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lunedì 26 ottobre 2026

Recensione: TUTTO CAMBIA di Elizabeth Jane Howard (La Saga dei Cazalet #5)



Siamo giunti all'ultimo capitolo dell'appassionante saga dei Cazalet: sono gli anni Cinquanta e per i membri di questa grande famiglia si prospettano tempi non facili, contrassegnati da perdite di vario genere e dalla necessità di reinventarsi e andare avanti nonostante tutto stia cambiando (non sempre in meglio) velocemente.


TUTTO CAMBIA
di Elizabeth Jane Howard


Fazi
trad. M.Francescon
424 pp
Le vicende di questo capitolo finale si svolgono tra giugno 1956 e dicembre 1958, e si aprono con un triste avvenimento: la Duchessa è giunta alla fine della propria piena e gratificante esistenza, accompagnata nel suo ultimo viaggio dalle amorevoli cure della figlia Rachel, da sempre vicina ai genitori e pronta ad accudirli (anche a discapito della propria felicità).

Con la dipartita della Duchessa, si intuisce come pian piano stia andando via anche quel po' che era rimasto di un mondo fatto di tradizioni, di privilegi tipici di una classe sociale che sembra non trovare più il proprio posto nella nuova società.

Quel mondo affascinante, retrò ed elegante, quasi patinato e lontano dalla dura realtà al di fuori dalle rassicuranti mura di Home Place, smette di risuonare di voci squillanti di bambini, di profumare dei fiori della Duchessa e dei deliziosi odori provenienti dalla cucina, delle conversazioni vivaci tra i fratelli o delle chiacchiere delle donne: come il titolo suggerisce, tutto cambia perché a cambiare non è solo la società ma soprattutto i componenti di questo clan che i lettori imparano ad amare nel corso della lettura - uomini, donne, ragazzi... che ci hanno fatto sorridere e commuovere e che adesso paiono guardarci uno ad uno con sguardi differenti, in base a come le loro singole esistenze si stanno muovendo.

Ci sono sguardi gioiosi e carichi di speranza, altri malinconici, altri intrisi di disincanto, alcuni smarriti e infelici o spaventati; la vita di ciascuno deve fare i conti con vecchie e nuove insidie e difficoltà, a cominciare da quelle economiche, che inevitabilmente coinvolgono la maggior parte dei Cazalet.

A causa di una gestione degli affari poco lungimirante, Hugh, Edward e Rupert (e con essi anche Rachel, ovviamente) si ritrovano in pochi anni sull'orlo di una brutta crisi e rischiano di perdere tutto ciò che il Generale, nei decenni precedenti, ha costruito e ben mantenuto.
La bancarotta è dietro l'angolo, ci sono immobili da vendere e, tra questi, è a rischio anche l'amatissima casa di famiglia, Home Place.

Se Rupert non si è mai dimostrato intenzionato a prendere in mano gli affari dell'azienda di legnami, Hugh e Edward non hanno avuto la saggezza necessaria per prevedere ed evitare lo scatafascio, nonostante l'esperienza e gli anni trascorsi a lavorare fianco a fianco.
Entrambi si sono sentiti troppo al sicuro e solidi, il che ha fatto abbassare la guardia portandoli a fare (o non fare) le scelte giuste per salvaguardare il patrimonio famigliare.

Gli anni che passano non recano certamente altra giovinezza, anzi: Hugh comincia a sentire il peso di una stanchezza fisica ed emotiva che lo abbatte, ma fortunatamente al suo fianco c'è la sua (seconda) moglie, la dolce e saggia Jemima, che lo ha reso padre della piccola e frizzante Laura. Jemima è la roccia sicura presso cui Hugh - il più pacato ed equilibrato dei fratelli Cazalet, ma anche quello più sensibile e facile allo scoraggiamento - trova la spinta e le motivazioni giuste per non farsi abbattere dai problemi.

Edward è preoccupato per il tracollo economico che sta per travolgere tutti loro; sa bene come questo porterà frizioni e malumori nel rapporto con la (seconda) moglie, la bella Diana, abituata a vivere nel lusso e a concedersi ogni capriccio e desiderio senza badare a spese.
Come reagirebbe la donna se sapesse che il loro piccolo mondo dorato sta per arrugginirsi e frantumarsi?

Rupert sta vivendo un matrimonio felice con la sua Zoe e i loro figli; qualche preoccupazione la sta dando Juliet, la primogenita, che si dice invaghita di un giovanotto che in famiglia è ritenuto decisamente sbagliato per lei...

Villy - la prima moglie di Edward, abbandonata per la più giovane e conturbante Diana - conduce la sua solita esistenza piatta, infelice e frustrata in compagnia dell’anziana istitutrice di famiglia, Miss Milliment, la cui mente comincia purtroppo a perder colpi; il figlio minore, Roland, è ormai grandicello e pronto per l'università, per cui è di sovente via di casa e ciò è triste per la madre - che soffre molto la solitudine - ma è meglio per lui, perché può cercare di spiccare il volo da una vita famigliare altrimenti apatica e isolata; purtroppo, con Roly, Villy è stata molto egoista in quanto - per far dispetto al marito fedifrago - ha allontanato il figlio dal resto della famiglia, così che Roland non ha avuto modo di costruire legami famigliari saldi, né col padre né con i fratelli, Louise, Teddy e Lydia.

Ritroviamo la bellissima Louise, sempre in cerca della propria strada come modella e attrice e, soprattutto, poco avveduta nelle scelte sentimentali; ormai divorziata e lontana dal figlio Sebastian, si è infilata in una relazione con un uomo sposato e, benché cerchi di convincersi che le sta bene così e che è felice, soffre non poco l'idea che per lei la felicità sembri ancora un miraggio lontano, a differenza di ciò che sta accadendo  alle sue cugine.
Il personaggio di Louise mi ha comunicato dal primo momento un che di triste: è una donna determinata, indipendente, carismatica, che sa di piacere agli uomini ma niente..., non riesce a costruire nulla di solido nella sfera sentimentale, come se avesse paura di innamorarsi davvero, di pronunciare un "per sempre" e di legarsi seriamente a un uomo; ahilei, tende a legarsi a uomini che finiscono per lo più per usarla e lusingarla per la sua bellezza.
Incontrerà mai qualcuno che la ami per ciò che è, fuori e dentro?

Polly è moglie (di Gerald, un uomo buono e amabile) e madre, è felice e soddisfatta della propria vita e dei piccoli traguardi raggiunti; in queste pagine, continua ad essere la ragazza pura e gentile che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare, la figlia che sa dare buoni consigli al padre, la cugina accogliente e serena che ha sempre le parole giuste per incoraggiare.

Clary vive felice con il suo Archie e con i loro bambini... fino al giorno in cui non fa una scoperta che apre una crepa nel suo matrimonio, sino a quel momento perfetto.
Non ha smesso di essere riflessiva, attenta osservatrice, sensibile, amante della scrittura (riuscirà finalmente ad ottenere dei riconoscimenti come scrittrice? Chissà che la vita vera non le venga in aiuto offrendole ispirazione...) e anche profondamente insicura, bisognosa di amore e rassicurazioni, quelle di cui aveva bisogno quando suo padre fu dato per scomparso (e quindi morto, ma per fortuna non era così) e che solo Archie le aveva dato.
Saprà ancora essere per lei il punto di riferimento che è sempre stato?

E mentre i cugini maschi si barcamenano tra tentativi di tracciare la propria strada a livello lavorativo - per diventare finalmente autonomi - e storie d'amore fuggevoli e superficiali, zia Rachel, che ha sempre vissuto per gli altri, non risparmiandosi per genitori, fratelli, cognate e nipoti, deve affrontare la sfida più difficile.
Proprio adesso che la sua storia d'amore con la compagna di sempre, l'ex-violinista ebrea Sid, può essere  vissuta senza sensi di colpa e timori, il destino le tira un colpo basso...


I capitoli si susseguono presentandoci di volta in volta il presente di ogni membro Cazalet con i  rispettivi nuclei famigliari e nelle relazioni tra essi, mostrandoci le loro evoluzioni, i problemi, le difficoltà, le soluzioni, il modo in cui ciascuno reagisce - con più o meno coraggio, forza morale, determinazione... -, l'aiuto che si offrono reciprocamente nel momento del bisogno.

Perché i Cazalet si vogliono sinceramente tanto bene e ci sono l'uno per l'altro.
Sempre.
Anche quando non si vedono o si sentono spesso, o quando hanno piccoli scontri o vedute opposte, o vanno a vivere distanti o si isolano nel proprio dolore e si persuadono di poter stare soli e di non aver bisogno di nessuno. Ma dentro tutti loro sanno di poter contare sui genitori, su ogni zio, cugino, nipote e ognuno sarà sempre pronto a tendere una mano quando sarà necessario.
 

Il romanzo si conclude nei giorni che precedono e seguono le festività natalizie e adoro che l'Autrice abbia scelto questo periodo per (farci) dire addio ai suoi e (nostri) Cazalet: si respira per l'ultima volta un'atmosfera di amore, unione, ricordi nostalgici e dolci, risate discrete, lacrime di commozione, rassicurazioni ("non sei solo/a, noi ci siamo"), timide riconciliazioni, calore e vicinanza, e questa commovente e tenera ventata giunge al lettore intrisa di malinconia struggente.

Ho letto le ultime pagine lentamente, come rifiutandomi di lasciarli andare e ho voltato l'ultima pagina felice di aver fatto parte di questa famiglia, grande, elegante, così umanamente variegata ed imperfetta, alla quale ci si affeziona, libro dopo libro.

