domenica 25 aprile 2021

Recensione: NELLE SUE OSSA di Maria Elisa Gualandris

 

Il macabro e triste ritrovamento di ossa umane in una villa ottocentesca, bella e disabitata, porta alla luce un omicidio irrisolto e risalente ad almeno quarant'anni prima: a chi appartengono quelle ossa? L'assassino è ancora in giro? 
In questo giallo, ambientato in una cittadina che s'affaccia sul lago Maggiore, una giornalista testarda e piena di passione per il proprio lavoro cercherà ad ogni costo di scoprire la verità che si cela dietro quelle povere ossa e che chiede di essere dissepolta e conosciuta.



NELLE SUE OSSA
di Maria Elisa Gualandris

Bookabook
311 pp
Cosa c'è di più intrigante e "succoso" (per quanto umanamente drammatico) per un giornalista di cronaca nera che il ritrovamento casuale, in una bellissima villa sul lago Maggiore, di ossa umane che sono lì da chissà quanto?

È quello che succede alla trentacinquenne Benedetta Allegri, giornalista, che si fermata presso la dimora incriminata, Villa Camelia, proprio il giorno in cui vengono rinvenute dei resti umani; a trovarli, degli operai durante un restauro nel seminterrato nella villa, commissionato dai proprietari, che però raramente si fanno vedere.

Lo sbigottimento è tanto e turba la cittadina di Pallanza; la notizia non la lascia indifferente Benedetta, che ha sempre sentito una certa romantica attrazione per quella villa grande e lasciata un po' a se stessa, tanto più che essa potrebbe rivelarsi un caso su cui lavorare.

Questa professione, per quanto eccitante, ha innumerevoli "contro": bisogna stare sempre "sul pezzo", avere gli informatori giusti, scrivere articoli intriganti che stuzzichino la curiosità dei naviganti del web (e soprattutto il loco click)... e la concorrenza è ovviamente spietata!
Insomma, precarietà è la parola d'ordine ma, nell'imbattersi nella vicenda delle ossa, Benedetta si rianima e spera che possa essere l’occasione per rilanciare la sua carriera che pare non decollare mai.

Dopotutto, ha dalla sua una penna accattivante, che sa come catturare l'attenzione dei lettori, e ha pure molti preziosi informatori, con cui ha intrecciato rapporti di sincera stima; tra essi c'è l’affascinante commissario Giuliani, la cui arrogante bellezza a volte la irrita ed altre la turba, come non dovrebbe succedere ad una ragazza fidanzata qual è lei.
Benny, infatti, sta con Andre, architetto con una carriera avviata e soddisfacente; ne è innamorata, lui è un punto di riferimento per lei, eppure... ultimamente qualcosa stona nel loro rapporto - che è sempre stati tranquillo - e la ragazza sente di non riuscire a fare progetti di coppia stabili né tanto meno a breve termine.

Ai dubbi sul rapporto con Andre si aggiungono le preoccupazioni per la sorella, che sembra avere  qualche problema col marito; e poi c'è la sua cara amica Viola, avvocato, che si sta lanciando in una conoscenza con un uomo "incontrato" in una chat online.

Fortunatamente per Benedetta, c'è questo caso a tenerle impegnata la mente e le giornate, e lei, con la tenacia e l'intuito che le appartengono, comincia a far domande e a voler capire quali indizi seguire per arrivare all'identità dei resti ritrovati nella villa, vicino ai quali viene trovato un piccolo crocifisso in madreperla, particolare che aiuta la nostra giornalista a dare un nome alla "donna delle ossa": si tratta di Giulia Ferrari, una studentessa scomparsa nel 1978 che nessuno ha mai veramente cercato.

Benedetta non perde tempo e comincia a contattare i genitori di Giulia, fa un salto anche nell'istituto religioso presso cui ella studiava, e tutto per cercare di ricostruire chi fosse Giulia e cosa possa esserle accaduto; emerge che la ragazza aveva un fidanzato di nome Emanuele, anch'egli scomparso lo stesso giorno e su cui a quel tempo giravano voci che lo riconducevano addirittura alle Brigate Rosse.
Forse Giulia s'era messa in mezzo a qualcosa più grande di lei a causa di questo amore con Emanuele? O magari è stato lui ad ucciderla e poi a seppellirla nella villa, fuggendo poi all'estero?

Sapere cosa sia accaduto alla giovanissima Giulia diventa un pensiero fisso per Benedetta, che non esita a mettersi nei pasticci pur di procedere nella propria personale indagine; continua a farlo anche quando non è tenuta più ad occuparsene, attirandosi le ire di molta gente: i proprietari della villa, in primis, e poi di Zanzi, il sostituto procuratore che si occupa del caso e che pare avere una gran fretta di archiviarlo, scegliendo di sostenere l'ipotesi più scontata - far ricadere la colpa su Emanuele -, ma non necessariamente vera.

Benedetta, però, non s'accontenta delle risposte cui sembra giungere con troppa facilità la pista ufficiale, ma intuisce che dietro la sparizione dei due fidanzati ci sia una storia piena di segreti, che lei è intenzionata a svelare.

La sua ricerca le porterà non pochi grattacapi, perché si metterà contro qualcuno che farà di tutto per farle capire che deve smetterla di impicciarsi in questa vecchia storia, e non mancheranno le minacce per scoraggiarla ad andare avanti.

Benedetta è una donna caparbia e determinata, ma lo scoraggiamento fa capolino perchè diversi aspetti nella sua vita sembrano subire battute d'arresto: dal lavoro all'amore alle peripezie legate al caso.
Ma più apprende informazioni su Giulia e più la sua storia smette di essere semplicemente un cold case per diventare un "fatto personale": sapere chi ha fatto del male a Giulia e perché è per Benedetta come aiutare un'amica che ha subito un grosso torto e che merita di ricevere quella giustizia che non ha ancora ricevuto.

La protagonista riuscirà a trovare tutte le risposte che cerca e a non lasciarsi intimorire da chi vorrebbe frenarla nella sua ricerca della verità?

"Nelle sue ossa" è un giallo "made in Italy" inserito in una doppia cornice suggestiva: quella della villa, che dietro la sua aria un po' decadente e romantica, ha custodito al suo interno un segreto drammatico e doloroso; e poi il lago, che "appare innocente e benigno, ma, quando ti
ti inghiotte, ti imprigiona sul suo fondale buio e gelido e non vedrai mai più la luce del giorno."

Un romanzo che mi è piaciuto, che ho trovato molto piacevole leggere, con una narrazione che scorre in modo molto fluido, con un bel ritmo; il lettore giunge gradualmente a sciogliere ogni nodo insieme alla protagonista, che ho apprezzato per la sua personalità sfaccettata, i suoi momenti di debolezza come l'intraprendenza, il carattere deciso, risoluto, che non si arrende davanti agli ostacoli se si prefigge un obiettivo, tanto più se raggiungerlo asseconda una sete di giustizia e verità che merita di essere soddisfatto.

sabato 24 aprile 2021

#pernondimenticare - 24 aprile 1915, il genocidio del popolo armeno



Il 24 aprile 1915 è una data importante per gli Armeni: è la loro "giornata della memoria".

