martedì 24 maggio 2022

RECENSIONE: ✔ DIVORZIO DI VELLUTO di Jana Karšaiová ✔



In Divorzio di velluto leggiamo una storia che non è solo quella personale - contrassegnata da ferite, delusioni, perdite, separazioni, litigi, tentativi di rinascere... - della protagonista, Katarìna, ma è anche la storia di uno strappo culturale, linguistico, politico, che - per quanto sia stato definito "di velluto", quindi non violento o "traumatico" - inevitabilmente si è riversato nelle vite dei singoli, influenzandole nel bene e nel male.

DIVORZIO DI VELLUTO
di Jana Karšaiová


Ed. Feltrinelli
160 pp
Era il 1992 quando la Cecoslovacchia si "dissolveva" per dar vita a due nuovi Paesi: la Slovacchia e la Repubblica ceca.

La giovane Katarìna è nata nel 1978 "in una Cecoslovacchia comunista appena matura che dopo quindici anni sarebbe morta per vedere sorgere dalle proprie ceneri due stati nuovi, una fenice moderna, gemella ma non troppo, un matrimonio il cui apice sarebbe stato il divorzio, battezzato anche quello di velluto. Come la rivoluzione dell’89, la Rivoluzione Gentile la chiamavano gli slovacchi, di Velluto, ribattevano i cechi."

Adesso che è una donna adulta e indipendente, torna a Bratislava (da Praga) in occasione delle festività natalizie, ma se ne pente immediatamente.

Come al solito, l'atmosfera in casa è greve, soffocante, resa tale dal rapporto conflittuale tra i suoi genitori - dalle personalità molto diverse - e da quello di Katarina stessa con la madre.

Infatti, se con suo padre ha sempre avuto un rapporto sereno, nonostante la debolezza caratteriale dell'uomo, che col tempo ha deciso di ripiegare nel demone dell'alcolismo le proprie delusioni ed amarezze, è con la madre che è difficile comunicare e interagire.

La donna è un tipo forte, rigido, poco affettuoso e anzi è sempre pronta a criticare le scelte e le condotte dei figli, in special modo di Katarìna (di cui, ad es., non ha mai approvato il matrimonio) e di Dora (più grande di Katka; hanno anche un fratello, Jojo), la figlia che se n'è andata di casa, trasferendosi negli Stati Uniti, non facendo più ritorno e non dando scarse notizie di sé; con lei, Katarìna è rimasta in contatto tramite email.

Ad aggiungere malumori nei giorni di festa è la notizia che Katarìna, con ostentata indifferenza, dà circa il proprio rapporto con Eugen: dice, infatti, che il marito se n'è andato di casa.

Si sono lasciati, dunque?

Katka non si sbilancia granché ma il lettore ne segue il filo dei ricordi e apprende in che modo i due si sono innamorati, la passione che li ha travolti, la decisione - forse troppo affrettata - di sposarsi in quattro e quattr'otto, e poi le tante difficoltà di integrarsi a Praga e, soprattutto, un episodio doloroso che ha creato uno strappo nel matrimonio, mandandolo in crisi.

Un dolore su cui Katarìna stende una coltre spessa di silenzio, soffrendone e chiudendosi in se stessa.

Andando avanti nella narrazione, quella che inizialmente può sembrare una voce narrante/protagonista fredda e chiusa dal punto di vista emozionale ed empatico, si rivela, piuttosto, come una giovane donna che è cresciuta in un contesto famigliare in cui i problemi e i dissidi venivano affrontati a suon di urla ed insulti da parte della madre, e a questo modo di fare ella ha imparato ad opporre silenzi impenetrabili ed atteggiamenti di chiusura per fronteggiare il vuoto attorno a sé:

"Sentiva un peso che le premeva sul petto. Lei non viveva i dolori in quel modo, li seppelliva, non sapeva come fare altrimenti."

"Il buio che si portava dentro era solo buio, sotto scorreva la vita, per tutti, anche per lei."

Oppressa e irritata dai musi della madre e dai suoi rimbrotti, la ragazza finisce per trascorrere il capodanno con l’amica Viera (con cui ha condiviso gli anni del liceo e la passione per l’Italia) a Bologna, dove questa si è trasferita grazie a una borsa di studio.
Le due amiche hanno modo di riavvicinarsi e di raccontarsi esperienze e ferite, e mentre  Katarína le parla di Eugen e del suo abbandono di due mesi prima con un biglietto sul tavolo della cucina, l'altra le racconta della liaison con Barbara, che era stata la loro insegnante di italiano.

Subito dopo Katarìna ed Eugen si rivedono in una circostanza molto triste. 

Questo incontro inaspettato ricucirà il loro rapporto in crisi o ne decreterà la fine in modo definitivo?

Il matrimonio (e la conseguente separazione) della slovacca Katarina con il ceco Eugen è un po' una raffigurazione (in piccolo) del rapporto tra due paesi e quindi tra due culture, due popoli, due lingue.

Jana Karšaiová intreccia le vicende della protagonista Katarìna con quelle del paese in cui è nata, la Slovacchia, e attraverso la voce asciutta e il racconto essenziale della protagonista, racconta com’è stato crescere sotto l’oppressione del regime comunista, la censura, subire la divisione del proprio paese, l’abolizione delle festività cattoliche, le code per la carne e per qualsiasi cosa; un elemento importante è l'amore per l’italiano, il cui studio diventa un modo per conquistare uno spazio personale, tutto per sé, dove potersi reinventare fuori da ogni condizionamento, ricrearsi attraverso l'uso di una lingua nuova.

"Divorzio di velluto" è un romanzo che affronta il tema della perdita delle proprie radici e della necessità di ricostruire sé stessi quando il mondo a cui si era abituati va praticamente in frantumi e ne viene fuori una realtà nuova (e vecchia insieme).

Quella di Katarìna è una storia di assenze e silenzi che pesano, di tradimenti, di desideri che si ha timore anche solo a pronunciare, di squarci che, per essere ricuciti, richiedono nuove risorse e la volontà di rinascere come un'araba fenice, superando la sensazione di sradicamento e di vivere come orfani di un passato chiuso per sempre.

Un romanzo che mi ha colpita positivamente per la scrittura profonda, che va dritta al punto senza risultare distaccata emotivamente; l'ascolto, poi, è stato oltremodo piacevole, considerato che a leggere il libro è la stessa autrice, Jana Karšaiová.

Un esordio letterario che merita attenzione.



sabato 21 maggio 2022

RECENSIONE: ✔ NOVA di Fabio Bacà ✔


Davide è un uomo abituato ad avere, nei confronti della vita, un approccio razionale, un occhio scientifico che cerca una spiegazione sensata a tutto. Fino a quando nelle sue giornate tranquille - cadenzate essenzialmente dal lavoro in ospedale e dalle relazioni famigliari - irrompono elementi imprevedibili, che lo mettono di fronte agli istinti più pericolosi e ingestibili che risiedono nella psiche di ogni uomo. Compreso se stesso.


NOVA
di Fabio Bacà



Ed. Adelphi
279 pp

"Questa è la sostanza di cui siamo fatti: sangue, furore e detriti di sogni al confine tra sonno e veglia. Dominare la violenza o esserne dominati."

Davide Ricci, appena sveglio, pensa alla morte.

È la prima informazione che il lettore apprende sul protagonista, un giovane uomo che lavora come neurochirurgo all'ospedale (siamo a Lucca), sposato con la bella Barbara - logopedista e super vegana - e padre del quattordicenne Tommaso.
Non è un tipo pessimista né ha particolari problemi, fatta eccezione per il rapporto poco sereno con il suo diretto superiore (il primario, dottor Martinelli) e con un vicino di casa, tale Massimo Lenci, che cova astio nei suoi confronti in quanto poco tempo prima Davide è riuscito a far chiudere il locale di cui l'uomo era proprietario perché durante la notte creava un gran baccano.

Per il resto, la vita di Davide procede fin troppo tranquilla, fino a quando non cominciano a verificarsi dei piccoli episodi che lo mettono in crisi.

Uno di questi  ha a che fare sempre col vicino arrabbiato e risentito, Lenci: un giorno, questi ferma Davide e gli parla..., gli parla con un tono apparentemente calmo ma il dottore "vede" nei suoi occhi, negli atteggiamenti, nel tono di voce, che l'altro vuol mandargli un messaggio ben preciso, presumibilmente per spaventarlo, altrimenti perché fargli sapere che in passato è arrivato a fare a botte con uno sconosciuto, a beccarsi una bottigliata in testa e a reagire in modo violento, tanto da beccarsi una denuncia?
Davide ascolta Lenci mentre gli fa questi discorsi strani e leggermente minacciosi, e resta sbigottito, un po' impaurito e soprattutto immobile, paralizzato. Non sa come reagire.

Questa reazione di immobilità non è isolata.
Una sera raggiunge moglie e figlio al ristorante, dove essi già sono lì ad attenderlo, e si ritrova davanti ad una scena bizzarra, incomprensibile, davanti alla quale egli resta paralizzato: un uomo che non conosce si è avvicinato al tavolo di Barbara e Tommaso e ha messo una mano sul braccio della donna, con fare prepotente. 
Chi è e cosa vuole da lei? Barbara lo conosce? 
Mentre mille domande gli affollano la mente, la situazione precipita: un altro individuo - anch'egli uno sconosciuto - interviene per "salvare" Barbara dalle avances insistenti e sgradevoli dell'altro, e lo fa con molta decisione, minacciando il "molestatore" con un coltello e intimandogli con fermezza di comportarsi bene.
Tutto questo sotto gli occhi scioccati di Barbara e Tommaso; quest'ultimo, poi, incrocia per qualche secondo lo sguardo del padre, che non interviene in soccorso di moglie e figlio ma lascia che le cose si "risolvano da sé".

