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sabato 21 settembre 2024

PERSEFONE E ADE [ Retelling mitologico ]

 

Carissimi lettori, buona domenica pomeriggio.

Martedì 24 settembre sul blog ci sarà la recensione di un romanzo young adult che si ispira al celebre e affascinante mito di Ade e Persefone.

Personalmente, mi è sempre piaciuto leggere i racconti mitologici riguardanti i capricciosi dèi dell'Olimpo (sono cresciuta con l'allegra Pollon (⁠✷⁠‿⁠✷⁠)) e per questa ragione non disdegno di leggere eventualmente qualche romanzo che ripropone una versione originale dei famosi miti.

Proprio in vista della recensione di martedì, ho pensato di cercare altri romanzi che raccontano, ciascuno a modo suo, la storia d'amore tra la dea, figlia di Zeus e Demetra, e il re degli inferni.


Questi che segnalo sono sicuramente solo alcuni dei romanzi che rivisitano il mito, per cui se conoscete altri titoli che trattano il medesimo tema, scriveteli pure nei commenti (⁠ ⁠ꈍ⁠ᴗ⁠ꈍ⁠)



La regina degli inferi di Hannah Lynn (Newton Compton Ed. trad S.Decio, F. Gazzaniga, 384 pp).

Demetra, la potente dea della natura, vive
,

con la bellissima figlia Kore tra i mortali, a cui dona raccolti rigogliosi e campi fertili. 
Ogni giorno in suo onore si innalzano canti e si offrono tributi, e il mondo sembra destinato a un'eternità di abbondanza. Fino al momento in cui Kore sparisce nel nulla. 
A rapirla è stato Ade, il sovrano dell'Oltretomba, che l'ha condotta con sé sottoterra. 
Quando si rende conto che implorare Zeus è inutile, Demetra scatena la sua furia, facendo calare un inverno perenne: i raccolti avvizziscono, la terra diventa sterile e arida e così sarà fino a quandoalla dea non verrà restituita l'adorata figlia. 

Spaventati dalla sua fermezza, gli dèi provano a convincere Ade a liberare Kore. 
Ma nel regno dei morti vige una regola: nessuno può andarsene se ha assaggiato anche solo un frutto di quella terra. Sei chicchi di melograno, fatti inghiottire con l'inganno, segnano per sempre il destino di Kore: per sei mesi all'anno potrà fare ritorno da sua madre e la terra si riempirà di nuovo di fiori e frutti. Nei restanti sei mesi la terra tutta dovrà piangere la sua assenza. 
E lei sarà Persefone, la regina degli Inferi.

>>  RECENSIONE  <<


A touch of darkness: Amare il dio degli inferi è proibito di Scarlett St. Clair (Queen Ed., trad.V. Battistoni, 378 pp).


Persefone è la dea della primavera, ma solo di nome. La verità è che, sin da quando era bambina, i fiori si avvizziscono non appena lei li tocca.
Dopo essersi trasferita a Nuova Atene, la ragazza finge di essere una semplice giornalista mortale, in modo da poter vivere una vita senza troppe pretese.
Ade, il dio dei morti, ha costruito un impero del gioco d’azzardo nel mondo dei mortali, e si dice che le sue scommesse preferite siano quelle irrealizzabili.
Dopo un incontro con Ade, Persefone si ritrova a stringere un patto con lui, ma le sue condizioni sono impossibili: Persefone dovrà creare la vita negli Inferi o perderà per sempre la sua libertà.
Questa scommessa, tuttavia, non si limiterà soltanto a smascherare il fallimento di Persefone come dea. 
Infatti, mentre lei cerca di coltivare i semi che le ridaranno la libertà, sarà l’amore per il dio dei morti a crescere… 
Ed è proibito.



Io sono Persefone di Daniele Coluzzi (Rizzoli, 226 pp).
.

Il destino di Core, giovane dea, è quello di regnare sulla natura, assicurando terreno fertile e raccolti
abbondanti. E, soprattutto, non si innamorerà mai, rimanendo casta per sempre. 
È ciò che sua madre, Demetra, ha deciso per lei e che Core ha sempre creduto di desiderare. 
Ma il fato è imprevedibile, anche per una divinità dell'Olimpo. 
Durante una passeggiata tra i campi ai piedi dell'Etna, Core viene rapita: Ade, il sovrano degli Inferi ha scelto proprio lei come sua regina. 
Improvvisamente, la giovane dea si trova sola in un mondo tenebroso e sconosciuto, popolato da anime defunte e divinità mostruose: gli Inferi sono la sua nuova casa, e Persefone il suo nuovo nome. Fuggire, il suo unico obiettivo.
Ma gli opposti esistono solo nella nostra mente, o almeno è ciò di cui vuole convincerla l'oscuro signore degli Inferi. 
Nel regno della morte, le certezze di Core, dea della vita e della fertilità, cominciano a vacillare. 
Tocca soltanto a lei, ora, scrivere il proprio destino e scegliere: a quale mondo appartiene davvero? 

Persefone è una protagonista senza tempo, alla ricerca, come tutti noi, della propria voce, in un viaggio nelle profondità degli Inferi e dell'animo umano.