Consiglio questa saga a chi, come me, ama il genere; io la lascio con lo stesso sentimento malinconico (da orfanella) che mi ha preso quando ho terminato Outlander e Downton Abbey.
Mi piace però l'idea che potrò fare nuovamente e presto un salto presso i Cazalet e controllare come se la cavano secondo Louisa Young, nipote di Elizabeth J. Howard e autrice dei sequel  "Le ore d'oro".


«Questa casa...», esordì con coraggio. «Io ricorderò e amerò per sempre questo luogo perché è stato la mia prima casa. (...) La casa (...) è rimasta la stessa da allora. Se chiudo gli occhi vedo ancora i dettagli di ogni singola stanza, del giardino, del frutteto, dei campi, del bosco col suo torrente. Potrei andarmene in giro bendata e dirvi esattamente dove mi trovo. Ed è così per tutti noi, è questo che sto cercando di dire. Questa casa è dentro di noi e non ce ne dimenticheremo mai. Io credo che siamo fortunati ad aver avuto nella vita un luogo che ci è così caro e che ci porteremo sempre nel cuore».

martedì 20 ottobre 2026

Recensione: LA RETE PORPORA di Carmen Mola

 

Elena Blanco sa che la persona che più ama al mondo va salvata: dal male, dalla corruzione, da sé stessa.
E solo lei può salvarla, ma per farlo sarà costretta a superare dei limiti e ad affondare il proprio sguardo in occhi ormai privi di ogni compassione.


LA RETE PORPORA 
di Carmen Mola 


Salani Ed.
432 pp
**** SPOILER FINALE "LA SPOSA GITANA" ****

L'ultima scena del romanzo precedente - La sposa gitana - ci ha lasciato nella mente un'immagine terribile, la stessa che tormenta l'ispettrice Elena Blanco, riempiendola di angoscia e dolore: in un video anonimo, c'è un ragazzo che lei riconosce quale suo figlio Lucas (scomparso da anni e di cui lei aveva perso ogni traccia), e che lei apprende essere finito nelle grinfie dell'organizzazione criminale "La rete porpora", che rapisce bambini/ragazzini per inserirli in un circuito terrificante e spietato, fatto di torture fisiche e psicologiche, prostituzione, combattimenti sanguinari, scommesse esorbitanti, omicidi organizzati in diretta e immessi nel deep web.

Elena sa di dover ritrovare il figlio, a tutti i costi, e il proprio coinvolgimento delle indagini sulla Rete Porpora è l'aggancio ideale per raggiungere questo scopo personale.

Quando l’ispettrice, a capo della Brigada de Análisis de Casos (BAC), fa irruzione nella stanza di un adolescente - appartenente ad una buona ed insospettabile famiglia - trova, sul suo computer, qualcosa di agghiacciante e dolorosamente "utile": in una ripresa, che sta avvenendo in diretta, due uomini incappucciati stanno commettendo, sul corpo di una povera giovane donna, le sevizie più indicibili, inimmaginabili da una mente sana. 

Purtroppo, la BAC sa di cosa si tratta perché sono mesi che indaga sugli atroci crimini della Rete Porpora, con lo scopo di arrivare ad individuare chi ci sia dietro, quali personaggi loschi siano alla base e ai vertici di questa organizzazione che commercia video di omicidi, trattati come meri spettacoli da mostrare ad un pubblico anonimo disposto a pagare cifre astronomiche per guardare ragazzini ammazzarsi a vicenda o seviziati in ogni modo fino alla morte. 

C'è quindi un "mondo" oscuro e atroce nel deep web, ci sono persone - di ogni età, luogo, estrazione sociale... - accomunata evidentemente da una notevole disponibilità economica e da impulsi e desideri perversi, "malati", che però quasi di certo - almeno la maggior parte di esse - conducono una vita in apparenza normale: forse sono mariti o padri di famiglia, imprenditori, politici, persone che la società crede oneste e senza scheletri nell'armadio.

Tutto il formidabile team della BAC è intenzionato a scovare i membri di questa rete, dai pesci più piccoli (quelli che "vendono solo" il link per collegarsi alle orrende dirette, ad es.) a quelli più grandi e pericolosi; e ovviamente, il loro capo è la più coinvolta di tutti, anche se nessuno di essi - neppure il  collega e intimo confidente Zárate - sa la vera ragione: la scomparsa di suo figlio Lucas è di sicuro avvenuta proprio per mano della Rete Porpora. 

Elena deve trovare Lucas; da madre - oltre che da membro delle forze dell'ordine - non può vivere immaginando in cosa si è trasformato suo figlio: in una vittima? O, peggio, in un mostro?

Pur di trovare il suo ragazzo e provare a trarlo fuori da un destino infame, Elena Blanco è disposta ad immergersi nel male e affrontarlo fino alle più estreme conseguenze, scavando in una dimensione occulta e nascosta alla gente comune e che cela violenze e segreti indicibili, dove regnano sovrane la perversione e la corruzione morale.

Arrivare ai veri e vari responsabili sarà un percorso tortuoso, irto di ostacoli di ogni genere, in cui inevitabilmente gli uomini e le donne delle BAC dovranno fare i conti con depistaggi, omertà, tradimenti, insidie nascoste ad ogni angolo, attentati e tutto questo passando per le vittime più disgraziate, come tossici, derelitti che nessuno cerca se spariscono, orfani cresciuti in case famiglia, adolescenti sfruttate per la prostituzione.

È una realtà tristissima il cui racconto, se dona tensione emotiva e ritmo serrato alla narrazione, è altresì disturbante e sconvolgente perché crudo, offerto al lettore per ciò che è - una realtà clandestina disumana, efferata, raccapricciante -, senza filtri ma con descrizioni vivide e brutali; si resta, in molti momenti, col fiato sospeso nel seguire le ricerche di Elena e dei suoi collaboratori, che sono dei professionisti ma sono ancor prima degli esseri umani, che combattono contro criminali malvagi da sempre, ma ciò non li rende immuni dal provare sincero e profondo dolore per il marcio in cui devono affondare mani e piedi.

Per Elena sarà un'enorme sfida, complessa e pesante su diversi fronti.
Indagare su qualcosa di grosso, pericoloso e nelle cui spire letali è finito il suo stesso figlio, è fonte di stress e angoscia, il che è comprensibile; questo la rende nervosa, scostante e fin troppo brusca ed imperiosa con i sottoposti, inducendola spesso a trattarli con eccessiva freddezza e insensibilità, cosa che creerà non pochi problemi nella squadra.
Mescolare i due livelli - personale e professionale - nella conduzione delle indagini potrebbe renderla più vulnerabile e meno obiettiva, col rischio di intaccare i risultati stessi del lavoro che tanto faticosamente sta guidando.

Elena dovrà essere tanto brava e forte da far sì che il suo amore di madre non intacchi la serietà ed imparzialità delle sue investigazioni, ma che anzi la aiuti a sentire tutta l'urgenza nel fermare i pervertiti che compongono e sostengono la Rete Porpora.

Come già mi è accaduto con La sposa gitana, anche questo thriller di Carmen Mola* mi ha presa moltissimo, ho seguito lo svolgersi delle vicende con interesse ed apprensione; la suspense c'è e soprattutto verso la fine essa sale drammaticamente, fino ad un epilogo non facile per la protagonista ma inevitabile.

Il prossimo romanzo della serie su Elena Blanco è La bambina senza nome.


* pseudonimo collettivo di tre scrittori e sceneggiatori spagnoli: Jorge Díaz Cortés, Agustín Martínez e Antonio Santos Mercero.

domenica 18 ottobre 2026

Recensione: L'ULTIMO ORIZZONTE di Colleen McCullough


Ambientata in Australia tra il 1872 e il 1900, questa saga famigliare racconta di un matrimonio infelice, di un uomo con altissime ambizioni e altrettanto alte capacità per realizzarle, di una donna irrigidita da un'educazione religiosa mortificante, di un amore nato in sordina e capace di accendere un fuoco anche in un cuore indurito.



L'ULTIMO ORIZZONTE 
di Colleen McCullough




È il 1872 quando una quindicenne Elizabeth Drummond viene data in sposa - per lettera - a suo cugino Alexander Kinross, di diversi anni maggiore di lei.

Elizabeth vive col burbero e rigido padre James, taccagno sino all'inverosimile che, infatti, dà volentieri la propria figlia (l'unica rimastagli; gli altri sono andati via di casa da tempo) per la ben accetta cifra di mille sterline.

Alexander vive nel Nuovo Galles del Sud (lo stato più popoloso dell’Australia, situato nella parte sud-orientale del continente; ha come capitale Sydney) ed ha fatto fortuna in poco tempo, partendo da Kinross (in Scozia, dove vive la stessa Elizabeth) a soli quindici anni, determinato a trovare il proprio posto nel mondo, cominciando dal cambio del proprio cognome (da Drummond a Kinross), dedicandosi a molte attività, lavorando alacremente e mettendo a frutto intuito, ingegno, caparbietà e un formidabile fiuto per gli affari.

In pochi anni, avendo come modello lo straordinario Alessandro il Grande, riesce a costruire un proprio impero finanziario nel settore minerario e ingegneristico. In particolare, scopre la più importante miniera d’oro dell’intero continente, diventa ricchissimo e addirittura fonda una città dandole il proprio cognome.
Quando chiede in sposa la cugina verginella che ha visto sì e no mezza volta quand'era una bambina, è già uno degli uomini più potenti ed influenti della regione.

