione durante i festeggiamenti di capodanno del '44 per organizzare la loro fuga. 

Com'è intuibile, la conquista della libertà è contrassegnata da freddo, fame e dalla paura di essere riacciuffati dai tedeschi, andando incontro a una brutta fine.
Non è facile né orientarsi né tanto meno trovare cibo e riparo, anche perché la gente è comprensibilmente terrorizzata, sul chi va là e non esita a sparare per prima al minimo dubbio di essersi imbattuti in eventuali nemici.

Nino deve attraversare tutta la penisola per raggiungere la sua amata Sicilia, che sembra più  irraggiungibile e lontana che mai, ma Nino resiste e macina chilometri, nascondendosi, dormendo ora all'addiaccio ora in ripari di fortuna, sorretto dalla voglia di tornare a casa e dal pensiero dei propri amati.

Il suo viaggio verso casa è un'odissea fatta di pericoli, privazioni, e di numerosi incontri con persone di ogni tipo, tra cui un gruppo di partigiani che lo prende con sé per un po', convinto che egli sia un soldato tedesco in fuga.

La solitudine della fuga rocambolesca toglie la parola al giovane che, terrorizzato e spaurito, non riesce ad articolare suono al cospetto delle persone in cui man mano si imbatte, venendo scambiato ora per uno scemo ora per uno straniero e ora per un italiano probabilmente muto.

Mentre continuano i bombardamenti, attraverso un Sud devastato dall'avanzata, a Nino non resta che il salvagente dei ricordi, il pensiero della bellezza e del calore degli affetti che lui vuol raggiungere a tutti i costi. 
Se chiude gli occhi davanti alle brutture che gli sono intorno, forse riesce a sentire il profumo buono e accogliente del pane appena sfornato dal padre, o quello dolce della vaniglia dei biscotti, e su tutti il calore dei baci di Maria Assunta che, il ragazzo spera, forse lo sta ancora aspettando.


Un libro breve ma che si lascia apprezzare per la sua narrazione fluida, piacevole (come lo è anche la lettura stessa di Albanese, coinvolgente ma misurata e sobria al tempo stesso), per la sensibilità, l'umanità e la tenerezza che caratterizzano il lungo e difficile cammino di un giovane che sta cercando di aggrapparsi alla vita con le unghie e con i denti, senza mai perdere sé stesso, la propria dignità di essere umano, ma anzi custodendola gelosamente anche di fronte a chi, invece, sembra averla persa a causa di una guerra spietata (c'è qualcosa di più disumanizzante della guerra?) e abbrutente.
Ci sembra di essere lì con Nino, di vedere le cose con i suoi occhi, di provare i suoi timori, il freddo e la fame, di osservarlo addormentarsi cullato dai suoi dolci ricordi e di sperare ardentemente che alla fine di quel viaggio di disperata speranza, ci sia casa, che è sinonimo di amore, abbracci, lacrime di felicità, rifugio dal male.

Per me questa prima prova narrativa di Antonio Albanese è promossa.





SPLENDI COME VITA di Maria Grazia Calandrone (Ponte alle grazie, 224 pp., 2021).

Intenso, potente, commovente, delicato e poetico, traboccante di  autenticità nel racconto di aneddoti e momenti di vita vera, capace di trascinare il lettore (o ascoltatore) nella fiumana di emozioni che accompagnano la narrazione; questo romanzo è una lettera d'amore della Calandrone alla propria madre adottiva ed infatti al centro vi è proprio la ricostruzione del complesso e profondo rapporto dell'autrice con Consolazione, sua madre.

La donna, assieme al marito Giacomo Calandrone, hanno adottato la piccola Maria Grazia quando questa aveva solo otto mesi ed era stata abbandonata dai genitori, amanti clandestini in un piccolo paese del Molise (erano gli anni Sessanta, non c’era il divorzio e l’abbandono del tetto coniugale era punibile come reato), morti suicidi.

All'età di (soli) quattro anni, Consolazione (insegnante di professione) fa una scelta che potremmo definire "strana", discutibile...: confessa alla bimba di non essere la loro figlia biologica, ma appunto di essere stata adottata.
Questa amara e dolorosa verità viene recepita meglio dalla figlia (evidentemente troppo piccola per capirne la "reale portata") che dalla madre stessa, la quale da quel momento non riuscirà più a rapportarsi con Maria Grazia in modo naturale e sereno, ma riverserà nel loro legame tutta l'ansia, la paura e l'atroce dubbio che questa verità le avrebbe sicuramente allontanate, creando una frattura insanabile.

Consolazione, infatti, consapevole di non essere la "madre vera", matura la convinzione di non essere amata abbastanza da quella bambina che non ha partorito, e a nulla varranno i tentativi della figlia di rassicurare la genitrice (finta o vera, è l'unica che abbia mai conosciuto, è colei che l'ha scelta, cresciuta, amata) di non essere per lei una madre "di serie B".

Si genera, quindi, una distanza emotiva frutto di un senso di "disamore" nato dalla rivelazione dell'adozione, e ciò darà vita, nel corso del tempo, incomprensioni, silenzi, ferite, comportamenti anche ostili da parte di Consolazione verso quella figlia che cresce, curiosa e vivace, sotto i suoi occhi.

Una figlia che non smette di amare la Madre (nel corso della narrazione, ella si riferisce ai genitori chiamandoli sempre così, "madre", "padre"), di restarle vicina anche quando lei la manda via. 

"Splende la vita. 
Splende come vita
a volte splende quieta come il tuo corpo abbandonato al sonno
a volte sfolgora come il lampo del sorriso
ma la terra non splende
la cenere non splende.
Davvero mamma, non sappiano niente e non siamo che corpo
e non siamo più in nessun luogo dopo
probabilmente
e questo precipizio di parole non è buono a rifare 
neanche una molecola del tuo sorriso.

...faticavo a raggiungerti alla fine
ma eri vita
accessibile
vita dovuta e vita che ho dovuto lasciare andare.

...senza difese
splendi come vita.


In questo libro, la scrittrice e poetessa ci racconta non solo del legame con la madre, ma anche di quello con il padre e, attraverso il ricordo di specifici episodi, di dettagli, di momenti che le sono rimasti dentro, ci avviciniamo un po' al suo mondo, soprattutto a quello interiore, essendo il testo ricco, profondo di riflessioni e memorie, contrassegnato da una scelta sentita e attenta di parole per comunicare le tante e contrastanti emozioni che le si agitano dentro; il finale è struggente, splendidamente toccante e a me ha messo i brividi.

Una scrittura lirica e potente, che anche nel suo raccontare di dolore, smarrimento, perdita, confusione, malattia, tenerezza e freddezza, accoglienza e rifiuto, senso di inadeguatezza, amore e disamore, allontanamento e vicinanza, riesce ad essere luminosa e a regalare questa luce - che ogni vita contiene in sé - al lettore (ascoltatore).