METZ YEGHERN ("il grande male") è l'espressione con cui gli armeni chiamano il genocidio del proprio popolo perpetrato dai turchi, compiutosi tra il 1915 e il 1916, quindi, in pieno primo conflitto mondiale nell’area dell’ex Impero ottomano, in Turchia.
È stato il primo genocidio del XX secolo ma è, forse e purtroppo, uno dei più dimenticati.

Era il 1908 quando i Giovani Turchi (partito politico, attivo in Turchia prima del 1870, volto ad attuare nel paese vaste riforme e a contrastare il predominio delle potenze europee nella vita politico-economica turca, fonte: Treccani) presero il potere, mettendo in atto l’eliminazione dell’etnia armena (presente in quella zona dal 7° secolo a.C.) attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), diretta da due medici, Nazim e Chakir. 

L’obiettivo era riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa;
poiché la comunità armena di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di uguaglianza, costituiva un ostacolo al progetto di omogeneizzazione del regime, essa andava cancellata come soggetto storico, culturale e politico. 

La notte del 24 aprile 1915, i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati.

Si procedette poi al disarmo e al massacro dei militari armeni, costretti ai lavori forzati; poi ci fu la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sui civili: gli uomini spesso furono fucilati immediatamente, oppure con le donne stuprate in massa.

Ad essa seguirono le terribili marce della morte verso il deserto; gli armeni furono derubati di tutti i loro averi, la quasi totalità di essi perse la vita. 
Tanti di quelli che giunsero nel deserto, morirono e furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero.

Diversi bimbi furono risparmiati ma, divenuti proprietà dei Turchi, furono costretti a dimenticare le proprie origini, a "convertirsi all’islam e ad essere trattati come degli schiavi. 
Le giovani donne armene furono tatuate o marchiate nel viso e nelle mani e inviate negli harem. 

In totale, si stima che furono sterminate circa 1.500.000  persone. 

Purtroppo ancora oggi il governo e la maggior parte degli storici turchi negano che nel 1915 sia stato commesso un vero e proprio genocidio ai danni del popolo armeno. Nelle scuole elementari turche circolano libretti nei quali gli armeni vengono definiti come mangiatori di bambini; ma soprattutto, attraverso l'art. 301 del codice penale turco (“Attentato alla turchicità dello stato”), le autorità turche in passato hanno perseguito penalmente tutti coloro (giornalisti, scrittori, editori, professori) che hanno osato fare riferimento al genocidio armeno. 

Nel 2008 l’articolo 301 del Codice Penale Turco è stato riformato anche in conformità a un’espressa richiesta dell’Unione Europea, per cui se col vecchio testo era punibile chi offendeva genericamente l' “identità turca”, attualmente sono punibili solo coloro che offendono lo Stato turco e gli organi costituzionali. 

“Il negazionismo è l’ultimo atto di un genocidio, che lo trasforma in un crimine perfetto”  (Elie Wiesel).



Il pianto di Dio

Quando nello spazio non si era ritirato
ancora il Nulla di questo Universo,
io credo che Dio cercasse qualcosa,
come rimedio alla ferita della noia.

In un istante girò intorno allo spazio,
e non trovò nulla tranne se stesso:
volle un’Essenza della sua Essenza: –
e la sua Essenza fu la sua eco.

Poi ritornando, triste e addolorato,
dal sordo Silenzio e dal cieco Nulla,
anche da loro volle qualcosa, ed essi
diedero se stessi, cioè non diedero nulla.

Quando Egli trovò l’Immensità così vuota,
provò un profondo, crudele dolore:
e sul Silenzio e sul Nulla
pianse dal cuore la sua disperazione.

Cadendo, le sue lacrime lo esaudirono,
formando ogni stella nel cielo: –
e come al Poeta anche a Dio,
per creare, fu necessario piangere.


****


Il carro dei cadaveri

Verso sera per le strade deserte
passa un carro cigolando.
Un cavallo sauro lo tira, dietro
cammina un soldato ubriaco.

E’ la bara dei massacrati, che va
al cimitero degli Armeni.
Il sole al tramonto distende
sul carro una sindone d’oro.

Il cavallo è magro: trascina a stento
il raccolto dei suoi padroni crudeli.
Con le orecchie pendenti, sembra
riflettere intensamente a quanti

secoli servono per arrivare all’ultimo
fienile dei santi mietuti…
E sui muri intorno la sua coda pendente
spruzza sempre, sempre sangue.

E ancora sangue continua a sgorgare
dai cerchi delle ruote,
come se il carro trasportasse rose, come se fosse
dell’aurora il carro di fuoco.

Sono uno sull’altro i cadaveri, il figlio
nei riccioli della madre avvolto.
Uno ha ficcato l’intero pugno
nella calda ferita aperta dell’altro.

E un vecchio con la mandibola in frantumi
fissa gli occhi nel cielo,
dove una maledizione e una preghiera
si mescolano alla nera vendetta.

L’intestino uscito fuori di un altro
penzola giù dal carro:
un cane da dietro l’afferra
e si dedica a divorarlo.

Non hanno più forma né testa: portano
ferite di mille armi.
Il loro corpo è già fratello alla terra:
ecco, vanno al cimitero.

Su di loro nessuno viene a piangere
o a dare l’estremo saluto:
nel silenzio della città solo l’odore del sangue
va attorno con lo zefiro.

Ma nel buio di finestra in finestra
ecco, candele si accendono:
sono le nonne che pregano di nascosto
sulla bara rossa.

E allora su un balcone
esce bella una vergine,
e piangendo lancia un pugno di rose
sul carro che passa.

(Daniel Varujan, vittima del massacro)






Siti consultati:

http://www.comunitaarmena.it/
https://it.gariwo.net/
https://www.lottavo.it/
http://poesiamondiale.blogspot.com/2015/08/daniel-varujan.html
https://www.lasepolturadellaletteratura.it/daniel-varujan-genocidio-armeno/

venerdì 23 aprile 2021

Cover a tema floreale

 


Il post di oggi fa appello al "semplice" gusto estetico; mi hanno colpito queste copertine a tema floreale; la prima e la seconda le trovo molto primaverili, mentre l'altra ha sfumature più calde e sul rosso, che non posso non associare all'autunno e a un che di malinconico.

Voi che ne pensate?  ^_-

Cliccando sui link sarete rimandati alle trame.


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mercoledì 21 aprile 2021

Narrativa per ragazzi || Un libro per chi ama gli animali: MISSIONE LIBERTA' di Francesca De Angelis

 

Cari lettori, questa segnalazione non è solo per chi ama leggere ma anche per gli amanti degli animali.