Questi episodi cominciano a innescare una serie di domande, pensieri, dubbi su sé stesso: Davide Ricci, il neurochirurgo che salva vite umane e "cura i cervelli", è forse un vigliacco?
Sì, certo, lui odia ogni forma di violenza e mai gli verrebbe in mente di risolvere una qualsivoglia questione con le botte, ma addirittura restare impassibili e fermi davanti a un tizio che dà fastidio alla tua consorte è troppo pure per un pacifista come lui!

E Davide sarà pure uno che esita ad agire, ma a pensare e ripensare è bravissimo, per cui comincia a viaggiare con i ricordi e la mente gli porta a galla altri momenti del passato in cui, davanti a gesti - anche velati e non proprio espliciti - di prepotenza e/o aggressività, lui ha reagito con mollezza, come se volesse nascondersi o scappare, tutto pur di non affrontare a viso aperto il prepotente di turno.

Cosa indicano di lui episodi come questi? Che è un vile, un fifone senza attributi?

Quando vede suo figlio fare amicizia con il figlio di Massimo Lenci, vorrebbe poter intervenire perché quel ragazzo strano di nome Giovanni - che pare abbia trascorso gli ultimi quattro anni lontano dal padre, in Australia - lasci in pace suo figlio, ma in realtà non fa nulla.

La svolta arriva attraverso un uomo di nome Diego, il quale altri non è che il ragazzo che aveva aiutato Barbara e Tommaso al ristorante.
Diego e Davide diventano amici e il primo dà al secondo altri occhi con cui guardare dentro sé stesso: non più quelli pacati e razionali del medico che si accosta al cervello come ad una macchina perfetta e che egli ha imparato a conoscere tramite la propria carriera accademica e professionale.
Ciò che Diego fa, essenzialmente, è spingere Davide a porsi delle domande importanti su quei meccanismi del cervello più oscuri, latenti, da cui derivano impulsi che da sempre si preferisce soffocare perché ritenuti anticonvenzionali, non conformi alle norme del vivere civile.

Diego, a sua volta, gli parla con molta franchezza di sé, della propria infanzia, dei lutti subiti, delle esperienze fatte e di ciò che è adesso, del percorso che ha fatto per arrivare alle consapevolezze odierne e che lo rendono, agli occhi ammirati di Davide, una sorta di maestro, di mentore.

"La società moderna reprime gli istinti che non comprende o che non le fanno comodo. Inibisce l’aggressività individuale perché ritiene che confligga con l’idea di civiltà. "

"...la violenza è un potere ambiguo, che ha bisogno di essere controllato: se non lo domini, dominerà te. E non puoi controllare qualcosa che neghi a priori. Non puoi gestire una parte di te che rifiuti persino di concepire. Per convivere con il Potere devi nutrirlo e addomesticarlo."

«Fidati di me, dottore. Impara a cavalcare il tuo Potere, o te ne pentirai. Impara a domarlo, e ti porterà più lontano di quanto immagini».

Diego acquisisce una sicurezza di sé che non aveva mai posseduto e questo lo porta a cambiare negli atteggiamenti e nei discorsi, tanto che pure Barbara se ne accorge e non vede di buon occhio l'amicizia con quel Diego, che lei trova enigmatico, inquietante e con una cattiva influenza sul marito.

Ma le nuove certezze del dottor Ricci sull'uso della violenza, sulla necessità di riconoscere i propri istinti più meschini e aggressivi, dovranno fare i conti con l'imprevedibilità che si cela dietro le vite e i cervelli altrui.
Lui, un medico che ha fatto della conoscenza del cervello il perno della propria vita, si scontrerà in modo drammatico e oltremodo impetuoso con le conseguenze di una carica di violenza ingestibile, feroce, frutto di problematiche mentali molto serie e dagli effetti dolorosi.

In poco tempo l'esistenza di Davide Ricci viene letteralmente sconvolta da gesti intrisi di follia umana, dalla paura che ai propri cari possa esser fatto del male, ma a stravolgerlo dentro ed irreversibilmente sarà la contezza di come anch'egli - benché sia e abbia sempre vissuto come una persona gentile, perbene, dal carattere docile - custodisca in sé stesso i germi dell'aggressività e della violenza.
Non solo, ma realizza che, per quanto la violenza sia ripugnante, inconcepibile, vile, disumana, essa sia al contempo inevitabile, efficace, capace di farlo sentire vivo e dunque "profondamente, indissolubilmente umana."

Che bella scoperta questo libro di Bacà, davvero sorprendente, per trama, registro linguistico, psicologia dei personaggi!
Ho trovato la scrittura molto matura, estremamente affascinante, in particolare perché si avvale di un linguaggio elaborato, ricco, specifico (appartenente all'ambito medico per lo più), chirurgicoraffinato che però ha il grandissimo privilegio di risultare molto scorrevole e piacevole, mai pesante né tantomeno artificioso; la lettura fila fluida e accattivante dal primo rigo, l'Autore sa creare la giusta tensione emotiva nei momenti clou, affronta un tema interessante e attuale qual è quello della violenza, sia legata ad es. ai problemi di tipo psichiatrico, sia in quanto conseguenza di istinti presenti nella natura umana, e che non tutte le persone imparano a gestire nel medesimo modo e/o nel modo giusto.

Insomma, io ho amato questo libro, che per quanto mi riguarda - ad oggi - è tra quelli che preferisco tra i candidati allo Strega letti (ahimè, non tutti), insieme a "E poi saremo salvi".

Assolutamente consigliato!!

giovedì 19 maggio 2022

RECENSIONE: ** CINQUE QUARTI D'ARANCIA di Joanne Harris **



Per l'ultra sessantenne Framboise Dartigen prendere in mano e leggere il vecchio album/diario di sua madre è come fare un salto nel passato, andando indietro di molti anni, a quando aveva solo nove anni e l'innocenza dell'infanzia si è frantumata in mille dolorosi pezzi davanti alla brutalità di un periodo storico drammatico che ha sconvolto le vite di tante persone.


CINQUE QUARTI D'ARANCIA 
di Joanne Harris

Ed. Garzanti
trad. L.Grandi
405 pp
Ci sono segreti che vanno custoditi per sempre. 
Perché pensare ad essi crea dolore, vergogna, sensi di colpa, rimorsi.
Perché ormai ne è passata di acqua sotto i ponti e rivangare il passato non solo non può cambiare ciò che è stato, ma oltretutto impedisce di vivere al meglio il presente.

Ma a volte è inevitabile ripensare ai giorni andati e, anzi, capita che se anche non lo volessi fare, c'è qualcun altro che ti costringe a farlo. 

Così succede a Framboise Dartigen, vedova da vent'anni, con due figlie ormai adulte, che è tornata nel paesino in cui è nata, e ha trascorso parte dell'infanzia, per aprire una crêperie.
Nessuno sa che è lì in incognito, con un altro nome, un'altra identità.
Beh, quasi nessuno: lo sa suo fratello Cassis - che va anche a trovarla -, il di lui figlio, Yannick, e quella strega della nuora, Laure, che si fa viva per interessi egoistici.
Ma Framboise sa come rispondere per le rime a tutti. Del resto, chi la conosce lo sa: ha un bel caratterino, fumantino, determinato, schietto.
Come sua madre, Mirabelle, la proprietaria della fattoria in cui lei è ritornata a vivere e che più di cinquant'anni prima era stata distrutta da un incendio, in seguito ai terribili avvenimenti che si sono susseguiti a grande velocità e che hanno stravolto le esistenze di tante persone.
Di colpevoli ed innocenti.

Framboise riprende il diario della madre e vi trova tante cose: ricette, aneddoti, ricordi e soprattutto si accorge che sua madre scriveva adottando un linguaggio strano, una scrittura crittografata che lei non capisce; le viene in aiuto suo fratello e così tante parole e frasi misteriose vengono decodificate e rese chiare.

Il lettore segue quindi la narrazione della protagonista che dal presente passa al periodo del secondo conflitto mondiale.
Siamo sempre nello stesso paesino sulle rive della Loira, a Les Laveuses, vicino ad Angers; qui vive Framboise con la mamma Mirabelle, il fratello Cassis e la sorella Reine-Claude (Reinette).
Mirabelle ama cucinare e in questo è bravissima; ha una passione per tutti i frutti tranne le arance, che non permette che entrino in casa perché solo il sentirne il profumo le fa venire delle emicranie dolorosissime. 
I nomi dei figli prendono spunto proprio da un frutto o da una ricetta: Cassis, per il suo ricco dolce di ribes nero; Framboise, per il suo liquore di lampone, e Reinette dalle susine regina Claudia che crescevano lungo il muro a sud della casa.
La donna porta avanti la fattoria con grande energia, è abituata a fare da madre e da padre ai propri figli, che ama ma verso i quali ha un grande limite: non è capace di dimostrare amore attraverso  parole o gesti affettuosi.
Non è semplicemente riservata, poco avvezza ad esprimere emozioni e sentimenti: no no, lei è proprio dura e arida come un nocciolo; brusca, sgarbata ed eccessivamente spiccia nei modi, severa e molto rigida nell'educazione dei figli, non fa che dettare ordini e rimproverare, riprendere e borbottare scontenta verso tutto ciò che dicono e fanno i ragazzi.
I quali, seppur malvolentieri, obbediscono; la più ribelle è proprio Framboise, testarda, volitiva, dalla forte personalità, così simile a quella madre nervosa e coriacea, e le due infatti trovano sempre il modo di scontrarsi.
Rispetto ai fratelli, Boise non ha paura della mamma, la sfida con lo sguardo, con parole taglienti e sferzanti e, soprattutto, sfrutta le debolezze dell'adulta. La mamma odia le arance e al solo annusarne la presenza si lamenta per il mal di testa? Bene, vorrà dire che per metterla ko la ragazzina provvederà a nascondere dentro casa un sacchettino con la scorza d'arancia!

