sabato 15 luglio 2017

Recensione: FORE MORRA di Diego Di Dio (RC2017)

Accattivante per stile di scrittura e storia, ricco di tensione, crudo, spiazzante, e un ritmo vivace che ti prende dalla prima all'ultima pagina, immergendoti in una realtà complessa, feroce, dove, se redimersi è quasi impossibile, combattere con tutte le forze, sperando almeno di sopravvivere, diventa necessario.



FORE MORRA
di Diego Di Dio



315  pp
Fanucci Ed.
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"Siamo uguali, Buba. Siamo due universi divisi a metà. La luce e il buio trovano lo stesso spazio dentro di noi. Combattono, si odiano. Si amano".

Alisa e Buba sono due sicari professionisti che svolgono benissimo il proprio lavoro e sono per questo molto noti nell’ambiente criminale.
Li conosciamo proprio il giorno in cui vengono assoldati per un lavoretto: devono ammazzare un piccolo boss che sta dando fastidio ad un altro più potente; i due killer si preparano per la missione in modo minuzioso ma scoprono, giunti sul posto, che è una trappola…

In realtà c’è qualcuno che sta dando loro la caccia da un po’ di tempo, più precisamente da quando cinque anni prima Buba e Alisa hanno fatto fuori un commercialista, tale Vito Pastore, che lavorava per un camorrista.
Ebbene, ad aver ordito la trappola contro i due killer è il fratello di Pastore, che vuol vendicare il parente.

Buba e Alisa hanno la pelle dura, non improvvisano nulla e sono allenati come soldati ad affrontare anche gli imprevisti, così con la calma razionale e fredda che appartiene a Buba, e l’agilità di Alisa, riescono a sfuggire a chi li vuol morti.

Ma i guai non sono finiti: c’è un pesce molto più grosso che sta col fiato sul collo ai due, o meglio ad Alisa: un boss potente, di cui loro non conoscono ancora l’identità, che è intenzionato a prendere Alisa viva, perché contro di lei sta organizzando un’atroce vendetta.

Di chi si tratta e perché ce l’ha a morte con la donna?

Alisa e Buba sanno di dover stare sul chi va là e che sono davvero poche le persone di cui possono fidarsi; una sola cosa è certa per loro: la consapevolezza di poter contare l’uno sull’altro sempre, perché ad unirli c'è un legame di affetto e stima molto forte che nulla può spezzare.

Oggi entrambi sono degli assassini spietati e impassibili ma tanto diversi per carattere e storia personale; sia Buba che Alisa hanno attraversato esperienze che li hanno formati e resi ciò che sono ora, lasciando però enormi cicatrici (sul corpo e nel loro cuore).

Buba è un uomo alto e atletico, dal fisico possente, è preciso e maniacale (è anche amante della letteratura), ma soprattutto è una macchina di morte cinica ed efficiente dal passato oscuro, che neanche la sua compagna di lavoro conosce.

Quest’ultima è una ragazza che è sopravvissuta ad esperienze terribili, passando attraverso un’infanzia di povertà, soprusi, botte e maltrattamenti da parte anzitutto di un padre che non l’ha mai amata e che ha riversato sull’unica figlia rabbia e dolore.
Alisa porta lo stesso nome della mamma, morta dandola alla luce; la donna era molto amata dal marito, Carmine, che quindi addossa la colpa della morte della compagna alla bambina.

La piccola Alisa cresce circondata dall’indifferenza di un padre che dovrebbe proteggerla e prendersi cura di lei ed invece la tratta come uno straccio; Alisa non ricorda un gesto d’affetto da parte sua, una carezza, un sorriso….

Al contrario: da Carmine riceve schiaffi, calci, insulti, ghigni che non fanno presagire nulla di buono e infatti quest’uomo sarà capace di commettere atti abietti nei confronti della figlia.