"Missione Libertà" è un libro di Francesca De  Angelis, adatto anche a fasce molto giovani e che ha per protagonista gli animali e i loro diritti.
Pav Edizioni
 211 pp
 Dicembre 2019
 Narrativa per ragazzi
(a partire degli 8 anni)

14 euro

Il protagonista è Bill, un cane dalla razza sconosciuta, che ha il compito di fare la guardia nella fattoria del vecchio Jacob. 
Insieme a lui troviamo Paul, il gallo e la sua famiglia composta da Beatrice, una gallinella hippie, esperta in omeopatia, Malvina, la loro svampita figlia maggiore e il loro pulcino, il capriccioso Giuseppe. 
Troviamo poi Pallino, una cinciallegra brontolona, ossessionata dai draghi che lui ritiene essere reali e custode di un trattato di pace fra i bombi e le vespe, che si batterono durante quella che passò alla storia come “La Guerra dei Fiori”. 
Abbiamo poi Rick, il riccio nerd membro onorario della fattoria e Lardo il gatto cieco da un occhio, sornione ma molto intelligente abile artigiano e pittore. Nino, vecchio maiale, schizzinoso e snob, gran lettore di libri horror e gialli. 
Può esistere una fattoria più strana di questa?
Un giorno giunge alla fattoria Ci, un piccolo chihuahua adottato dal padrone per farne dono alla moglie, convinto invece di essere stato “assunto” per aiutare Bill nel suo lavoro di cane da guardia.
Tralasciando le dimensioni (che per Bill non sono mai state un problema, in quanto convinto che lo spirito e il valore di un animale non siano direttamente proporzionali alla sua stazza), quel che sconcerta il cagnone è la passione di Ci per gli abiti e la moda, (passione trasmessagli dalla mamma, venuta a mancare di recente) oltre per la sua, seppur involontaria, incuranza del pericolo e dei predatori.
Bill, infatti è in aperta guerra con i tassi, suoi nemici giurati, colpevoli di voler estendere il loro territorio, depredando in parte quello appartenente alla fattoria. Una notte, giunge alla fattoria una volpe ferita, ribattezzata da Ci, Lazzaro.
L’animale dice di essere sfuggito ai tassi, ma di essere scampato anche a quel che sembra un pericolo ancora più grande. Incoraggiato da Bill, la volpe rivelerà loro uno spaventoso segreto.


Link di acquisto:

https://pavedizioni.it/prodotto/missione-liberta




martedì 20 aprile 2021

Narrativa italiana (aprile - maggio 2021)

 

Ho notato alcuni romanzi, in uscita da poco o prossimamente, di autrici di cui ho letto qualcosa in passato e che mi sono piaciute, per cui volentieri leggerei altro. 


Parto dall'ultimo libro di Vanessa Roggeri, di cui ho letto IL CUORE SELVATICO DEL GINEPRO, FIORE DI FULMINE, LA CERCATRICE DI CORALLO.


IL BATTITO DEI RICORDI di Vanessa Roggeri (Rizzoli Ed., 300 pp, 17.10 euro, USCITA: 11 MAGGIO 2021).

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Isabel e Javier hanno una vita perfetta: sono giovani, ricchi e innamorati.
Lui è un industriale del vino dell'Andalusia, brillante e di successo, padre affettuoso di Luz, mentre lei è una moglie e una madre innamorata della sua famiglia.
Tutto finisce all'improvviso quando Javier, dopo un incidente d'auto, si risveglia dal coma: racconta dettagli di un'altra vita, cerca una donna che non è sua moglie.
Neanche l'amore e le cure mediche riescono a riportarlo indietro dal nascondiglio buio e tetro in cui si è rifugiato.
Così Isabel, disperata, decide di affidarsi alle teorie non convenzionali del dottor Pellegrini, neuropsichiatra italiano che ha dedicato l'esistenza allo studio dei reminiscenti, persone che sarebbero in grado di ricordare le proprie vite passate.
Il viaggio alla ricerca della verità condurrà Isabel dai vigneti di Huelva alla città di Argenteuil in Francia, fino alle Stanze Vaticane con i capolavori di Raffaello, dove spera di trovare le risposte a tutte le domande.
Un evento inaspettato la porterà a capire che la vita è un mistero molto più grande di quanto lei stessa immagini.
Vanessa Roggeri ci regala una storia che sfida il tempo e le convenzioni: l'incontro tra due anime che non possono fare a meno di stare insieme, oltre ogni ragione.


*****


È da oggi in libreria il romanzo di Sara Rattaro, UNA FELICITÀ SEMPLICE (Sperling&Kupfer, 243 pp, 16.90 euro).

Il destino potrà confonderci con i suoi percorsi imprevedibili, ma a salvarci sarà solo il nostro
coraggio: quello di inseguire i nostri sogni o di concederci l'occasione di amare di nuovo.


Un giorno come tanti, Cristina entra in un negozio sotto casa per fare la spesa, finché all'improvviso un uomo la afferra alle spalle e le punta qualcosa alla schiena. E così quella commissione insignificante diventa un momento cruciale, uno spartiacque tra un prima e un dopo, o addirittura tra la vita e la morte. 
Proprio in quell'attimo, ostaggio di una rapina, Cristina si vede per quella che è davvero: una madre che non ha ancora sanato la frattura profonda che la divide da sua figlia, e una figlia che non sa comprendere il desiderio di sua madre di rifarsi una vita; una vedova chiusa in un dolore indicibile, e una donna che crede di avere già amato abbastanza - forse, di non avere nemmeno più diritto alla felicità. 
È un istante sospeso, tra mille variabili e mille possibilità: una fatale follia o un soccorso insperato; un futuro da cancellare o un nuovo inizio per rinascere. 
È l'incipit geniale di un romanzo che sa sorprenderci e metterci in discussione a ogni pagina. Perché tutti noi, come Cristina, siamo sospesi tra occasioni che non sappiamo cogliere e scorci di felicità che ci fanno paura, tra mani che la vita ci tende e assi nella manica che potrebbero regalarci la mossa vincente.



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Di Ritanna Armeni ho letto l'anno scorso il libro sulle "streghe della notte", UNA DONNA PUO TUTTO.


PER STRADA È LA FELICITÀ (Ponte alle grazie, 256 pp., 16 euro, USCITA 6 MAGGIO 2021).

Rosa è una brava ragazza di provincia che arriva a Roma a vent'anni con l'obiettivo di laurearsi e trovare un lavoro. Ma siamo alla vigilia del Sessantotto e il fermento della rivolta abita ovunque: nei viali dell'università, sugli striscioni delle piazze, ai cancelli delle fabbriche. 
Quando il movimento studentesco esplode tutto cambia, anche Rosa. 
In quei mesi incandescenti in cui si occupano le facoltà, si scatena la violenza di manganelli e lacrimogeni, si assapora la sferzante allegria della ribellione, Rosa si trasforma in una giovane donna, va a vivere in una comune, prende in mano la sua vita e ne paga pegno. 
Orientandosi fra amore e amicizie, tra i grandi classici del marxismo e un movimento che vuole cambiare il mondo, incontra un'altra Rosa, Rosa Luxemburg, e con lei intreccia un rapporto serrato con momenti di complicità e di rottura, di immedesimazione e di lontananza. 
Il vento del nuovo femminismo conduce la «brava ragazza» e le sue compagne in percorsi sconosciuti, rende la loro voce più netta, la lotta più chiara e autonoma. 
Rosa vive gli anni della ribellione all'ordine maschile e partecipa all'assalto al cielo delle giovani donne che colgono a piene mani l'occasione di diventare sé stesse, di cambiare la loro vita e quella di chi verrà dopo di loro.



lunedì 19 aprile 2021

Recensione: MASTRO TITTA E L'ACCUSA DEL SANGUE di Nicola Verde


Nella Città Eterna del 1859, che conserva il suo antico fascino nonostante tra le sue strade scorra miseria, delinquenza, sangue, intrighi, una donna e un bambino piccolino scompaiono misteriosamente.
Chi o cosa c'è dietro questa scomparsa? Il boia papalino Mastro Titta cercherà di scoprirlo.