Una lettura che consiglio perché è emotivamente trascinante, scritta magistralmente (e letta altrettanto bene, considerato che l'ascoltiamo dalla viva voce dell'autrice), che coinvolge e commuove perché la Calandrone ci cattura con la sua ammirevole capacità di osservare e descrivere - il mondo, le persone, i legami, i sentimenti... - con lo sguardo sensibile, spontaneo, penetrante e vero dei poeti.


lunedì 6 gennaio 2025

RECENSIONE - ELEGIA AMERICANA di J.D. Vance



L'autobiografia genuina e onesta del senatore e attualmente vice-presidente degli USA: la sua infanzia, la sua famiglia, l'educazione e i valori ricevuti, la formazione culturale, sociale e accademica, arricchita da un ritratto accurato e realistico del contesto politico e socio-economico relativo alla zona in cui egli è nato e cresciuto (Middletown, Ohio).



ELEGIA AMERICANA
di J.D. Vance



Garzanti
trad. R. Merlini
272 pp
"Quanta parte della nostra vita, buona o cattiva che sia, dovremmo attribuire alle nostre decisioni personali e quanta parte è solo il retaggio della nostra cultura, delle nostre famiglie e di genitori che hanno tradito i loro figli?"

James David "J.D." Vance è cresciuto in una povera città della Rust Belt, in una famiglia che definire vivace è un eufemismo.

I suoi amatissimi nonni erano poveri e innamorati quando emigrarono giovanissimi dalle regioni dei monti Appalachi verso l’Ohio nella speranza di una vita migliore. 

Il famoso "sogno americano", avete presente?

Ma tra sogno e realtà c'è spesso (sempre?) un abisso e le speranze di costruirsi un'esistenza di benessere e riscatto sociale viene solo sfiorato, perché la realtà in cui si ritrovano a vivere essi, e i figli i nipoti dopo di loro, è dura, complicata e tanto difficile.

Leggendo questo memoir veniamo trascinati in un contesto sociale e famigliare disfunzionale, disagiato, in cui fanno da padrone problemi gravi come la miseria, la violenza domestica, le discriminazioni, le dipendenze, e i traumi che ti segneranno a vita sono all'ordine del giorno.

Basta dire che la madre ha avuto sin da giovane problemi di tossicodipendenza, ha portato in casa una serie di compagni pigri e nullafacenti, che si sono susseguiti uno dopo l’altro caratterizzando l'infanzia dei figli Lindsay e James in termini di precarietà e instabilità emotiva e psicologica, oltre che finanziaria.

E con i vicini di casa non andava necessariamente meglio, visto che tanti di essi erano alcolisti impegnati unicamente a cercare di sopravvivere attraverso i sussidi, per poi passare il tempo a lamentarsi del governo per la disoccupazione dilagante e  per le scarsissime (se non nulle) opportunità scolastiche e lavorative offerte in quella parte di mondo miserabile.

Un disastro, insomma.
Eppure quella che J.D. Vance racconta senza applicare sconti ma, allo stesso tempo, con un amorevole orgoglio di appartenenza, è una storia non solo personale e famigliare, ma di un Paese intero, di quel proletariato bianco degli Stati Uniti che nelle recenti elezioni presidenziali ha espresso la sua frustrazione portando alla vittoria Donald Trump.

In Elegia americana il politico celebra un’America silenziosa popolata da famiglie e individui dimenticati (i "bianchi poveri") e dà voce. attraverso il racconto vivace e piacevole della propria storia personale, a questa classe operaia scontenta, frustrata, piena di difficoltà quotidiane per sbarcare il lunario, arrabbiata.

Le memorie personali sono mescolate all'analisi critica sociologica, economica e politica, e Vance approfondisce temi riguardanti povertà, dinamiche familiari complesse, dipendenze e disintegrazione delle comunità nell'America rurale; in questo modo il lettore è portato a riflettere insieme a lui sui valori della cultura in cui egli è cresciuto - lealtà, resilienza, orgoglio, forte senso di appartenenza alle proprie radici, amore per la famiglia, l'importanza di non adagiarsi rassegnati nel clima di incertezza e frustrazione che ci circonda, ma di investire su se stessi e sulle proprie capacità... - ma anche sui tanti e profondi meccanismi distruttivi di disfunzione e declino sociale che hanno colpito molte persone in quell'area.

J.D. non manca mai di sottolineare il ruolo fondamentale della sorella Lindsay (responsabile, equilibrata, premurosa, un pezzo insostituibile della sua vita) e dei nonni, in primis della nonna materna, un pilastro, una roccia, la vera madre che lo ha allevato e ha fortemente contribuito a renderlo l'uomo che è. E lui è un povero, nato e cresciuto in un ambiente che nulla di buono aveva da offrire, che invece ce l'ha fatta. Il sogno americano è stato per lui una realtà concreta.


Ammetto di aver scelto questo libro "a scatola chiusa": non mi sono minimamente preoccupata di sapere chi fosse l'autore ma l'ho iniziato volutamente senza cercare info prima, spinta dal titolo.
Quando mi sono resa conto che a narrare è uno che lavora nel governo Trump stavo per mollarlo ma poi ho deciso di godermi il libro pensando solo a ciò che è: l'autobiografia di uno sconosciuto, tra l'altro esposta con una prosa efficace, brillante, ironica, mai patetica e sorprendentemente piacevole.
Ho proseguito mettendo da parte eventuali pregiudizi (di natura politica) e mi sento di aver fatto bene, perché il libro mi è piaciuto e mi sentirei anche di consigliarlo.

(N.B.: libro terminato nel 2024)



venerdì 5 luglio 2024

RECENSIONE * LA CERIMONIA DELL'ADDIO di Roberto Cotroneo *



La cerimonia dell'addio è una storia che racconta di una perdita e di come chi resta si sforzi di trovare delle ragioni per andare avanti nonostante l'assenza di chi non c'è più pesi sul cuore ogni giorno e per anni.


LA CERIMONIA DELL'ADDIO
di Roberto Cotroneo



Mondadori
164 pp
La storia è ambientata negli anni '70 in una città di provincia come tante: Anna è sposata con Amos e i due sono molto innamorati, hanno due bambine e, inseguendo la loro passione per le storie e la poesia, hanno aperto una libreria. 
In una domenica come tante, mentre la coppia sta facendo colazione, di punto e in bianco Amos  all’improvviso, appare smarrito, incapace di rispondere a domande semplicissime e, soprattutto, non riconosce più Anna, sembra aver dimenticato tutto, persino di avere due figlie; eppure, solo pochi minuti prima aveva citato una poesia a memoria... ed ora non sa più nemmeno chi è. 

Un episodio di amnesia? Dovuto a cosa?

