domenica 18 agosto 2013

Recensione: 3096 di Natascha Kampusch




Il libro del quale oggi vi parlerò non è un romanzo, non narra "vicende tratte da fatti realmente accaduti", di cui magari sono stati modificati nomi di persone o di luoghi per rispetto della privacy, e non troverete scritto che ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.
No no, qui ogni riferimento è certo e chiaro e si riferisce a persone esistenti, con un nome e un cognome, a fatti avvenuti in un determinato periodo e che resteranno impressi nella mente di coloro che li hanno vissuti.

Ed. Bompiani
293 pp
10.90 euro
2010
Anzi, nella mente di colei che l'ha vissuti, perchè l'altro protagonista non c'è più e non può raccontarci più nulla.
Sto parlando del libro-testimonianza di Natascha Kampusch, la ragazza che sopportò di tutto e credette, contro ogni umana speranza, di poter ottenere la propria legittima libertà.
Una ragazza che si presenta ai nostri occhi molto carina, con i suoi occhioni azzurri e il suo sorriso dolce e un po' malinconico....
O forse siamo noi, che "sappiamo" (o pretendiamo di sapere) la sua storia, che vogliamo vedere in lei quel pizzico di tristezza, di struggimento interiore che una persona, vittima di un sequestro e di una prigionia lunga 3096 giorni (otto anni e mezzo) deve necessariamente portare con e dentro sè, possibilmente tutta la vita, perchè è impossibile dimenticare, gettarsi alle spalle un passato così pesante, doloroso, tragico...
Vero?
Beh, bisognerebbe chiederlo a Natascha, per avere la risposta giusta, quella vera.
Ma credo che, se anche voi leggeste il suo libro, forse come me arrivereste all'ultima pagina con il pensiero che l'Autrice ha dentro sè una forza interiore incredibile grazie alla quale è riuscita a resistere e sopravvivere, a non impazzire, non solo in quel terribile periodo in cui le è stata strappata la vita di bimba e adolescente in seno alla sua famiglia e ai suoi cari, ma anche dopo, quando, una volta libera fisicamente, ha dovuto percorrere un cammino di liberazione da catene e prigioni che la tenevano stretta in una morsa nell'anima, nella mente, nelle proprie emozioni...

Ma forse penserete che sto correndo troppo, che vi sto già dando il mio pensiero e la mia "interpretazione" dei fatti prima ancora di introdurvi i fatti stessi.
Come al solito, sto scrivendo il mio parere su un libro appena terminato lasciandomi prendere dall'emotività e rischio di non essere troppo razionale nell'esporvi le cose con ordine.
natascha
Ma che razionalità volete che mantenga nel parlarvi di una storia di schiavitù e soprusi, perpetrati per 3096 giorni da un uomo disturbato all'indirizzo di una bambina/ragazzina impaurita e sola?

Forse sarebbe stato più logico iniziare con il racconto della storia nuda e cruda, chissà magari con un incipit del tipo "Il tempo per Natascha Kampusch si è fermato il 2 marzo 1998, quando un uomo dall'aspetto inoffensivo l'ha sollevata di peso, mentre lei stava andando a scuola, l'ha caricata sul proprio furgone bianco e l'ha rapita, segregandola in cantina per otto lunghi anni...".
Ecco, magari questo sarebbe stato l'inizio giusto, conciso e chiaro, un punto di partenza da cui poi dire tutto il resto.
Ma questa è la storia che sappiamo tutti (quanto meno tutti quelli che hanno seguito o ricordano o si vorranno informare sul "caso Natascha") e non è quella che la protagonista e Autrice ci racconta.

Natascha ci conduce per mano nella segreta che l'ha vista segregata per anni e anni, e ci lascia dare uno sguardo ad essa, alla sua vita lì dentro, alle sue lacrime, ai maltrattamenti subiti, ai chili persi, ai suoi pensieri negativi e a quelli "fiduciosi", necessari per poter sopravvivere al rapitore e per continuare a sperare che di lì, presto o tardi, sarebbe fuggita.