MASTRO TITTA E L'ACCUSA DEL SANGUE 
di Nicola Verde



Fratelli Frilli editore
303 pp


È il gennaio del 1869 e lo scrittore Ernesto Mezzabotta si reca da Giambattista Bugatti, boia di Roma ormai in pensione, perché gli racconti un'altra storia delle sue, così da poterla pubblicare in un libro.

Mastro Titta inizia a raccontare, tornando indietro nel tempo di dieci anni: è l'inverno del 1859 e quell'anno accade una faccenda che ha tutti i requisiti per mettere a rischio l'alleanza franco-piemontese con lo Stato Pontificio; un fatto che ricalca un altro accaduto solo un anno prima a Bologna, vale a dire il "caso Mortara": un bambino di nome Edgardo Mortara (appartenente ad una famiglia ebrea) venne preso in custodia dalla Chiesa di Roma, dopo aver ricevuto in segreto il battesimo, per essere educato secondo i dettami della religione cattolica.

Ebbene, adesso a Roma c'è il rischio che stia per nascere un caso simile: un neonato (Charles Reynard), figlio di un ufficiale francese ebreo, è scomparso.

Chi l'ha sottratto ai genitori?

Forse la gendarmeria pontificia, per portarlo nella "casa dei catecumeni" - come accadde al piccolo Mortara - per essere allontanato dall'infida e infedele religione ebraica ed allevato in quella di Santa Madre Chiesa?

Se così fosse, questo potrebbe creare, verosimilmente, delle tensioni con i francesi, vista la nazionalità della famiglia Reynard...

È un momento assai delicato, in cui si sta decidendo l'alleanza franco-piemontese contro l'Austria: forse una delle due potenze sta cercando un pretesto per screditare lo Stato Pontificio affinché Napoleone III possa schierarsi senza suscitare le ire e lo sdegno dei cattolici europei?

Oppure c'è un'altra spiegazione?

La mattina in cui il bimbo viene rapito, scompare anche la domestica di casa Reynard, tale Amelia Corvaro, che poco tempo prima aveva fatto battezzare il neonato; magari la giovane nutrice l'ha portato via da casa proprio per sottrarre il neonato alle "grinfie" pontificie?

Fatto sta che quel giorno, ella, nella sua fuga, indugia per qualche secondo davanti alla bottega dell'ombrellaio Mastro Titta, che nota questo particolare ma sul momento non sa spiegarselo.

Amelia cercava forse qualcuno che abitualmente frequenta la bottega del boia? Se sì, chi e perché?
Ma soprattutto, dove progettava di andare con quel bimbo in fasce stretto al seno?

L'ombrellaio vuol vederci chiaro e comincia a parlarne con i suoi due amici, il poeta-tornitore Giuseppe Marocco d'Imola e Amilcare Laudadio, giovane ispettore di polizia di Borgo; quest'ultimo rivela da subito un atteggiamento strano (è sfuggente, imbarazzato, nervoso...) nei confronti della questione e, in special modo, verso la giovane domestica. Come mai? C'è stato qualche tipo di legame tra loro?

Le tante perplessità si scontrano bruscamente con la triste realtà che di lì a breve apprenderanno: il bambino e la balia vengono trovati cadaveri presso il fiume Tevere.

Chi ha potuto commettere questo duplice omicidio, lasciando i poveri corpi in balia dello scempio operato da animali selvatici?

I tre amici sono turbati e non sanno cosa pensare: a chi appartiene la mano assassina?
Adesso che il piccolo Reynard è stato trovato ucciso, cosa accadrà con i francesi?

Come se queste due morti non bastassero, altri omicidi si verificano nei giorni a seguire e il mistero si infittisce.

Chi poteva avere interesse ad ammazzare la bella Amelia? Certo, parliamo di una ragazza avvenente e "libertina" nello stile di vita, con più di un uomo a girarle intorno e, si sa, un innamorato geloso e svelto con il coltello può diventare una mina vagante e lasciarsi accecare dalla rabbia fino a commettere azioni orribili.

Ma ad inasprire gli animi c'è un'altra ipotesi, la più brutta di tutte perché in grado di innescare meccanismi perversi, da cui far scaturire ondate di odio verso una categoria specifica di persone: la credenza nella leggenda denominata "l'accusa del sangue", una maligna diceria riguardante gli ebrei.

Questa leggenda ha origini nell'età medievale; la nostra storia è ambientata in anni in cui in Italia era in corso il processo che avrebbe condotto all’unità nazionale, ma poiché, purtroppo, i pregiudizi sono duri a morire, in quel periodo c'erano ancora uomini e donne di religione ebraica accusati di rapire cristiani (donne, bambini...) per ricavarne il sangue, da mescolare con gli azzimi in occasione della Pasqua o da usare in altre occasioni per scopi rituali.

E cosa può accadere quando queste dicerie, passando di bocca in bocca, assumono "magicamente" e con una velocità sorprendente una parvenza di verità? Nulla di buono, ovviamente, tanto più se a fomentarle ci pensano gli esponenti del clero, dall'alto del loro pulpito autorevole: l'ebreo è un deicida, un rinnegato che non riconosce Gesù e che chissà quali indicibili usanze ha per scimmiottare la vera fede, quella cristiana.

In questo clima di odio, di cieco furore assassino, Mastro Titta e i suoi due amici continuano a cercare le risposte ad un mistero che si ingarbuglia sempre di più, che vede coinvolte persone diversissime tra loro: cardinali, preti, mendicanti, ubriaconi, carabinieri in borghese, prostitute...

E tra gli errori di ingenuità del buon Giuseppe e le intuizioni e i tormenti del giovane Amilcare - emotivamente coinvolto da questo caso, a motivo di Amelia -, il taciturno e riflessivo Giambattista Bugatti riuscirà a dipanare la matassa e a dare un nome e un volto al misterioso e scaltro assassino, che "fortunatamente", come in ogni buon giallo che si rispetti, commette qualche errore...

Questo romanzo di Nicola Verde unisce, con sapienza e maestria, finzione e realtà, l'avvincente elemento giallo/noir con un contesto storico splendidamente caratterizzato; leggerlo è stato davvero un piacere perché è scritto magnificamente, molto accurato nelle descrizioni del periodo e della città in cui la storia è collocata.

La narrazione procede con un buon ritmo e, di capitolo in capitolo, si arricchisce di sviluppi ed intrecci sempre più interessanti; durante la lettura, si ha l'impressione di attraversare strade e vicoli di questa Roma ottocentesca di cui non ci fermiamo ad ammirare "la maestà der Colosseo (...) la santità der cupolone", bensì ci lasciamo sedurre, rapire e, in un certo senso, inquietare dal fascino fosco e oscuro di una città tanto grande quanto sfaccettata, di cui vediamo e sentiamo lo sporco, i cattivi odori, gli schiamazzi, la bruttezza miserabile dei mendicanti e degli ubriaconi, la simpatica sfacciataggine dei giovanissimi strilloni, la patetica lascivia delle "donne curiali", l'odio e il disprezzo tra ebrei e cristiani (sob!) e il persistere di mitologie antisemite, gli "intrighi di palazzo" dove politici e religiosi stringono accordi ostentando un'ossequiosa gentilezza che maschera invece ipocrisia e interessi egoistici.