Nonostante abbia avuto molte donne e non avrebbe problemi a trovare una moglie nel Nuovo Galles del Sud, Alexander la vuole scozzese, molto giovane, la cui virtù sia al di sopra di ogni sospetto e da "sottomettere" senza troppe difficoltà, essendo stata cresciuta, quasi sicuramente, secondo insegnamenti religiosi al limite del fanatismo e del bigottismo.

E in effetti la graziosa e giovane Elizabeth "aveva trascorso la sua breve vita tiranneggiata da due vecchi terribili: il suo padre naturale e il suo padre spirituale" e questo fa di lei la scelta ideale.

Contro la sua volontà ma senza avere né i mezzi né il coraggio di opporvisi, Elizabeth viene mandata a vivere con Alexander, che trova sgradevole nell'aspetto e nei modi (gli ricorda il ritratto del diavolo che ha visto in casa del reverendo che l'ha educata nei precetti cristiani) e che la porta in un luogo esotico e lontano dalla sua chiusa ma nota e rassicurante Scozia; ai suoi occhi, il Nuovo Galles del Sud è una terra selvaggia e aspra, come aspro, acido e insopportabile sarà da subito il suo rapporto con il marito.

Abituata ad obbedire senza ribellarsi, Elizabeth accetta il proprio ruolo di moglie (compresi i suoi doveri coniugali, ottemperati in modo freddo, algido, meccanico, giusto perché è obbligata a concederglisi, in vista di eventuali gravidanze) accanto a quest'uomo imperioso, prepotente, sicuro di sé, che però a modo suo cerca di trattarla con gentilezza, pur imponendole ciò che a lui piace (che si tratti di abiti, gioielli o lezioni di pianoforte) affinché la sua inesperta consorte si trasformi in Lady Kinross, una futura donna dignitosa, elegante, dai modi raffinati, degna moglie di un uomo molto in vsita qual è lui.

Elizabeth prova ad accettare la propria nuova esistenza con spirito di sopportazione ma di una cosa è immediatamente certa: non potrà mai amare quell'uomo. 
Per quanto lui si sforzi di offrirle sostegno e comprensione, la ragazza sente proprio repulsione - fisica ed emotiva - verso Alexander, pur riconoscendone più di una qualità (è fuori discussione che si sia "fatto da solo", con le sole proprie forze e capacità, che pare sia nato per comandare, per accumulare ricchezze e successo); certo, al disgustoso Atto coniugale non può sottrarsi e l'unica sua speranza è di restare incinta presto così da dargli una progenie, e in effetti Elizabeth resta incinta per due volte, anche se ambedue le gravidanze le daranno tanti problemi, mettendo a rischio seriamente la sua vita (non sarà il caso di praticare l'astinenza?, si augura lei).

A creare movimento nella sua vita - fatta di lezioni, gestione della casa e dei domestici, per la maggior parte cinesi (la presenza dei cinesi ha il suo peso nella narrazione, sia a livello personale e famigliare, sia sociale, dando modo all'autrice di affrontare tematiche razziali, di discriminazione, integrazione e scambio culturale) - si inserisce, a un certo punto, una donna particolare e fondamentale per i coniugi: Ruby Costevan.

Ruby è l'amante storica di Alexander; ex-proprietaria di un bordello, viene coinvolta dall'uomo nelle sue attività industriali a Kinross e riceve in dono da lui un hotel da gestire in piena libertà, così da non dover più lavorare come maîtresse.

Ruby è l'esatto opposto di Lady Kinross: tanto è glaciale, rigida, schiva e seriosa la prima, quanto è spumeggiante, sfacciata (diciamo pure consapevolmente e allegramente volgare), solare e disinibita la seconda, che è il perno della vita sentimentale di Alexander.

I due si amano sinceramente, tra loro c'è tutto - passione, amore, amicizia, confidenza, sincerità, lealtà - e sarebbero stati una bella coppia se lui non fosse stato un uomo d'affari che deve conservare una determinata facciata sociale (non poteva sposare una donna di dubbia moralità), e lei non fosse stata l'uccellino libero che è, refrattaria ad ogni forma di ingabbiamento.

Nonostante l'iniziale rabbia di Elizabeth nell'apprendere dell'amante del marito (di cui tutti sanno, a Kinross), le due donne, non appena i loro occhi si incrociano, diventano amiche per la pelle, donandosi amicizia e consigli spassionati su questioni di ogni genere.
L'una sarà, negli anni, il sostegno dell'altra, sapranno esserci sempre reciprocamente, trovando conforto, empatia, consigli onesti, alleandosi anche per adottare le giuste strategie comportamentali verso Alexander in modo da "accontentare" lui e non darsi dispiacere o fastidio.

Ruby ha un figlio, avuto con un cinese del posto (che lavora con Alexander), Lee (da lei teneramente chiamato "mio gattino di giada"), che crescendo diventa non solo bello e carismatico, ma anche molto intelligente, dotato di grande senso pratico, sensibile, intuitivo, conquistando interamente le simpatie e  l'affetto sincero di Alexander, che vede in lui l'erede maschio che finora non ha avuto e chissà se avrà mai.

La moglie, infatti, gli ha dato due belle figlie femmine, la precoce Nell (che a poco più di un anno  sfoggia un eloquio articolato e fa ragionamenti più strutturati dei genitori) e la bellissima Anna, che purtroppo - in seguito a gravi complicazioni insorte nel corso del parto - riporta un ritardo mentale grave.
  
La figura di Lee avrà il suo posto rilevante nella narrazione perché sarà lui l'unico uomo in grado di svegliare, nel cuore gelido di Elizabeth, la fiamma di un sentimento che verrà custodito in segreto per anni (da entrambi) e che troverà il modo di esplodere e travolgere tutti quando sarà il momento giusto.


L'ultimo orizzonte è il corposo racconto, lungo trent'anni, di una famiglia, e segue gli esordi di Alexander nel complesso e spietato mondo degli affari in un territorio ancora acerbo, duro, in piena espansione coloniale, proseguendo con la sua vita sentimentale e famigliare, soffermandosi sulle donne che egli ama: la moglie che mai lo amerà, Elizabeth, intrappolata in un matrimonio per lei infelice, che neppure le figlie riusciranno a rendere minimamente lieto; l'amante schietta e fedele, Ruby, il suo porto e punto di riferimento sicuro; la figlia maggiore Nell, così simile a lui nel corpo e nel carattere, che saprà trovare la propria strada tirando fuori una personalità fortissima, indipendente, e seguendo le proprie inclinazioni, infischiandosene del perbenismo attorno a lei e dei pregiudizi maschilisti che vorrebbero relegare la donna al solo ruolo di moglie, madre e regina della casa.

I personaggi sono molto ben delineati, a mio avviso, hanno spessore e ciascuno possiede specifici tratti distintivi che creano dinamiche interessanti all'interno della narrazione; inoltre essi evolvono, maturano, raggiungendo sempre nuove consapevolezze di sé e dei propri ruoli.

L’ambientazione è assolutamente fondamentale perché non si limita ad essere un semplice sfondo, bensì è ha una sua forza narrativa che contribuisce a modellare i personaggi e le loro scelte, a diventare il terreno fertile su cui l'autrice articola tutte le numerosi ed abbondanti descrizioni delle miniere, della città da costruire e migliorare con l'affacciarsi del progresso industriale, delle tensioni tra le diverse etnie, delle trasformazioni dell’Australia coloniale.

Ecco, ammetto che le sezioni narrative riguardanti questi argomenti sono quelle che mi hanno coinvolta meno e, se fossero state meno copiose, avrei gradito di più la lettura, che nel suo complesso comunque mi è comunque piaciuta in quanto trovo che questo sia un romanzo molto ben strutturato, in cui emergono le notevoli capacità narrative della McCullough, che ha intessuto una storia famigliare che sfida il tempo rinnovandosi all'interno di un contesto mirabilmente descritto, storicamente e socialmente accurato.

In quest'opera sono presenti tematiche tipiche di tante saghe famigliari ben contestualizzate, quali l'identità (personale, famigliare, collettiva), le discriminazioni razziali, la convivenza tra culture diverse, la colonizzazione, il potere e il controllo politico/sociale, i matrimoni combinati e infelici, tradimenti, malattia mentale, il ruolo della donna, la lotta tra desideri, pulsioni segrete e regole sociali, la solidarietà femminile.

Insomma, è davvero un romanzo ricco sotto ogni aspetto; l'ho letto con studiata lentezza e mi sono lasciata piacevolmente trasportare alla fine dell'Ottocento in quest'Australia immensa, ricca di opportunità ma anche spesso ostile.

Adatto a chi ama le storie famigliari intergenerazionali e cerca una lettura lenta, da assaporare senza fretta nei pomeriggi autunnali.


Libro consigliato all'interno di QUESTO POST

venerdì 16 ottobre 2026

Recensione: IL MIO NOME di Francesco Russo

 

La giovane protagonista di questo breve romanzo nasce e vive in un luogo ameno, sereno e praticamente perfetto; ma cosa accadrebbe se una mattina si svegliasse e tutta la perfezione che la circonda si rivelasse solo un'ingannevole illusione?


IL MIO NOME
di Francesco Russo


Agenzia Pensiero Creativo
104 pp
Sabrina ha diciassette anni e vive a Solleryne, la città in cui tutto è bello, pulito, ordinato, tranquillo; zero pericoli, zero sbavature, ogni cosa, casa, persona... è perfetta.
Un paradiso, in terra, in pratica.
Perché a Solleryne la felicità è una regola. 
E la stessa Sabrina è felice, amata dai genitori, legatissima alle amiche del cuore, Anne e Silvia, e non vede l'ora che arrivi la sera del ballo, in cui potrà mettere il suo bell'abito e divertirsi con il suo cavaliere Daniel.