La sposa dell'Ade di Eleonora Fasolino (Newton Compton, 226 pp).

Lui è il signore delle ombre. Lei è il fiore della rinascita. Come potranno mai amarsi?
 
Ade, dio dell’Oltretomba, conduce un’esistenza placida, lontano dall’Olimpo e dai suoi intrighi. 
Il suo è un regno fatto di ombre, di spiriti, dove tutto finisce e fluisce. 
Eppure, da qualche tempo la sua serenità è turbata da una profezia: le Moire, signore del destino, sono state chiare: l’Oltretomba è destinato alla distruzione, a meno che il suo re non lasci entrare la vita negli inferi. Confuso, il potente signore delle ombre cerca risposte. 
Come si fa a portare la vita nel regno dei morti? 

Intanto Persefone, figlia della dea del raccolto Demetra, vive con sua madre e le sue ninfe tra i campi mai spogli di una terra nascosta ai mortali, anelando a scoprire cosa nasconda il mondo esterno. 
Quando Ade bussa alle porte della sua casa, Persefone non immagina che quella visita cambierà per sempre la sua vita. 
Il dio le offre la possibilità di lasciare la dimora materna, seguirlo nell’Averno... e diventarne la regina. E lei accetta. Che cosa la aspetta, nel regno degli inferi?



Il giudizio di Persefone di Giulia Calligola (Self-publ., 557 pp.).


Nata negli anni '90, studentessa universitaria, frequentatrice assidua di umani e più bassa di due metri e quindici: Persefone ha davvero un pessimo curriculum divino. I mortali non la venerano, gli Dei non la invitano ai loro eventi mondani, e a lei tutto sommato andrebbe bene così. 
O almeno crede.
Tutto cambia quando a una conferenza incontra Ade, Dio dei morti e gentiluomo d'altri tempi. 
Anche il suo è un bagaglio pesante: trecentomila anni in più sull'età, cinquanta centimetri in più sulla statura, almeno venti titoli in più sul nome. Ma è anche l'unico a capire la passione di Persefone per la giurisprudenza, nonché l'unico che sembri a disagio in mezzo agli altri Divini tanto quanto lei. Poteva forse non scattare la scintilla?
I due si ritrovano a intrecciare i loro destini e a lavorare insieme per emettere una sentenza controversa, collaborando a un processo ultraterreno nel tribunale degli Inferi. E così, a metà tra ironia e serietà, tra equità e rigore, tra vita e morte, si srotola la rivisitazione (semi) moderna di un mito che non ha mai smesso di venir raccontato.




venerdì 2 luglio 2021

** SEGNALAZIONI EDITORIALI ** "Io sono Gordon Bloom" di Francesco Cariti || "Al mutar del vento" di Paola Maria Liotta


Buongiorno cari lettori!!

Oggi vi presento un paio di recenti pubblicazioni appartenenti a generi differenti.

Il primo libro è "Io sono Gordon Bloom" di Francesco Cariti, un thriller dinamico e attuale, che scardina - impercettibilmente - le linee guida del genere. Protagonista è uno scaltro mercante d'arte, che narra la sua storia da un carcere di massima sicurezza. Un romanzo denso di echi drammatici, tramato di un umorismo lievemente sottotraccia.

322 pp
14.90 euro
Maggio 2021
LINK AMAZON
Cosa spinge il figlio di due genitori modello a trasformarsi in un criminale senza scrupoli? Ma è davvero una trasformazione? Forse no. Forse il destino di ognuno di noi è segnato dalla nascita, e non c’è molto che possiamo fare per cambiarlo.

Dal carcere di massima sicurezza di Cedar Junction, Massachusetts, Gordon Bloom ci narra la sua incredibile storia. Sta scontando la pena di tre ergastoli per un’impressionante serie di delitti. Tutto è nato da una menzogna che ha raccontato quando era un ambizioso mercante d’arte: da quella scintilla è nato un rogo.
Un crimine ne ha generato un altro, poi un altro, un altro ancora, e Gordon si è ritrovato a inscenare una fuga rocambolesca per tutti gli Stati Uniti, inseguito dalla polizia, dall’FBI, dalla criminalità  organizzata, dai cacciatori di taglie e dai giornalisti televisivi. Si è persino infiltrato in un campo di addestramento di suprematisti bianchi, assoggettandosi ai loro fanatici rituali e partecipando ai loro comizi farneticanti.
Eppure, Gordon non è pentito di quel che ha fatto. Perché non si può sfuggire alla propria natura, secondo lui. Il vero crimine è assoggettarsi alle regole imposte dalla società.

Un romanzo ricco di situazioni drammatiche ma anche pervaso di un cinico umorismo, che vi terrà incollati alle pagine, dalle prime righe fino all’inevitabile epilogo.

L'autore.
Francesco Cariti ha esercitato per vent’anni la professione di avvocato, ha insegnato diritto privato all’Università di Firenze e ha svolto mansioni di giudice onorario presso il Tribunale. Ha soggiornato per lunghi periodi negli Stati Uniti. Ora vive a Berlino.
Io sono Gordon Bloom è il suo primo romanzo ed è il frutto — dichiara l’autore — di un desiderio naturale che appartiene a tutti noi: «quello di riuscire a mantenere il controllo della propria vita».