Pochi attimi dopo, l'uomo torna in sé ma con Anna decidono di andare a Roma per consultare uno specialista; a un certo punto, egli insiste per uscire da solo a fare due passi: “Non preoccuparti, sto bene, arrivo a Trinità dei Monti e rientro”.

Ma da quella passeggiata non farà mai più ritorno e di lui si perderà ogni traccia.

Passano i minuti, le ore, e poi i giorni...; tutti sono preoccupati: cosa gli è successo? Ha avuto un’altra amnesia e si è perso? 
Anna è spaventata e confusa e, tra le mille comprensibili domande, ce ne sono altre più insidiose, come: "E se avesse deciso di andarsene, abbandonando volutamente lei e le bambine?".

Questo genere di domande accompagneranno Anna per tutti gli anni a venire; sì, perché Amos non tornerà più e ciò che resta alla moglie sono solo l'amore provato e vissuto e i ricordi, oltre ai tanti interrogativi che resteranno senza risposta.

Anna negli anni continua a non darsi pace, a non capacitarsi di come un uomo possa essere scomparso senza che nessuno lo abbia visto, lo abbia eventualmente aiutato a tornare a casa, a contattare parenti e amici, o mandato a lei una comunicazione anonima per dirle: "Guarda, tuo marito s'è rifatto un'altra vita, non cercarlo e non pensarci più."

Niente di niente, invece, ed è proprio il non sapere a struggere la donna, che si sente ancora sì moglie, ma di un fantasma, e di certo non accetta l'ipotesi di essere vedova, se (e finché) Amos non viene ritrovato morto.

Diversi anni dopo, quando le figlie Emma e Cecilia sono ormai adulte e indipendenti (erano piccoline, in età da asilo, quando il papà - che infatti a malapena ricordano - è sparito), giungerà una lettera che le farà conoscere dei dettagli del passato di Amos da lei ignorati.
Informazioni che forse, in parte, le permetteranno di azzardare delle ipotesi circa suo marito, se non nel senso di capire cosa gli è accaduto da quando l'ha lasciata, per lo meno nel senso di immaginare che genere di problematiche celava dentro di sé.

Il lettore segue Anna nei suoi pensieri, mentre si tiene stretta al sentiero dei ricordi, provando a trovare segnali, indizi, crepe che le consentano di comprendere di più il passato di quel marito che, in fondo, non ha avuto chissà quanto tempo per conoscere bene.

Il pensiero di lui è una costante che non l'abbandona mai, inducendola così a rimandare di anno in anno la decisione interiore di dirgli addio, di lasciar andare il ricordo di un uomo che semplicemente e senza spiegazioni, a un certo punto, è uscito via dall'esistenza sua e delle bambine, a loro volta cresciute all'interno di questo tempo sospeso - il tempo dell’abbandono, della continua e straziante attesa (per molto tempo, Anna verserà il caffè anche per lui, a tavola, terrà le sue cose nell'armadio nel caso tornasse...) di qualcosa (risposte, ad es.) che potrebbe non arrivare mai.

Il dolore dovuto all'assenza incolmabile di questo marito - che resta sullo sfondo pur essendo molto presente, apparendoci come una figura adombrata di mistero - scandisce l'esistenza della protagonista, costretta a confrontarsi con il proprio mondo interiore, le proprie insicurezze, le mancanze ma anche le risorse emotive a sua disposizione,necessarie per continuare ad andare avanti nonostante tutto; emerge, tra queste pagine, il grande potere della memoria e la capacità dei ricordi di tener vivo un amore.

Siamo davanti a un romanzo delicatissimo e profondo, intriso di una struggente malinconia, che esplora il tema del lutto, della perdita, dell'abbandono, dell'attesa e il modo che la protagonista ha di elaborare il tutto; una lettura commovente, piena di passaggi molto belli e significativi, scritti con uno stile poetico ed evocativo, che sa emozionare il lettore.

Bello.


martedì 2 luglio 2024

TUTTO SU DI NOI di Romana Petri ✓ RECENSIONE ✓



Marzia nasce e cresce in una famiglia che si può definire, senza tema di smentita, disfunzionale: una famiglia che non è nido d'amore, rifugio accogliente, porto sicuro e riparo dalle tempeste.
Tutt'altro.
In casa Marziali si respira cinismo, egoismo, puerilità da parte degli adulti, tradimenti, piccole e grandi perfidie che possono far male e davanti alle quali non resta che difendersi e, all'occorrenza, magari anche attaccare.


TUTTO SU DI NOI
di Romana Petri


Mondadori 
216 pp
Marzia Marziali ha un nome che è tutto un programma e che si riflette nel suo modo di essere: cammina con un'andatura marziale e ama uno sport come la lotta greco-romana.

Non solo, ma in lei c'è qualcosa di "marziale" nel senso di battagliero, intrepido ed è con questo atteggiamento che ci racconta la storia sua e della sua famiglia.

Marzia si sbottona con furia, violenza, spudoratezza, ci lascia entrare dentro casa, nello spazio soffocante condiviso con il padre, la madre e il fratello.

La sua è una famiglia malata, in cui si passa dall'indifferenza e dall'anaffettività alla cattiveria gratuita più tremenda.

Se dovessimo sintetizzare i caratteri dei tre famigliari di Marzia, potremmo descriverli così: il cattivo (il padre), la sottomessa (la moglie) e il menefreghista (il fratello).

Cresciuta nella periferia di Roma, Marzia ha avuto un'infanzia non propriamente infelice, perché in fondo ci sono storie e famiglie ben peggiori, ma di certo non ha avuto dei genitori esemplari.

Al centro della sofferenza di tutti c'è lui, il capo famiglia: un uomo fisicamente tozzo, tarchiato, sgradevole, chiamato da Marzia "il nano dalle gambe corte", la cui brutta fisicità è lo specchio di un'anima altrettanto penosa.

Un padre crudele e codardo, capace di atti di pura malvagità contro moglie e figlia; un fedifrago seriale che non nascondeva i tradimenti, anzi, li sbatteva in faccia a moglie e figlia con un godimento disgustoso; ferire, umiliare, schernire, ridere delle lacrime e del dolore da lui stesso provocati, era motivo di grasse risate da parte sua.
Un genitore incapace di amare, di lasciarsi andare a parole e gesti d'affetto.
Come vieni su con un padre così?

E la madre?
Lei è sempre e solo stata moglie, la coniuge devota e fedele al marito infedele e str****, che avrebbe meritato di essere cacciato a pedate da casa.
E invece più lui la tradiva e umiliava, più lei gli si attaccava come una cozza, aspettando, come un cagnolino smarrito, briciole di attenzioni, che poi non erano mai affettuose ma solo fisiche, per sfogare le bramosie sessuali di lui.