È all'interno di questa cornice, sordida e fascinosa insieme, che si staglia la figura affascinante del boia dello Stato Pontificio, dell'ombrellaio Mastro Titta, un personaggio storico sulla cui vita personale non si hanno molte informazioni, ma che qui, grazie alla fantasia dell'Autore, ci viene presentato in tutta la sua umanità, con i suoi silenzi e le poche ma sagge parole, con il suo pesante fardello di ricordi, le "giustizie" eseguite, i tanti rimpianti, la sprezzante diffidenza e il timore che leggeva negli occhi di quanti lo incrociavano, gli amori non vissuti e la solitudine di un uomo che ha sacrificato la propria esistenza (è stato boia per ben 68 anni!) sull'altare di una carriera di carnefice che ha esercitato con serietà e scrupolosità e non senza una certa pietà per gli scellerati che finivano sotto le sue mani.

Ringrazio Fratelli Frilli Editori per la copia omaggio di questo romanzo che ho letto avidamente dalla prima all'ultima pagina. 
Consigliato, senza ombra di dubbio, in particolare se amate i romanzi storici e avete voglia di immergervi in un'indagine molto coinvolgente!

domenica 18 aprile 2021

Pubblicazioni di aprile - novità da diverse case editrici



Cari lettori, vi lascio qualche titolo che, spero, possa incuriosirvi; come potrete vedere, leggendo le sinossi, le presenti novità editoriali appartengono a differenti generi letterari.


 “Leviathan. La prima legge” di Margherita Geraci (Casa Editrice: Cignonero, Collana: Prisma, Genere: Fantasy/Distopico, Pagine: 399).  

SINOSSI. Nelle terre del Leviatano, essere orfani può costarti la vita: lo sa bene Alice, che da cinque anni - dal giorno in cui il Governo ha ucciso i suoi genitori - vaga senza meta nelle lande radioattive e desertiche che circondano la città fortificata del Leviatano. 
Alice vive alla giornata, nascondendosi dagli Avvistatori, la crudele milizia incaricata di stanare e uccidere quelli come lei, i Non-Schedati, considerati una minaccia alla sicurezza e alla salute della città. 
A vent’anni il suo obiettivo è sopravvivere il più a lungo possibile e proteggere Niccolò, il cuginetto di cinque anni, unico superstite della sua famiglia. 
Ma durante un’incursione degli Avvistatori, Niccolò sparisce e Alice viene sequestrata da un giovane Avvistatore e costretta ad arruolarsi nel centro di addestramento militare del Leviatano, per diventare anche lei, un giorno, un’assassina.



“Siamo stati anche felici” di Viviana Guarini (Casa Editrice: Les Flâneurs Edizioni, Genere: Narrativa contemporanea, Pagine: 100).

SINOSSI. Anche nei momenti più difficili della nostra esistenza è possibile scorgere piccoli attimi di felicità. Accettare di essere fragili è la strada per imparare ad accogliere il dolore e trasformarlo in amore. Quando tutto sembra essere finito, all’improvviso arriva sempre un pettirosso che si mette a cantare: basta solo aprire la finestra e farsi travolgere dalla vita.



“Un appassionato disincanto” di Antonio Bonagura (Casa Editrice: Graus Edizioni, Collana: Tracce, Genere: Narrativa contemporanea, Pagine: 224).

SINOSSI
. Nell’artificioso buio dell’anonimato, al centro di un palcoscenico senza pubblico, il giovane beneventano Osvaldo crede di trovare la sua vera vocazione: occultare sé stesso e servire la Repubblica Italiana dal retroscena istituzionale. Muovendosi per le scenografie di Roma e Napoli, si inscena una storia a più atti, che dall’apprendistato romano, segue il protagonista sin sul campo di indagine napoletano, in ambienti universitari e di politica radicale, per proseguire in un costante cambio di mansioni, uffici ed esperienze, sempre sostenuti con l’incrollabile moralità di un obiettivo che si fa ideale condiviso. Ma è proprio nello scarto fra l’ideale e le contingenze sociali di un organismo piramidale, che Osvaldo dopo una vita invisibile di abnegazione, sente venir meno la spinta a continuare, la maschera cade e il sipario si chiude. Il personaggio senza pubblico, nella matura età della consapevolezza, si riscopre negli affetti familiari e nella riscoperta di un vero teatro, della vera arte di recitare, facendone un mestiere e inesauribile fonte di verità.



I bagnanti di Rocco Anelli (Genere: Narrativa, Casa Editrice: Les Flâneurs Edizioni, pagine: 146).

SINOSSI. Cosa sono l’erotismo e la scoperta dei sensi per dei ragazzi sulla soglia tra l’adolescenza e l’età adulta? I bagnanti cercano disperatamente di diventare grandi, attraverso prove di coraggio e riti di iniziazione. L’acqua e la luce, simboli di rinascita e catarsi, aiuteranno i ragazzi a lavarsi e a disfarsi di un’immaturità che essi indossano orgogliosamente, sotto forma di nomignoli. 
Discese e ascese che portano i ragazzi dal porto sicuro dell’innocenza alle terre misteriose del sesso e della corruzione, della tragedia e della morte, ma anche del sogno e dell’amore.


 “Underdog" di AN 15 (Algra Editore, Genere: Narrativa contemporanea, pp 264).


SINOSSI.  Antonio lascia la banlieue milanese per cercare successo a New York senza sapere l'inglese e
con dieci euro in tasca, Hansel fa la tour manager assecondando i deliri di una rockstar, Gina seppellisce il suo compagno perdendo sé stessa e ritrovandosi tra i tasti del suo pianoforte. 
Insieme da quando i genitori li spediscono ancora bambini in un collegio estivo dall’aria carceraria, i protagonisti attraversano il mondo dell'arte e quello delle catene di montaggio, i sogni di successo e una vita fatta di stenti, le stragi del sabato sera, la droga e il vegetarianismo nella Milano da vomitare degli anni Novanta.



“A più tardi” di Maria Mazzali
 (Casa Editrice: Silva Editore, Genere: Narrativa contemporanea, Pagine: 236).

SINOSSI. Valentina si prende sei giorni di vacanza a Parigi, tagliando con i suoi impegni professionali; desidera stare da sola per fare un bilancio su sé stessa e sul particolare momento che sta attraversando. Ha quarant’anni, deve prendere delle decisioni importanti, e per questo motivo ha accettato la sfida che le ha lanciato il suo inconscio. 
Per sondarsi ricorre all’associazione libera e a quella che lei chiama la scatola nera dei ricordi. Riaffiorano memorie, analizza tracce emotive, elabora il lutto per la morte del padre e riconsidera le sue relazioni con gli uomini. 
Oggi è innamoratissima di Tancredi, un amore arrivato apparentemente troppo tardi. Teme inconsciamente di cedervi, e lo comprende proprio durante l’evasione parigina, durante la quale diventerà finalmente l’analista di sé stessa.



