domenica 26 aprile 2020

Recensione: FEBBRE di Jonathan Bazzi



Scoprire a trent'anni di essere sieropositivo: come reagiremmo se questa notizia venisse data a noi? Probabilmente darebbe vita ad un incubo.
In verità, l'incubo per l'Autore finisce proprio il giorno in cui fa questa "scoperta"; sapere la verità pone fine alle paranoie e alle incertezze (quella febbricola persistente che non accenna ad andarsene: forse è il segnale che il mio corpo sta per abbandonarmi? che sto morendo e non c'è più niente da fare?) e lo costringe a fare i conti più serenamente con ciò che sta avvenendo dentro il proprio corpo, che ospita un intruso decisamente indesiderato.
Il racconto diretto e onesto di questa esperienza si alterna alla storia della sua vita, in cui il protagonista ci parla di sè, della sua famiglia, del luogo in cui è cresciuto e di tutto ciò che ha contribuito a far di lui l'uomo che è.


FEBBRE
di Jonathan Bazzi



Fandango Libri
328 pp
18.50 euro
Maggio 2019
"Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è più andata via".

Sono le parole con cui inizia questo libro, dal titolo tanto breve quanto efficace nel descrivere quella che, da un certo momento in poi, sarà una condizione non solo fisica ma soprattutto psicologica e emotiva che caratterizzerà il quotidiano dell'Autore.
E' una mattina qualunque del gennaio 2016. 
Jonathan non ha ancora trent'anni, è appena tornato dall'università, nel pomeriggio ha lezioni di yoga, ma si sente... strano, stanco e un po' febbricitante.
Termometro e... infatti ha la febbre.
Febbre che non se ne va.
Passano le ore, i giorni..., Jonathan sta sempre più fiacco, prova un senso di malessere fisico cui non sa dare un nome né una causa, e cosa ancor più strana e preoccupante, quella maledetta febbre non scende.
Per carità, non è alta, è abbastanza stabile (solitamente attorno ai 37.4) ma significherà qualcosa, no?
Questa febbricola costante, spossante, che lo ghiaccia quando esce, lo fa sudare di notte quasi nelle vene avesse acqua invece che sangue, è diventata un'ospite costante nel suo corpo, e lo sta mettendo seriamente alla prova.

Chiede consulto a un dottore, aspetta un mese, due, cerca di capire, fa le analisi, la testa comincia a vorticare e a cercare un possibile perché: che altro può essere se non qualcosa di brutto?
Questa febbre che non mi lascia più è sintomo di una malattia incurabile, mortale? Magari è già all’ultimo stadio?

Jonathan vive da tre anni con il suo compagno Marius, sa di avere avuto rapporti con diversi uomini in passato; certo, lui si è sempre convinto di essere stato attento ma... chi può dirlo con certezza?
Una cosa è sicura: ha sempre rimandato di fare il test per l'HIV.
E forse adesso è giunto il momento: il suo personale D-Day, che non è solo il giorno in cui finalmente potrà attribuire la giusta causa alla febbricola che tormenta il suo corpo e dare un nome allo stato di continua e diffusa stanchezza, ma è soprattutto quello in cui Jonathan può dare un volto alle proprie paranoie e paure: il test dell’HIV arriva, inesorabile, e porta con sé la propria sentenza: Jonathan è sieropositivo, ma non sta morendo...
Beh, non subito, quanto meno.

"La malattia mi riguarda in modo esclusivo, ha scelto me, si è mischiata al mio corpo: che lo voglia o no, io e lei adesso siamo in contatto."

Cosa vuol dire essere sieropositivi ai giorni nostri?
Come vive la quotidianità una persona che riceve questa diagnosi, come cambia la sua vita da un giorno all'altro?
I suoi rapporti sociali, famigliari, il lavoro, le abitudini, gli hobbies...?
Come ti guardano gli altri? Se ne accorgono che in te c'è questo virus invisibile e non eliminabile, che sei malato e lo sarai per sempre?

"HIV, sieropositivo: un’identità decisa dal corpo, la posso riconoscere e accettare, negare o dimenticare, ma lei resta com’è, tale e quale. "

Pur volendo, è impossibile far finta di nulla quando scopri di avere una malattia da cui non guarirai mai; certo, oggi non è più come prima, basta curarsi, è come avere una malattia cronica, tipo il diabete.

Nell'apprendere di avere l'HIV piuttosto che un tumore, e potendo identificare il proprio stato di malessere, Jonathan è quasi sollevato e si sente in grado di rassicurare gli altri, dal compagno alla madre agli amici.

"La malattia fa più paura finché rimane distante: quando ti arriva addosso, tutto diventa più facile. Il terrore e il panico stanno nello spazio che precede incontri e collisioni. Sono privilegi riservati ai sani."

Tra queste pagine, l'Autore alterna la narrazione del recente passato (la scoperta della sieropositività) alla propria storia personale, famigliare, il paese in cui è nato e cresciuto (Rozzano), i turbamenti adolescenziali, le prime cotte, gli errori, le chat con uomini più grandi, la balbuzie e le insicurezze derivanti da essa, la paura di parlare in pubblico, il cambiare continuamente scuola... insomma tutto ciò che l'ha reso l'uomo che è.
Nel bene e nel male.
Non nasconde nulla, Jonathan, è "spietatamente" onesto; lo è nel raccontarci della propria famiglia, di questi genitori divenuti tali troppo giovani, senza alcuna consapevolezza di cosa volesse dire avere la responsabilità di un figlio.