"3096" è la storia di una ragazzina che, fino a dieci anni, ha vissuto un'infanzia come tanti; certo, non le sono mancati molti momenti di tristezza, di problemi: è la figlia di una coppia che prestissimo giunge a separarsi per incompatibilità caratteriale.
Suo padre passa le giornate a bere e porta spesso con sè la piccola e paffutella figlioletta nei locali, dove i suoi amici la vedono, le fanno una carezza e poi la ignorano, perchè è solo una bambina in mezzo a tanti adulti.
Sua madre è una donna forte, razionale, decisa a non lasciar spazio all'emozionalità e questo lo trasmette alla figlia che, da piccola, soffre la durezza della madre perchè desidererebbe da lei più dolcezza, meno asprezza nei rimproveri, ma dall'altra questo muro di difesa emotiva le tornerà utile durante gli anni di prigionia.
E' una bimba solitaria, timida, il cui aspetto fisico (grassottello) la fa sentire un po' a disagio; per non parlare dei problemi di enuresi diurna e notturna, che le attirano gli scherni e le sgridate sarcastiche e/o adirate di grandi e piccini...
Avvertiamo, leggendo le prime pagine del libro, tutte le paure e le fragilità della piccola Natascha, il suo sentirsi a volte tanto sola in mezzo a tanta gente, la sensazione di inadeguatezza.
Sono tutte caratteristiche che in qualche modo favoriranno il processo di umiliazione e schiavitù psicologica di Priklopil verso la sua vittima, che lui mira a tenere soggiogata non solo nella mente ma anche nel corpo.
Forse, come me, anche voi resterete inizialmente stupiti nel leggere come il rapitore nei primi tempi sia stato addirittura "gentile" con la piccola e spaventata Natascha, esaudendole ogni piccolo desiderio, dandole da mangiare ciò che lei chiedeva.
Tutte strategie che nascondevano ben altri progetti crudeli ma che certo la piccola non poteva immaginare.

Il terrore di trovarsi in una cantina fredda e buia verrà presto accompagnato dalla paura che l'uomo le farà ciò che lei aveva sentito dire tante volte in tv  e che era accaduto ad altre bambine: rapita per essere violentata e poi uccisa.
Ma Priklopil ha altri piani: lui vuole una schiavetta tutta per sè, che gli faccia i lavori di casa, che gli prepari da mangiare, che lo soddisfi in tante sue richieste.
Vi dico subito che Natascha non ha mai, nel suo libro, parlato di abusi di natura sessuale, dichiarando che quella "sfera" della propria prigionia è sua e solo sua e che non ritiene opportuno renderla pubblica.

Ciò che mi sento di evidenziare di questa terribile testimonianza è come Natascha abbia trovato la forza e il modo per non lasciarsi andare in una situazione umanamente insopportabile.
Stiamo parlando di una bambina di dieci anni, strappata alla propria vita, alla propria casa, alla propria famiglia e portata in una stanza fredda e puzzolente di umidità, e da quel momento in contatto solo con lui, il rapitore.
Quello che si nota è il fatto che la ragazza sottolinei proprio questa cosa per aiutarci a capire cosa le ha permesso di sopravvivere: non è stato solo il pensiero della fuga (che ha avuto sì da subito, ma che non è stato un pensiero costante...) o della vendetta, bensì l'idea che di fronte a sè aveva UN UOMO, un essere umano, l'unico essere umano a lei vicino in quegli anni, l'unico cui aggrapparsi comunque, per non sentirsi COMPLETAMENTE SOLA, l'unico che poteva provvedere ai suoi bisogni urgenti: la mano che vorresti mordere è la stessa che ti può dare da mangiare!

Non solo, ma Natascha ha mostrato un'incredibile forza anche nel perdonare più volte quell'uomo; se non l'avesse fatto, l'odio l'avrebbe divorata, consumata e che ne sarebbe stato di lei?