È solo una bambina di nove anni ma sa quel che vuole e sa come ottenere il rispetto della sorella - più delicata e tranquilla, tutta concentrata sulle star del cinema, rossetti e sciocchezze del genere - e del fratello, che tende a trattarla come una mocciosa.

Quando gli occupanti nazisti arrivano nel loro villaggio, tante cose cambiano nelle abitudini delle famiglie e anche in casa Dartingen.
In particolare, nelle loro vite arriva un giovane soldato tedesco: Tomas Leibnitz.
Quest'uomo stringe un'amicizia segreta con i tre bambini e li conduce passo dopo passo in un mondo di adulti che, per ragioni egoistiche e interessi personali, non esitano a tradire, dire bugie, ricattare, fare del male.

In quell'estate in cui tutto cambia, Boise e i suoi fratelli dovranno fare i conti con episodi brutali, prendere decisioni difficili di cui non sono totalmente consapevoli, in quanto sono ancora molto, troppo giovani per prevedere le conseguenze di certe azioni importanti e drammatiche.

Gli eventi che si verificheranno porteranno sgomento, dolore e rabbia a Les Laveuses, con strascichi molto tristi, ingiusti, che coinvolgeranno anche persone innocenti, il cui ricordo tormenterà Boise negli anni.
E proprio quegli eventi terribili hanno spinto la donna, ormai matura, a tornare in quel paesino che fu costretta ad abbandonare quand'era una bambina, a riprendere possesso della fattoria materna ma, allo stesso tempo, a farlo sotto falso nome, convinta che nessuno, dopo tanti anni, potrebbe mai ricollegarla ai Dartingen di cinquant'anni prima.
Anche se poi, in realtà, a Les Laveuses qualcuno sa chi lei sia: il suo amico d'infanzia Paul, il buono e lento Paul, balbuziente e, a detta di tutti, poco intelligente.
Ma Paul è meno sciocco di ciò che gli altri - Boise compresa - pensano e saprà dimostrarlo alla sua vecchia amica.

Tra queste pagine si consumano vicende tragiche che si intrecciano ad un’atroce pagina della Storia, creando dinamiche spietate che hanno un impatto sul presente e anche sul futuro.
Si narra del lato più oscuro dell'infanzia, di questi bambini cresciuti da un genitore solo e poco affettuoso, e costretti troppo presto a guardare in faccia la complicata realtà di certi adulti e ad interagire con essi, sviluppando un cinismo e un senso pratico che alla loro età non dovrebbero essere già presenti, perché significa che son cresciuti in fretta. Troppo in fretta.

È un romanzo che narra di tradimenti: quelli di una figlia verso la madre (amata, odiata, così terribilmente simile a sé), quelli consumati all'interno della famiglia e della comunità in cui si vive. Tradimenti che non si limitano a danneggiare chi ne è coinvolto in prima persona, ma che allargano i propri malefici tentacoli anche su altri.

Ed è un romanzo sui tentativi di andare avanti malgrado il passato sia un fardello pesantissimo, e sul tornare a casa, anche là dove la vita ha rivelato il suo volto peggiore.

"Non è mai troppo tardi per tornare a casa. (...) Devi solo smettere di andartene".

Mi piace la presenza importante del cibo e del ricettario della mamma della protagonista: la cucina è forse la sola passione che le unisce e così, al di là degli anni trascorsi, nonostante le parole non dette, le carezze mai date, i silenzi e i musi duri che hanno creato divisioni, diffidenza, mancanza di gesti d'affetto, il cibo riesce a creare un ultimo, agognato collegamento tra mamma e figlia.
Tra questa mamma anaffettiva capace, però, di proteggere i propri figli a rischio della propria vita, e questa figlia che, in fondo, avrebbe solo desiderato ricevere un po' di calore e amore.

Bello, è il mio primissimo approccio all'Autrice di Chocolat e credo non sarà l'ultimo.

mercoledì 18 maggio 2022

✔ IMPARARE LEGGENDO ✔ CONSULTIAMO IL VOCABOLARIO


Leggendo leggendo, mi capita di incepparmi... ops!, scusate, di incappare in vocaboli che, onestamente, non fanno parte del mio vocabolario d'uso quotidiano e di cui non conosco (o forse non ricordo, proprio perché non me ne servo) il significato.

Bene, come vedrete voi stessi, i primi quattro termini - incontrati leggendo RANDAGI di Amerighi - costituiscono un po' un'eccezione in quanto appartengono al dialetto toscano. 

Ora, non essendo toscana, non son tenuta a conoscerli, no?, dunque non si può addebitare nulla alla mia ignoranza 😀


GERBO: (regionale) nell'uso toscano: moina, lezzo, smorfia.

ACCHINARE:  Umiliare, Render umile. (fonte)

SPISCIORATI: zampillare, sgorgare.

SCANGEO: [forse der. di cangiare], pop. tosc. – Disavventura, accidente, disastro.


Con le seguenti paroline, invece, ci siamo incrociati nel libro di Fabio Bacà, Nova.


BROCCARDO: [dal lat. mediev. brocardum]. – Nome con cui vengono indicate le Regole generali di diritto, enunciate dalla scuola dei glossatori di Bologna (sec. 12° e 13°), e considerate da alcuni quali assiomi giuridici, da altri come punto in cui s’incontrano opinioni contrarie e discutibili.

AGNIZIONE: [dal lat. agnitio -onis, der. di agnoscĕre «riconoscere», part. pass. agnĭtus]. – Il riconoscere o il riconoscersi di persone in particolari circostanze; spec., nel teatro classico e d’imitazione classica, il riconoscimento di uno o più personaggi che scoprono la loro identità fin allora sconosciuta, risolvendo così, alla fine, le complesse vicende dell’intreccio.

PANÒPLIA: [dal gr. πανοπλία, comp. di παν- «pan-» e ὅπλον «arma»].
1. Armatura completa, e in partic., presso gli antichi Greci, l’armatura degli opliti.
2. Insieme di armi, generalm. bianche, o di varie parti di un’armatura, disposte come trofeo, per lo più su parete, a scopo decorativo.

SÒSPITE: [dal lat. sospes -pĭtis (f. sospĭta) «sano e salvo; che protegge e salva», di etimo incerto], letter. – Che protegge e salva o tutela.

CHILIASTICO: che si riferisce al chiliasmo, sinonimo di millenarismo → dottrina che predica l’avvento del regno di Cristo in terra, prima del giudizio finale, riservato ai soli giusti e destinato a durare mille anni. 

COPROLALIA (dal greco "sterco" e "chiacchiera"): impulso non controllabile che spinge a parlare in modo volgare, osceno; spesso lo si riscontra in alcune condizioni patologiche, come la Sindrome di Tourette.

lunedì 16 maggio 2022

RECENSIONE: ** RANDAGI di Marco Amerighi **



Riservato, poco socievole e con mille paure addosso, Pietro Benati - figlio, nipote e fratello minore di uomini decisamente più in gamba di lui -, si sente inetto, inadeguato, fuori posto in mezzo alla gente e ovunque.
La tentazione di restarsene da solo e chiuso in casa è forte, eppure anche per uno come lui arriva il momento di lasciarsi alle spalle la tranquillità sonnacchiosa e apatica di casa, per imboccare nuove strade e trovare il proprio posticino nel mondo.


RANDAGI
di Marco Amerighi


Ed. Bollati Boringhieri
400 pp
Sarà vero che sulla nostra famiglia pende una maledizione?, si chiede il giovane Pietro.
Sua madre Tiziana così gli ha sempre detto:

"...tutti i maschi della sua famiglia, prima o poi, tagliavano la corda; solo che lui non riusciva a farsene una ragione. Possibile che nel loro sangue si tramandasse un gene che li obbligava a dileguarsi? E perché una volta tornati a casa (se avevano fortuna), non spiegavano dov’erano stati in quella parentesi di un mese o un anno? Dove avevano dormito? Con chi? Non gli erano mancati i loro cari – non gli era mancato lui?"

Accadde a nonno Furio, il il 25 aprile del 1936, quando combatteva in Etiopia, che però poi a casa ci è tornato comunque.
E, come da maledetta tradizione, a quasi cinquant’anni di distanza dalla prima sparizione, nel febbraio del 1988 succede pure al papà di Pietro, lo scommettitore incallito Berto, che dopo un mese di assenza da casa ritorna con il mignolo destro mozzato (da qui il soprannome, che gli resterà a vita: "il Mutilo").