Il racconto di Marzia mi ha travolto perché è duro, verace, forte, dice "pane al pane e vino al vino", senza mai rinunciare a una certa dose di ironia e autoironia, descrivendo la famiglia e le diverse e bizzarre situazioni vissute con schiettezza, con la ormai serena rassegnazione di chi per quel caos vi è passato, l'ha attraversato..., ok, forse non indenne ma è sopravvissuta.

Nel conoscere i molteplici aneddoti tramite i quali la protagonista ci presenta i suoi, mi sembrava di esserle accanto e di poter guardare le cose con i suoi occhi disincantati, realisti, tanto è l'abilità narrativa dell'autrice di immergere totalmente il lettore nella storia.

Marzia non risparmia nessuno, neppure sé stessa, dai giudizi impietosi sui Marziali, e si rende conto che essere cresciuta senza impazzire già è stato un miracolo.

Mentre suo fratello ha scelto la strada dell'estraniazione, dell'alienazione (cuffie nelle orecchie sempre, in ogni momento; lui non sente e neppure vuol guardare, sapere, dire la sua: nulla, un'ombra che cerca di restare sullo sfondo di quella famiglia matta), lei invece ha vissuto il marcio in casa affondandovi mani e piedi, ma del resto non poteva fare altrimenti perché i suoi genitori l'hanno sempre coinvolta nei loro "affari", nei loro problemi di coppia, trattandola come una pari, dimenticandosi volutamente che Marzia era una ragazzina ed era figlia, non compagna e confidente.
Andava protetta e non trascinata con forza in una relazione di coppia tra due adulti sciagurati.

E come fare a non soccombere in un contesto fagocitante ed egoistico oltre misura?
Rafforzandosi, nel corpo e - si spera - nello spirito, attraverso uno sport "da maschio", molto fisico, con cui acquisire disciplina, sacrificio, impegno; Marzia educa e allena il proprio corpo, imparando a mettere fra sé e il mondo la barriera di un fisico scolpito, asciutto.

Un fisico poco sensuale e femminile... Forse un modo (inconscio) per sfuggire alle attenzioni di uomini predatori e fissati per il sesso come suo padre?

Certo, questo non impedisce a Marzia - al di là della durezza e della franchezza spiazzante che la caratterizzano - di individuare le proprie debolezze e fragilità, i propri bisogni di dare e ricevere quell'amore che in casa manca.

Lei non desiste dal sognare e desiderare la perfezione, anche in amore; il suo cuore non dimenticherà per molti anni un ragazzo (chiamato, nella sua immaginazione, "l'uomo perfetto"), con cui ha avuto una breve avventura ma il cui pensiero continuerà a seguirla per molto tempo, perché lui è quanto di più lontano ci sia dalla figura paterna.
Malgrado la famiglia strampalata che le è capitata, il cuore di Marzia è capace di voler bene senza limiti, e lo dimostra soprattutto nel rapporto con Kore, un cagnolino randagio che lei "adotta"; Kore le vuol bene per ciò che è, non la giudica, non ride di lei, anzi la segue gioioso e scodinzolante, pronto a farla sentire importante e altrettanto fa lei con l'animale.

Purtroppo, la cattiveria paterna si estenderà sino a Kore provocando a Marzia il dolore più grande della sua vita; da quel momento in poi, ella svilupperà e nutrirà un odio talmente grande verso il padre da desiderare di ucciderlo.

Seguiamo la protagonista negli anni, la vediamo crescere, proseguire con le competizioni sportive, impegnata in relazioni sentimentali che non la soddisfano, e sempre lì a barcamenarsi tra quei due genitori infantili, nell'inutile attesa che finalmente maturino e smettano di pensare unicamente a loro stessi.

Rabbia, rimpianti, delusione, tristezza, paura di essere sbagliata, di non saper dare amore per non averlo ricevuto...: a Marzia nulla è stato risparmiato e lei stessa non risparmia nulla ai lettori, che leggono la sua storia sperando che, crescendo, ella provi ad essere felice, a buttarsi alle spalle la zavorra di questa famiglia anomala e disordinata, che si conceda un amore (o qualcosa che gli assomigli) senza farsi troppe paranoie, che riesca a perdonare, se non quel nano malefico che l'ha generata, almeno quella madre che ha vissuto un'esistenza all'ombra di un uomo che ha fatto di tutto per farsi detestare.

Ho ascoltato il libro su Audible, scegliendolo a istinto e mi è piaciuto davvero molto!

domenica 23 giugno 2024

X di Valentina Mira [ RECENSIONE ]



Come si racconta di aver subito uno stupro?
E per raccontarlo a chi, poi?
La protagonista di questo romanzo trova il modo di parlarne attraverso una lettera che forse il destinatario non leggerà mai: lui è suo fratello ed è assente da anni dalla sua vita, ma è proprio a lui che Valentina sente il bisogno di palesare l'uragano di pensieri ed emozioni che le si agita dentro dal giorno in cui il suo corpo e la sua anima sono stati violati.



X
di Valentina Mira



Fandango Libri
176 pp
Valentina è un fiume inarrestabile di parole; parole che si è tenuta dentro per troppo tempo ma che finalmente hanno trovato un'apertura da cui uscire.
Adesso è arrivato il momento di dire ciò che sente, pensa, ciò che l'ha fatta soffrire.

X è una lunga lettera scritta per Fabio, il suo fratellino.

Con Fabio non hanno relazioni da anni, né lei né i genitori; il ragazzo, infatti, ha preso una strada lontana dalla famiglia per unirsi ad amicizie legate agli ambienti neofascisti.

Di recente suo fratello, in realtà, s'è fatto vivo ma nel peggiore dei modi: è entrato in casa dei suoi e ha commesso un atto tanto stupido quanto aggressivo, una sorta di "dispetto" a quei genitori con cui non ha più rapporti.

Ed è a questo fratello che Valentina scrive per raccontargli con dovizia di particolari la sua vita di oggi, i sacrifici fatti per arrivare ad essere ciò che è - una giornalista - e soprattutto tutto quello che non ha avuto la forza di dirgli in passato.

C'è un momento specifico del passato che ha segnato un punto di rottura per lei perché è legato ad un evento terribile avvenuto una sera d'estate del 2010 - l’anno della sua maturità -, in occasione di una festa piena di musica e alcol; un evento che determinerà da quel momento in poi un prima e un dopo nella sua vita.

A quella festa Valentina si lascia andare a baci ed effusioni con un ragazzo che è amico suo e del fratello: G., un ottimo studente della scuola cattolica.
Ma quella sera il bravo ragazzo diventa uno stupratore; l'amico simpatico si trasforma in un mostro che non ha la faccia né da mostro né da stupratore, e che vive in un quartiere normale di un paese normale.

A quel ragazzo Valentina quella sera dice NO, e non una volta soltanto; sì, è vero, aveva bevuto un po' ma lei ricorda tutto e sa che non era ubriaca; sa benissimo di aver respinto G. con fermezza.