Alisa cresce senza amore, all’ombra di un padre che la guarda con odio e che la fa sentire in colpa per la morte della moglie; le uniche due persone che le danno momenti di serenità sono la vicina di casa, la buona signora Romeo (che purtroppo muore quando Alisa ha tanto bisogno di lei) e il cugino Tony, che però venera Carmine e lo ama come un padre, desiderando un giorno entrare anch’egli nella vita malavitosa e fare affari insieme a lui…

Sono anni terribili quelli vissuti nella casa paterna; è un incubo essere la figlia di un uomo così, che arriva a legarti ad una sedia durante il giorno mentre lui va a “lavorare”.

Un giorno la giovanissima Alisa trova il coraggio di disobbedirgli e scappare per ore dalle grinfie di Carmine, gustando il sapore della libertà: la libertà dalla paura, dalle sensazioni costanti di terrore, dalla crudeltà imprevedibile di un padre senza amore:

“So solo che per un istante assaporai la gioia di essere una cosa sola con la libertà. La respiravo, la sentivo scorrere in me. Ma quella libertà non era solo il grido di felicità di un prigioniero evaso. Mi sentii libera non dal dolore, ma dalla paura. I tormenti fisici c’entravano poco: gli schiaffi, i pugni, i calci lasciavano lividi che sarebbero spariti col tempo. Il vero strazio era il terrore, che mi soffocava le parole in gola, che mi stringeva lo stomaco in una morsa implacabile. Era questo il tranello ultimo di Carmine: la paura dell’imprevedibilità. Qualunque cosa, anche il gesto più insignificante, poteva scatenare la sua rabbia”.

Ed infatti quest’atto di ribellione le costerà una carissima punizione, che le procurerà molto dolore e le scaverà solchi di sofferenze e traumi che la segneranno per sempre.

Eppure quella giornata in libertà porta con sé qualcosa di buono: conosce infatti un gay, che ama travestirsi da donna e andare in giro per metrò a raccogliere qualche spicciolo sciorinando buffe rime e divertenti filastrocche. Si fa chiamare Pavella e, non troppo più tardi da quel primo incontro, Alisa incrocerà di nuovo il proprio cammino con quello di lui.

La narrazione procede, di capitolo in capitolo, passando dal presente al passato, ed infatti le vicende di Alisa adulta si intervallano con quelle di lei bambina e ragazza.

La donna di oggi si guarda indietro, fa un tuffo doloroso nel passato e comprendiamo come è arrivata a conoscere Buba e quali tristi vicende ha dovuto vivere e sopportare.
I suoi ricordi sembrano foglietti sparsi senza un ordine logico nella sua mente, e alcuni di essi sono più sbiaditi di altri, ma tra questi momenti confusi che formano il suo passato c’è un dolore che è il più vivido di tutti, capace non solo di crearle lacerazioni dentro e fuori, ma anche di innescare una serie di eventi ed incontri che daranno un determinato corso alla vita di Alisa, la quale a soli sedici anni vivrà un’esperienza traumatica, di tradimento, abuso, umiliazione…

Questo viaggio tra i ricordi è necessario tanto al lettore per capire gli avvenimenti del presente, quanto alla stessa Alisa, per la medesima ragione: il potente boss che le sta dando la caccia con insistenza, ammazzando chiunque incroci sulla via che porta a lei, chi è e da quale antro oscuro del suo passato viene fuori? A chi Alisa ha fatto un torto così grave da meritare un tale accanimento?

Proprio andando a ritroso nella memoria, riesplorando le violenze subite, la solitudine provata, la paura, la consapevolezza che la morte le è sempre in qualche modo passata accanto più di una volta, la donna potrà cercare di capire chi c’è dietro la intricata macchinazione organizzata contro di lei e, di riflesso, contro il fedele compagno Buba.


Insieme, i due devono guardarsi le spalle reciprocamente, addentrarsi per le vie di una Napoli pericolosa e in quelle, ancora più minacciose, di una mente umana devastata da odio e rancore, e in grado, per questo, di provocare spirali di violenze e morti, molte delle quali innocenti.

Considerazioni.