*****

L'altro è "Al mutar del vento" di Paola Maria Liotta, che racconta le storie di Creta e, in particolare, il mito di Arianna e Teseo in chiave privata e multifocale. Articolata in tre parti, lo scritto alterna monologhi, dialoghi e una narrazione corale di grande vivacità.


Il Convivio Editore
134 pp
13 euro

Tutti conosciamo la figura di Arianna: il mito ce l’ha consegnata come una ragazza intelligente, ma non altrettanto fortunata. Nessuno, prima di lei, aveva pensato che bastasse un gomitolo per trovare la via d’uscita da un labirinto; ma Teseo, a cui lei consegna il prezioso filo, non ricambia i suoi sentimenti e la abbandona appena può.

Eppure, questo romanzo ci racconta una storia molto diversa...

Nella scrittura elegante di Paola Maria Liotta, il mito di Arianna rifiorisce e si trasforma in una storia d’amore e di passione.
Il romanzo ha una struttura plurifocale: tanti gli attori in gioco, individui colti al centro dei sentimenti, dove pulsioni e fragilità svelano il fondo dell’animo umano. Ogni personaggio propone il proprio punto 
di vista in un monologo; svela inganni e disinganni, giustifica le proprie azioni e nello stesso tempo aggiunge un tassello importante al ritratto di Arianna. 
La sedotta e abbandonata si trasforma così in una vera eroina, una donna capace di cogliere il buono di Teseo, di comprendere il valore della sua missione e — soprattutto — di trasformare costruttivamente il dolore.
Un’opera viscerale e riflessiva, femminile e raffinata, sostenuta da un intenso desiderio di narrare l’altra parte del mito.

Di quest'autrice ho letto e recensito: PIANO CONCERTO SCHUMANN.


Il libro si può acquistare nelle librerie e, online, su:

Amazon       laFeltrinelli       IBS 


L'autrice.
Paola Maria Liotta vive ad Avola (Siracusa) ed è docente di ruolo di materie letterarie e latino nei licei. Appassionata di letteratura da sempre, cura presentazioni di libri, salotti letterari ed eventi culturali. Dal 2018 ha un proprio blog letterario, “Di scritture, di sogni e di chimere” (www.paolaliotta.it).
Ha pubblicato quattro sillogi poetiche, ottenendo premi di rilievo nazionale. Al 2013 risale la pubblicazione del suo primo romanzo, Ed era colma di felicità. Nel 2014 ha pubblicato Miele, mandorle e cannella, finalista al Premio Letterario “Città di Pentelite”. Per Il Convivio Editore ha pubblicato La luce dell’inverno. Madrigali sciolti e rime varie (2018) e il testo teatrale Briseide (2019), finalista al Premio “Giuseppe Antonio Borgese” e menzione speciale per la qualità della proposta letteraria al Premio Dostoevskij. Nel 2019 è uscito per Il Seme Bianco il suo romanzo Piano Concerto Schumann, finalista al Premio “Città di Sarzana”, molto apprezzato dai lettori e recensito positivamente anche su riviste di argomento musicale.


mercoledì 21 ottobre 2020

CANZONI ISPIRATE... DA LEGGENDE! (#2)


Nel precedente appuntamento abbiamo visto una canzone di De Andrè ed una di Baglioni, entrambe ispirate a due leggende.

Oggi a farci compagnia sono Angelo Branduardi e Roberto Vecchioni.

Il primo ha rivisitato una leggenda degli indiani d’America nel brano La pulce d’acqua.

Un'antica leggenda dei nativi americani racconta di una pulce d'acqua capace di rubare l'ombra a chi avesse spezzato le armoniose regole della natura.
Perché proprio l'ombra? La risposta sta nella convinzione, da parte delle tribù dei "pellerossa", che l'ombra fosse la parte del corpo più sfuggente, una proiezione proveniente dal corpo eppure intoccabile, come lo spirito vitale che anima ogni creatura.

Privato dell'ombra, il "peccatore" era destinato a perdere sé stesso, la propria vitalità e quindi si ammalava e l'unico modo per espiare la propria colpa e ripristinare l'armonia con la natura, era attraverso canti e balli, con cui lo "stregone" chiedeva il perdono per l'ammalato affinchè gli fosse restituita la pace interiore e fisica perduta.


È la pulce d'acqua
Che l'ombra ti rubò
E tu ora sei malato
E la mosca d'autunno
Che hai schiacciato
Non ti perdonerà
Sull'acqua del ruscello
Forse tu troppo ti sei chinato
Tu chiami la tua ombra
Ma lei non ritornerà
È la pulce d'acqua
Che l'ombra ti rubò
E tu ora sei malato
E la serpe verde
Che hai schiacciato
Non ti perdonerà
E allora devi a lungo cantare
Per farti perdonare
E la pulce d'acqua che lo sa
L'ombra ti renderà
È la pulce d'acqua
Che l'ombra ti rubò
E tu ora sei malato
E la mosca d'autunno
Che hai schiacciato
Non ti perdonerà
E allora devi a lungo cantare
Per farti perdonare
E la pulce d'acqua che lo sa
L'ombra ti renderà







Vecchioni si è invece ispirato alla tragedia di Euripide, Ippolito, con la sua canzone La leggenda di Olaf.