Ma lui le fa violenza sessuale, con tanto di lividi e sangue sulle lenzuola.

Valentina non denuncia e, anche se proverà a farlo e a "minacciare" lui di farlo, non lo farà.

Esattamente come il novanta per cento delle donne che subiscono violenza, quel danno resta taciuto per anni. 
Sua madre nota che, nei giorni successivi a quella maledetta sera, la figlia è strana, distante, triste, ma a lei, cattolica fervente e convinta, che ritiene il sesso un argomento tabù, Valentina non riuscirà a confidare lo stupro subito.
C'è una persona con cui si sfoga: Fabio.
Ma Fabio sceglie - con doloroso stupore da parte di Valentina - di credere al'amico, non crede alla sorella, anzi, si allontana da lei e rimane amico di G., lo stupratore.

Dieci anni dopo, Valentina si sente più forte, tanto da decidere di riprendersi la propria storia spezzando quelle maledette catene fatte di paura, vergogna, omertà, consapevole che se c'è qualcuno che deve vergognarsi non è lei, non sono le donne violentate, ma è il "suo" violentatore, sono i violentatori delle tante donne che hanno la sfortuna di incontrarli.

Valentina Mira dà il proprio nome alla protagonista (e voce narrante), le dà un'identità precisa perché le vittime di stupro non sono delle donne anonime, senza un volto, un vissuto...: sono persone, che hanno subito una violenza carnale e che, oltre e dopo questa, si sentono ancora violentate da una società e da un modo di pensare che attacca e stigmatizza chi invece va difeso, protetto, creduto, aiutato a denunciare. 

Non è stato facile continuare la propria vita dopo quella notte; la sofferenza di aver subito uno stupro, tutta la valanga di emozioni contrastanti ad esso collegate, l'allontanamento dell'amato fratello (il loro è sempre stato un legame fortissimo) e le sue scelte di vita discutibili, e poi la precarietà del lavoro anche dopo la laurea, le umiliazioni affrontate per cercare di non perdere quel po' che s'era costruita negli anni, la solitudine, la paura di non farcela, di dover continuare a consegnare pizze per sempre abbandonando il sogno di fare la giornalista...: Valentina infila tutto in questa lettera decisiva e definitiva, la prima e forse l'ultima e l'unica che scriverà mai a qualcuno vomitando in essa tutto.

Scrivere diventa una necessità per sopravvivere, per aggrapparsi a qualcosa, per denunciare come la violenza non sia solo quella di dieci anni prima con G., ma sia all'interno dei più differenti contesti e si esprima in diversi modi.

Si può essere violati anche per altre vie, che non contemplano necessariamente un bruto col ghigno che ti prende in un angolo buio e ti strappa gli slip: la violenza può risiedere anche in un datore di lavoro che, con voce melliflua e sorriso sornione, ti fa capire che se vuoi mantenere un posto di lavoro..., hai capito, sì?

Ma sul corpo ferito di Valentina ormai c'è una indelebile X che vuol dire NO, e il no è no, senza se e senza ma.

Il romanzo (autobiografico) di Valentina Mira è spiazzante perché schietto, diretto, feroce; la voce della protagonista è potente, è un grido di dolore e di rabbia, in cui c'è tutto il bisogno e il diritto di urlare che non è lei quella sbagliata, che no, non se l'è cercata quella sera, che una donna stuprata non deve sentirsi mettere in dubbio ciò che racconta e, anzi, va aiutata a sapere cosa deve fare per poter denunciare il suo stupratore

Ho ascoltato questo libro su Audible e mi ha colpito tanto, l'ho trovato disarmante nel suo essere onesto, lucido, e il modo di narrare dell'autrice mi ha smosso molte emozioni, dalla commozione alla rabbia, dall'empatia all'indignazione.

È un libro potente, come vi dicevo, che dà voce con vigore e franchezza alle donne che hanno vissuto, loro malgrado, un'esperienza drammatica come la violenza sessuale, e induce a mettersi al loro fianco non certo per giudicarle ma per unirsi alla denuncia di quello che poi è tutto un sistema, un modo di pensare intriso di misoginia; i concetti di vergogna, pudore, colpa, responsabilità vanno ribaltati, devono "passare" dalla vittima al violentatore, e la stessa vittima ha diritto (ma anche il dovere verso sé stessa) di non vedersi per sempre in questa "veste" - come la vittima di una violenza -, quanto piuttosto di dare spazio a un atteggiamento di resistenza, individuale e collettiva, una resistenza che implica la rivendicazione del proprio diritto di esistere.

Dolorosamente bello. Consigliato!!  


martedì 26 marzo 2024

🐦RECENSIONE 🎻 LE AVVENTURE DI NUVOLA E ANTONIUS di Germana Quadrini

 

Le fiabe musicali che oggi vi presento hanno in comune due speciali protagonisti giovani e inesperti che trovano il coraggio di sognare in grande e di provare a realizzare i loro sogni andando oltre limiti e insicurezze, sfidando timori e insuccessi.




LE AVVENTURE DI NUVOLA E ANTONIUS
 - DUE FIABE DI GERMANA QUADRINI - 




Queen Kristianka Edizioni
Musiche originali di Loreto Gismondi

Le avventure dell’uccellino Nuvola (Durata 11’:44’’)
Antonius, il sogno di un violino (Durata 18’:23’’)

6,00 euro
Voce narrante: David Duszynski
AUDIOLIBRO DIGITALE
FORMATO MP3, scaricabile dalle piattaforme
 IlNarratore, Kobo, Google Play


Nella storia "Le avventure dell’uccellino Nuvola", il passerottino Nuvola è chiamato così per la sua abitudine ad aver sempre il becco rivolto verso il cielo.

Vispo e curioso, ama giocare con tutti gli animali della valle e sogna di volare in alto come un'aquila.

Gli amici, inizialmente, non capiscono come Nuvola possa avere desideri troppo  ambiziosi, ma poi il loro affetto per il passerotto ha la meglio e decidono di aiutarlo nella difficile impresa.

Nuvola è un passerotto con il becco rivolto sempre verso il cielo.
Vispo e curioso, ama giocare con tutti gli animali della valle e sogna di volare in alto come un'aquila.

Gli amici, inizialmente, non capiscono come Nuvola possa avere una tale ambizione, ma poi l'affetto per il passerotto ha la meglio e decidono di aiutarlo nella difficile impresa.

Nuvola dovrà affrontare le proprie paure per ottenere ciò che desidera e volare sempre più su, là dove neanche lui era sicuro di poter arrivare.

Questo simpatico uccellino non si accontenta semplicemente di ciò che conosce ma aspira a qualcosa di più grande ed è desideroso di andare alla scoperta del mondo e della libertà.