Ma qualcosa di improvviso e fuori dagli schemi spezza l'idillio: una sera apparentemente come le altre, uno spettacolo di magia, un prestigiatore gentile ma con uno strano luccichio negli occhi.
Un foglietto su cui Sabrina scrive il proprio nome e che vola via, come un uccellino.

Dalla mattina seguente, tutto muta.
Ciò che era calmo, diventa irrequieto; ciò che era bello, diventa terribile.
La tranquillità vola via e lascia il posto all'agitazione, alla pace famigliare segue un'incomprensibile isteria.
La favola perfetta si trasforma in un incubo.
Ciò che era noto diviene sconosciuto.
A cominciare dal proprio nome.
Sabrina si sveglia, sa di essere nella propria stanza eppure un grosso e assurdo cambiamento si è appena verificato: un'amnesia improvvisa... e la ragazza non ricorda più il proprio nome.

Ma non è tutto: a un tratto Sabrina è diventata estranea a chiunque, a Solleryne.
Nessuno la conosce né la riconosce come Sabrina la figlia, l'amica, la dolce ragazza che taglia il prato.

Chi è lei e perché tutti la scacciano come se non la conoscessero?

In poche ore accade l'impensabile e le porte di Solleryne si chiudono dietro di lei, lasciandola esposta, smarrita, sola, disperata, piangente e senza affetti.
Se non è la stessa di prima - quella che tutti amavano, la dolce, generosa, impeccabile Sabrina - chi è?
E soprattutto, perché non riesce a ricordare nemmeno il proprio nome?
Si può essere qualcuno senza un nome, una famiglia, delle amiche, una comunità alle proprie spalle che ti accoglie e ti sostiene?

Inizia per la protagonista un viaggio che la porterà a vagabondare, a fare i conti con una realtà totalmente opposta a quella "da favola" cui era abituata, che le farà incontrare diversi personaggi e che le farà sperimentare la perdita (a partire da quella della propria identità), vivendo una crisi esistenziale intrisa di smarrimento, paura, solitudine e dolore.

Ma sotto queste tristi ceneri non smette di covare una scintilla di speranza, di amore e di coraggio; il coraggio di scegliere sé stessa e la propria felicità, superando le paure e riconoscendo le proprie fragilità.


"Il mio nome" è un romanzo breve che, nelle prime pagine, inizia quasi come una favola moderna, presentando una comunità che, nella sua perfezione, lascia una sensazione di inquietudine, che infatti si manifesta in modo palese quando la protagonista dimentica il proprio nome e chi la circonda non la riconosce più.

La narrazione si caratterizza per una scrittura intima, poetica, evocativa, per un linguaggio molto semplice ed immediato e un ritmo che parte lento per poi farsi più incalzante, riflettendo lo stato d'animo della protagonista, che da un'illusoria felicità si ritrova in balia di una condizione di confusione e disperazione.

L'autore ha una penna sensibile nel tratteggiare la psicologia della protagonista, che vediamo in tutte le sue sfaccettature, nelle sue qualità (che le vengono riconosciute da chi la conosce) come nelle insicurezze, nelle paure, nel bisogno di essere accolta, amata, riconosciuta. 

Il viaggio intrapreso da Sabrina le permette di  crescere interiormente, di cambiare, di passare dalla perdita alla solitudine, dalla sofferenza alla riscoperta di sé e alla capacità di scegliere il proprio nome e la propria felicità. 

Indicato in special modo per lettori adolescenti, il libro di Francesco Russo è un romanzo di formazione che ci ricorda quanto sia importante tenerci stretta la nostra umanità, rifiutare ciò che sembra ideale e senza crepe ma in realtà è finto e precario, e soprattutto non perdere sé stessi e la propria unicità ed autenticità.

mercoledì 14 ottobre 2026

Recensione: TESORI TRA LA NEVE di Patricia M. St. John



Amicizia, perdono, speranza: una storia ricca di valori e insegnamenti ambientata nel cuore delle Alpi svizzere.


TESORI TRA LA NEVE 
di Patricia M. St. John 




Edizione CLC
230 pp
Siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso, in un paesino svizzero, circondato da montagne innevate e puntellato da estesi pascoli e piccole baite.
In una di queste vivono i Burnier, padre, madre e la piccola Annette di sette anni.
Durante una notte di Natale, sua madre dà alla luce un bambino bellissimo, con le guanciotte rosse e i capelli biondi: viene chiamato Dani, ma la gioia di questa nuova vita coincide col dolore del lutto, in quanto la mamma non sopravvive al parto.
Papà Burnier resta solo a crescere due figli, e anche se Annette si dimostra da subito molto responsabile e giudiziosa, è comunque solo una bambina, così il papà - che è tanto impegnato col lavoro - decide da farsi aiutare dalla nonna.
La vita di Annette e Dani scorre gioiosa e serena, tra impegni a scuola e in casa, corse nei prati, mucche da portare al pascolo e da mungere, la casa da tenere in ordine; alla sorella maggiore non pesa assolvere alle varie incombenze domestiche perché fa tutto con amore e con sincera premura, ama tanto il suo buon padre, la sua cara e saggia nonna e quel fratellino birichino e tanto sensibile, che porta luce e allegria alle loro giornate.
Ma un giorno accade una tragedia.

Luciel Morel è un compagno di scuola di Annette ma i due non vanno per niente d'accordo; tanto è altezzosa lei, quanto scorbutico e ribelle lui.
Un pomeriggio, per vendicarsi dell'antipatica Annette, Lucien se la prende con il piccolo Dani e la sua gattina Klaus: nell'atto di fargli un dispetto, il ragazzino agisce in modo sconsiderato causando un brutto incidente a Dani, che finisce in un burrone rompendosi una gamba.

Da quel momento, la vita dei Burnier e di Lucien cambia radicalmente e non in meglio: Dani riporta un grave danno alla gamba, Annette si farà in quattro (insieme a papà e nonna) per prendersi cura del fratellino, e Lucien verrà emarginato da tutti nel villaggio, additato come un bambino selvaggio, cattivo, da cui è bene star lontani.

Annette è una ragazzina generosa, che non si risparmia se ci sono da fare sacrifici per aiutare come può in casa, ma ciò che è successo a Dani per colpa di Lucien le ha fatto nascere nel cuore dei semi di vendetta, rancore, rabbia... che ella non riesce e forse non vuole scacciare via.
Lucien non merita alcuna comprensione, alcun perdono, perché ha rovinato la vita a Dani.

Ma è davvero così?
Ci sono davvero errori che non si possono perdonare?

Mentre la nonna cerca di far riflettere la nipotina sui sentimenti negativi che le stanno togliendo la pace e la serenità, e che l'allontanano da ciò che Dio vuole per lei, Lucien trova il modo di sfogare la sua frustrazione, il peso dei sensi di colpa e di riempire la solitudine grazie all' incontro con un uomo anziano, nel bosco.
Scoprirà di avere un talento che può aiutarlo a non sentirsi più inutile e stupido, ma che può essere usato per creare cose belle, per dimostrare a sé stesso e agli altri che anch'egli sa produrre qualcosa di apprezzabile.

Sia Annette che Lucien impareranno a guardare dentro sé stessi, a individuare ciò che non va e ad aprire il proprio cuore alla fede e alle parole del Vangelo, che ci ricordano dell'amore di Dio, dell'importanza del perdono e della riconciliazione.

Immerso in un'ambientazione suggestiva, con una narrazione che procede con un linguaggio semplice e dei personaggi genuini, "Tesori tra la neve" è un romanzo per ragazzi pieno di insegnamenti  cristiani, in cui è centrale la fede in Dio, l'unico in grado di trasformare il cuore dell'uomo.

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lunedì 12 ottobre 2026

Recensione: CASA È DOVE NOI di Serena Venditto



Una nuova avventura investigativa attende gli inquilini dell’appartamento in via Atri 36 a Napoli: un omicidio che sembra chiaro e di facile soluzione non convince però Malù e i suoi coinquilini, che hanno un interesse molto personale e stringente per desiderare di risolvere il caso.




CASA È DOVE NOI 
di Serena Venditto



Mondadori
264 pp
18 euro


Sono giorni tormentati nell'appartamento che l'archeologa Malù Ferrari condivide con i suoi cari amici Ariel (traduttrice di romanzi brutti), Samuel (fidanzato di Ariel), Kobe (pianista giapponese che comprende la metà di ciò che ascolta) e la mascotte di casa, il gatto nero Mycroft, sempre alla ricerca di coccole e di una ciotola piena.

Malù è a un passo dalla discussione della tesi di dottorato ma due eventi intervengono a distrarla da questo importante obiettivo: il suo fidanzato Marco e una minaccia di sfratto.

Marco è un medico in procinto di trasferirsi per un paio di anni a Basilea per ragioni professionali; ovviamente, ha chiesto a Malù di lasciare la sua casina in affitto, affollata e sgangherata, e il suo lavoro in una libreria dell'usato, per seguirlo in quest'avventura.

Ma Malù non ha alcuna intenzione di stravolgere la propria felice esistenza per assecondare i progetti del proprio uomo - è una donna indipendente e libera di decidere dove vivere e con chi - così i due si lasciano.

A complicare le cose e a peggiorare lo stato d'animo dell'archeologa molisana si aggiunge un'altra questione: il proprietario del loro amato appartamento, Carmine, si vede costretto - con sommo dispiacere - a mandar via i ragazzi perché ha necessità di vendere l'immobile.