Ma se né il nonno soldato ed eroe di guerra né quel padre sì scaltro e carismatico ma anche imbroglione ed invischiato in affari truffaldini, possono essere assurti come esempi di vita, ad essere il faro del giovane Benati è il suo fratello maggiore: Tommaso, detto T.

".... E forse era proprio quel qualcosa che negli anni dell’adolescenza si era sfogato su Pietro e l’aveva infiacchito in una postura intimidita e riservata, le mani in tasca e gli occhi bassi, come se andasse per il mondo gravato da chissà quale colpa imperdonabile. L’unica àncora della sua vita era T."

Tommaso è ciò che lui non sarà mai: è perfetto (bello, affascinante, simpatico, intelligente, spiritoso), tutti i talenti possibili ce li ha lui ed eccelle in tutto - lo sport, lo studio, le ragazze.
Però non se la tira ed è un bravo fratello, ed è anche colui che lo sprona costantemente ad uscire dal proprio guscio, a coltivare un interesse, a darsi da fare e a non mettere radici in cameretta giocando ai videogames.

E mentre dalla sua casa a Pisa, affacciata sulla Torre pendente, si chiede se capiterà anche a lui di scomparire nonostante sia un giovanotto privo di qualità, Pietro prova ad inseguire un sogno: ama suonare la chitarra e vorrebbe sfondare nel mondo della musica; per tale ragione, si è affidato ad un manager che, nonostante lo accusi di avere tratti da capra autistica, dice di credere nelle sue capacità di bravo chitarrista e di lavorare per trovargli buoni contratti.
Cosa che, però, non accade e infatti il disincantato Pietro dovrà darsi una mossa;  quando uno scandalo travolge la famiglia (a causa di affari illegali commessi dal Mutilo, che viene arrestato) e Tommaso lascia l'Italia per andare negli States, Pietro si convince che il suo turno sia ormai giunto.

Incoraggiato da T. e grazie all'Erasmus, si trasferisce a Madrid ma, benché ci metta tanto impegno, gli sembra sempre di essere fermo, in un'eterna situazione di stallo, di immobilità.

"...rifiutare l’elaborazione, restare uguali a se stessi, chiudersi a riccio in una bolla incorruttibile. Magari era quello il suo vero talento, lo scopo della sua esistenza. Piantare i piedi."

La sua maledizione non era sparire ma essere nato difettoso ("un difetto sottopelle e invisibile che, invece di aiutarlo a distinguersi, lo avrebbe condannato a una vita di mortificazioni"), come se dentro di lui si nascondesse qualcosa che non girava nel verso giusto.

Una volta fuori dal nido famigliare, lontano da quel padre truffatore e da una madre ansiosa ed apprensiva al limite dell'ipocondria, Pietro prova a dare una direzione alla sua vita, che però sembra proseguire come un incomprensibile avvicendarsi di fallimenti e delusioni. 

Fino a quando nelle sue giornate prive di scossoni irrompono due coetanei che sono caratterialmente il suo opposto: Laurent, un giovane francese più indeciso di lui su tutto e che diventa anche il suo coinquilino, e la complicata e sarcastica Dora, appassionata di film horror, della quale s’innamora. 

La sua vita a Madrid prosegue ma il legame che lo unisce all'adorato fratello resta integro e i due si tengono in contatto tramite email, in cui Tommaso gli racconta le proprie mille (dis)avventure, gli amori, e anche se non mancano i battibecchi a distanza, il rapporto fraterno resterà sempre un porto sicuro.

I due amici di Pietro sono creature randagie, raminghe e confuse come, se non più, di lui: Laurent è un bisessuale che non osa confessarlo ai suoi e che, invece di studiare all'Università (come racconta, mentendo, ai genitori), fa il gigolò, accompagnandosi a signore stagionate e "rallegrando" le nottate con alcol e droghe sintetiche. Però si rivelerà un amico fedele e presente per Pietro, quando questi ne avrà bisogno.

Dal canto suo, Dora è incasinata, imprevedibile, con una vita disordinata, un rapporto conflittuale con la madre, il dolore, mai superato, per quel padre morto suicida quando lei era una bambina, le relazioni sentimentali sbagliate. Ma malgrado sembri una squinternata sempre sull'orlo di un crollo emotivo, Dora osserva con attenzione il giovane Benati e sembra capirlo come forse solo T. è in grado di fare:

"Pietro, il bravo ragazzo che non dice mai nulla di sconveniente... come potresti? Non sei sincero, non ti fidi di nessuno, deleghi agli altri qualunque decisione sulla tua vita. Non c’è niente che ti tenga sveglio a parte le tue paure. Esiste solo quello che devi fare perché è quello che gli altri si aspettano che tu faccia"

...gli dice con schiettezza la ragazza, dandone un ritratto forse poco lusinghiero ma, ahilui, reale.

In compagnia di questi amici strampalati e un po' matti, senza freni e regole cui sottostare, finalmente Pietro si accende e qualcosa in lui comincia a cambiare, ad evolvere.

Dopotutto, proveniva pur sempre da una famiglia molto singolare, abituata a perdere pezzi sotto le mille tempeste della vita: eppure c'era in questi maschi Benati un che di prodigioso, di meravigliosamente ostinato che impediva loro di sgretolarsi e perdersi definitivamente.

I tre amici appartengono ad una generazione di randagi, di spaesati, privati di punti di riferimento, che si fiutano come i cani, si riconoscono e capiscono di non essere soli ma che, anzi, insieme possono unire le forze perché il comune unico punto ferma diventa il loro legame d'amicizia.

A ricordarci come la Storia stessa, nel suo svolgersi, inevitabilmente contribuisca a scombinare le esistenze dei singoli (oltre che delle collettività), ci pensano tre episodi emblematici (il G8 di Genova, gli attentati terroristici a Madrid del 2004 e  la rivoluzione studentesca del 2007/2008, nota come "onda universitaria"), che si inseriscono nella storia personale di Pietro e fanno da spartiacque non solo nella sua vita ma, in generale, in quelle dei ragazzi di quella generazione, con le loro illusioni infrante e la necessità di lottare per delle cause importanti.

A un certo punto, nel suo percorso esistenziale già di per sé sempre in salita, Pietro prenderà una bella botta, che lo butterà giù, inducendolo a pensare che l'unica cosa che gli resti sia gettare la spugna, ancorarsi al suo dolore e scomparire nel mare profondo della solitudine, lasciandosi trascinare dalla corrente.

Il protagonista è un po' l'emblema di tanti ragazzi che, per varie ragioni, si vedono quasi costretti a lasciare il proprio paese e la famiglia, per iniziare un cammino di crescita personale, per poi, non di rado, tornare da dove sono partiti.

"Randagi" è un romanzo di formazione, generazionale, che affronta temi a noi contemporanei e che ha al centro questa gioventù fragile, tradita, delusa, sradicata dal mondo, ma anche coraggiosa e per nulla disposta a dirsi sconfitta.

Nel complesso, fatta eccezione per alcuni passaggi che ho trovato meno coinvolgenti e in cui il mio livello di attenzione è un po' calato, di questo romanzo ho apprezzato la ricchezza, tanto della trama  in sé quanto dei personaggi.
Questi ultimi sono vivaci e particolari, sopra le righe, pieni di fragilità e problemi (il che fa sì che il lettore provi per essi molta simpatia) e agiscono all'interno di una struttura narrativa elaborata, dalle molte sfumature -  drammatica e comica, ironica e surreale - e che ci restituisce tutta la complessità di un'intera generazione.

Un candidato Strega interessante.


sabato 14 maggio 2022

RECENSIONE: ** LA CASA DEGLI SGUARDI di Daniele Mencarelli **



Daniele è un giovane poeta con problemi di dipendenza (da sostanze stupefacenti prima e da alcol poi) e trascina le proprie giornate senza uno scopo, con il pensiero fisso rivolto al bere. Ma un giorno gli viene proposto un lavoro all'interno di una cooperativa che fa pulizie nell'ospedale pediatrico "Bambino Gesù" di Roma.
Sarà per lui un'esperienza intensa, difficile e tormentata per tanti aspetti ma indispensabile per allargare il proprio sguardo verso la vita che, seppur brutale in quelle stanze piene di dolore, malattie e morte, continua a conservare una bellezza che merita di essere colta, accolta, raccolta.
E raccontata.


LA CASA DEGLI SGUARDI
di Daniele Mencarelli



Ed. Mondadori
226 pp
Non è una passeggiata sapere di avere una malattia - "invisibile all'altezza del cuore, o del cervello" - e sentirne tutto il peso, l'oppressione, che nulla e nessuno riesce ad alleviare: non l'amore della famiglia, l'infinita pazienza di genitori affranti e rassegnati, né le tante visite mediche, i farmaci, le etichette appiccicate per tentare di spiegare, definire, con l'illusione o la speranza che dare un nome al male possa essere un primo passo... 
Verso cosa?
Una maggiore consapevolezza di sé da parte del malato?
La guarigione, perché ciò che conosci puoi anche (provare a) curarlo? 

Ma Daniele non si sente malato: "...sono vivo oltre misura, come una bestia più consapevole delle altre".

È vivo ma qualcosa, dentro, lo uccide, lo divora, gli toglie il sonno, la felicità e genera un vuoto che pare essersi risucchiato ogni possibilità di futuro.

