lunedì 17 luglio 2017

Recensione: IO NON MI CHIAMO MIRIAM di Majgull Axelsson (RC2017)



La tragedia dell’Olocausto vissuto da una rom che si è ritrovata a mentire sulla propria identità, fingendosi ebrea, e ha costruito man mano un castello di bugie che le hanno permesso di sopravvivere in una realtà purtroppo caratterizzata da razzismo etnico e culturale..



IO NON MI CHIAMO MIRIAM
di Majgull Axelsson


JAG HETER INTE MIRIAM
Ed. Iperborea
SETTEMBRE 2016
PP. 576
TRAD. LAURA CANGEMI
€ 19,50
È il giorno del suo 85° compleanno e Miriam riceve in regalo dalla sua famiglia - composta dal figlio Thomas, dalla moglie Katarina e dalla loro figlia Camilla, a sua volta madre del piccolo Sixten - un bracciale con su scritto il proprio nome; ma alla vista di quell’oggetto, l’anziana donna svedese - di origine ebraica - pronuncia una frase sibillina, una verità taciuta e celata per 68 anni nel suo cuore: “Io non mi chiamo Miriam”.
I famigliari non fanno caso a questa frase - o non vogliono, perché questo significherebbe conoscere cose finora tenute nascoste? -, tranne la giovane Camilla, che alla prima occasione propone alla nonna una passeggiata nel parco di Nassjo e comincia a farle delle domande su quel passato oscuro che l’ha sempre avvolta.

Ed è così che Miriam è “costretta” ad aprire ad uno ad uno i cassetti della propria lunga memoria e a tirar fuori quello che vi è dentro.
In realtà il suo nome non è Miriam, ma Malika; e lei non è ebrea… ma una rom. Una zingara.

Negli anni del secondo conflitto mondiale, Malika è solo una bambina che viveva in Germania con suo padre (la mamma è morta quando lei era ancora piccolina), il fratellino Didi e la cuginetta Anuscha quando la polizia arriva a strapparla da casa sua per portare i tre bambini in un convento cattolico, dove essi restarono per un paio di anni. Al convento purtroppo seguì la deportazione ad Auschwitz a causa del loro “sangue misto”, in quanto anche se il loro padre è tedesco, la mamma era rom, e quindi andavano rinchiusi nei campi di concentramento preparati dai nazisti. Dopo un periodo ad Auschwitz, Malika viene trasferita, in condizioni inumane dentro vagoni sovraffollati, al campo di Ravensbruck; durante il tragitto accade qualche baruffa tra le prigioniere, alla ragazza si strappa la divisa e, per evitare punizioni e botte, prima di scendere dal treno, riesce a rubarne una appartenuta ad una ragazza morta durante il viaggio: scopre così di aver preso la divisa, e con essa l’identità e il numero (fortunatamente le ultime cifre delle due serie di numeri corrispondono), di un’ebrea: Miriam Goldberg. Per sopravvivere, quindi, Malika decide che da quel momento non ci sarà più posto per Malika la zingara, bensì per Miriam l’ebrea.
Del resto, si sa: gli zingari non vengono trattati bene da nessuno, anzi sono sempre stati oggetto di disprezzo da parte di tutti, ritenuti ladri, sporchi, senza fissa dimora; non che gli ebrei se la passino meglio, ma sempre meno peggio dei rom!

Ed è così che Malika si impossessa della vita di questa sconosciuta, Miriam, e continuerà a dire di essere ebrea anche dopo, quando sopravvivrà al lager e troverà rifugio in Svezia…

La passeggiata con Camilla, la pratica e insoddisfatta Camilla - studentessa di Medicina che ancora non riesce a completare gli studi, sempre in conflitto con l’acida e infelice madre Katarina -, diventa l’occasione propizia per l’ormai stanca ma lucida Miriam per raccontare chi lei davvero sia.

Ricordare è difficile, provoca l’apertura di ferite profonde mai rimarginate; a dirla tutta, Miriam vorrebbe non dover guardare indietro, perché sa che questo significa rivivere dolori e sofferenze atroci; e poi “Dimentica e vai avanti” è stato, da settant’anni a questa parte, il suo mantra, necessario per sopravvivere, per non soccombere sotto il peso dei ricordi e delle bugie raccontate per troppo tempo.

Certo, Miriam lo sa: quelle bugie erano necessarie! Cosa le sarebbe accaduto se avesse detto di essere rom? Sarebbe sopravvissuta comunque ad Auschwitz e poi a Ravensbruck?

E una volta trovato aiuto e riparo nella evoluta e bella Svezia, sarebbe stata accolta comunque se avesse detto la verità, cioè di essere una zingara? Evidentemente no, visto che anche in questo Paese era diffuso un atteggiamento di profondo disprezzo e discriminazione verso i tattare, cioè gli zingari, e Miriam - dopo aver vissuto l’inferno del campo di concentramento - non aveva alcuna intenzione di essere perseguitata anche fuori.

Lo scotto di una vita costruita sull’identità di un’altra persona è stato il sentirsi sempre e comunque “..un’estranea, un’esclusa, una che in realtà non c’entrava”, eppure “Silenzio, bugie e servigi possono certo essere un tormento, ma un tormento sopportabile, infinitamente più sopportabile di certe verità”.