“Il cuore non ha circonferenza” di Barbara Nalin (Genere: Romance, 233 pp)

SINOSSI
. Isabeau, qualche chilo di troppo, un viso bellissimo e un talento innato per la danza e la moda, si ritrova a fronteggiare un vero e proprio atto di cyberbullismo quando Federico, il suo ex, mette in rete un video di loro due che sarebbe dovuto rimanere privato. 
Isabeau, così, è costretta a rifugiarsi a San Diego, in California, dove i suoi freddi e calcolatori genitori hanno deciso che trascorrerà i prossimi mesi in attesa di laurearsi. 
La ragazza non è entusiasta all'idea di trascorrere del tempo con l'ex di suo padre, Babs, con la sua bellissima e viziata sorellastra, Stacey, e men che meno con l'ospite a sorpresa che trova a casa di Babs: Marzio, ragazzo bellissimo quanto irritante, che si diverte a tormentarla. 
Tra feste in spiaggia, sfilate di moda e corse in vespa, Isabeau scoprirà il valore della famiglia e dei suoi sogni, imparerà ad amare sé stessa e, forse, troverà l'amore.



“Dante e la tartaruga” di Vincenzo Spinelli (Casa Editrice: Il Seme Bianco, Collana:  Magnolia, Genere: Narrativa contemporanea, Pagine: 127).

SINOSSI. E' la storia contemporanea (e folle) di due innamorati che vivono nella periferia bolognese. Stanchi di condurre un’esistenza ai margini della società ed esausti di vacillare perennemente sulla soglia della povertà, decidono di commettere un omicidio per appropriarsi del patrimonio della ricca e odiosa signora Scalpini, così da poter poi rilevare la libreria Shakespeare and Company di Parigi. 
Il protagonista, Dante Chitano, da anni sogna di fare lo scrittore ed Elena Bugetti vorrebbe soltanto vivere serenamente insieme a lui. Riusciranno, al termine di questa avventura surreale e rocambolesca, a coronare i loro sogni?


“L’Incanto… oltre il buio” di Anna Rita Barretta ( Edizioni Beroe, Genere: Romanzo rosa - V.M. 18 -, Pagine: 304).

SINOSSI. Roma. Il destino rimescola le carte di Greta ponendo fine al suo matrimonio. La giovane madre trasforma la sua passione per i dolci in un lavoro. Grazie anche ai social networks, molti clienti ammirano le sue torte. 
Uno scambio di chat innesca una forte attrazione mentale fra la cake designer e il Dott. Giorgio Dimora. Nel frattempo Matilde presenta alla ragazza, nonché sua migliore amica, il Prof. Lorenzo Zanetti. 
Il cuore di Greta diventa così un campo di battaglia conteso dai due pretendenti. Solo il tempo svelerà quale scelta seguire…

sabato 17 aprile 2021

Recensione: DOVE STA IL LIMITE di Raja Shehadeh



A chi gli chiedeva di cosa parlasse il suo libro, Shehadeh rispondeva "che era incentrato sulla perseveranza (sumoud) usata come strategia di resistenza civile. (...) Noi palestinesi avevamo deciso di rimanere dov’eravamo nonostante tutti gli sforzi da parte degli occupanti di renderci la vita difficile per spingerci ad andarcene."
In che modo l'occupazione israeliana lo ha colpito, incidendo sulla sua vita, la sua quotidianità, i suoi rapporti interpersonali e, in particolare, sulla sua amicizia con l'israeliano Henry?
Il giornalista palestinese ne parla tra queste pagine, raccontando le peripezie che ha dovuto attraversare all'interno di Israele per un periodo di quarant'anni, per visitare amici e familiari, per provare semplicemente a godersi il mare, per discutere davanti ai tribunali dell'occupante e negoziare accordi di pace fallimentari.



DOVE STA IL LIMITE
di Raja Shehadeh


Einaudi Ed.
trad. G. Garbellini
192 pp
Raja Shehadeh vive a Ramallah in Cisgiordania, è un avvocato che sin da giovane si è dato da fare per impedire il sequestro delle terre palestinesi e favorire la pace e la giustizia nella regione. 
Conosce Henry, un ricercatore ebreo canadese, e con lui stringe una sincera amicizia, che però negli anni incontra non pochi ostacoli,  riassunti in un'unica domanda, che tormenta e fa indignare Raja: come può Henry, che si dichiara suo amico, accettare con (complice?) rassegnazione la situazione insopportabile che i palestinesi vivono giorno per giorno nei Territori occupati da Israele? 
È vero, Henry condanna la politica colonialista del proprio Stato, egli considera i palestinesi suoi fratelli ed auspica la pace tra i due popoli... ma questa sua posizione a Raja risulta alquanto blanda, di chi ammette sì l'ingiustizia, a parole magari la condanna pure... ma la "lotta" inizia e finisce là, senza che ne segua alcuna concreta azione di protesta.

I due uomini ci provano ad essere amici lasciando fuori la "questione israelo-palestinese", ma come si fa? Quando la vita  diventa sempre più insopportabile nella Palestina occupata, è impossibile sfuggire alla politica e al passato. 

Ed è su questo limite che separa i due popoli, che si gioca e che vive quest'amicizia, inevitabilmente messa a dura prova e oscurata da una realtà che non poteva essere ignorata:

"L’occupazione si stava trasformando in un regime coloniale che ci privava della nostra terra e affidava le nostre risorse naturali, i nostri terreni e la nostra acqua ai propri cittadini. Influenzava le nostre vite in ogni modo, grande e piccolo, e restringeva le nostre prospettive. Per combattere questo stato di cose, noi palestinesi fummo costretti a cavarcela da soli. "

Raja lo sa che il suo amico non è, di certo, direttamente responsabile delle sofferenze del popolo palestinese, eppure con il continuo furto delle loro terre, le restrizioni sulla vita quotidiana e l’incessante creazione di insediamenti ebraici, gli risultava difficile tenere dissociato Henry da tutto questo.

Le persone che hanno deciso di restare sotto il dominio israeliano, sia nello Stato di Israele sia nei Territori occupati - seppur risparmiandosi la drammatica esperienza dell'esilio -, hanno esercitato uno sforzo non indifferente per costruirsi una vita sotto regimi che cercavano di cacciarli via e, ancor di più, per restare aggrappati alla propria identità di palestinesi; con Henry, Raja discute di 

"identità: di come Israele fosse riuscito a forgiarsi un’identità nazionale e la Palestina no. Di fatto, la Nakba aveva smantellato società palestinese".

Per la sua gente, non era stata solo una questione di perdite materiali (nel corso degli anni successivi alla Catastrofe del 1948 - la Nakba -, che vide circa 750 000 palestinesi costretti ad abbandonare le loro case, i villaggi arabi sono stati rasi al suolo) ma piuttosto della negazione della loro stessa esistenza come nazione.

La strategia delle autorità militari israeliane era volta a soffocare lo sviluppo palestinese, ad esempio rifiutando le autorizzazioni indispensabili alla costruzione delle infrastrutture necessarie agli investimenti e al progresso economico.

"La presenza ebraica in questa terra si è rivelata essere non soltanto culturale, come speravi tu. È una presenza coloniale."