Ippolito, figlio di Teseo, re di Atene, è un giovanotto tutto dedito alla caccia, che non pensa all'amore, cosa che fa infuriare la benna Afrodite.
La dea, per vendetta, decide di suscitare nella matrigna Fedra (che ha sposato Teseo in seconde nozze)l un sentimento d'amore e passione per il figliastro.
Fedra sembra quasi impazzita gli occhi di tutti e in suo soccorso va la nutrice, che rivela a Teseo l'amore che Fedra ha per lui; il giovane ne è indignato e umilia la matrigna, la quale s'impicca..., non senza ver lasciati un biglietto in cui accusa Ippolito di averla violentata.

Quando Teseo scopre ciò che è successo, maledice il figlio e lo bandisce da Atene. 
Mentre Ippolito sta lasciando la città su un carro con i suoi compagni, un toro mostruoso uscito dal mare fa imbizzarrire i cavalli, che fanno schiantare il carro contro le rocce.

Mentre il povero Ippolito è in agonia, la dea della caccia - da lui tanto venerata -, espone la verità dei fatti a Teseo, il quale perdona il figlio.


Fu allora che madonna gli disse:" Hai gli occhi belli
Vorrei che accarezzassi stanotte i miei capelli"
Fu allora che rispose: "Grazie madonna no!
Io sono un cavaliere e il re non tradirò"
E a lei non valse a niente comprare la memoria
Di sentinelle e servi, mandati a far baldoria
E a lui negli occhi grigi l'amore ritornò
L'attesa di una vita, per dover dire "no"
"Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?"
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
Sognò, sognò, sognò, sognò, sognò, sognò, sognò
Poi, come tutti, si risvegliò
Sognò, sognò, sognò, sognò, sognò, sognò, sognò
Poi, come tutti, si risvegliò
Tornò di lì a tre giorni, il re dalla gran caccia
E lei gli corse incontro, graffiandosi la faccia
L'ira le fece dire: "Puniscilo perché
Ha mancato di rispetto alla moglie del re"
E a lui non valse a niente il sangue sui castelli
Rocroi, la spada e il sole sul viso nei duelli
Quando sentì di dire di dover dire "sì"
Con un cavallo e l'acqua fu cacciato di lì
"Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?"
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
Sognò, sognò, sognò, sognò, sognò, sognò, sognò
Poi, come tutti, si risvegliò
Sognò, sognò, sognò, sognò, sognò, sognò, sognò
Poi, come tutti, si risvegliò
Capì d'aver ucciso per essere qualcuno
Capì d'aver amato il giorno di nessuno
La strada all'improvviso, la strada si accorciò
E sotto un sicomoro la gola s'impiccò
Sentì tagliar la corda e gli tesero una mano
Ma dentro c'era l'oro, l'oro del suo sovrano
"Il re ti paga e chiede di non parlare mai
Monta a cavallo e fila, più lontano che vai"
"Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?"
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
Sognò, sognò, sognò, sognò, sognò, sognò, sognò
Ma quella volta non si svegliò






http://giardinonaiadi.blogspot.com/
wikipedia

sabato 17 ottobre 2020

CANZONI ISPIRATE... DA LEGGENDE (#1)

 

Non molti giorni or sono, mentre ero in pullman per andare a lavorare, ho ascoltato (non era la prima volta, of course) una bellissima ballata di Fabrizio De Andrè, Geordie, e in passato mi era venuta voglia di cercare informazioni su cosa avesse ispirato il cantautore ligure nello scrivere questo brano.

Ecco, in linea con questa curiosità, ho pensato di cercare altre canzone ispirate a leggende, personaggi letterari o realmente esistiti.

Oggi è il turno della già citata Geordie e di una canzone vecchiotta di Claudio Baglioni, che forse è conosciuta più che altro da chi, come me, ama il cantautore romano: Il lago di Misurina (Album: Sabato pomeriggio; 1975).


Ecco il testo di Geordie:


Mentre attraversavo London Bridge
Un giorno senza sole
Vidi una donna pianger d'amore
Piangeva per il suo Geordie
Impiccheranno Geordie con una corda d'oro
È un privilegio raro
Rubò sei cervi nel parco del re
Vendendoli per denaro
Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera
Sellatele il suo pony
Cavalcherà fino a Londra stasera
Ad implorare per Geordie
Geordie non rubò mai neppure per me
Un frutto o un fiore raro
Rubò sei cervi nel parco del re
Vendendoli per denaro
Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso
Non ha vent'anni ancora
Cadrà l'inverno anche sopra il suo viso
Potrete impiccarlo allora
Né il cuore degli inglesi né lo scettro del re
Geordie potran salvare
Anche se piangeranno con te
La legge non può cambiar
Così lo impiccheranno con una corda d'oro
È un privilegio raro
Rubò sei cervi nel parco del re
Vendendoli per denaro


La canzone di De Andrè si ispira ad un’antica ballata britannica, che fa parte delle Child Ballads, una raccolta di 305 ballate tradizionali inglesi e scozzesi suddivise in cinque volumi pubblicati tra il 1882 e il 1889.