E allora scrivi - gli dicono tutti -, butta fuori quello che hai dentro, no? La scrittura aiuta, ti permette di sfogarti, di liberarti!
Così dicono.
E lo dicono a lui, a Daniele, perché sanno quanto sia sensibile il suo animo da poeta.
Eh già, perché Daniele scrive poesie, alcune delle quali sono state pure pubblicate su riviste di letteratura.

Ma la verità è che più scrivi del dolore, più trovi parole per raccontarlo, più esso prende forma. E non è automatico che questo porti a una soluzione, a una guarigione. 
 
"...la poesia lo testimonia il dolore, non lo cura. Le parole... sono tutto, tranne medicina. La poesia non cura, semmai apre, dissutura, scoperchia."

A Daniele sembra che il dolore sia ormai parte integrante delle sue giornate: è nato per soccombere, per sentire su di sé, e raddoppiata d'intensità, ogni singola emozione, ogni amore, ogni paura, ogni sofferenza.
Troppo pesante questo carico per un cuore che pare scoppiargli in petto, e allora non resta che lasciarsi andare, inerme, nella terra della dimenticanza, dove ogni ricordo viene cancellato e con l'oblio (cruccio e benedizione insieme) giunge un po' di sollievo.
Tutte le volte che incrocia gli sguardi tristi e feriti della madre e del padre, addolorati e delusi da questo figlio che dà loro tanti pensieri e preoccupazioni, Daniele si sente in colpa perché sa che è per lui che soffrono: suo padre si fa piccolo piccolo, schiacciato dal peso di un male che non retrocede; la madre è la sentinella coraggiosa, ma anche tanto stanca, che continua a vegliare su quel ragazzo che si sta distruggendo un po' alla volta.

Quando sanno che al figlio è stato offerto un lavoro di pulizie e facchinaggio al Bambino Gesù, i genitori sono preoccupati e poco convinti: lo ha capito, Daniele, che dovrà stare a contatto quotidianamente con tanta sofferenza? E per una persona sensibile e fragile come lui potrebbe essere più deleteria che sana, un'esperienza del genere.

Ma Daniele ci prova e nel marzo del 1999 comincia a lavorare a fianco a colleghi che lo accolgono subito con simpatia, facendolo presto sentire uno di loro; certo, in ogni ambiente lavorativo si può sempre trovare qualcuno meno accogliente, magari un po' invidioso, che cerca di metterti i bastoni tra le ruote, ma nel complesso Daniele, in compagnia di Giovanni, Massimo, Luciano, riesce ad affrontare ogni giornata, ogni fatica, con energia e mettendoci un grande impegno per fare sempre un ottimo lavoro, guadagnandosi, in effetti, la stima dei colleghi.

I problemi e le incomprensioni non mancano, come è naturale che ce ne siano all'interno di tutti i rapporti interpersonali, ma Daniele ci tiene a questo lavoro, nonostante all'inizio sia convinto di non poter reggere i ritmi e tutta quell'atmosfera carica di malattia e morte; però col passare dei giorni, delle settimane, non riesce a staccarsene e dal lunedì al venerdì è un operaio diligente.

Le rogne iniziano in quelle ore di riposo in cui il suo corpo e la sua mente urlano: "Alcol, grazie!".
E allora prova a fare un compromesso con se stesso: per non perdere il lavoro, deve restare pulito durante tutta la settimana e concedersi qualche bevuta nel weekend, calcolando le ore di riposo prima di riattaccare col turno.
Soffocare la vocina che sussurra malefica "Un bicchiere bianco" non è semplice, per cui, secondo lui, relegare l'alcol a qualche giorno è già un passo in avanti.
O no?
Daniele non vede l'ora che arrivi il sabato per poter bere, nonostante i suoi lo guardino con disapprovazione e delusione: neppure adesso che s'è trovato un lavoro può sforzarsi di non mandare tutto all'aria distruggendosi con l'alcol?

E purtroppo, questa dipendenza non può non creargli problemi che si riflettono anche a lavoro, ma nonostante tutto, Daniele resiste, tiene duro, perché là, in quel luogo di tortura e maledizione, in cui sono molti gli sguardi incrociati, una domanda si fa strada nella sua mente: se la sofferenza pare essere l'unica legge che governa il mondo, vale comunque la pena di vivere e provare a costruire qualcosa? 

La fatica fisica di un lavoro bello tosto, la solidarietà e il rapporto cameratesco, di grande complicità e sintonia, che si è instaurato coi colleghi, il venire in contatto ogni giorno con le angosce e i dolori altrui, vederli disegnati sui volti di genitori disperati, di bambini ammalati, di suore amorevoli, faranno sì che
l'esperienza al Bambino Gesù diventi decisiva per Daniele, un'occasione di crescita e di riflessione, malgrado i pianti, lo struggimento e il senso di dolorosa impotenza davanti alle pene di queste piccole creature, la cui sofferenza fisica e psicologica è terribile e lo fa star male.
Eppure la bellezza c'è anche in quei corridoi affollati di vite segnate dalla malattia, dall'orrore, e Daniele pian piano arriva a capire: l'essere umano è splendore ma anche buio, va accolto interamente e per svelare squarci di inaudita bellezza bisogna fronteggiare anche l'orrore, senza chiudere gli occhi.

C'è bisogno di coraggio per rinascere, per decidere di prendere in mano i cocci della propria vita che sta andando in frantumi, e finalmente vivere, senza più avere la vista annebbiata ma guardando in faccia le cose e smettere di fuggire.

E chissà, grazie a questa casa speciale, fatta di occhi e volti che Daniele non dimenticherà più, il poeta che è in lui può ridestarsi e fare della scrittura, della poesia, uno strumento per provare, con umiltà e rispetto, a far conoscere agli altri tutta la bellezza che ha visto lui in quei visi di bambini, nei loro sorrisi, nelle attese, nei saluti.
E la penna aiuterà a fermare ogni sguardo, a tener vivo il ricordo di chi ha bussato nella sua vita e vi è entrato per restarci per sempre.

"La casa degli sguardi" è un piccolo gioiello che va letto per lasciarsi emozionare dal racconto dello scrittore, che dà a noi lettori il privilegio di entrare in un periodo della sua vita, di provare a fare nostri i suoi sentimenti, i conflitti, le fragilità, quella sensibilità così spiccata che a volte è stato di grazia ed altre un fardello, di entrare in casa sua e respirare l'atmosfera carica di tensione, amarezza, ma anche di fiducia, di attesa, nella speranza che qualcosa cambi in meglio. Si combatte, interiormente, insieme a lui quando sentiamo che la voglia e il bisogno di bere si fanno sentire e ci ritroviamo quasi a sussurrare: "Resisti, Daniele!".

Entriamo con lui al Bambino Gesù, nei vari reparti da pulire da cima a fondo, in compagnia dei colleghi, ad assistere agli scherzi, alle battute, alle pacche sulle spalle, ai silenzi e alle piccole incomprensioni.

Lo vediamo cambiare, aprirsi, fare i conti con sé stesso, con le sue paure, con quei demoni che gli urlano dentro, e scoprire che in quell'ospedale finalmente si sente parte di qualcosa: là ritrova l'amicizia, la ricchezza di gesti fatti per puro piacere; conosce il dolore nella sua essenza più profonda e questo - al contrario di ogni previsione fatta da egli stesso - invece di rilanciarlo in un baratro, diventa la via per uscirne.
Vivo e con nuove consapevolezze.

Sono arrivata alla fine con un groppo in gola per la commozione.
Avevo già incontrato Mencarelli in "Tutto chiede salvezza" e mi aveva regalato molte ed intense emozioni, e anche tra queste pagine è accaduta la stessa esperienza empatica; il suo modo di raccontare è genuino, immediato, onesto, "sentito", intimo, capace di mettere a nudo i pensieri, le emozioni e le inquietudini più profonde, le parole sono piene di forza espressiva e questa sincerità, questa carica di pathos così autentica e potente, mi ha coinvolta emotivamente dalla prima all'ultima pagina.

Leggetelo.  

giovedì 12 maggio 2022

RECENSIONE: ** IL DIRITTO DI OPPORSI di Bryan Stevenson **



Combattere contro l'ingiustizia, il pregiudizio, l'indifferenza, la mancanza di pietà verso persone distrutte (a volte dai propri errori e dalle proprie scelte, ma altre dallo stesso sistema giudiziario), che la vita ha abbondantemente messo alla prova: questa è la missione del'avvocato Bryan Stevenson, che da anni porta avanti la sua battaglia con coraggio e passione.


IL DIRITTO DI OPPORSI.
Una storia di giustizia e redenzione
di Bryan Stevenson


Fazi Ed.
trad. M. Zurlo
416 pp
Fresco di laurea, il giovane avvocato Bryan Stevenson si trasferisce a Montgomery, in Alabama, e fonda la Equal Justice Initiative, un’organizzazione senza scopo di lucro impegnata ad aiutare le persone nel braccio della morte, a fare qualcosa per le condizioni dei carcerati e per le pene eccessive, a liberare le persone condannate ingiustamente, a porre fine all’incarcerazione di massa, a sfidare l’ingiustizia razziale ed economica e a proteggere i diritti umani fondamentali delle persone più deboli e vulnerabili. 

In queste pagine, l'autore ci racconta i primi tempi dopo la laurea, la sua formazione e in che modo, grazie al grande impegno suo e dei suoi collaboratori, abbia difeso tantissime persone chiuse in carcere, svelando non solo errori giudiziari ma anche cospirazioni, macchinazioni politiche, inganni legali e razzismo diffuso.
Convinto che...