“Fore morra” è un thriller dal ritmo incalzante, che lascia senza respiro il lettore, coinvolgendolo nelle vicende di Alisa ragazzina e poi Alisa donna, la cui esistenza è costellata da pericoli, da poche persone che le vogliono bene e desiderano aiutarla e troppe che, al contrario, le faranno del male. La parte relativa alla sua infanzia è “tremenda” dal punto di vista emotivo, perché mostra in modo concreto e senza mezze misure quanto sia difficile nascere e vivere in un contesto malavitoso, in quei quartieri dove la criminalità organizzata comanda tutto e tutti, e se non trovi la forza per andartene vieni risucchiato in meccanismi perversi e molto pericolosi.

La parte di Napoli (le vicende, per un breve tempo, si spostano a Castel Volturno) che fa da sfondo alle vicende camorristiche è ritratta con pennellate vivide e realistiche, tanto che ci sembra di essere insieme alla protagonista mentre cammina per le strade e i quartieri, caratterizzati da determinati suoni - gli schiamazzi dei bambini, le voci delle donne e degli uomini… - e odori, che sia il profumo del cibo cucinato, del sapone dei panni stesi o della puzza delle fognature. È la Napoli, quella di “Fore morra”, degli spacciatori di droga, del traffico della prostituzione, delle lotte tra piccoli o grandi mafiosi che si contendono le piazze di spaccio o il contrabbando.

Le scene descritte si susseguono come delle sequenze cinematografiche ricche di suspense, la scrittura è dettagliata e asciutta ma allo stesso tempo, non si perde in eccessive descrizioni ma tutto è funzionale alle vicende narrate, che inevitabilmente sono molto dinamiche e i personaggi che intervengono a creare movimento sono come delle schegge impazzite che colpiscono in pieno petto.

C’è però anche spazio per la caratterizzazione psicologica dei personaggi, in special modo della protagonista e del suo amico e collega, Buba; verso di loro ho provato, nel corso della lettura, sentimenti contrastanti: da una parte non posso non scuotere la testa davanti alla loro fredda spietatezza nell’ammazzare le vittime designate e, ancor più, nel torturare persone alle quali bisogna estorcere informazioni; dall’altra, però, è inevitabile desiderare di scorgere quel guizzo di umanità che evidentemente in loro è ancora presente, e che li rende ben più che delle macchine da guerra senza emozioni.

Con Alisa non riesco a non “simpatizzare” (pur disapprovandone le scelte di vita) perché, se è vero che da adulta è un’assassina, è altrettanto vero che ne ha passate di tutti i colori (non che questo sia una giustificazione a diventare un killer, ovvio) ed è cresciuta in un contesto di violenza che l’ha segnata e comunque ha contribuito a renderla quella che è; Buba è un personaggio più enigmatico, ambiguo, sembra indossare perennemente una maschera di imperturbabilità che lo protegge da qualsiasi scalfittura, ma durante il racconto comprendiamo che anche dietro il suo comportamento si nasconde un dolore che non è riuscito a superare e che lo logora dentro.

Diego Di Dio scrive davvero bene, è coinvolgente, ti fa appassionare alla storia e ai personaggi coinvolti e leggi un capitolo desiderando andare oltre, perché non riesci a staccarti dalle pagine; è un po’ come quando guardi una puntata della tua serie preferita (ehm… tipo Gomorra?) e fremi all’idea che dovrai aspettare una settimana per vedere la prossima…! Fortunatamente, per un romanzo non devi soffrire, perché ti basta semplicemente proseguire con la lettura e soddisfare ogni curiosità.

Bramosia di potere, avidità insaziabile di far soldi, di svestire i panni del “pesce piccolo” per diventare un camorrista temuto a cui tutti obbediscono senza fiatare; patti e alleanze violati senza pensarci due volte, tutti sono pronti a tradire tutti…: la realtà raccontata dall’Autore è intrisa di sangue e violenza, è una tormentata denuncia di un modo di vivere fuori dalle regole, dal quale è difficilissimo uscire. Eppure, fino alla fine, tu lettore ti ritrovi a sperare (a me quantomeno è accaduto questo) che per Alisa e Buba ci sia “un altro finale” che li riscatti da tutto il marcio che hanno respirato da quando son nati.


Non so se si capisce che lo consiglio ^_^


READING CHALLENGE
Obiettivo n.29 -
Un libro ambientato a Napoli

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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