Un aspetto che mi ha fatto riflettere molto e mi ha fatto soprattutto pensare quanto sia difficile giudicare certe situazioni assolutamente straordinarie e che non tutti (grazie a Dio) sperimentiamo, è il fatto che Natascha si sente vittima due volte.
In che senso?
A farla sentire vittima due volte è l'opinione della massa (dalla polizia alla gente comune); come se la violenza di un sequestro lungo più di otto anni (costellato da maltrattamenti e umiliazioni) non fosse sufficiente a rendere una persona vittima, ad esso si aggiunge il giudizio di chi crede assurdo e singolare che Natascha possa mostrare comprensione, pietà, perdono per il proprio sequestratore, verso il quale è comprensibile che si debba provare solo odio, disprezzo...!
E di fronte al paradosso di questi sentimenti ritenuti ambigui e contrastanti, ecco che giungono in aiuto la medicina e la psichiatria, con i loro paroloni e le loro etichette: "Sindrome di Stoccolma".


Particolare stato psicologico che può interessare le vittime di un sequestro o di un abuso ripetuto, i quali, in maniera apparentemente paradossale, cominciano a nutrire sentimenti positivi verso il proprio aguzzino che possono andare dalla solidarietà all’innamoramento. L’espressione fu usata per la prima volta da Conrad Hassel, agente speciale dell’FBI, in seguito ad un episodio avvenuto in Svezia nell’agosto del 1973: quattro impiegati di una banca di Stoccolma, tenuti in ostaggio da due rapinatori per sei giorni, una volta rilasciati, espressero sentimenti di solidarietà verso i sequestratori arrivando a testimoniare in loro favore, con manifestazioni di ostilità verso il mondo esterno (polizia, autorità, ecc.). Gli effetti a breve e lungo termine sono caratterizzati da una sintomatologia ansiosa, disturbi fisici e psicofisici e sintomi depressivi. (Treccani).


Come risponde Natascha davanti a questo tentativo di rinchiuderla in un'etichetta patologica, in modo da "giustificarle" i suoi sentimenti ambivalenti verso il proprio aguzzino?

"Una diagnosi che io rifiuto decisamente. Perchè, per quanto gli sguardi di coloro che buttano  là questo concetto, possano essere pieni di compassione, l'effetto è terribile. Questo giudizio rende la vittima, infatti, due volte vittima, perchè la priva dell'autorità di interpretare la propria storia; gli avvenimenti più importanti della sua esperienza vengono così liquidati con le aberrazioni di una sindrome. E proprio quel comportamento, che ha contribuito in modo decisivo alla sopravvivenza del prigioniero, viene giudicato quasi sconveniente".

Ciò che dice Natascha è che la gente vuol vederla eternamente vittima, sofferente, si stupisce e storce il naso con diffidenza davanti ad una ragazza che cerca di vivere, di riappropriarsi della propria esistenza dopo un'esperienza tanto traumatica.
Una ragazza che, da bambina, a un certo punto ha fatto un patto con la se stessa di 18 anni: Tirami fuori di qui, chiede la Natascha bambina alla Natascha maggiorenne.

Passeranno 8 anni e mezzo, 3096 giorni: ore, settimane, mesi, anni... in balia di un folle, di un uomo infelice, solo e paranoico, che cercherà in tutti i modi di spezzare la personalità della sua giovane vittima per renderla sua in ogni senso, finchè un giorno come un altro, il 23 agosto 2006, la Natascha grande mantiene la sua promessa alla se stessa di qualche anno fa.
La libera.
Via, fuori dalla prigione, da una non vita nelle mani di un uomo che, pur essendo stato per lei l'unico riferimento per tanto tempo, resta un criminale, un pazzo, uno che le ha rubato la libertà e che stava uccidendo tutto di lei.

Consiglio questa lettura a chi ama le storie vere, anche forti, per avere una vaghissima idea di quale tipo di trauma vivono le persone rapite, ma anche quali grandi ed insospettabili risorse emotive e psichiche l'essere umano è capace di tirar fuori per salvarsi dal baratro e dalla morte.


manifestino diffuso
dopo la scomparsa

rapitore
porta di cemento che conduceva
alla segreta


AP Photo / polizia austriaca / ho
cantina in cui fu rinchiusa Natascha per 3096 giorni
La casa del reo nel caso Kampusch, Wolfgang Priklopil in Strasshoff a Vienna (foto d'archivio del 24 agosto 2006).
casa del rapitore a Strasshof



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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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