La storia di Geordie pare abbia due versioni: in quella scozzese, George Gordon, marchese e conte di Huntly, fu accusato di essersi ribellato a Giacomo VI, re di Scozia, e nel 1598 fu condannato a morte per alto tradimento, ma grazie alla intercessione della famiglia fu graziato.

Nelle ballate inglesi, Geordie è un bracconiere, la cui sorte è stata meno lieta.

Nell’Inghilterra medievale il bracconaggio nelle tenute e nelle riserve reali era punito con la pubblica impiccagione, ed infatti il giovane Geordie, nonostante le suppliche della moglie, non viene risparmiato; l'unico privilegio che gli riservarono fu quello di essere impiccato con una corda d’oro, a motivo delle sue origini aristocratiche.






Vi posto il testo della canzone di Claudio Baglioni, Il lago di Misurina.


Sciolta ormai l'ultima neve
Su un tappeto d'erba nuova
Con un passo lieve nell'aurora
Misurina camminava
Sopra ad una rupe si fermava
Ogni dì alla stessa ora
Nella calma del mattino
Il silenzio era velluto
Un arcobaleno di pensieri
Lei gettava giù nel vuoto
E qualcuno la spiava muto
Il suo nome era (Sorapis)
(Sorapis) che viveva solo lassù
Tra abeti e genziane blu
Nessun sorriso ebbe mai
E Misurina che era tutto per lui
Un giorno scivolò giù
La vide con gli occhi suoi
Misurina riposava
Tra il ginepro e i rododendri
Si affacciava il sole dalle nubi
Sopra i suoi capelli biondi
Ed un alito di vento andava a sfiorare lei
Per lasciarla poi
Tra le braccia di (Sorapis)
chiuse gli occhi e il capo chinò
E giorno e notte aspettò
Finché di pietra non fu
E con le lacrime che scesero giù
Un verde lago formò
Tra abeti e genziane blu




LA LEGGENDA

Il Lago di Misurina è un  lago naturale piuttosto esteso e tra i più belli d’Italia. Situato nel bellunese, ha un perimetro di 2,6 chilometri ed è profondo circa 5 metri.  

Infodolomiti
Attorno ad esso c'è una leggenda, con protagonista proprio una certa Misurina, figlia unica del re Sorapis, governatore delle terre comprese tra le Tofane, l’Antelao, le Marmarole e le Tre Cime di Lavaredo. 
Il re stravedeva per la sua figlioletta, le permetteva qualsiasi cosa ed infatti la bambina era viziata, molto capricciosa e dispettosa, ma era anche molto molto carina. 
All'età di otto anni, Misurina venne a conoscenza dell’esistenza di una fata che viveva sul Monte Cristallo e che possedeva uno specchio magico, il quale dava il potere di leggere i pensieri di chiunque vi si specchiasse. 
Misurina supplicò con tanta insistenza il padre affinché le procurasse lo specchio, che questi alla fine cedette e partì alla ricerca dell'oggetto magico.
Incontrò la fata che gli disse: "Io posso darti lo specchio, però in cambio voglio te: diventerai alto come una grossa montagna e con la tua ombra mi riparerai dal troppo sole."

Sorapis restò perplesso e la fata precisò che se la bambina, sapendo dello scambio, avesse rinunciato al proprio desiderio, il re Sorapis sarebbe stato salvo, altrimenti l’incantesimo si sarebbe compiuto.

Il padre accettò, persuaso che la sua bambina mai avrebbe preferito uno specchio al padre, e invece..., quando ritornò a casa e riferì a Misurina le parole della fata, la bambina accettò lo scambio e volle lo specchio al posto del papà!!

E fu così che immediatamente Sorapis venne trasformato in una enorme montagna! Misurina, nel vedere che davvero l'incantesimo si era realizzato, si pentì del suo egoismo e cominciò a chiamare il padre, chiedendogli di tornare da lei.

Ma ormai non c’era più nulla da fare.

La bimba allora incominciò a piangere, a piangere, e tante furono le lacrime versate che si sciolse completamente e al suo posto si formò un lago:  il lago di Misurina!



Fonti consultate:

https://siviaggia.it/
https://favolefantasia.com
https://www.ernyaldisko.com/
https://libreriamo.it/
https://terreceltiche.altervista.org/

martedì 6 agosto 2019

Il papavero: piccole curiosità




"Lo sai che i papaveri son alti alti alti...."

Il papavero rosso (così come il papavero da oppio), per via delle sue caratteristiche blandamente sedative e antispasmodiche, soggetto all'influenza di Saturno, è stato considerato il simbolo della pigrizia, della misantropia e della mollezza di carattere.
In passato, il fiore di papavero veniva anche usato per rappresentare la fedeltà:  si prendeva un suo petalo e, dopo averlo posato sul palmo della mano, si colpiva con un pugno: se si sentiva un rumore come di schiocco voleva dire che non c'erano corna in vista e l'amato/a era fedele.