"Ognuno di noi è ben di più dell’atto peggiore che possiamo aver commesso."

...Bryan fa di tutto per dare ai suoi clienti la possibilità di ricevere giudizi e condanne che siano giusti ed equi, ragionevoli e adeguati ai misfatti e ai crimini commessi, tenendo presente tanti fattori importanti e dei quali la giustizia dovrebbe tener conto nel comminare la pena.

Nella sua lunga carriera legale, si occupa moltissimo di minori (anche di tredici anni) che hanno commesso dei reati (non necessariamente omicidi) e per i quali hanno ricevuto condanne davvero pesantissime, come l'ergastolo.

Tra i casi più celebri di cui si è occupato, figura quello di Walter McMillian, un afroamericano condannato a morte per l’omicidio di una ragazza bianca, nonostante innumerevoli prove dimostrassero la sua innocenza; e non prove irrilevanti, ma le precise testimonianze oculari di persone che avevano visto l'accusato, nell'ora dell'omicidio, in un altro paese e a fare altro. Ma purtroppo le pur dettagliate e circostanziate testimonianze di queste persone sono state volutamente ignorate e/o ritenute poco attendibili (!).
Per di più, per condannarlo è stato preso in considerazione il racconto di un uomo che, verrà fuori nel corso del tempo, ha sempre mentito, dichiarando il falso circa la presenza e il ruolo di Walter nell'omicidio di cui è incriminato.
Non sarà una passeggiata per Stevenson dimostrare la verità e, al contempo, le falle di un sistema giudiziario che sembra a volte agire più per pregiudizi e con faciloneria e approssimazione, che per prove reali.
Purtroppo, sarà sempre più chiaro come i rappresentanti delle forze dell’ordine si fossero concentrati sul voler condannare Walter a tutti i costi tanto da essere pronti a ignorare, o persino occultare, le prove che contraddicevano il caso da loro formulato.

Frequentando i carcerati nel braccio della morte, Stevenson si rende conto di come la maggior parte di essi non aveva né un avvocato né diritto a un difensore d’ufficio. In pratica, il diritto di difesa si annullava.

Non solo, ma nell'incrocio con tanti casi drammatici di cui si occupa con devozione, lealtà, sacrificio, tocca con mano - e non senza lacrime ed angoscia - come la prigione e il carcere siano diventati una strategia messa in atto dallo Stato stesso per gestire la crisi sanitaria prodotta dall’uso e dalla dipendenza da droghe; questo ha fatto sì che i penitenziari si riempissero di detenuti affetti da patologie mentali, colpevoli di reati minori e crimini legati alla droga.
E ovviamente, il carcere è un luogo terribile per tutti e, ancor più, per chi soffre di malattie psichiatriche o disturbi neurologici, sia in termini di cure che anche "soltanto" per il trattamento da parte delle guardie penitenziarie, solitamente impreparate a comprendere e gestire situazioni delicate come queste.

Nel caso poi di minori, Bryan ci fa notare come lo stato psicologico vada preso assolutamente in considerazione perchè è ovvio che essi non possiedano un giudizio maturo, una capacità di autoregolarsi e un senso di responsabilità adeguatamente sviluppati: essendo vulnerabili alle influenze negative e alle pressioni esterne, non riescono a controllare i propri impulsi e l’ambiente che li circonda, ed è facile che commettano azioni che non dovrebbero e che li mettono in guai seri.

Spesse volte, gli avvocati si ritrovavano a chiedere ai giudici di riconoscere come certe condanne non dovrebbero neppure essere applicabili ai minori (inferiori a una certa età) proprio perché sono creature ancora incomplete, in formazione.
Applicare l’ergastolo senza condizionale ai bambini e condannare i minori violava il diritto internazionale!

A questo si aggiungeva la componente razzista: queste sentenze ingiuste e abnormi venivano applicate in modo sproporzionato quando si trattava di minori di colore. 

Un altro urgente problema sono le troppe morti nelle prigioni locali e nei penitenziari: ogni anno, muore un gran numero di carcerati per suicidio, violenze tra detenuti, assistenza medica inadeguata, abusi da parte del personale e soprusi degli agenti penitenziari erano centinaia.

È necessario riformare il sistema di giustizia penale che continua ad operare profonde discriminazioni,  trattando meglio le persone ricche e colpevoli rispetto a quelle povere e innocenti, negando ai poveri l’assistenza legale di cui hanno bisogno.

Per non parlare poi del fatto che un gran numero di coloro che vengono scarcerati dopo essere stati riconosciuti innocenti non ricevono né soldi né assistenza né un supporto psicologico: nulla di nulla da parte dello Stato che le ha ingiustamente imprigionate. Oltre al danno, la beffa.

Il diritto di opporsi esamina molto da vicino le incarcerazioni di massa e le pene estreme in America, dove le persone vengono giudicate fin troppo superficialmente, senza tener conto delle circostanze della loro vita, ma anzi, addirittura sfruttando l’impossibilità dei poveri di ottenere l’assistenza legale di cui hanno bisogno. 
"La vera misura del nostro carattere è data dal modo in cui trattiamo i poveri, gli svantaggiati, gli accusati, i carcerati e i condannati."

La narrazione è dettagliata, riporta molti casi specifici trattati da Stevenson, tutti i suoi sforzi per far sì che ci fossero modifiche importanti nelle leggi penali, ma questo non rende il resoconto freddo e distaccato, tutt'altro: Stevenson non esita a esprimere i sentimenti provati, le tante emozioni - rabbia, angoscia, paura, speranza, scoraggiamento... -, e soprattutto le proprie sincere convinzioni, che l'hanno spinto a dedicare anima e corpo e tempo in questa lotta, senza risparmiarsi.

"...la mia vita non era altro che un cumulo di distruzione. I miei clienti erano distrutti da 
Bryan Stevenson
 patologie mentali, povertà e razzismo. Erano devastati da malattie, droghe e alcol, orgoglio, paura e rabbia."

Sì, distrutti, e come se non bastasse, anche giudicati e condannati da persone che hanno messo da parte ogni umana pietà per farsi soffocare dal cinismo, dalla mancanza di speranza e dal pregiudizio.

Perché un uomo come lui ha deciso di votarsi a questi sfortunati, a dei reietti, abbandonati dalla società e da essa ritenuti degli scarti senza importanza?

"...quello che faccio non lo faccio perché è dovuto, necessario o importante. Non lo faccio perché non ho scelta. Faccio quello che faccio perché anch’io sono distrutto. (...) Non si possono combattere in maniera efficace gli abusi di potere, la povertà, le ineguaglianze, la malattia, l’oppressione o le ingiustizie e non rimanerne distrutti. (...)  ciò che ci rende umani è proprio il fatto di essere distrutti. Abbiamo tutti le nostre ragioni. A volte veniamo incrinati dalle scelte che compiamo; a volte finiamo in pezzi per cose che non avremmo mai scelto. Ma la nostra distruzione è anche la fonte dell’umanità che ci accomuna, la base per la nostra ricerca condivisa di un conforto, di un significato e di una guarigione."

Emerge tutta la sensibilità di quest'uomo, la grande empatia verso dei disgraziati chiusi dietro le sbarre, ai quali egli si è avvicinato per poterli capire ed aiutare al meglio delle proprie possibilità, e come era immane la gioia per ogni successo, altrettanto forte e grande era la sofferenza di fronte ai fallimenti, in particolare quando questi significavano ergastolo o pena di morte.
Bryan Stevenson, prima che un avvocato, è un essere umano che ha fatto della sua professione una ragione di vita, una missione, una via e uno strumento per rendere questo mondo un posto migliore, cercando di alleviare le sofferenze di una categoria di persone troppo spesso dimenticata e disprezzata: i carcerati.
Bryan sa cosa sia la pietà, non quella fatta di parole di circostanza e di sterile vittimismo, ma quella genuina - che può guarire le ferite, fermare la violenza, gli abusi - e potente, in quanto esercitata a beneficio di chi non la meriterebbe ma che si riconosce bisognoso di redenzione.

Un libro che ci permette di acquisire molte informazioni interessanti (e ahimè, tristi e drammatiche) sul sistema penale americano, di conoscere casi che inevitabilmente provocano emozioni contrastanti (rabbia, senso di ingiustizia, amarezza, speranza, sollievo...) ma ci consola pensare che ci siano al mondo persone come Bryan Stevenson, che non girano la testa dall'altra parte davanti al marciume, agli sbagli, alle discriminazioni, ma che lottano con concretezza e passione per amore verso il prossimo e per la verità.

Consigliato a chi ama le storie vere, a chi è attratto da casi giudiziari, di ingiustizia e discriminazione razziale e sociale. 

mercoledì 11 maggio 2022

RECENSIONE ❤ ★ "La mia favola da Le mille e una notte" di Ilaria Carioti ★ ❤




Un romance contemporaneo che, con un tocco di suspense e in uno scenario affascinante e misterioso insieme, racconta una storia d'amore ispirandosi alla famosa raccolta di novelle “Le mille e una notte”.