"...il cielo è così infinito che appartiene a tutti. 
Trova il tuo pezzo di cielo."


*******

Nella seconda fiaba sonora, "Antonius, il sogno di un violino", conosciamo un vivace e curioso violino che coltiva nel cuore il desiderio far emozionare le persone con la bellezza della sua musica. 

Il liutaio Samuel costruisce con tanto amore pregiati violini, viole e violoncelli; per lui sono come delle creature, dei figli, un po' come Pinocchio per il buon mastro Geppetto; ad esse, l'anziano dà anche dei nomi e il violino della nostra storia si chiama, appunto, Antonius.

Antonius capisce sin da subito che lui e gli altri strumenti di Samuel sono speciali e il suo sogno è poter andare in giro per il mondo nelle mani di un musicista bravo che non lo abbandonerà mai e che lo "userà" per suonare melodie bellissime ed emozionanti.

La sua incredibile voglia di ritrovarsi nelle talentuose mani di un violinista lo spinge, però, a intraprendere dei passi incauti e frettolosi.

Ma per ogni cosa c'è il suo tempo, e come gli esseri viventi crescono attraversando delle tappe e fasi, così è per i violini di questa storia e Antonius lo imparerà molto presto.

Aver fretta di fare ciò per cui non si è ancora pronti e maturi non è una buona idea perché si rischia di fallire e di dover fare i conti con il timore di deludere gli altri e di non essere all'altezza delle aspettative.

Ce la farà Antonius a realizzare il sogno di essere "uno strumento dell'anima" capace di produrre musiche meravigliose nelle mani di un sensibile violinista?


Entrambi i racconti ci ricordano, con molta dolcezza e un pizzico di magia, che ci vuol coraggio e una sana fiducia in sé stessi per raggiungere i propri obiettivi, e che tutti noi possiamo realizzare i nostri sogni, anche dopo qualche errore o insuccesso.


Il linguaggio adoperato è semplice e adatto ad ascoltatori anche molto piccoli; l'ascolto è oltremodo piacevole, sia perché il narratore ha una voce calda, avvolgente e la lettura è espressiva e in grado di coinvolgere l'ascoltatore, sia per la presenza della musica che, lungi dall'essere un semplice "sottofondo", è anzi un elemento centrale, che dà corpo alla costruzione della fiaba stessa, accompagnando sapientemente di volta in volta i personaggi nei loro vissuti e accordandosi alle loro emozioni.

È una tipologia di fiaba ideale da proporre ai bambini in quanto ha tutte le caratteristiche per stimolare la creatività, l'immaginazione, favorire l'espressione di sentimenti ed emozioni, introdurre al meraviglioso mondo della musica e tiene accesa l'attenzione di chi ascolta grazie alla varietà di strumenti musicali, di melodie e ritmi che contribuiscono a far percepire la storia e i personaggi come esseri vivi e con una loro specifica identità.

Un audiolibro, quindi, composto da due fiabe davvero belle, delicate e magiche, con messaggi positivi e che ben si presta ad essere impiegata in ambito educativo.

lunedì 12 febbraio 2024

RECENSIONE 👨‍👩‍👧‍👦 UNA FAMIGLIA AMERICANA di Joyce Carol Oates



Questa è la storia di una famiglia borghese benestante che negli anni Settanta vive in una fattoria da fiaba, tra cavalli e mici, in un'atmosfera famigliare serena, gioiosa.
I Mulvaney destano invidia in quasi tutti coloro che li conoscono.
Fino al giorno infausto in cui accade una cosa che colpisce uno di loro e, di conseguenza, tutta la famiglia. Un evento drammatico da cui parte il "disfacimento" dei Mulvaney, tanto a livello sociale che privato.


UNA FAMIGLIA AMERICANA
di Joyce Carol Oates



Ed. Il Saggiatore
trad. V. Curtoni
512 pp

I Mulvaney, se li conosci, li ami.
O li invidi.
Sì, perché sembrano perfetti, felici, affiatati, sereni, moderatamente cristiani, sempre educati e corretti, di un'esuberanza e di un'allegria sane, floride.
A far da sfondo a quest'allegra combriccola - composta da Micheal Sr, mamma Corinne e i quattro figli, Patrick, Mike, Marianne e Judd - c'è la loro dimora: High Point Farm, una bella e grande fattoria nel Nord dello stato di New York dove gli umani convivono pacificamente con cavalli, gattini e altre bestiole.

I Mulvaney si sono guadagnati il rispetto di tutti quelli che li conoscono: lui, il capofamiglia, ha un’impresa edile ben avviata ed è un rispettato membro del Country Club; Corinne è una donna attiva, profondamente religiosa e con la passione per l’antiquariato e la politica. 
Anche i figli fanno la loro bella figura: Mike junior è un campione di football, Patrick uno scienziato in erba (intelligentissimo e colto, dà del filo da torcere a chiunque incappi in una conversazione "filosofica" con lui, che ha sempre la risposta e le argomentazioni pronte); il piccolo Judd è la mascotte della squadra; la femminuccia di casa - la dolce Marianne - è una studentessa modello, altruista, comprensiva, sempre attenta agli altri, una sedicenne brava e obbediente che mai si sognerebbe di infilarsi volontariamente in qualche guaio né di commettere cattive azioni.

L'unica "colpa" di Marianne è essere una Mulvaney di sedici anni, ingenua.

La vita idilliaca di questo nucleo famigliare si spezza nel giorno di san Valentino del 1976: c'è il ballo della scuola, a conclusione del quale accade qualcosa di terribile alla povera Marianne. 
Quello che le accade, in famiglia verrà chiamato sempre l'«incidente», cercando di evitare accuratamente altri termini più adatti a descrivere il tipo di violenza subita dalla ragazza ad opera di un compagno di scuola, tale Zachary Lundt.

"L'incidente" diventa un fattaccio da non nominare più con nessuno e in nessun caso; Marianne sviluppa tanti e sbagliati sensi di colpa, che la inducono a tenersi tutto dentro e non voler rendere noto "il fattaccio".

A casa, quando la cosa si viene a sapere, tutti ne restano addolorati, sconvolti, arrabbiati.
Se Judd e Mike cercano "semplicemente" di evitare l'argomento doloroso per Marianne e per i genitori, Patrick matura dentro di sé un'enorme e cieca rabbia verso il farabutto che s'è approfittato della sua sorellina.
Corinne è distrutta, non accetta l'idea di non essersene accorta immediatamente e vorrebbe proteggere la sua bambina da tutto, compresi i pettegolezzi cattivi e ingiusti di chi non sa e parla alle spalle, addossando colpe a chi non ne ha e scagionando chi le ha.
E poi c'è lui, il padre: Micheal Sr è anch'egli dilaniato e vorrebbe spaccare la faccia a tutti gli ipocriti che si sono già schierati dalla parte del figlio di papà, contro cui nessuno ha intenzione di mettersi.