Significato e leggende.

La tradizione mitologica narra che Demetra, dea delle messi e dei raccolti, disperata dopo la perdita della figlia, riuscì a trovare conforto solo bevendo infusi di papavero.
Ed infatti, oltre ad essere simbolo di semplicità, questo fiore rappresenta anche la consolazione.


Storia.

Sin dall'antichità sono state riconosciute al papavero proprietà terapeutiche ed eccitanti.

Gli Egizi lo utilizzavano come antidolorifico, mentre in Grecia, essendo i semi del papavero considerati portatori di salute e forza, gli atleti ne bevevano una pozione energizzante prima delle gare a base di miele e vino.

L'uso del papavero da oppio come droga dilaga nell'Europa dopo la Rivoluzione Industriale e si diffonde fra artisti ed intellettuali come Baudelaire, Byron e Dickens.



fonti consultate: http://www.elicriso.it e letteratour

venerdì 3 maggio 2019

Leggende sul modo di dire "Muto come un pesce!"



Credo che a tutti noi sia capitato almeno una volta nella vita di usare l'espressione "muto come un pesce", per garantire il nostro silenzio e la nostra riservatezza in merito ad una determinata questione.

Ebbene..., da cosa prende origine questo modo di dire?

Ecco una simpatica leggenda sul perchè i pesci non emettono suoni.

C'è stato un tempo in cui sulla Terra dominava il silenzio: gli animali non facevano versi, le acque scorrevano e i venti soffiavano, ma tutto avveniva senza che venisse prodotto alcun rumore. 
Pensate che nemmeno l'uomo parlava. 

Un giorno accadde che il dio del canto cominciò a suonare l'arpa e, facendo vibrare le corde dello strumento, attirò l'attenzione di ogni creatura sulla Terra, che si mise in ascolto, tanto il vento quanto l'acqua e gli alberi. 

Il dio del cielo ordinò a ciascuno di scegliere il linguaggio che era loro più gradito.
Tutte le creature ascoltarono il signore del canto e scoprirono il modo più adatto di sibilare e di ronzare, di abbaiare o di ruggire…
L'uomo imparò, dal canto suo, tutti i diversi suoni prodotti dall'arpa del dio ma imparò anche a cantare meglio degli stessi uccelli.

Da allora, ogni creatura sulla Terra e nel cielo scelse per sé un proprio e caratteristico linguaggio.

E i pesci?
Essi furono più sfortunati: si rendevano conto che stava accadendo qualcosa di molto importante, ma non capivano che cosa fosse, potendo sì vedere tutte le creature della Terra aprire e chiudere la bocca ma non riuscendo, essendo sott'acqua, a udire alcun suono.
Ad ogni modo, decisero di comportarsi come gli altri, così impararono ad aprire e chiudere la bocca... ma senza produrre alcun suono!

Un'altra "versione" racconta che quando il dio degli animali decise che gli animali dovessero avere dei modi per comunicare attraverso suoni udibili, affidò questa "missione" alla Regina dei suoni, che distribuì bacche magiche a tutti gli animali; questi, tornati ognuno nelle proprie tane, seminarono le bacche, col tempo crebbero dei frutti che essi mangiarono... e iniziarono a fare i versi tipici di ciascuna specie, che noi tutti conosciamo: chi ragliava, chi cinguettava o miagolava.

Ma la Regina aveva dimenticato di distribuire le bacche magiche ai poveri pesci del mare e per rimediare, spremette le bacche e il loro succo fu fatto cadere nelle acque: i pesci bevvero ed ebbero il loro verso.
Un giorno soffiò un vento freddissimo, tutti gli animali si misero al riparo nelle loro tane, ma i pesci non trovarono alcun rifugio, quindi il vento si infilò nelle loro bocche e li rese muti. 
I pesci si arrabbiarono e si lamentarono con il dio degli animali, e ancora una volta la regina dei suoni cercò di trovare una soluzione, dando loro un verso ancora più forte e potente. 
Ma i pesci, ingrati e lamentosi, iniziarono a sparlare di tutte le creature della Terra, così il dio degli animali, vedendo il loro comportamento, decise di renderli muti per sempre...!



Fonte 1    Fonte 2

venerdì 5 aprile 2019

Il fiore di loto, tra simbolismo e leggende




Buondì!! Il week end si avvicina... finalmente!!!
In attesa di pubblicare le recensioni degli ultimi due libri letti, oggi volevo parlarvi di un fiore dal bellissimo significato:

IL FIORE DI LOTO


Il Fiore di Loto è per gli orientali simbolo di bellezza, purezza e perfezione, simbolo del sole, del cielo, della terra, della creazione, del passato, del presente e del futuro; dunque rappresenta la vita stessa.
La particolarità di questo fiore è dovuta al fatto che cresce nel fango e nelle acque paludose, ma nonostante ciò si conserva puro  e profumato e non si lascia contaminare dall’ambiente che lo circonda, e per questo esso rappresenta anche la lotta della vita.
Nella mitologia egizia il fior di loto è un simbolo di sole, di creazione e di rinascita​.