La ragione della vendita risiede nel dover affrontare le spese legali per la moglie Miriam, agli arresti domiciliari con un’accusa di omicidio che sembra praticamente impossibile da smontare.
La donna è stata trovata, infatti, accanto al cadavere del vicino, con un coltello insanguinato in mano mentre continuava a ripetere, in uno stato evidente di shock: «Che ho fatto?».

Tecnicamente non ha mai confessato (anzi, si dichiara innocente) ma gli inquirenti lo reputano superfluo, vista la sua presenza sul luogo del delitto e il possesso dell'arma; inoltre, la poveretta non fa che ripetere da mesi che ha un vuoto di memoria, non riesce a ricordare i particolari di quella maledetta mattina in cui è entrata nell'appartamento della vittima.

La vittima è un farmacista, Adriano Mattei, un cinquantenne cui hanno tagliato la gola.
Ma chi conosce Miriam Scotto, dubita seriamente che sia stata lei a commettere l'omicidio.

«Ma se tua moglie viene scagionata tu non hai più bisogno di vendere, giusto?»
«Uhm, no.»

La proposta di Malù a Carmine è chiara: io ti trovo l'assassino di Mattei, ti aiuto a scagionare tua moglie e tu non vendi la casa ma ci lasci a vivere qui.

Seppur scettico, Carmine accetta la controproposta di questa donna decisa, battagliera e convinta di risolvere  l'indagine entro una settimana.

Da questo momento, Malù e i suoi tre amici e coinquilini - più il gatto - si danno da fare per cercare la verità su cosa sia davvero accaduto in quella tragica mattina di aprile, nell'appartamento di Mattei.
Costui viveva in un palazzo in cui abitano Carmine e la sua famiglia, un’istruttrice di yoga sui cinquant’anni (Zoe), una coppia, Annalisa e Ferdinando Martini (guida turistica lei, commercialista lui) e un professore di storia dell’arte in pensione (Gennaro de Rosa).

Perché Miriam era lì, quella mattina, come vi è entrata? Le ha aperto la vittima? E per quale ragione?
Possibile che nessuno degli altri condomini abbia udito rumori sospetti? 

I quattro investigatori improvvisati - ma mossi da una motivazione importantissima: salvare la loro casa! - tirano fuori il giusto spirito di intraprendenza e, guidati dalla "capa", l'agguerrita e intuitiva Malù, si danno da fare per dare ciascuno il proprio contributo all'indagine.

Cercano di capire il contesto umano in cui è accaduto il fattaccio, se ci sono state delle situazioni che hanno fatto maturare le ragioni per l'omicidio; indagano su tutti i personaggi coinvolti, dalla vittima (pare che non fosse proprio benvoluta nel condominio) al resto degli abitanti: in che rapporto erano con Adriano Mattei?

Malù e Ariel fanno coppia fissa nella ricerca di dettagli, moventi, pregressi, relazioni, segreti..., e si recano insieme a incontrare i condomini, dando vita a delle vere e proprie acrobazie e macchinazioni buffe e spassose per cercare di entrare nelle singole case, parlare con questi vicini, fare domande pertinenti e ficcanti, notare particolari sfuggiti alla polizia, andando così oltre le versioni "ufficiali", quelle imparate e recitate a memoria.

Mentre sale la preoccupazione di dover lasciare l'amatissimo appartamento in Via Atri (qualcuno prova pure, di nascosto!!, a immaginare delle alternative, dei piani B e C, in caso la loro Malù non riuscisse a trovare l'assassino in tempo), l'indagine procede con vigore, audacia, un pizzico di spericolatezza, tra interrogatori decisamente sui generis, "imboscate" ai possibili sospettati, drammi sentimentali, lezioni di yoga, e tutto incorniciato dal "delizioso caos del centro" storico di Napoli, ai cui profumi, voci e rumori nessuno dei ragazzi di via Atri 36 - gatto sempre compreso - è disposto a rinunciare senza lottare.


"Casa è dove noi" è un giallo dai toni leggeri, divertenti e brillanti, che accoglie il lettore per trascinarlo in uno scenario amichevole, famigliare, che sa come coinvolgere e far sorridere, stuzzicando la voglia di risolvere il caso insieme ai protagonisti ma, al contempo, disegnando attorno un contesto rassicurante e sereno, in cui ci si sente a casa, in cui il lettore può sentirsi "uno di loro", una sorta di sesto inquilino.

Mi è piaciuta davvero molto la penna dell'autrice (e di conseguenza il piglio vivace e trascinante della voce narrante, affidata ad Ariel), che sa come rendere il mistero del delitto irrisolto intrigante senza mai essere cupo, e questo grazie all'ironia, alle osservazioni spiritose della narratrice, attraverso i cui occhi guardiamo ciò che accade con piacevole umorismo.
I dialoghi contribuiscono a conferire vivacità e ci permettono di conoscere meglio anche i personaggi.

Malù e la sua allegra brigata sono una comunità di amici piccola e simpaticissima; ogni membro ha trovato nell'altro il significato della parola casa, di cosa voglia dire "essere dalla stessa parte", essere parte della famiglia che ci si è consapevolmente scelti.

"... mi ero persa e ritrovata a via Atri 36. Quella cosa che a spiegarla pareva illogica, ma che a me sembrava naturale: se gli altri ci dicevano di andarcene a vivere da soli e mettere su famiglia era perché non capivano che noi  eravamo già una famiglia. Il fatto che noi quattro (più uno) non avessimo una goccia di sangue in comune era davvero superfluo. Noi eravamo una famiglia, un equilibrio perfetto, in quel tempo e in quello spazio".

La risoluzione del caso Adriano Mattei non è soltanto una questione di giustizia (per quanto ciò sia rilevante) ma è un fatto che coinvolge direttamente i cinque inquilini (eh sì, Mycroft è sempre incluso e la sua presenza non fa che arricchire l'atmosfera di famigliarità, calore e humor) e li guida verso una maggiore consapevolezza di come e quanto la loro amicizia sia importante per ciascuno di essi.
L'amicizia è una ricchezza non barattabile né rinunciabile.

Lo consiglio, è un giallo che mi ha donato momento di spensieratezza, i suoi personaggi sono ben caratterizzati, la trama si sviluppa in modo appassionante e mi ha soddisfatta anche il finale.

giovedì 8 ottobre 2026

Recensione: IL GIOCO DELLA NOTTE di Camilla Läckberg



Un romanzo breve che pone al centro quattro amici di Stoccolma, appartenenti a famiglie abbienti e amiche tra loro; è la notte di Capodanno e i ragazzi la trascorrono giocando, provocandosi, sfidandosi... sino ad arrivare a un finale decisamente inquietante.


IL GIOCO DELLA NOTTE
di Camilla Läckberg 


Einaudi
trad. K.De Marco
120 pp

Liv, Martina, Max e Anton sono quattro amici e lo sono da molti anni; Liv è attratta dallo sfuggente Max - da sempre il leader del gruppo, colui che comanda e gli altri eseguono - ma il ragazzo è fidanzato con la migliore amica di Liv, Martina, che incarna la tipa che a scuola tutti notano, la più popolare e a cui tutti vogliono essere amiche.
Liv, al contrario, è sempre stata più schiva, ombrosa, riservata, con un luccichio cupo negli occhi che le dà un'aria misteriosa. Anton è un po' il pagliaccio della cricca, fa sempre battute (per lo più spinte e strafottenti), è soggiogato dal carisma di Max (che segue come un cagnolino fedele) ed è segretamente innamorato di Liv, la quale però pare non accorgersene.

È la sera di Capodanno quando i quattro si riuniscono per trascorrere insieme la lunga notte e decidono di impiegare il tempo nel modo in cui piace a loro: flirtare, bere alcolici aspettando il servizio catering, stuzzicarsi e intanto giocare a Monopoly intrecciato con "Obbligo o verità".

Quello che è inizialmente un gioco per far passare i minuti e attendere la mezzanotte, va via via trasformandosi in qualcosa di diverso e poco innocente; i ragazzi, infatti, cominciano a lanciarsi sfide, facendole passare per semplici penitenze quando si perde una mano giocando, insomma degli scherzi goliardici, che però hanno qualcosa di torbido e oscuro; sono vere e proprie provocazioni volte a superare i limiti, a commettere gesti e azioni che infrangano delle "regole", che sia un atto vandalico verso un oggetto appartenente a qualcun altro o una proposta indecente a una sconosciuta o un bacio dato tra loro...

E i genitori?, vi chiederete.
I "grandi" sono in un appartamento (di proprietà di uno di essi) di un palazzo accanto a festeggiare tra loro; genitori e figli possono osservarsi semplicemente guardando dalle finestre ed infatti gli adulti ogni tanto si affacciano per raccomandare ai ragazzi di fare i bravi e di non esagerare con l'alcool, ma i figli sanno che sono solo moine ipocrite e che ai loro "vecchi" interessa sballarsela forse anche di più dei loro figli.

Anche questi ultimi si fermano di sovente a guardarli pensierosi e corrucciati dalla finestra e pian piano, tra una lancio di dadi e una sfida irriverente, scopriamo i segreti personali e famigliari di tutti i presenti.

Si tratta di famiglie, come dicevo, benestanti, tenute in considerazione in società per la loro facciata di perbenismo e rispettabilità; gente che agli occhi degli estranei sembra quasi perfetta perché ha soldi, potere, influenza, professioni e ruoli socialmente importanti..., insomma famiglie insospettabili e senza macchia.

Ma attraverso un gioco da tavola il lettore gratta la superficie e ne viene fuori un marcio incredibile fatto di abusi, tradimenti, dipendenze da alcool, problemi finanziari... insomma molti segreti, alcuni più brutti di altri.