"...i Mulvaney erano una famiglia nella quale tutto ciò che accadeva era prezioso e tutto ciò che era prezioso era immagazzinato nel ricordo e tutti avevano una storia. Per questo molti di voi ci invidiavano, credo. Prima degli eventi del 1976, quando tutto per noi andò in pezzi e non venne mai più ricomposto nello stesso identico modo".

La serenità della casa è ormai annientata; in un attimo la famiglia perfetta non esiste più: ciascuno combatte la propria lotta in nome della giustizia, della vendetta o del perdono, tutti si trasformano e si allontanano, sia col cuore che fisicamente. 

Ogni Mulvaney prende la propria strada, prendendo le distanze dalla fiabesca fattoria in cui hanno vissuto la felicità e l'unione, per percorrere cammini differenti, distanti l'un dall'altro; per dimenticare, per non litigare, per non riversare rancori e ira su chi si ama, per cercare di andare avanti, ingoiando il boccone amaro dell'ingiustizia.

Da amati e ammirati a reietti: i Mulvaney diventano, all'interno della cerchia di amicizie (di adulti e ragazzi) degli appestati, gente da cui è meglio stare alla larga perché son capaci di combinare pasticci.

Attorno ai membri di casa Mulvaney si forma la cosiddetta "terra bruciata", un'opera meschina di isolamento e allontanamento da parte di coloro che, fino a una settimana prima, erano amici.

Pur amandosi, i due genitori e i quattro figli non sanno più interagire tra loro; a separarli c'è quel muro creato dall'incidente occorso a Marianne, ed è lei la prima che va allontanata in quanto la sua presenza ricorda troppo tutto il dolore, l'impotenza, la rabbia.

La storia ci viene narrata in retrospettiva dal piccolo di casa, Judd, attraverso il cui racconto entriamo in questa famiglia e, già dopo poche pagine, ci sembra di conoscerli e riconoscerli come se facessimo parte di loro.

"Narrando questa storia dei Mulvaney, dei quali mi trovo a essere il figlio più giovane ma anche, spero, un osservatore neutrale, o almeno qualcuno le cui emozioni sono state purgate ed esorcizzate dal tempo, io voglio scrivere ciò che è vero. (...) Molto si basa su ricordi e su conversazioni con membri della famiglia su cose che non ho vissuto in prima persona e che non potrei mai conoscere, se non seguendo le vie del cuore. Come diceva papà (...) «Noi Mulvaney siamo legati dal cuore»."

Ci fanno sorridere i nomignoli affettuosi affibbiati a tutti - umani e no -, i piccoli e simpatici aneddoti legati all'infanzia che, quando si ricordano da adulti, sembrano sempre più divertenti e buffi; li vediamo cambiare da un giorno all'altro dopo l'incidente, condividendo con ciascuno la sua tempesta emotiva; di alcuni comprendiamo le scelte, di altri meno, ma negli anni impariamo a capirli, a scusarli, e a me personalmente tutti hanno suscitato tenerezza per motivi diversi, nonostante qualcuno (come papà Michael) abbia preso una strada peggiore degli altri. 

Nell'arco di 14 anni, i Mulvaney non si allontanano mai del tutto ma ognuno di essi intraprende un cammino personale importante, imparando a liberarsi dall’obbligo sociale di incarnare la perfezione,di comportarsi secondo delle etichette, di essere per forza  accettati dagli altri per contare qualcosa, e scegliendo di diventare semplicemente se stesso.

"Quali sono le parole giuste per riassumere una vita, tanta affollata confusa felicità che si conclude con un atroce dolore al rallentatore?"

Già, lettori, quali sono le parole giuste per parlare dei Mulvaney?
Di Micheal senior: l'aitante, il gioviale, il burlone, il ricco e carismatico padre, marito, amico e imprenditore o l'uomo solo, arrabbiato col mondo e con i propri cari, ridotto a una larva che trova piacere soltanto nel bere?
Di Corinne, la madre e moglie cristiana, fervente, saggia, entusiasta, o della "seconda Corinne" che vede il proprio nido casalingo disfarsi sotto i propri occhi?
Di Marianne, debole, indifesa, bisognosa di amore, di essere accolta, accettata per ciò che è e per quella macchia sul suo passato.
Di Patrick, la cui razionalità non basta per calmare i fiumi di furore e vendetta che lo lacerano dentro.

La Oates ha saputo magistralmente raccontarci le vicende di questa famiglia, di come l'ossessione per l'ingiustizia subita da una di loro abbia pesato sulle loro vite, singole e in quanto membri del medesimo nucleo famigliare.

Il tratteggio umano che emerge da queste pagine mi ha soddisfatta appieno, la penna della scrittrice americana scorre senza intoppi e facendo crescere, di capitolo in capitolo, l'interesse e la partecipazione affettivo-emotiva ai fatti narrati e ai personaggi coinvolti.

Si fa il tifo per loro, per i cari Mulvaney.
Vi prego, ritrovatevi. Basta un abbraccio e una sincera pacca sulla spalla per spazzare via le nubi.


Un romanzo che mi è piaciuto davvero molto e che vi consiglio, se amate la narrativa americana contemporanea e le saghe famigliari.

sabato 27 gennaio 2024

"IL SEGNALIBRO DELLA MEMORIA"





AUDIOFICTION


LA SIGNORA DEI TULIPANI di Mauro Ruggiero

Un'anziana e taciturna signora dai capelli bianchi vende fiori in una strada di Praga tra l'indifferenza dei 


passanti. Ad accorgersi di lei sembra essere solo un giovane giornalista che, spinto dal desiderio di aiutarla, compra spesso quell'unico mazzetto di tulipani che la donna offre.
Presto, però, il giovane scoprirà che dietro quegli occhi azzurri e assenti, la "Signora dei tulipani" nasconde una storia incredibile e toccante iniziata al tempo dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia e della Shoah.



L'uomo incapace di sorridere di Giancarlo Villa

-
Londra, 28 Novembre 1962. È una piovosa serata di fine autunno, gelida e cupa.
Due giovani avventori del locale "The Star" si stanno godendo gli ultimi minuti di una serata blues. Il chitarrista del gruppo è un tipo strano, cupo, eccentrico.
La sua terribile storia è una storia di sopravvivenza estrema contro il male; la Storia di un sopravvissuto al campo di sterminio di Mauthausen.

Pur essendo due fiction, quindi con personaggi fittizi, di fantasia, ciò che viene narrato rispecchia vicende assolutamente realistiche; sono racconti brevi ma aventi una loro intensità, che coinvolgono emotivamente l'ascoltatore spingendolo a riflettere sui concetti di bene e di male, e di come questi siano presenti entrambi nel profondo dell'animo umano; in particolare nel secondo audiolibro, il personaggio principale è sopravvissuto all'Olocausto per cui la sua esperienza è ovviamente (e tristemente) fedele alla realtà.
In entrambi i casi l'ascolto è stato gradevole grazie all'espressività dei narratori espressivi.