Raja riconosce al proprio popolo una forza che poggia sulla capacità di sognare nonostante tutto, di rifiutare una realtà povera e difficile e di vivere come se tutto potesse cambiare da un giorno all’altro. Del resto, se non avessero coltivato questo pensiero, avrebbero abbandonato la lotta da tempo.

Leggendo, proviamo insieme all'Autore la sua (in)sofferenza nel camminare su quelle terre con la sgradevole sensazione di varcare il confine di territori a lui proibiti, e immaginiamo quanto sia difficile vivere nella terra in cui si è nati e vederla, da un certo momento in poi, costantemente occupata da migliaia di soldati che  attraversano città, villaggi e campi profughi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, "infrangendo le norme accettate sui diritti umani, fermando i passanti per umiliarli (come non di rado è capitato allo stesso Raja), percuoterli o arrestarli, sparando sui dimostranti disarmati e imponendo lunghi coprifuoco a intere comunità".

Uno dei punti cruciali, su cui insiste Shehadeh, è la necessità di ricordare: la memoria è un fatto politico in Israele e in Palestina e il  non voler ammettere le atrocità del passato è poi la chiave fondamentale (e forse anche la sola) per riconoscere i crimini commessi dai coloni ebrei.

"Nessuno può costruire la propria felicità a spese delle sofferenze altrui... (...) Non c’è pace che si possa costruire sull’occupazione delle terre altrui, altrimenti non sarebbe pace autentica... In tutta sincerità, vi dico che non ci può essere pace senza i palestinesi."


La narrazione si muove in un tempo piuttosto lungo, che va dal 1959 al 2013, e in uno spazio che va da Tel Aviv a Jaffa, dandoci un quadro nitido dell'evoluzione della situazione dei palestinesi nei Territori occupati e lo fa partendo da un'amicizia, che ora viene percepita come essenziale ed importante (troppo perché l'appartenenza a due popoli tra loro vicini ma nemici la spezzi), ora è reputata amaramente e con dolore un "lusso" che lui, Raja, non può permettersi.

Eppure, nonostante i dubbi, le lacrime,  le domande, il risentimento e l'irritazione  provata spesso verso l'amico e pur restando sempre lucidamente consapevole di come non possa ignorare la triste realtà quotidiana vissuta in Palestina, tra queste pagine emerge un ulteriore dato di fatto: anche nelle circostanze più cupe è possibile che i legami veri vadano oltre le divisioni politiche.

"Dove sta il limite"  ci racconta, con una scrittura personale, di cui avvertiamo tutta la tensione emotiva e la passione e la rabbia legate all'argomento occupazione, come un'amicizia in una terra divisa venga necessariamente influenzata; se così non fosse - se Raja non avesse, negli anni, visto, individuato e nominato le "crepe" nel suo rapporto con Henry, decidendo magari di viverlo senza troppi strascichi, con una leggerezza infantile, cieca, sciocca, di chi non chiama i problemi per nome e finge di non vederli per non dover discutere, litigare - ciò sarebbe indice di un legame debole, fiacco.
Ma così non è, evidentemente, e le fragilità di quest'amicizia nei tempi bui ne mettono in risalto la complessità, l'umanità, la forza, la sincerità, l'indissolubilità.

Shehadeh ci restituisce una cronaca appassionante e dettagliata degli effetti devastanti dell’occupazione anche negli aspetti più personali della vita quotidiana e lo fa con una penna lucida e vivida, alcune volte ironica e altre malinconica, ma sempre chiara, onesta e coraggiosa, che induce il lettore a chiedersi se tra coloro che oggi si considerano reciprocamente nemici l'un dell'altro, ci possa essere concretamente la prospettiva di un futuro comune insieme.

Una lettura molto interessante, che stimola a riflettere (e, chissà, magari a cercare notizie e ad informarsi personalmente) su una questione umana, sociale e politica che purtroppo non smette di essere attuale e oltremodo delicata e controversa.
Consigliato!!

giovedì 15 aprile 2021

Recensione: CHIARO DI LUNA di Paolo Biagioli



Ci sono amori che prendono posto nel nostro cuore e lì restano, resistendo al tempo, alle distanze, alle circostanze (belle e brutte) della vita che, se dà, altrettanto toglie.
Qualcuno ha detto che il primo amore non dura per tutta la vita (a volte può succedere, aggiungo io) ma te la cambia per sempre.
Al protagonista di questo romanzo accade proprio questo.


CHIARO DI LUNA
di Paolo Biagioli


104 pp

Cosa c'è di più tremendo per uno scrittore che sentirsi poco ispirato e non riuscire a buttar giù un libro che possa piacere e quindi vendere?

A trentanove anni, Pietro Marras sembra aver smarrito la vena creativa necessaria ad uno che di scrittura vuol campare, visto che il suo secondo libro è stato un grosso fallimento in termini commerciali; per tirare avanti, comunque, lavora presso una testata giornalistica locale.
Vive e lavora a Vercelli con Chiara, sua moglie, e un giorno di dicembre il suo cuore gli tira un brutto scherzo: viene colpito da un infarto ed è il terzo episodio in quattro anni.

L'immobilità lo costringe in ospedale, dove - solo con se stesso -  torna con la mente indietro nel tempo.

A dargli il la perché i ricordi facciano capolino ed egli si lasci andare alla nostalgia del tempo andato, è un articolo presente su una rivista poggiata accanto al letto; essa narra la leggenda del filo rosso che tiene legate due anime gemelle per sempre, qualunque cosa succeda.

Un po' come accadde a Proust, cui bastò il dolce e noto profumo di una madeleine immersa nel tè per riannodare il filo della memoria, pensare a quel filo rosso fa sì che il nostro giovane protagonista  si senta avvolto da un'ondata di ricordi che salgono su da un passato di ventidue anni prima, pronti a riscaldargli il cuore d'amore, di quell'amore provato per una ragazza che non ha mai dimenticato.

Era l'anno del quarto liceo e Pietro trascorreva il tempo assieme alla sua compagna ed amica del cuore, la dolce Clem.

Siamo verso la fine degli anni '90, i due adolescenti si barcamenano tra la scuola (i professori - alcuni molto severi -, le interrogazioni, le ricerche...) e i loro innocenti sogni giovanili; Pietro, ad es., ama suonare e vorrebbe poter comperare una chitarra; per aiutarlo, Clem chiede al padre Claudio (proprietario di una pasticceria) di assumere l'amico, così che questi possa guadagnare qualcosa e metterlo da parte per acquistare lo strumento.

Il legame tra i due ragazzi è fatto di dolcezza, lealtà, complicità, sorrisi, scherzi; si piacciono ma, un po' per timidezza e un po' perché, forse, temono di rovinare una bella amicizia, non si dichiarano; ma il tempo trascorso insieme è prezioso, speciale, che sia al cinema o a studiare o, ancora meglio, sulla spiaggia, al chiaro di luna e sotto un manto di stelle, silenziosi testimoni di un sentimento puro che ben presto assume i contorni di un amore giovanile.

Clem e Pietro si conoscono bene, sanno praticamente tutto l'un dell'altro, basta uno sguardo per intendersi, un abbraccio per sentirsi al sicuro; se si danno appuntamento, sanno che l'altro si presenterà puntuale e senza ombra di dubbio.