L'alternativa cristiana al loto è il giglio bianco, che assume un significato di fertilità e purezza perchè è il simbolo di Maria. Tradizionalmente l'Arcangelo Gabriele porta il giglio dell'Annunciazione alla Vergine Maria. "Beati i puri di cuore", disse Gesù, "perchè vedranno Dio."

Quando si vuole esprimere ammirazione profonda nei confronti di qualcuno, il fiore da regalare è proprio il Loto.
Il Fiore di Loto, molto simile ad una Ninfea, fiorisce verso la metà dell’estate: i suoi grandi fiori, che hanno più di 20 petali, si aprono la mattina presto e si chiudono di sera. Il Loto emerge dall’acqua ed è un fiore profumatissimo.

C’è una leggenda tutta italiana che riguarda il Fiore di Loto.
Tantissimo tempo fa, alla foce del Po, in una grande e bellissima palude c’era una zona ricoperta di Fiori di Loto bianchi e rosa. Questi fiori proteggevano il regno delle Fate dell’acqua, ma nessun essere umano poteva vederlo.
Si narrava che era molto pericoloso cercare di vedere le Fate e il loro regno. Gli abitanti dei villaggi vicini avevano un grande rispetto per la palude.
C’era un ragazzo che però non temeva le Fate, anzi cercava di scorgerle tuffandosi proprio dove si pensava ci fosse la porta per il loro regno.
Un giorno riuscì a trovare il regno delle Fate e queste gli offrirono un dono: poteva scegliere tra un forziere colmo di monete d’oro o una splendida Fata, la creatura più belle che lui avesse mai visto.
Il ragazzo scelse il forziere, pensando di aiutare sua sorella, rimasta vedova con un bambino piccolo.
Le monete d’oro non finivano mai e finalmente la famiglia del giovane poteva vivere agiatamente, ma lui era ossessionato dal ricordo della bellissima Fata che avrebbe potuto scegliere.
Passava così le sue giornate in barca nella palude alla ricerca del regno delle Fate, senza mangiare, nè bere, nè dormire. Alla fine morì.
Le Fate decisero di punirlo per aver fatto la scelta sbagliata, per non aver voluto scegliere l’amore: tutti i primogeniti discendenti dalla sua famiglia erano condannati a non conoscere mai l’amore.


SIMBOLOGIA FEMMINILE

Come accade per altri fiori, anche il Loto viene associato a simbolismi femminili. Essendo un fiore legato all’immortalità, alla creazione ed alla rigenerazione, il loto viene inevitabilmente associato a un principio femminile, indicando grazia, fertilità e fecondità, tutte virtù tipiche del mondo femminile.
Questo simbolismo prende spunto dalla forma del fiore di loto, un calice che sembra raffigurare il ventre femminile da cui nasce la vita. Per questo simbolismo dai tratti molto potenti e suggestivi, il loto è stato utilizzato nelle leggende e nei racconti sulla nascita degli dei. Mte da un fiore che si è aperto al mattino.


IL LOTO E I SUOI COLORI

Anche il colore dei diversi fiori di loro viene associato a un particolare simbolismo.

  • Quelli bianchi indicano la purezza, intesa come stato dell’anima e della mente, ma anche la perfezione spirituale.
  • Il loto rosa è simbolo della divinità ed è quello maggiormente usato nelle cerimonie delle religioni orientali.
  • Il loto viola è considerato il fiore degli asceti e di tutti coloro che si dedicano alla meditazione ed al
  • Il loto blu simboleggia la vittoria dello spirito sulle passioni, ma ha anche il significato di saggezza ed intelligenza.
  • il loto con fiori dorati rappresenta il raggiungimento dell'illuminazione e della perfezione spirituale.

In tutti i diversi fiori di loto primeggia un significato comune, ovvero il predominio dello spirito e della coscienza su tutto ciò che è materiale e meschino.
Saggezza, perfezione, intelligenza, purezza e conoscenza di sé sono i principi su cui si fondano molte religioni e che il loto, con la sua rara bellezza, è in grado di interpretare al meglio.


(Post già pubblicato tempo fa sul mio blog L'ANGOLO DI ANGY)



martedì 9 dicembre 2014

Leggendo... leggende (Sibilla e le Fate)



E se nel precedente post abbiamo visto brevemente i luoghi in cui è ambientato il romanzo "Se chiudo gli occhi", adesso conosceremo una leggenda che nasce proprio dai Monti Sibillini e, in particolare, dal Monte Sibilla.

La grotta della Sibilla (o "grotta delle Fate") prende il nome dalla leggenda della Sibilla
Appenninica, secondo la quale questa grotta non era altro che il punto d’accesso al regno sotterraneo della regina Sibilla, un’antica sacerdotessa in grado di predire il futuro.
Si narra che da tutta Europa negromanti e cavalieri erranti, facessero viaggi estenuanti nella speranza di carpire un suo oracolo.
La Sibilla Appenninica era una fata buona, veggente e incantatrice, detentrice della conoscenza, conoscitrice dell’astronomia e della medicina, che elargiva responsi profetici con un linguaggio non sempre facile da interpretare. 
La Sapientissima Sacerdotessa Sibilla era circondata da Ancelle (le Fate della Sibilla) che vivevano con lei all’interno della Grotta. Le fate sibilline erano affascinanti creature, che uscivano di notte e dovevano ritirarsi in montagna prima del sorgere delle luci dell’aurora per non essere escluse dal regno incantato della Sibilla.
Le fate avevano il compito di attirare i cavalieri con la promessa di una vita lussuriosa. 