Una volta che tali segreti saranno venuti a galla, niente sarà più come prima. 
 
Camilla Läckberg scandaglia gli abissi dell'adolescenza e, attraverso essa, quelli ancora più oscuri e minacciosi della famiglia, che non sempre è per tutti un luogo rassicurante, un rifugio capace di proteggerti e darti amore e sicurezza.
I protagonisti sono quattro giovani, tutti ricchi, belli, viziati, proiettati verso un futuro di successo ma in realtà, al di là della bella maschera che indossano, si nascondono odio e dolore. 
Sono quattro figli, prima ancora che quattro amici, che hanno maturato negli anni un carico di risentimenti e disprezzo verso i genitori che odora fortemente di pericolo, di una miccia pronta ad esplodere da un momento all'altro.

Mettersi a nudo e liberarsi del peso di certe verità non è semplice ma farlo li aiuterà e, soprattutto, aprirà a tutti loro gli occhi su cosa vogliono davvero, su quali siano le cause che li rendono infelici e insoddisfatti e su quale sia l'unica strada da percorrere per risolvere ogni loro problema.
Una decisione presa con freddezza, calcolo spietato e una spaventosa indifferenza che avrà conseguenze inimmaginabili.

Un libro breve ma che ho trovato sufficientemente coinvolgente; certo, avvengono tante cose in poche pagine e si arriva all'epilogo - di per sé scioccante - con una leggerezza che stona con quanto accade, inoltre sarebbe stato interessante approfondire maggiormente le singole storie dei ragazzi ma nel complesso mi è piaciuto perché riesce a tenere viva una tensione emotiva dall'inizio alla fine.
Il titolo originale - Gå I Fängelse - rimanda al gioco del Monopoly, mentre in inglese si è optato per Truth or dare, cioè "obbligo o verità"; entrambi mi piacciono di più di quello scelto nell'edizione italiana.

Carino, ideale per chi cerca una lettura veloce a tema adolescenti-famiglia.

martedì 6 ottobre 2026

Recensione: LA FATTORIA DEGLI ANIMALI di George Orwell



Pubblicato nel 1945, questo romanzo di Orwell, attraverso la storia di animali che si ribellano al dominio degli esseri umani per instaurare un regime basato sull’uguaglianza e sulla parità di diritti e doveri, è un’allegoria di come anche un ideale rivoluzionario possa degenerare in una tirannia totalitaria, esattamente com'è accaduto al comunismo sovietico sotto Stalin.




LA FATTORIA DEGLI ANIMALI
di George Orwell

Feltrinelli
tra. F. Cavagnoli
147 pp
Gli animali della fattoria Manor, stufi di essere sfruttati e comandati dal loro padrone umano Mr Jones, decidono di ribellarsi per creare una propria società, un modo più giusto di vivere e in cui tutti gli animali siano uguali, senza che ci sia chi si senta più in alto e più importante di altri.

A lanciare l'idea di una rivoluzione è Old Major, un maiale con ideali rivoluzionari sinceri che però morirà poco prima di vederla realizzare.

Gli animali riescono nel loro intento e preso il controllo della fattoria, viene steso una sorta di statuto, chiamato I Sette Comandamenti dell’Animalismo e affisso sulla parete del granaio per ricordare a tutti i compagni i diritti, gli obblighi e i divieti da osservare in modo da garantire che regni l'uguaglianza e con essa la pace, la giustizia, la serena cooperazione tra gli animali, impedendo in ogni modo che si torni all'oppressione, al binomio schiavo-padrone.

In essi sono contenuti principi inviolabili, ad esempio non avere nessuno dei vizi degli esseri umani (tipo bere alcolici, dormire nei letti...), o “Qualunque cosa cammini su due gambe è un nemico”, o “Nessun animale ucciderà un altro animale” e soprattutto: “Tutti gli animali sono uguali”.

Purtroppo, quella che sembra a tutti gli effetti una democrazia comincia ben presto a mostrare le prime crepe a causa di alcuni personaggi.
In particolare, ad assumere ruoli di preminenza, ben presto, sono due maiali, Snowball e Napoleon,  anche se il primo viene cacciato attraverso macchinazioni losche ad opera del secondo, che diventa il maiale più importante, il più autoritario, colui che - servendosi dei suoi fedelissimi, come i cani (che fanno da polizia segreta) e altri maiali tipo Squealer - manipola la verità, riscrive le regole e finisce per assumere gli stessi comportamenti e modi di pensare e di vivere degli umani che avevano sostituito.

Alla fine, quindi, ogni utopia e promessa rivoluzionarie si trasformano in una nuova e più subdola tirannia e il nuovo motto sarà: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri".

Nella sua brevità, nella semplicità ed asciuttezza del linguaggio, attraverso un racconto ricco di significati allegorici, Orwell ci mostra come avvenga il passaggio da una condizione egualitaria e finalmente più giusta (frutto di un atto coraggioso di sovversione) ad una contrassegnata da soprusi, prepotenze, torti, tradimenti sfacciati di un ideale originario nobile e deciso collettivamente, e tutto questo triste cambiamento si verifica gradualmente e alternando le manipolazioni - del linguaggio, dei princìpi dell'Animalismo, di revisione della storia per cancellare il passato e riscrivere il presente a favore del nuovo status quo - con l'oppressione brutale ma operata in segreto, di nascosto dalla massa, che non deve avere idea di ciò che accade tra gli animali (i maiali) che si sono autoeletti ai vertici della nuova società.

Una critica alla rivoluzione russa e alla dittatura di Stalin, una favola dai toni amari che ci ricorda con una chiarezza disarmante come il potere possa influenzare e trasformare chi ce l'ha (anche quando ha origini nobili, come un ideale di uguaglianza) ma anche chi lo subisce, che - grazie a propagande e manipolazioni - finisce per abituarsi ad essere comandato.

Ovviamente lo consiglio, un testo sempre attuale, in grado di stimolare molte e profonde riflessioni. 


domenica 4 ottobre 2026

Recensione: LA CANNIBALE di Ryan Green

 

La storia, crudissima e scioccante, della prima donna condannata all'ergastolo in Australia senza condizionale e con l'addendum specifico di “mai scarcerare”.


LA CANNIBALE
di Ryan Green




138 pp



Per leggere questo libro è obbligatorio un disclaimer: va bene solo se vi interessa molto il true crime e se non vi impressionano descrizioni di scene realmente forti e violente.

Questa è la storia vera - sigh! - di un'assassina, non seriale ma brutale e feroce comunque: Katherine Knight (1955).

L'autore, dopo un prologo in cui ci presenta la protagonista in un momento di violenza e follia, ci racconta la vita di questa criminale partendo dai suoi genitori, Ken e Barbara, i quali si fidanzarono (e in seguito si sposarono) dopo aver avuto una relazione adulterina; Barbara, infatti, era sposata con John Roughan (con cui aveva quattro figli, di cui due ancora piccoli), che lavorava nel mattatoio di Aberdeen insieme a Ken.
Apprendiamo di come Barbara fosse infelice della propria vita coniugale e di come si fosse buttata tra le braccia di Ken che si mostrava passionale e sanguigno..., pure troppo, visto che la sua natura da alcolizzato aggressivo venne subito fuori quando i due fuggirono insieme da Aberdeen (la comunità era piccola e puritana, guardava con malevolenza i due peccatori) per andare a Moree: abusi sessuali, botte con calci e pugni, umiliazioni di ogni genere...
Insomma, Barbara non se la passava bene con Ken ma di lasciarlo non se ne parlava: per andare dove e da chi, poi?
Così la coppia ebbe prima due figli maschi e poi due gemelle nel 1955, Joy e Katherine; quando le ragazze avevano 15 anni, la famiglia Knight tornò ad Aberdeen.

L'infanzia e l'adolescenza di Katherine ci vengono narrate con dovizia di particolari ed emerge un contesto famigliare che indicare come disfunzionale è quasi un complimento: oltre al rapporto tra i genitori basato sulle botte e continue mortificazioni, si aggiungono le insidie sessuali ai danni di Katherine all'interno della casa e sua madre - sempre più frustrata ed infelice - che le raccontava dettagli scabrosi della propria vita sessuale con Ken e le confessava tutto il suo disgusto per il sesso, raccomandandole però di accontentare sempre gli uomini in tal senso, giusto per non avere rogne (!?!).

"In casa Knight regnava quel tipo di anarchia spietata che spingeva le persone razionali a difendersi con la violenza, forse persino a mettere in atto mosse preventive contro potenziali aggressori."

Un altro aspetto importante da sottolineare è che Katherine sino a un certo punto è stata una ragazzina tranquilla, ma negli anni della scuola è diventata man mano una selvaggia che bullizzava i compagni; quando poi ha cominciato a lavorare nel mattatoio accanto al padre, le si sono aperte del tutto le porte del sangue, dei coltelli, l'arte dello scuoiamento e del disossamento.

E da quel momento la sua esistenza non ha fatto che ruotare attorno a queste parole chiave.

Le fu diagnosticato (quando andava ancora a scuola) il Disturbo Borderline di Personalità (DBP), e in seguito - nel corso degli anni, di frequente avrà momenti di forte "crisi", in cui metterà in atto comportamenti molto feroci, crudeli, minacciosi, pericolosi per l'incolumità altrui, figli compresi - verranno riscontrate altre problematiche psichiatriche ed eventuali cure non risolveranno la sua condizione, e a farne le spese saranno soprattutto i compagni di vita (ma potenzialmente chiunque lei giudicasse fastidioso, che fosse un vicino di casa o un collega di lavoro).