BIOGRAFICO

Il comandante Franz Ziereis di Giancarlo Villa.
,

Al centro vi è la figura del massimo comandante di Mauthausen, 
il campo di concentramento dove venivano deportati principalmente gli intellettuali polacchi e i prigionieri di guerra sovietici.
Dopo esser entrato nella polizia tedesca, Ziereis scala gli ordini gerarchici fino a ottenere il comando del campo, dove si trasferì con la propria famiglia e risiedette per tutta la durata del suo ruolo.
 
Passato alla storia come uno dei più spietati e crudeli gerarchi, incapace di pentirsi persino in punto di morte, Ziereis era noto per la sua ossessione di sparare dalla sua abitazione, davanti al figlio undicenne, a qualsiasi prigioniero tentasse di scappare.

In questa breve ed essenziale biografia l'ascoltatore apprende come sia stata l'infanzia di Ziereis a Monaco, che era un bambino timido e vittima di bullismo da parte dei coetanei, fino ad arrivare agli orrori commessi da comandante nazista, nell'angolo di secolo più buio per l'umanità.
Interessante, permette di conoscere un altro personaggio meschino che ha contribuito a scrivere una pagina nerissima della storia.


TESTIMONIANZE

Le storie di Stanka e Maria: Il campo di concentramento di Gonars e la deportazione dei rom e dei sinti in Friuli Venezia Giulia durante la Seconda guerra mondiale di Andrea Giuseppini


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Nel campo di concentramento fascista di Gonars, un paese in provincia di Udine, furono internate decine di migliaia di civili sloveni e croati. Il campo rimase in funzione dalla primavera del 1942 fino all’8 settembre del 1943. Si calcola che in questo periodo, all’interno del campo, morirono di fame e di malattie circa 500 persone.

Stanka è un’anziana donna rom, nata nella provincia di Lubiana e deportata nel 1942 nel campo di Gonars. Nei ricordi di Stanka, raccolti in questo audio documentario, ci sono la terribile fame, il gran freddo, e le morti, tra cui quella di una piccola bambina rom.

Maria è invece una sinta italiana, nata nel 1929 a Trieste. Per fuggire ai pericoli dei bombardamenti, Maria e la sua famiglia si rifugiano nelle campagne friulane. Qui, dopo l’8 settembre del 1943 e l’occupazione tedesca, incontrano i rom sloveni deportati a Gonars.

Nei mesi successivi, la madre e un fratello di Stanka, il fratello di Maria e altri giovani rom saranno catturati dai tedeschi e deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti.
Solo in pochi faranno ritorno.

Nell’audiolibro, oltre alle voci di Stanka e Maria, si possono ascoltare quelle della storica Alessandra Kersevan, della partigiana Rosa Cantoni e dello scrittore Boris Pahor.

Testimonianze che vanno ascoltate, conosciute perché sono storie vere, drammatiche, dolorose, che escono direttamente dalla bocca di chi le ha vissute sulla propria pelle, di chi ha sofferto la fame, il freddo, la paura di essere picchiato, ucciso per il solo fatto di essere rom.
Storie che per molto tempo sono state ignorate, non considerate, storie di crimini per i quali i colpevoli non sempre hanno pagato.


Tutte storie da ricordare per il Giorno della Memoria ma affinché questa ricorrenza - che è giustissimo celebrare, non solo il 27 gennaio, ma sempre - non perda il suo valore e il suo fine, è necessario, a mio avviso, denunciare ogni sopruso, violenza, crimine di guerra, tentativi di pulizia etnica/sterminio ecc... che ancora oggi purtroppo avvengono.
Il fatto che ad oggi in tante parti del mondo i diritti di tanti uomini, donne, bambini... vengano costantemente violati non deve far cadere nell'errore di credere che il Giorno della Memoria abbia perso significato, che sia pura retorica e che quindi non serva più ascoltare ancora le testimonianze dei sopravvissuti (il cui numero, ovviamente, si fa sempre più esiguo), leggere libri/articoli o  guardare film/documentari a tema...; nondimeno, proprio per onorare con onestà e in una logica inclusiva questa giornata, nessuna vittima di azioni criminali a scopo di sterminio, di negazione dei diritti umani, va ignorata, sminuita, dimenticata, altrimenti la memoria di ciò che è accaduto durante la seconda guerra mondiale non sarà mai un ricordo, se poi sotto i nostri occhi continuano a verificarsi ingiustizie simili davanti alle quali si tende a girare la testa dall'altra parte e quasi a considerarle "di serie B".


"...se la storia e la memoria pubblica sono un antidoto dovremmo chiedercelo sempre, dove eravamo e dove siamo. Per provare a non correre il rischio di finire in quel maledetto scantinato stantio, a rifugiarsi nello studio, mentre i bambini gridano nella notte. “La memoria della Shoah è di tutti”, ha sostenuto sul sito di “Gariwo” la storica Anna Foa, e ha ragione: è anche delle donne e dei bambini intrappolati a Gaza o nei campi profughi di tutto il Medio Oriente. Sempre che sopravvivano.

Forse, chissà, un giorno succederà quello che immagina Elie Duprey (“Contretemps”, 23 dicembre 2023):

"La situazione non lascia spazio all'ottimismo. In Palestina, innanzitutto e prima di tutto, dove il sostegno incondizionato dato a Israele dalle potenze occidentali rende difficile immaginare qualcosa di diverso dall'approfondimento delle dinamiche attuali: pulizia etnica, apartheid, fascistizzazione sempre più spinta della società israeliana, indignazione generale – da parte dell'Occidente – di fronte alle esplosioni di violenza più spettacolari, indifferenza generale – da parte dell'Occidente – di fronte alla violenza quotidiana della colonizzazione. La storia degli Stati Uniti dimostra che certi processi coloniali possono trionfare e certi popoli scomparire. Forse un giorno qualche turista entrando in un casinò di Gaza verserà una lacrima in memoria dei crimini passati, prima di tornare a godere dei benefici della civiltà. Forse no".

Forse sarà così, forse no – in ogni caso decine di migliaia di persone non ci sono più. Dipende anche da noi, dal poco – pochissimo – che contano le nostre voci. Se non le alzeremo abbastanza, e se non verremo ascoltati, chissà, può essere che un giorno qualcuno ci verrà a cercare, sempre che non sia già troppo tardi. Quando busserà alla nostra porta chiedendoci se davvero non sentivamo, non vedevamo, non parlavamo, noi, o almeno io, probabilmente non sapremo cosa dire."


(stralcio di un articolo di Carlo Greppi presente su Gariwo)

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