"La mia favola da Le mille e una notte" 
di Ilaria Carioti



313 
È il 1986 e il ricco sultano dello Sharjarian ha appena avuto la gioia di diventare padre di un bambino bellissimo, che lo guarda con i suoi occhi innocenti e dello stesso colore del cielo.
Ma la felicità è offuscata dal dolore di essere diventato vedovo: sua moglie è morta dando alla luce il piccolo Salim e, come se non bastasse, ad aggiungere altra amarezza ci si mette una parente della defunta sultana che lancia una maledizione sia sul sultano Faysal che sul figlio appena nato, condannandolo all'infelicità: non avrà figli e la loro dinastia si estinguerà.
Preoccupato, Faysal consulta una veggente, che lo rassicura: c'è un modo per spezzare la magia nera di quella megera e sarà proprio Salim a farlo quando, una volta adulto, si innamorerà della donna giusta.
Ma non di una donna qualsiasi, bensì della figlia del più acerrimo nemico di Faysal, lo sceicco di Khairah.

Molti anni dopo, una ragazza di nome Melania vive a Roma con sua madre Clara; suo padre non c'è mai stato per lei, non sa chi sia, che nome o che faccia abbia e Clara ha sempre spento ogni curiosità su quell'uomo restando sul vago circa la sua identità. Economicamente mamma e figlia se la passano male ma un evento inaspettato sta per sconvolgerle.

La ragazza lavora come cameriera e un giorno viene convocata nella suite imperiale dell’hotel per cui lavora dal consigliere del sultano dello Sharjarian: scopre, così, di essere la figlia naturale dello sceicco del Khairah, morto da pochi mesi.
Non solo, ma come se da sola questa notizia non fosse già abbastanza, apprende di essere "destinata" a sposare il principe Salim dello Sharjarian; solo unendosi in matrimonio con lui, questi potrà veder spezzata la vecchia maledizione che gli impedisce di avere eredi e di essere felice in amore.

Com'è facile immaginare, la romana Melania, pratica e razionale (con una passione, però, per Orgoglio e pregiudizio e per l'amore romantico tra Darcy ed Elizabeth), non crede alle maledizioni e non è molto ben disposta per questo matrimonio.
Certo, con i problemi economici che ha, pensare di accasarsi con un ottimo partito - quale può essere un sultano ultramilionario - sarebbe un colpo di fortuna incredibile... ma decidere su due piedi di lasciare l'Italia, la madre, gli amici, la sua città e tutta una vita a Roma per andare in un paese arabo, sposando un perfetto sconosciuto, non è da lei!

Eppure, quando conosce il bel principe Salim, si rende conto che dopotutto quel matrimonio potrebbe essere la soluzione a tutte le sue difficoltà.

Salim, infatti, le fa una proposta conveniente dal punto di vista economico, che la vede impegnata a recitare il ruolo di sultana dello Sharjarian e di consorte devota solo per un anno, trascorso il quale... ognuno per la sua strada: il principe avrà comunque obbedito al padre - ossessionato dalla maledizione di tanti anni prima - e Melania si ritroverebbe ricca, cosa che mai accadrebbe continuando a pulire le camere d'albergo.

Certo, Salim non è proprio il principe azzurro delle fiabe o il gentiluomo dei romanzi dell'Ottocento: arrogante, irritante, nervoso, sarcastico, dai modi bruschi e anche un tantino autoritario, senza considerare che comunque appartiene ad un mondo con usi, costumi, tradizioni religiose molto differenti da ciò cui è abituata lei.

Accettare e dare una svolta a tutto o continuare la propria grama esistenza, lasciando il sultano dello Sharjarian a risolvere da sé i problemi con incantesimi e maledizioni?

La tentazione di accettare è forte e Salim sa come essere persuasivo; il fatto che sia bello, poi, non è un aspetto irrilevante (a dire il vero, Melania ne è attratta dal primo momento in cui il suo sguardo incrocia quello di lui, che le si presenta una sera in un locale ma sotto mentite spoglie, senza rivelare la propria identità) ma soprattutto le fa gola la controfferta del principe, se lei decidesse di sposarlo.
Sia chiaro, neppure lui è d’accordo con l’idea del padre di prenderla in moglie ed è per questo che spera che lei accetti le condizioni di un appetibile accordo segreto con cui portare avanti un matrimonio di sola facciata per un tempo limitato.

Melania, seppur titubante, si butta in questa incredibile avventura, che la conduce nello Sharjarian, a contatto con una società che segue i principi dell'Islam e in una realtà contrassegnata dalla ricchezza, da ogni comodità possibile, di cui mai lei si sarebbe immaginata di poter godere.

Le sembra di vivere in una favola, la sua favola, sicuramente poco romantica e molto particolare: non è l'amore ad unirla al bel Salim, e anzi a volte sembra che lui a malapena la sopporti; ma Melania non si lascia impressionare, sa come rispondergli per le rime, lasciandogli capire che lei non è una donnicciola senza carattere, una bambolina che dice sì ed obbedisce al signor marito, come forse lui si aspetterebbe, nonostante il loro sia un matrimonio sui generis.

A creare dinamiche nel loro rapporto ci pensano alcune persone che ruotano attorno ai due sposi, che tanto facilmente si provocano a vicenda, battibeccando con battute taglienti: il cugino di Salim, l'allegro e simpatico Majd, che ha due mogli (con una di esse Melania allaccerà un bel rapporto d'amicizia), Rasha, la dolce e fedele dama di compagnia che l'è stata assegnata, ma anche il triste ricordo delle due mogli precedenti.
Salim, infatti, è già stato sposato e purtroppo esse sono morte in circostanze piuttosto strane, poco chiare. 

Che la maledizione non c'entri nulla, lo pensano entrambi: Salim è convinto di essere lui la causa, di non riuscire a rendere felici le sue spose. L'amore sembra fuggire da lui e, cosa più drammatica, a farne le spese finora sono state le sue defunte consorti.
Dal canto suo, Melania pensa che dietro quei decessi, ci dev'essere sotto qualcos'altro... Ma cosa? A palazzo si vocifera che potrebbe essere colpa proprio dell'affascinante ma indecifrabile principe, ma la giovane sultana non lo vede capace di azioni deplorevoli. E poi perché dovrebbe macchiarsi di... non uno ma due delitti?

E se tra quelle magnifiche e grandi stanze della dimora del sultano si nascondesse qualcuno che crede di avere delle ragioni per voler danneggiare Salim e le mogli? Possibile che dietro all’apparente vita dorata di corte si celi qualcosa di oscuro e pericoloso?

I giorni e le settimane passano e Melania e Salim hanno modo di conoscersi sempre meglio, il che li porta a volte a discutere e punzecchiarsi, altre volte a trascorrere insieme serate tranquille - complice un romanzo molto amato dalla ragazza (come scriverebbe Dante: "Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”) -, in cui tra loro sembra instaurarsi una chimica, un'intesa inaspettata ma sincera e piena di passione.

I rapporti tra i due sposi, dapprima burrascosi per via dei caratteri diversi, migliorano pian piano e proprio quando le cose tra marito e moglie sembrano andare per il meglio, la salute di Melania inizia a vacillare senza un'apparente ragione.
Cosa sta succedendo? Cosa si nasconde dietro al suo malessere? Si tratta della maledizione o qualcuno trama alle spalle del sultano?

“La mia favola da Le mille e una notte” è un romantic suspense ambientato ai nostri giorni, prima nella capitale italiana e poi nel magico e opulente regno dello Sharjarian, che vede la protagonista fare un salto di qualità nella propria esistenza; Melania deve confrontarsi con una realtà decisamente differente e lontana dalla propria, in particolare per quanto concerne il ruolo della donna - la sua sottomissione all'uomo, al marito in primis, il dover convivere con altre eventuali mogli del proprio consorte, l'osservanza di riti e tradizioni arabe.
I caratteri dei due protagonisti emergono con chiarezza dalle loro parole e dai loro comportamenti: entrambi hanno una personalità forte, sono testardi, orgogliosi, ma anche desiderosi di amore e presto o tardi dovranno capire se vogliono rendere il loro matrimonio un legame vero o lasciare che sia un semplice contratto a tempo determinato.

È un romanzo la cui struttura si basa sull'abbondanza di dialoghi, attraverso i quali seguiamo lo svolgersi delle vicende, i rapporti tra i personaggi, i loro modi di essere; intrigante il tocco "giallo" finalizzato a scoprire se e chi possa architettare del male contro Salim e consorte e per quale ragione.
Il linguaggio semplice e colloquiale e i dialoghi spigliati danno scioltezza e agilità alla lettura, che risulta gradevole e adatta ai lettori che abbiano voglia di leggere una storia sì romantica ma anche vivace all'interno di una cornice esotica e "da sogno".

martedì 10 maggio 2022

Anteprima Rizzoli Noir: 🌙 LA SETTIMA LUNA di Piergiorgio Pulixi 🌙 dal 31 maggio in libreria

 

Una bella notizia per i lettori che, come me, amano Piergiorgio Pulixi e aspettano, sempre come me, con trepidazione ogni suo nuovo libro: a fine mese lo scrittore sardo ritorna in libreria con il sequel di "Un colpo al cuore" (RECENSIONE) e "L'isola delle anime" (RECENSIONE).


Vito Strega, Eva Croce e Mara Rais tornano, insieme a tutta la squadra al completo, e non solo loro: anche il caso di Dolores Murgia, che arriva fino in Ticino, dove una ragazza è scomparsa.
Cosa unisce questo caso con quello seguito da Croce e Rais? E perché Vito è coinvolto? C'è forse qualcosa di personale che lo lega all'indagine?