Altra leggenda è quella che vede la Sibilla e le sue fate come donne bellissime che si trasformano ad ogni fine settimana in serpenti, simbolo di fertilità e guarigione nella tradizione celtica.

Un'altra versione della leggenda vede la Sibilla come una una vergine profetessa che fu condannata da Dio a rimanere nelle viscere della montagna fino alla fine dei Tempi per colpa della sua superbia: la donna si era infatti a Dio nel momento in cui aveva capito che non sarebbe stata lei la madre di Gesù Cristo ma un'altra vergine, Maria.


fonti: http://www.lifemarche.net/
          http://ascoli-ontheroad.blogspot.it/
          http://www.tavernadellamontagna.net/
       

martedì 16 aprile 2013

Imparare leggendo "Un posto chiamato Qui"



Curiosa come sono, mi son chiesta chi fosse il personaggio a me sconosciuto, di nome Scathach, citato dal dottor Gregory nelle sue lunghe chiacchierate con Sandy ("Un posto chiamato Qui").


L'Autrice - attraverso la bocca dello psicologo - paragona Sandy e il suo modo di essere ad un personaggio: Scáthach ("Ombrosa") è un'eroina del Ciclo dell'Ulster nella mitologia irlandese.

Il Ciclo dell'Ulster è un'opera in versi e prosa della mitologia irlandese e parla degli eroi degli Ulaid e delle loro guerre contro Connacht, collocando questi eventi prima della nascita di Cristo.

Il ciclo si incentra attorno al regno di Conchobar, che sarebbe stato sovrano dell'Ulster più o meno al tempo di Cristo. Regnò da Emain Macha (ora Navan Fort vicino ad Armagh), ed ebbe come suoi acerrimi rivali la regina Medb e re Ailill del Connacht e come alleati Fergus mac Róich, ex sovrano dell'Ulster. Il principale eroe della saga è Cuchulainn, nipote di Conchobar.


Cú Chulainn in sella
al suo carro in battaglia.

Leggendaria donna-guerriero scozzese, Scathach è maestra di arti marziali ed insegna l'arte della guerra;  educherà al combattimento l'eroe dell'Ulster, Cú Chulainn. 

I testi chiamano la sua terra "Alpi", che gli interpreti riconoscono in "Alba", il nome gaelico per indicare la Scozia. In particolare il personaggio è associato all'isola di Skye, dove si leva la sua dimora, "Dún Scáith" (Forte delle Ombre).


Il racconto dell'insegnamento di Scáthach al giovane Cú Chulainn appare nel Tochmarc Emire (Il corteggiamento di Emer), una storia introduttiva al grande poema epico Táin Bó Cúailnge (La razzia del bestiame di Cooley). 

Quando Cú Chulainn si innamora di Emer, il padre di lei, Forgall Monach, proibisce le nozze fino a che il giovane non avrà completato il suo addestramento guerriero presso Scáthach. Così il giovane dell'Ulster, in compagnia dell'amico Ferdiad, si reca a Dún Scáith, dove i due verranno educati alle tecniche di lotta. In particolare Scáthach affida all'allievo Cú Chulainn la sua arma più micidiale, la lancia Gáe Bulg.


In Scozia Cú Chulainn inizia una relazione clandestina con Uathach, la figlia di Scáthach. Quando accidentalmente le rompe le dita la ragazza urla richiamando il suo fidanzato, Cochar Croibhe, nella sua stanza. Nonostante le proteste di Uathach, Cochar sfida Cú Chulainn, venendo facilmente battuto. Per riconciliarsi con la sua maestra Cú Chulainn accetta il fidanzamento con Uathach. Scáthach promette allora la figlia in sposa all'allievo, rinunciando al tradizionale "dono per la sposa" che dovrebbero portare i pretendenti. In più promette ad addestramento completo "l'amicizia delle sue cosce".

In seguito, quando la sua acerrima nemica (in altre versioni: la sorella gemella), la donna-guerriero Aífe, invade le sue terre, a difesa si erge proprio Cú Chulainn, nonostante il tentativo di Scáthach di preservarlo dalla battaglia facendolo addormentare attraverso una pozione. 
Ma la forza di Cú Chulainn riduce gli effetti soporiferi della droga ad una sola ora, ed egli una volta desto può gettarsi nella mischia. Vinto lo scontro Cú Chulainn costringe le due a fare pace e ottiene di giacere con Aífe. 
Da questa unione nascerà un figlio, Connla, destinato anni dopo ad essere ucciso dal padre che era andato a cercare in Irlanda, ucciso senza che i due si siano riconosciuti. Alla fine dell'addestramento infatti Cú Chulainn lascia la Scozia e ritorna dal suo vero e unico amore, Emer.








fonte   - wikipedia
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