Alcuni riusciranno - dopo aver rischiato parecchio - a fuggire da quella moglie/compagna assetata di sesso e possesso, tormentata da un demone della gelosia che la faceva impazzire e la induceva a torturare fisicamente e psicologicamente l'innamorato del momento, ma qualcuno purtroppo non c'è riuscito.
Ed è quel qualcuno ad aver reso tristemente celebre la donna di cui stiamo parlando.

John Price è stata l'unica vittima di una furia omicida che solo per pura casualità non ha mietuto altri morti; una ma sufficiente a far guadagnare alla Knight l'etichetta agghiacciante di Lady Cannibal o Hannibal Lectar al femminile, a rinchiuderla dietro le sbarre e a convincere il giudice a buttare la chiave.

Leggere quello che ha fatto al povero Price è dura perché è un tipo di violenza davvero sadica e inaudita.

Green ha scritto un resoconto drammatico e sconvolgente di questa assassina, concentrandosi molto sul contesto in cui è nata e cresciuta, su quanto fosse fragile il suo equilibrio mentale ed emotivo, sul carico di rabbia che le si annidava dentro e che lei sfogava nei modi più terrificanti, sul terrore di essere abbandonata e tradita che le faceva scattare qualcosa dentro per cui poi si abbandonava ad una furia letale, incontrollabile e devastante.

"La rabbia era sempre stata la cosa più facile per lei, fin dalla prima volta che si era lasciata sopraffare. Tutto ciò che vedeva la rendeva sempre più furiosa, ogni persona più ripugnante. Non c'era un solo momento di veglia in cui Katherine non ribollisse di odio e risentimento per ogni creatura vivente intorno a lei. (...) Conosceva la rabbia; poteva fidarsi della rabbia. L'amore, che era sempre stato irraggiungibile, anche quando pensava di averlo trovato, sembrava sempre scivolarle via dalle dita."

Sono quelle storie raccapriccianti che ti confermano come spesso  la realtà è più horror di certi romanzi horror.
Per stomaci forti. 


source
Katherine e John


venerdì 2 ottobre 2026

Recensione: L'ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE di Marta Lamalfa



Ambientato nei primissimi anni del 1900, sulla piccola isola di Alicudi, L'isola dove volano le femmine ci racconta un mondo e un modo di vivere arcaici, ritratti nella loro autenticità, nella durezza di una vita fatta di lavori nei campi e poco cibo da mettere nella pancia; un "piccolo mondo antico" ed isolato dove la fame, la superstizione e la miseria non possono soffocare un desiderio profondo di libertà.



L'ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE 
di Marta Lamalfa

Neri Pozza
320 pp
«Io dico che se una sa come volare, qua poi non ci torna».

Il lettore giunge ad Alicudi in un giorno triste.
È il 1903 e la giovane Caterina guarda il corpo freddo e immobile della propria gemella, Maria, morta.

"Guardare Maria le aveva sempre dato il convincimento di sapere come lei stessa era fatta. (...) le dicevano tutti che era spiccicata a sua sorella Maria, e questo solo riusciva a dare al suo corpo una forma. Come farà, adesso che i loro due corpi si sono slacciati? (...) Senza Maria, saprà scegliere, fra i pensieri in testa, quelli giusti e quelli sbagliati? Era lei che glieli sceglieva. Maria. Scompare sotto a un lenzuolo. Gliela tolgono da sotto al naso. Caterina non è pronta a vedersela sfuggire così, all’improvviso. Pensava di avere più tempo."

Senza Maria, Caterina sente di essere incompleta, lasciata sola come una cosa a metà, e anche se adesso può godersi la loro stanza tutta per sé, nulla sarà più lo stesso.

Se l’è portata via un male cattivo e tutti in famiglia – dalla bisnonna Palmira, che non ci vede più bene ma capisce e "vede" meglio di tutti, a Palmira la madre, che aspetta il quarto figlio ma è distrutta dal dolore – pensano sia colpa di Ferdinando, un giovanotto coatto, che sta scontando una pena al Castello di Lipari.

Con l'assenza della sorella, la quotidianità di Caterina s'è ingrigita, ristretta, intristita; oltre alla fatica delle incombenze quotidiane, sulle sue esili braccia pesa anche la fatica dei lavori in campagna.

Suo padre Onofrio Virgona lavora per don Nino, ogni giorno e come un mulo, facendosi aiutare dai figli: Saverio, un ragazzo dalla forte personalità, testardo e che non si tira indietro dall'opporsi al padre quando non ne condivide le idee (anche se ciò significa prendere un sacco di mazzate dal genitore, decisamente poco propenso al dialogo), Caterina (che viene trattata come un maschio quando si tratta di travagghiàri, ma come una femminuccia quando c'è da darle una razione più misera di cibo) e il piccolo di casa (almeno fino a quando non nascerà il quarto) Nardino, che però viene rimproverato aspramente e picchiato dal padre perché ritenuto incapace di fare lavori in cui sono necessarie la forza e la resistenza fisica.

Le giornate di Caterina sono scandite da queste attività, cui si aggiungono la consegna delle acciughe sotto sale e aiutare la mamma e le nonne (tra cui la catananna Palmira, che è la bisnonna, e Caterina, la nonna materna) a fare il pane.

Il pane che possono permettersi non è quello bianco, buono e profumato, bensì uno nero e non proprio piacevole, ottenuto dalle spighe della segale che cresce nell’isola e che ultimamente presenta come dei piccoli corni (da qui "segale cornuta") neri, color carbone, che le donne di Alicudi chiamano tizzonare.

All’inizio non s’erano fidati a mangiare quel pane aspro, ma la fame incombe, non c’è altro per saziarsi e così anche Caterina ingoia pezzi di quel pane duro e scuro sa più di morte che di vita.

E in mezzo a tutto questo gran daffare, uno dei momenti che preferisce è quando può sedersi ai piedi di nonna Palmira ed ascoltarla parlare di storie dell'isola, storie di donne libere, che non si sottomettono agli uomini (padri, mariti, fratelli...) ma che scappano via e volano sull'isola, come streghe, nella notte.
Sono le majare, che ballano nude quando nessuno le vede e che non obbediscono alle regole, ma vivono fuori dagli schemi, come Calòria.

Calòria è una donna nubile, una pescatrice che agli occhi di Caterina è circondata da un'aura di mistero e fascino perché sa cosa dicono di lei le donne e gli uomini dell'isola: che è una majara, una che non copre il capo con il fazzoletto e lavora con la forza di un uomo.

"Aveva però qualcosa che a Caterina piaceva. Una strana accoglienza nel corpo, morbido e col seno troppo abbondante e gli occhi grandi e la fronte larga (...) Era una donna come Caterina non ne aveva viste altre. Che esisteva e basta, come esistevano gli storpi. Come, insomma, una faccenda diversa dalle donne che Caterina poteva diventare."

Caterina è attratta da questa figura femminile e in generale dalle majare, che di certo sono più libere di lei, anche se vengono chiamate streghe.

E se Calòria rappresenta  la libertà femminile in un piccolo contesto che la nega perché intriso di povertà, ignoranza e superstizioni, c'è un altro personaggio che incarna altri ideali, non solo di libertà ma anche di uguaglianza e giustizia sociali.

È Ferdinando, il ragazzo detenuto a Lipari e che la famiglia di Caterina detesta con tutto il cuore perché lo ritiene responsabile della malattia di cui è morta la povera Maria.

Ma Ferdinando non è un uomo qualsiasi: è uno di quelli che "ha fatto le scuole", sa parlare, leggere e scrivere, capisce e sa tante cose, tra cui la rivoluzione.

«Qualcosa ho fatto, sì, non sono stato buono a fare la rivoluzione». «E che è?» «Quando uno vede una cosa che non va bene, allora la vuole cambiare. Io ci ho provato e non ci sono riuscito, e come me tanti poveri cristi. E c’hanno mandato al Castello non per non esserci riusciti, che è una colpa più grave, ma per averci provato».

Ferdinando non è al Castello perché è un criminale ma perché lotta per il cambiamento, per aiutare i contadini, la povera gente, a non accontentarsi di lavorare sotto un padrone (che solitamente si tiene il grosso dei profitti, lasciando lo scarto ai suoi lavoratori, che fanno fatica a mettere il pane a tavola), ma a sognare di slacciarsi da questa "schiavitù", di alzare la voce per pretendere di più perché è giusto che chi sgobba dalla mattina ala sera riceva ciò e quanto merita.

Anche da lui Caterina è affascinata, e non è l'unica, in famiglia; qualcun altro, insospettabilmente, viene ammaliato dai discorsi rivoluzionari di Ferdinando, perché in fondo il sogno di essere più liberi e di migliorare le proprie condizioni di vita ce l'hanno tutti, anche i miserabili che, a fine giornata, sì e no riescono a mettere in bocca un pezzo di pane nero ammollato nell'acqua accompagnato da un'acciuga o una nespola.


Ad Alicudi - "dove gli anni si contano coi guai. Il tempo del colera, della fame, della tisi, del vaiolo: sono le morti scampate (...) a segnare il passo del tempo, che cammina a fatica" - soffia più di un vento: il vento delle streghe che volano libere sorvolando l'isola, forse lanciando malefici e trasformandosi in qualcos'altro; il vento della rivoluzzone... e il vento di chi vede strane visioni, parla coi morti, fa esperienze che hanno dell'incredibile.