LA SETTIMA LUNA
di Piergiorgio Pulixi


Ed. Rizzoli
408 pp
16 €
USCITA:
31 MAGGIO 2022

Il vicequestore Vito Strega ha di che festeggiare, mentre è in uno degli hotel più incantevoli della Sardegna:  la nascita della nuova unità investigativa sui crimini seriali.
Con lui ci sono le inseparabili ispettrici Eva Croce e Mara Rais e finalmente tutto sembra andare per il verso giusto.

Fino a quando una telefonata li riporta alla realtà: nelle terre paludose del Parco del Ticino è stato ritrovato il corpo di una ragazza.
Quando l’ispettrice Clara Pontecorvo arriva sul posto, stenta a credere ai propri occhi: la vittima ha le mani legate dietro la schiena e indossa una maschera bovina. Mancava solo questo per Clara, che ha già un grosso problema: è alta 1,98, non trova mai dei vestiti adatti a lei. Tantomeno un uomo.
L’istinto le dice che quella scena del crimine potrebbe essere la riproduzione di un altro delitto avvenuto anni prima in Sardegna.
E nessuno meglio di Strega, Rais e Croce, conosce quel caso, che aleggia ancora nelle loro vite come un’ossessione. Ora a piede libero c’è un emulatore, che vuole i riflettori puntati su di sé…
I poliziotti dovranno essere più uniti che mai, e Vito Strega, per la prima volta così vulnerabile, si troverà a fare i conti con il proprio passato.

Dall’inizio alla fine, una domanda, come un tarlo, accompagna Strega e noi lettori: sono i poliziotti a dare la caccia al killer o è lui a dare la caccia a loro?

lunedì 9 maggio 2022

[[ SEGNALAZIONE ]] QUANDO GIOVANNI DIVENTÒ FALCONE di Girolamo Lo Verso



A trent'anni dalla strage di Capaci, sarà presentato a Roma il libro QUANDO GIOVANNI DIVENTÒ FALCONE (PandiLettere ed., 126 pp, 14 euro) del professore Girolamo Lo Verso, ordinario di psicoterapia, Dir. Scientifico corso di specializzazione in psicoterapia individuale e di gruppo Scuola di PolisAnalisi. 

La presentazione avrà luogo il giorno 19 maggio alle ore 10:30 in occasione del trentennale della scomparsa di Giovanni Falcone, nell’ Auditorium di Piazza Adriana, 3 a Roma (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra) presso il Tribunale di Sorveglianza.

Battute di pesca spensierate, discussioni serali sulla Sicilia, il mare, i libri, la vita. 
Per Girolamo Lo Verso l’amicizia con Giovanni Falcone inizia prima del Pool antimafia. Prima della vita blindata alla Procura di Palermo. 
Inizia negli anni Settanta quando il giudice più famoso al mondo era semplicemente Giovanni, un instancabile nuotatore in servizio al Tribunale di Trapani, e l’autore semplicemente uno psicoterapeuta all’Asp di Trapani ed un appassionato esploratore e pescatore subacqueo.

Ricordi privati, ma sobri, custoditi con cura per molti anni dal professor Lo Verso, che vengono ora condivisi per diventare patrimonio di conoscenza condivisa ma, soprattutto, stimolo di riflessione sulla storia di Falcone, della Sicilia e dell’antimafia a trent’anni dalle Stragi del ‘92.

Il testo parla anche del suo metodo e della ricerca sulla psicologia mafiosa collegabile al suo pensiero. 
Il libro è arricchito dalla prefazione di Francesco La Licata e dalla postfazione di Roberto Di Bella.

Farà da moderatore Viviana Langher (Presidente laurea magistrale in psicologia clinica, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”); interverranno a conversare con l'Autore Gigi Clemente (regista), Lara Di Carlo (editrice di PandiLettere), Pietro Grasso (già presidente del Senato e procuratore nazionale antimafia), Filippo Pergola (direttore Scuola di PolisAnalisi).
Letture dell’attrice Tiziana Narciso

sabato 7 maggio 2022

Il 7 maggio 1812 nasceva ROBERT BROWNING

 

Oggi è il compleanno di mia madre. 

Ma non solo, anche di Barbara D'Urso, Chiara Ferragni ed altri personaggi famosi, tra cui di uno dei più importanti poeti inglesi del periodo vittoriano: Robert Browning.

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Nato il 7 maggio 1812 a Camberwell, un sobborgo borghese di Londra, è cresciuto assorbendo l'amore per la musica dalla madre (di origini germaniche e scozzesi) e l'incoraggiamento ad intraprendere la carriera di letterato dal padre (importante bancario della Banca d'Inghilterra), i cui sogni artistici e accademici erano stati distrutti da necessità finanziarie e questo lo aveva resto ben disposto a sostenere la precoce passione per l'arte e la letteratura (in casa la biblioteca era vastissima, comprensiva di 6.000 titoli, da cui il piccolo Robert attinge sin da subito) e, successivamente, gli sforzi del suo amato figlio per pubblicare poesie.
Era portato anche per le lingue (parlava francese, greco, italiano, latino...).
È del 1833 la sua prima opera, pubblicata a spese della famiglia e privo della propria firma: "Pauline: frammento di una Confessione", lungo poema autobiografico, in cui Robert esprime i suoi conflitti interiori; purtroppo, questo primo lavoro non ottiene alcun successo.

Anche il secondo libro viene pubblicato con gli aiuti finanziari paterni: "Paracelsus", comprendente una ampia gamma di monologhi incentrati sulla figura sfuggente del leggendario ed omonimo alchimista; in esso è ravvisabile una certa crescita e maturazione poetica, che gli fanno guadagnare critiche positive da letterati, che cominciano ad invitarlo nei loro circoli.

Ma il suo talento di drammaturgo e compositore comincia ad emergere in modo palese quando, nel 1837, scrive la sua prima tragedia ("Strafford"), nonostante non si attiri molte critiche positive; fatto sta che da quel momento Browning viene chiamato a comporre e a riadattare numerosi drammi, comprese alcune tragedie shakespeariane, spesso su commissione del grande attore londinese W. Ch. Macready.

Altre opere di rilievo: "Sordello" (poema incentrato su un guerriero-poeta), "Pippa passa", "Poesie drammatiche", "Romanzi e liriche drammatiche", ad oggi ritenuto uno dei suoi migliori lavori.

Nel 1845 comincia una fitta corrispondenza epistolare con la poetessa di origini giamaicane Elizabeth Barrett; l'anno successivo i due si sposano in segreto per sfuggire al padre di Browning, il quale ha posto il divieto di matrimonio per entrambi i suoi figli.
casa Guidi
(beniculturali.it)

I due vengono in Italia, in Toscana, prima a Pisa e poi a Firenze, facendo di Casa Guidi la loro dimora dal 1847 fino al 1861. Qui, il 9 marzo del 1849, nasce il loro unico figlio, Robert Wiedemann Barrett Browning.

Durante il soggiorno italiano, continua a scrivere e pubblicare: "La vigilia di Natale e il giorno di Pasqua" (1850) e "Uomini e donne" (1855), ispirato dalla poesia d'amore di John Donne e formato da 51 componimenti.


Elizabeth Barrett
(Libreriamo)



Sua moglie Elizabeth muore nel 1861 e Robert fa ritorno a Londra, senza mai più mettere piede a Firenze. 
Devono passare tre anni prima che egli riprenda a pubblicare ed è la volta dell'apprezzatissima "Dramatis Personae", diciotto poemi in forma di monologhi raccontati da importanti personaggi della storia e della letteratura; segue l'altrettanto amata opera "Euridice a Orfeo".

Ma il suo indiscusso capolavoro è "L'anello e il libro" (1869), lungo e ambizioso poema in versi sciolti, composto da quattro libri e che lo consacrerà tra i grandi della letteratura inglese.

Mentre è in casa di suo figlio, a Venezia, Robert Browning muore all'età di 77 anni a causa di una complicazione per via della sua bronchite cronica. È il 12 dicembre del 1889 e in quello stesso giorno esce la sua ultima opera, "Asolando", che comprende altre liriche molto apprezzate.



INCONTRO NOTTURNO

Il mare grigio e la lunga riva nera;
e la mezzaluna gialla, grande e bassa;
e le ondine smosse che balzano
in circoli di fuoco destate dal sonno,
mentre approdo veloce alla cala,
e smorzo l’abbrivio nella sabbia melmosa.

Poi un miglio di tepida spiaggia profumata di mare,
tre campi ancora, appare una cascina;
un tocco ai vetri, il rapido secco strofinio,
il bagliore azzurro d’un fiammifero che s’accende,
una voce più sommessa, dalla gioia e la paura,
di due cuori che battono l’un per l’altro.


STARÒ ACCANTO

“Starò accanto alla fiamma luminosa,
sopra un sapiente libro, da uomo anziano,
mentre l’imposta batte, tormentosa,
voltando e rivoltando un foglio, piano:
ormai non più poesia, ma solo prosa.”

(da”Accanto al camino”,
trad. di Roberto Piumini,
Interlinea 2001)






Fonti:

https://www.poetryfoundation.org/
https://biografieonline.it/biografia-robert-browning
https://www.biography.com/writer/robert-browning (foto)
https://simposiodellapoesia.wixsite.com/simposiodellapoesia
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