Sarà per questo che quando Clem non si presenta la mattina al solito posto per andare a scuola insieme, Pietro è perplesso e cerca di dire a se stesso che non c'è di che preoccuparsi, che può capitare un imprevisto..., capita a tutti, no?

Ma quello che Pietro apprenderà è che sì, la vita è fatta di imprevisti, e non solo: anche di brutte sorprese, di eventi drammatici inaspettati che scombussolano più di un'esistenza. 
Eventi irreversibili che lasciano vuoti incolmabili, che segnano per sempre.
Perché anche se la vita deve andare avanti nonostante i dolori e le disgrazie, quel filo rosso che unisce due cuori gemelli non si spezza col passare degli anni, e dopo ventidue anni, infatti, Pietro si lascia ancora travolgere dalle forti emozioni che gli suscita la sua dolce Clem, il cui ricordo è incancellabile nella mente e nel cuore di chi, come Pietro, l'ha amata.

Chiaro di luna è un romanzo breve ma che sa regalare belle emozioni; l'immediatezza e la semplicità di linguaggio lo rendono molto scorrevole e ci restituiscono tutta la spontaneità e la spensieratezza di due adolescenti di fine Anni Novanta, così belli e giovani, con tutta la vita davanti. Spensieratezza che contrasta con l'animo pesante e stanco di Pietro adulto, che deve fare i conti con un cuore capriccioso e un presente non proprio soddisfacente.

Quello tra Pietro adolescente e la sua Clem è un amore dolce, fresco, giovanile, romantico, e il romanticismo dell'Autore, lungi dall'essere sdolcinato, sa emozionare con naturalezza e perché al centro vi è una storia di sentimenti autentici ed intensi; non è tutto "rose e fiori", tra queste pagine, perché è proprio la vita a non esserlo: c'è il dolore, la solitudine, il bisogno di ricominciare a vivere, di mettere su carta il fiume di emozioni che, se non espressi, finirebbero per travolgere il protagonista, che nelle ultime pagine saluta il lettore con parole d'amore piene di nostalgia e dolcezza verso l'amata mai dimenticata.

Una lettura che consiglio, tanto più se avete voglia di una storia d'amore dolce e malinconica, scritta bene e che mi ha fatto venir voglia di ascoltare brani musicali di qualche anno fa ma, in realtà, intramontabili.




domenica 11 aprile 2021

Recensione: TRADITO! di Stan Telchin


Questa è la testimonianza di fede di Stan Telchin, un ebreo che va in crisi profonda dopo aver ricevuto una notizia sconvolgente: sua figlia Judy è diventata un'ebrea messianica, crede in Gesù come Messia. per Stan è l'inizio di una vera e propria ricerca, volta inizialmente a confutare sua figlia e a dimostrarle che sta sbagliando, che Gesù non è il Messia; ma non sa che questo lo porterà verso una personale ricerca delle proprie radici e identità ebraiche e a una vera e propria rinascita spirituale.

TRADITO!
di Stan Telchin 



I Telchin sono una famiglia ebrea molto unita, benestante, serena; a Stan e sua moglie Ethel - insieme alle loro figlie Judy ed Ann - non manca nulla e non potrebbero condurre una vita più soddisfacente.
Fino al giorno in cui una telefonata sconvolge tutti gli equilibri.
La figlia maggiore Judy ha una confessione da fare ai genitori: ha fatto un'esperienza unica e importantissima, che le ha cambiato la vita. 
Ha riconosciuto Gesù quale Messia.
È quindi diventata... un'ebrea messianica.

Stan è allibito: Judy è forse impazzita? Come può un ebreo credere nel Gesù dei Cristiani, rinnegando di fatto le proprie radici, l'identità e la storia del popolo a cui appartiene?

La reazione dei famigliari è di completa disapprovazione per questa "conversione" della ragazza, che però, per quanto dispiaciuta all'idea di deludere e dare loro un dolore, è consapevole della propria scelta e di come questa sua fede nel Messia sia per lei l'inizio di una nuova nascita, di una nuova vita.

Stan è un uomo colto, intelligente e non si dà pace: deve capire perché la sua bambina - da loro tanto amata e che altrettanto intensamente ama i propri cari - si stia comportando così: a cosa è dovuto questo cambiamento che egli considera inappropriato per un ebreo? 

Si convince quindi della necessità di indagare, di capirci di più: Judy ha deciso di credere nel Gesù del Nuovo Testamento? Bene! Allora è da lì che egli partirà per smontare ogni falsa convinzione che ha portato la figlia a prendere questo grosso abbaglio.

Inizia così un periodo di studio, una full immersion nella lettura del Nuovo Testamento, che porterà Stan a comprendere e conoscere la figura di Gesù di Nazareth come mai avrebbe pensato che fosse possibile: Gesù non ha portato nulla di opposto e di antitetico rispetto al Giudaismo (per quanto, ovviamente, gli ebrei del suo tempo, come i farisei, lo abbiano considerato un rivoluzionario, uno che voleva abolire la Legge e i Profeti). Egli era ebreo, viveva in un contesto ebraico, osservava tradizioni e festività giudaiche..., i suoi discepoli erano anch'essi ebrei...: insomma, altro che due binari paralleli inconciliabili e che non si incontrano! 
Giudaismo e Cristianesimo sono strettamente e intimamente collegati e un ebreo che crede in Gesù quale suo Messia non smette certamente di essere ebreo e non deve rinnegare assolutamente nulla della storia e dell'eredità antica del proprio popolo.

Questa è la storia toccante di un brav'uomo e della sua famiglia; di un ebreo che, in fondo, aveva perso il senso dell'appartenenza alla storia del popolo ebraico e che s'era allontanato da tutto ciò che avesse a che fare con Dio: osservava tradizioni giudaiche senza vederci, in esse, nulla di "divino".
A un certo punto, infatti, Stan dovrà trovare il coraggio di chiedersi: "Ma... io credo in Dio?  Chi è Dio per me?".

Quello di Stan è un percorso di rinascita, di riscoperta di quel Dio della Torah che, negli anni, nella sua famiglia era stato tenuto lontano, come se fosse ormai qualcosa di vago, di poco concreto, che nulla più a che vedere con il presente degli ebrei (sparsi per il mondo).

La storia di Stan è la storia di conflitto e di una conseguente guarigione.

Con lo scopo (e l'atteggiamento irritato) di chi vuol capirci di più per controbattere alle nuove convinzioni della figlia e dimostrarle che sta sbagliando, l’autore comincia una ricerca ritornando indietro nel tempo. 
Lungo il cammino deve affrontare sfide personali che richiedono una risposta che cambia la vita. 

È stato davvero interessantissimo leggere le graduali scoperte di quest'uomo assetato di risposte, e con lui ripercorrere alcune tappe e i principali fatti che hanno portato alla triste separazione del Giudaismo dal Cristianesimo; è stato emotivamente coinvolgente seguire i suoi tormenti, i suoi dubbi, le sue incertezze e la progressiva presa di coscienza di chi sia questo Gesù e del perché lui, da ebreo, non fa un torto a se stesso, alla sua famiglia o al suo stesso popolo, credendo in Lui, tutt'altro: ripone fede nelle promesse e nelle profezie scritte nell'Antico Testamento.

Un libro-testimonianza molto scorrevole e intenso.

"...non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco" (Romani 1:16)
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