È ciò che succede alla giovane protagonista, che a un certo punto viene investita da una sorta di febbre visionaria in questo microcosmo dove il confine tra realtà e immaginazione si fa sempre più labile, tanto più per lei che è, tra l'altro, già segnata dalla perdita della gemella e tormentata dai morsi della fame.

Caterina ha paura di diventare pazza come nonno Pino o di scoprire di essere anch'ella una majara e, cosa forse più preoccupante, di volerlo essere.

"Che una majara non lo devi diventare, come le diceva la catananna, che lo sei e basta. Devi solo capirlo."

In questo romanzo leggerete di donne trattate come serve, destinate solo ad obbedire all'uomo di casa e a tacere - pena schiaffoni in pieno viso - e leggerete anche di povertà, mancanza di istruzione, solitudine, lutti, miseria...; l'unica via che la protagonista ha per cercare di spiccare il volo è affidarsi a dei sogni ad occhi aperti, che le permettano di andare oltre ciò che vede/vive e che le sta succhiando forze, vitalità, sorrisi.
Questi sogni ad occhi aperti, però, non sono semplicemente frutto di una grande immaginazione o dell'infelicità che porta Caterina "a volare di fantasia", tant'è che non coinvolgono soltanto lei, ma anche tanti altri abitanti di Alicudi, e vanno ricondotti ad un fenomeno particolare e documentato storicamente (accaduto negli anni 1903-1905), una serie di eventi che in queste pagine uniscono storia e scienza con leggende, miti, credenze popolari; quale sia questo fenomeno lo spiega la stessa autrice in una nota alla fine del romanzo e tale riferimento a fatti realmente accaduti è un punto di forza della storia, in cui sono ben bilanciate realtà e finzione, ciò che vero, legato alla terra, alla vita di tutti i giorni, con ciò che va oltre le esperienze immediatamente percepite con i cinque sensi, e che coinvolge altre dimensioni dell'essere umano.

Marta Lamalfa ha scritto un romanzo originale, che descrive in modo vivido e viscerale una piccola realtà isolana fatta di rocce scure e dirupi aspri, di ripide mulattiere, di alberi piegati dal vento inclemente; un luogo che ci appare lontano e quindi carico di un fascino quasi primitivo, dove l'austerità di esistenze provate dagli stenti e dal duro lavoro si mescola con un'atmosfera magica, solitaria, imbevuta di leggende, in cui trova terreno fertile il desiderio di sfuggire all'oppressione, di coltivare desideri proibiti e sognare la libertà.

Molto bello, lo consiglio; è una lettura che ti trasporta totalmente in quegli anni e in quel luogo, e a questo contribuisce tanto il linguaggio usato dall'autrice - semplice, con parole ed espressioni volutamente "elementari" e anche dialettali -, legato fortemente alla terra in cui la storia è ambientata, e lo stesso si può dire dei suoi personaggi, maschi e femmine, o della natura intorno: tutto è così "terreno", naturale, concreto ma, al contempo, teatro di qualcosa di visionario.



mercoledì 30 settembre 2026

Recensione: L'ULTIMA CRIPTA di Fernando Gamboa



Un'avventura che parte dall'Honduras, passa per Barcellona per poi approdare nel Mali, nel deserto del Sahara, in Messico...  alla ricerca di un antico tesoro che potrebbe essere appartenuto ai Templari.



L'ULTIMA CRIPTA
di Fernando Gamboa



463 pp
trad. E.MArcangeli,
F.R. Tana
Ulises Vidal lavora come istruttore subacqueo e, durante un’immersione nelle acque cristalline di Utila, in Honduras,  fa una scoperta che darà una svolta determinante al suo prossimo futuro: rinviene una campana di bronzo che, dall'aspetto, pare essere molto, molto antica...

Per togliersi il dubbio, una volta giunto a Barcellona, a casa, decide di contattare un caro e vecchio amico di suo padre (deceduto), il professore Eduardo Castillo, esperto di Storia Medievale.

Analizzando la scoperta e parlandone insieme, i due giungono ad una straordinaria conclusione: davanti a loro non c'è una campana qualunque, bensì un reperto risalente al XIV secolo, di origine templare, sepolto nel fondale da più di un secolo prima della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.

Ulises e il prof quasi non credono possibile un colpo di fortuna del genere, ma sembra proprio che quella scritta presente sulla campana - MILITES TEMPLI - rimandi proprio al leggendario Ordine dei Poveri Soldati di Cristo, meglio conosciuti col nome di Templari, appunto.

"...l’Ordine del Tempio venne creato nel 1118 (...) accumulò tanta ricchezza e potere che Filippo IV di Francia e Papa Clemente V, mossi dall’avidità, ordirono un complotto per impadronirsi di tutti gli averi dei Templari, nascondendosi dietro assurde accuse di eresia, e come conseguenza di ciò, tutti i membri vennero perseguitati e arrestati, o perfino assassinati, nel settembre del 1307 – disse sottolineando la data -, mettendo così fine in modo rapido e brutale all’Ordine del Tempio."

Nasce così un'idea tanto incredibile quanto allettante: capire se quella campana abbandonata nel fondo del mare possa portarli dritti dritti al fantomatico tesoro dei Templari, ma non potendo tuffarsi solo loro due alla ricerca di una tale antica fortuna, sono costretti a rivolgersi a un professionista (con cui Vidal ha lavorato in passato): John Hutch, un ambizioso cacciatore di tesori, un tipo senza scrupoli che dispone di imbarcazioni, uomini e attrezzature all'avanguardia, adatte per effettuare questo tipo di scavo.

Entusiasta ed intrigato dall'idea di imbarcarsi (letteralmente e non solo) in una avventura unica nel suo genere, Ulises convince uno scettico prof a fidarsi ed affidarsi alle capacità e competenze professionali di questo Hutch, che però non brilla proprio per gentilezza e simpatia.

I due entrano a far parte dell'equipaggio della Midas capitanata dall'arrogante Hutch, e nella traversata conoscono Cassandra, una giovane archeologa subacquea di origine messicana, tanto bella quanto travolgente e piena di fervore per il proprio eccitante lavoro.
Tra i due giovani nasce quasi immediatamente una bella affinità, che inizialmente è un'amicizia sincera, un rapporto di stima e fiducia che si diverrà rilevante soprattutto quando il viaggio non darà i risultati raggiunti e fare squadra potrebbe rivelarsi un'ottima idea.

Giunti, infatti, nel punto in cui Ulises aveva trovato fortuitamente il reperto, pare non ci sia nient'altro da portar su... Niente che faccia pensare che in quei luoghi sia avvenuto il naufragio di almeno una nave che portasse un carico di gioielli, pietre preziose e reliquie religiose.

Corrucciato e deluso, Hutch mette fine alla spedizione.

Eppure, Castillo, Ulises e anche Cassie non si rassegnano alla sconfitta e riprendono le ricerche sulle orme dei Templari e, tra consultazione di libri e mappe, ed appassionati confronti con altri esperti di storia, per i tre ha inizio un vero e proprio viaggio che definire avventuroso è quasi eufemistico: dalla Spagna fino agli abissi dei Caraibi, dal deserto del Sahara alla foresta messicana, questi tre antieroi non si risparmiano, divenendo protagonisti di una serie di straordinarie esperienze che li condurranno alla scoperta di un enigma storico celato per millenni e che potrebbe cambiare radicalmente una delle convinzioni più radicate ed importanti della storia dell'umanità...

I tre affronteranno tantissimi ostacoli, vivranno situazioni al limite, la loro vita sarà in pericolo non poche volte, anche perché verranno intercettati da una vecchia conoscenza che farà di tutto per prendersi i meriti di quella che sembra essere una scoperta storico-archeologica sorprendente.


Questo romanzo è un mix di avventura, suspense e thriller storico ed archeologico, con un ritmo incalzante, uno sviluppo narrativo sempre ricco di colpi di scena e sorprese, dove i pericoli mortali sono in agguato dietro ogni angolo. 
I protagonisti sono coraggiosi, incoscienti, determinati, ottimisti, instancabili, arguti, e ciascuno porta il proprio imprescindibile contributo alla ricerca del tesoro e dei misteri legati ai Templari: Ulises ci mette positività, impegno, entusiasmo, convinzione, agilità fisica e mentale, capacità di risolvere i problemi e di uscir fuori dai guai con trovate geniali e un tantino avventate; Castillo, acuto e colto, è un esperto e grande conoscitore del Medioevo e, pur di affiancare gli amici in quest'avventura, metterà alla prova molte volte il proprio fisico di uomo (anagraficamente) maturo; e poi c'è Cassandra, che si ritrova a seguire questi due matti in giro per il mondo, coinvolta anch'ella dal medesimo spirito di scoperta, e la donna si rivelerà fondamentale grazie alle proprie competenze di archeologa e a una grande capacità intuitiva.

Mi è piaciuta molto la penna di Gamboa: trascinante, vivace, fresca, carica di umorismo, ricca di dettagli storici, capace di stuzzicare l'interesse del lettore verso il mistero, l’azione e l'esplorazione dell’ignoto.

Ho incominciato a leggere questo romanzo per quella curiosità che da sempre nutro per la Storia, il Medioevo e i Templari; se devo trovare un neo è nell'enigma finale in cui convergono tutti gli sforzi e le ricerche dei protagonisti: l'ho trovata una scelta narrativa "alla Dan Brown", un po' sensazionalistica e che non mi ha convinta del tutto, però è un gusto assolutamente personale.

Il finale è sospeso nel senso che nell'ultima pagina c'è un gradito colpo di coda dell'autore, che mette voglia di proseguire con i prossimi volumi della trilogia, L’Ultima Città Perduta e L’Ultima Rivelazione.
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