Seguiamo le vicende drammatiche della protagonista passando dal presente al passato, conoscendo tutto ciò che ha patito nei lager, le condizioni in cui erano costretti a vivere i deportati, la miseria, la fame allucinante, i litigi per accaparrarsi un tozzo di pane con la segatura o una coperta lurida e sottile, per trovare posti meno in vista durante l’appello, i piccoli ma vitali accorgimenti per evitare di essere presa a manganellate da kapò e nazisti malvagi e privi di pietà.
Conosciamo anche le amicizie nate tra Miriam ed altre prigioniere, e come questo sia stato fondamentale per la sua sopravvivenza.

Anche se questo ha significato tradire il suo popolo, il suo povero e sfortunato fratellino, il suo caro papà, la sua lingua, le sue tradizioni. L’amore per loro resta immutato nel suo cuore, ma è bene tenerlo lì, al sicuro, come un segreto geloso da custodire perché, se scoperto, la sua vita potrebbe cambiare di nuovo e in peggio, e Miriam ha diritto ad avere una vita serena: una vita normale, in cui è circondata da gente che non la scaccia via, che non la guarda con disgusto e superiorità; una vita in cui ha una casa sua, in cui non deve mendicare per avere il pane, la coperta, un vestito…

“Fred. Pace, pensò Miriam. Fremid. Futuro. Due parole. Non aveva altro. Niente marito e niente figli, niente genitori e niente fratelli. Nemmeno un’amica. Ma cosa significavano in realtà quelle parole? In concreto? Cosa comportava vivere in pace? E avere un futuro?”.

Pensare solo al futuro, insomma, una volta fuori dal lager e giunta in Svezia:

…non pensare mai più a Ravensbruck e Auschwitz. Cercare di dimenticare. Rimuovere e seppellire quello che nonostante tutto si ricordava. Negare a se stesse il diritto alla propria storia”.

In “Io non mi chiamo Miriam” il lettore scende nell’abisso terrificante costituito dal campo di concentramento, in cui la vita e la dignità umane sono state calpestate in modo vergognoso; in cui l’uomo ha raggiunto una delle vetta più alte della propria meschinità e malvagità.

La descrizione meticolosa e precisa delle giornate nei lager è qualcosa che turba sempre, che non lascia indifferenti; ma in questo romanzo non c’è solo questo (non che sia poco), perché si guarda alle persecuzioni razziali ad opera del nazismo aprendo un velo sul destino del popolo rom, di cui si è parlato (e si parla) troppo poco; ci ricorda come in quegli anni, anche una nazione progredita come la Svezia ha avuto i suoi lati oscuri e ha fatto la sua parte (in negativo) nei confronti dei rom, agendo verso di essi condotte profondamente ingiuste. Ci ricorda di come, immediatamente dopo la liberazione dei lager e quindi la diffusione dei racconti relativi alle abominazioni perpetrate dai tedeschi, in molti faticassero a credere ai sopravvissuti o comunque preferissero non sentire troppi particolari perché era assurdo immaginare come una tale atrocità fosse potuta accadere…

Posso dire di aver letto diversi libri sulle esperienze nei campi di concentramento narrate dai sopravvissuti, ma sono racconti ai quali non ci si può abituare; anzi, ogni volta è un pugno nello stomaco che mi stordisce, mi sconvolge, mi lascia addosso una gran tristezza e un grosso magone, insieme alle fatidiche domande, per le quali forse non ci sarà mai una vera e sufficiente risposta: PERCHE’ C’È STATO TUTTO QUESTO? PERCHE’ L’HANNO FATTO? COME HANNO POTUTO?

L’Autrice ha la grande capacità di farci entrare dentro la storia, di mostrarci in modo vivido tutto quello che gli occhi della protagonista hanno visto, tutto ciò che ha sopportato, i suoi timori, i pensieri più intimi, tutta la sua sofferenza dovuta all’esperienza vissuta, alla perdita dei propri cari, alla paura e al terrore di essere scoperta e additata come bugiarda, una “ladra d’identità”, al dolore di aver tradito ciò che lei è davvero, di aver dovuto seppellire Malika per far posto a questa Miriam, una sconosciuta che è poi diventata se stessa (e la sua salvezza!).
Non possiamo non provare profonda empatia verso Miriam perché la sua vita di menzogne è nata dal legittimo desiderio di poter vivere serenamente, di essere accettata, amata, considerata. Quale essere umano non ha diritto a questo?

Un romanzo accurato storicamente, intenso, doloroso, uno stile scorrevole ma profondo, toccante, che scava nel suo personaggio principale, attraverso i cui occhi viviamo una pagina della nostra Storia contemporanea che non va strappata ma ricordata e raccontata.



READING CHALLENGE
Obiettivo n.35 - Un libro ambientato in un paese nordico.

4 commenti:

  1. Ciao Angela, la tua recensione fa capire benissimo la bellezza e, nello stesso tempo, la drammaticità della romanzo... una lettura davvero interessante! Buona giornata :-)

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    1. Si, la consiglio vivamente ❤
      Buon pomeriggio 😘

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  2. Bella recensione, Angela, davvero toccante. Immedesimarsi in questo tipo di letture è un po' una sofferenza ma ci fa capire quanto siamo fortunati a essere nati in un paese e in periodo di pace e poi è di vitale importanza non dimenticare perché certi abomini non abbiano a ripetersi.

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    1. Si, una lettura emotivamente forte ma ... necessaria!

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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