martedì 10 marzo 2026

Recensione: LATTE di Marina Zucchelli



Questo romanzo racconta di incontri tra realtà e persone molto lontane tra loro, ma soprattutto di mamme e di bambini: desiderati, amati, accuditi, cresciuti negli agi e nelle comodità o con pochi mezzi ma comunque ricoperti di amore e cure; e poi ci sono i piccoli abbandonati per necessità, paura, pregiudizi, lasciati in istituti e in attesa che qualche anima misericordiosa se ne prenda cura.


LATTE 
di Marina Zucchelli



Rizzoli
320 pp
Bologna, 1959. Olimpia, moglie borghese istruita e moderna, è incinta ed è pronta per scegliere la balia che allatterà il suo bambino quando nascerà.
Mentre passa in rassegna le diverse donne candidate al ruolo, con quella disinvoltura con cui si va a scegliere un cagnolino al canile, l'attenzione si posa su una giovane anch'ella incinta, dal petto abbondante e che sembra scoppiare di salute: Ada, incinta del quarto figlio e proveniente dalla Ciociaria.

La scelta ricade proprio su di lei e Ada, dopo aver partorito la propria bambina, viene portata vicino Bologna, nella bella casa in cui vivono Olimpia e suo marito Marcello.
Quando il piccolo Carlo viene al mondo, ad accoglierlo e nutrirlo è il seno prosperoso di Ada, e non certo quello della mamma Olimpia.
Del resto, le cose funzionano così tra la gente ricca: non si addice ad una signora perbene allattare; ad Olimpia è richiesto solo di riposare, riprendersi fisicamente e mentalmente e poi tornare agli impegni che caratterizzano le giornate di una persona come lei, appartenente a un ceto elevato.

Dal canto suo, la bella e solare Ada ha dovuto lasciare casa, marito e figli per questo lavoro lontano dalla sua famiglia, ed è stata la miseria e il sogno di avere una casa tutta sua e dei suoi cari, a spingerla ad entrare in una famiglia di estranei e ad allattare e prendersi cura di un neonato non suo, lasciando ad altre braccia e a un altro seno le proprie amate creature.

Ma così è ed ella è pronta a stare sei mesi via dal focolare domestico per racimolare 50mila lire al mese, che sono davvero una bella sommetta; e poi, i datori di lavoro la trattano come una regina, sono tutti attenti affinché lei mangi, si riposi tra una poppata e l'altra, non prenda spaventi né abbia motivi di stress, insomma, è un lavoro impegnativo, sì, ma conviene fare qualche sacrificio per portare più soldini a casa!
 
Le due madri, quindi, vivono nella medesima dimora e ruotano attorno allo stesso bambino... ma non potrebbero essere più diverse tra loro, e diverso è il modo in cui concepiscono la vita, il matrimonio, i legami e gli impegni famigliari.

Olimpia è educatissima e docile, abituata all'idea di civiltà che la vuole sposa con prole; eppure, dopo il parto, il suo corpo sembra tradirla, aprendo piccole crepe nella sua identità e la donna comincia a farsi domande su cosa desidera davvero, e osservare Ada - il suo modo di fare e parlare, così spontaneo, consapevole, più saggio di lei che ha sempre vissuto nella bambagia, vezzeggiata e coccolata, tenuta lontana da preoccupazioni e oneri di alcun genere - la porta a modificare certi schemi mentali e pensieri.

Ada è una ragazza del popolo che proviene da un contesto semplice, povero di mezzi ma ricco di amore e piccole felicità famigliari. Nella casa nuova, Ada impara presto a farsi presenza invisibile, mentre il richiamo dei suoi affetti le pulsa dentro con forza e nostalgia. 

Benché agli antipodi, Olimpia e Ada si incontrano sul terreno inatteso di una sorellanza  fatta di gesti e corpi: quello esposto e vitale di Ada e quello fragile di Olimpia, che cerca di riconoscersi nella ferita della maternità. 

Il lettore entra nel loro quotidiano attraverso le prospettive di entrambe e le loro voci si alternano per offrirci un doppio punto di vista: quello della ricca, razionale e bene educata Olimpia - che ci parla nel suo italiano perfetto -, e quello verace, genuino e allegro della bella Ada, con la sua parlata ciociara, fatta di termini ed espressioni dialettali, vivaci e colorite.
Grazie ai loro racconti, entriamo nel mondo di ognuna, soffermandoci sui loro pensieri, stati d'animo, incertezze, paure.


A osservare i loro giorni è Carolina, la domestica che ha cresciuto Olimpia e che registra, defilata, l'energia che scorre tra le due donne. 

Parallelamente, e facendo un salto indietro nel tempo - agli anni Trenta - conosciamo un bambino di nome Pietro, abbandonato piccolissimo al brefotrofio di Roma, durante gli anni del Fascismo; inizialmente, la storia di questo bimbo - che verrà accolto in due famiglie affidatarie (fortunatamente si tratterà di coppie amorevoli), una delle quali desidererà adottarlo - inizialmente sembra scollegata a quella principale, ma andando avanti con la narrazione comprendiamo il filo che le unisce.

L'autrice ha scritto questo romanzo mentre stava preparando un documentario per Rai Tre, il che l'ha portata a conoscere una delle ultime balie viventi e a informarsi sul baliatico mercenario (in particolare in Ciociaria), pratica dalle origini antichissime; con una scrittura asciutta, realistica ma anche sensibile, che di volta in volta assume "colori" e sfumature differenti in base alla "voce" che narra i fatti, la Zucchelli intreccia racconti di singole esistenze collocandoli all'interno di uno specifico contesto storico, caratterizzato da complesse dinamiche sociali, economiche e famigliari.

Mi è piaciuto molto questo romanzo, ho cominciato a leggerlo proprio perché incuriosita dal "fenomeno" delle balie da latte, che mi ha ricordato dettagli dell'infanzia. Quand'ero bambina, infatti, mia madre mi raccontava di come mia nonna paterna (che ha partorito sei figli) avesse allattato bambini non suoi proprio perché aveva molto latte, e ricordo che mio padre parlava di questo bambino allattato da sua madre definendolo "fratello di latte".
La lettura di questo libro mi ha quindi fatto conoscere un po' meglio questa sistema, con tutto il ventaglio di emozioni, pensieri, dubbi e paure che l'accompagnavano, che tormentavano le mamme, da una parte e dall'altra; la mamma che "cedeva" il proprio piccolo, ad es., facilmente poteva provare un mix di amore materno e senso di colpa, gelosia, inadeguatezza..., e similmente anche la balia sentiva agitarsi dentro un fiume di sentimenti, senso di colpa per aver momentaneamente abbandonato il proprio figlio, conforto derivante da una condizione di vita nettamente più agiata, nostalgia e tristezza...

È una lettura che fa riflettere su dinamiche che oggi ci appaiono lontane nel tempo e nel modo di concepire la maternità, che commuove e fa anche sorridere (ho amato Ada e il suo dialetto ciociaro, che la rende un personaggio vero, concreto, a volte pittoresco e simpatico ma sicuramente molto autentico e schietto).
Lo consiglio, è davvero un bel libro e per me è stata una piacevolissima scoperta.

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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