Affidato alle cure di nonni, di quelli materni - napoletani trapiantati al Nord, rumorosi, ignoranti, i tipici terroni - e paterni - più colti, amanti della lettura, comprano un sacco di libri al nipote -, il ragazzino cresce e si confronta con due realtà famigliari decisamente differenti.

Jonathan è cresciuto all'ombra di donne tenaci, capaci di resistere alle urla e ai soprusi di mariti e compagni che imprecano e alzano le mani con troppa facilità; è passato dalle ali di una zia poco più grande di lui e di una nonna chioccia a una madre bella, forte e fragile insieme, indipendente eppure alla ricerca di un uomo con cui formare una famiglia, quella famiglia che - col padre di Jonathan - è durata davvero niente.
Una madre che, nei primi anni di vita del figlio, non c'è quasi mai stata, riscattandosi però negli anni a venire, a differenza del padre, che sarà sempre una figura sfuggente, l'unico colpevole (stando ai racconti dei nonni materni), l'opportunista, l'egoista che non vuol crescere, l'eterno Peter Pan, e Jonathan cresce con la paura di essere come lui. Inaffidabile, inqualificabile.

Ma c'è un altro "personaggio" che ha il suo grosso impatto sul narratore e protagonista: Rozzano, la periferia in cui è cresciuto, popolata da tossici, delinquenti, semplici operai, dalle famiglie povere venute dal Sud per accontentarsi di lavori da poveracci, dalla gente seguita dagli assistenti sociali, dove le case sono alveari e gli affitti sono bassi.
Rozzano, dai cui confini nessuno esce mai, che non concede grandi margini di miglioramento personale e sociale, da cui c'è solo da scappare, eppure gli resterà sempre un po' dentro...

"...è la mia carta d’identità fatta di strade e palazzi, la rappresentazione materiale della mia paura di essere scoperto e giudicato in quanto poveraccio, figlio di poveracci, di operai che non hanno studiato".

L'Autore guarda in faccia alla propria sieropositività e, lungi dal volerla tenere nascosta agli altri, a un certo punto decide di parlarne liberamente; del resto, è una condizione che è parte integrante di sé, traccia una linea di demarcazione tra il prima e il dopo, e allora tanto vale usare la scrittura per non restare inerme davanti ad essa, davanti alla scoperta di questo parassita che ha occupato il proprio corpo: perché limitarsi ad accettarlo con rassegnazione, a subirlo?
Meglio parlarne a faccia scoperta, scriverne, senza ritrosia e timori, chiamando le cose col loro nome, per aiutarsi a conviverci, ad elaborarla:

"Rinominare quello che mi è successo, appropriarmene con le parole, per imparare, vedere di più: usare la diagnosi per esplorare ciò che viene taciuto. Darle uno scopo, non lasciarla ammuffire nel ripostiglio delle cose sbagliate. Voglio rimanere là dove sta il dolore, per frammentarlo con le parole e fargli fare un po’ meno male."


Con "Febbre" l'Autore ci racconta di sé, della propria vita, a 360° con un linguaggio aperto, senza finzioni e frasi fatte, arrivando dritto al cuore delle cose e anche a quello del lettore; ciò che ho apprezzato della scrittura di Bazzi è il suo raccontare di cose intime e private con una scorrevolezza da romanzo e con la profondità e l'intensità di chi quelle esperienze - che compongono la materia narrativa del libro - le ha vissute in prima persona.
Al lettore viene donata una diversa prospettiva - personale e quindi più empatica - per guardare alla sieropositività senza pregiudizi e luoghi comuni, quasi a volergli toglier dalla faccia quel velo di diffidenza frutto dell'ignoranza.

Lo scrittore ci parla senza peli sulla lingua anche di aspetti molto privati, come quelli relativi alla propria sessualità e a come egli abbia imparato col tempo ad autoeducarsi, a diventare maggiormente consapevole di se stesso, del proprio corpo, di ciò che davvero vuole e lo fa star bene.

In quale "rischio" potrebbe incorrere chi si imbarca in un'opera in cui al centro c'è la malattia? Forse quello di scivolare nel patetico, il tentativo di far commuovere il lettore o di catturarsi la sua simpatia o la sua "pietà"? 
Io non ho visto nulla di tutto ciò in questo libro autobiografico, e se commuove e tocca il lettore in profondità, questo accade perché ciò che si sta leggendo è qualcosa che riesce a spiazzare in quanto vero ed autentico nei contenuti, e potente e disarmante nello stile. 

Non posso che consigliarvelo.



- Finalista al Premio Giuseppe Berto 2019
 - Vincitore del Premio Libro dell'anno 2019 di Fahrenheit Radio Rai Tre
 - Vincitore del Premio Bagutta Opera prima

Attualmente è tra le dodici opere che concorrono al Premio Strega. 

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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