sabato 25 aprile 2026

Recensione: LE LIBERE DONNE DI MAGLIANO di Mario Tobino

 

Pubblicato per la prima volta nel 1953, quest'opera dello psichiatra Mario Tobino non soltanto ci avvicina alla vita dei ricoverati psichiatrici nei manicomi, ma ancor prima, lungi dall'essere un racconto asettico, noioso e meramente documentaristico, ci permette di guardare fatti, ambienti e persone attraverso gli occhi di un medico che amava la propria professione e la svolgeva ogni giorno con passione, convinzione e tanta umanità. 


LE LIBERE DONNE DI MAGLIANO
di Mario Tobino


Mondadori
168 pp
"Scrissi questo libro per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, 
meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà. 
Non sottilizzai sulle parole, se era meglio chiamare l’istituto manicomio oppure ospedale psichiatrico,
 usai le parole più rapide, scrissi matti, come il popolo li chiama, invece di malati di mente. 
Correvo al mio scopo, tentai di richiamar
e l’attenzione dei sani su coloro 
che erano stati colpiti dalla follia.”

Mario Tobino è stato psichiatra e direttore del manicomio di Maggiano (nel libro Magliano), vicino Lucca, e questo libro - una sorta di diario, di memoriale in forma romanzata - è frutto della sua esperienza diretta.

In esso, il dottore si sofferma in particolare sulle ospiti del reparto psichiatrico femminile: sono gli anni in cui non si somministravano ancora i "miracolosi psicofarmaci" né c'era stata la riforma Basaglia; qui le donne vengono curate con elettroshock, camicie di forza, isolamento.

Le «libere donne di Magliano» sono figlie, mogli, sorelle, donne sole che, in questa comunità protetta e isolata dalla società civile, sono "libere" di essere loro stesse, o meglio di essere ciò che sono diventate a causa delle loro diverse (e più o meno gravi) patologie psichiatriche: aggressive, tristi, disperate, sciatte, miti, malate, alcune vedove senza tutela o altre "semplicemente" fuggite dal mondo, scomode perché ribelli, sessualmente libere, depresse. 

Tobino ci lascia entrare nella loro quotidianità, trascorsa tra visite, colloqui, momenti di crisi anche  violente; ci racconta brevemente del background di alcune matte (le famiglie da cui provengono, gli episodi traumatici che hanno segnato un punto di rottura nelle loro esistenze, i comportamenti assunti in ospedale, i legami con le altre ospiti...), di alcuni significativi episodi che le vedono coinvolte, delle ragioni che le hanno portate lì, in quel piccolo e disperato universo immerso nella campagna lucchese.

Tobino - che ha lavorato a Maggiano dal 1942 al 1980 - non dimentica di parlarci anche delle suore e degli infermieri impegnati a prendersi cura delle ricoverate, definite come  “libere” ovviamente con un'accezione amara: sono libere solo dentro i confini del manicomio.


È un racconto interessantissimo per contenuto, contesto e, più di tutto, a colpirmi positivamente è stato proprio il narratore: la sua voce è lucida, consapevole, analitica ma anche tanto tanto empatica, partecipe umanamente delle disgrazie delle sue assistite, e non nasconde spesso sentimenti di rabbia, impotenza verso il "mondo esterno" che si limita a rinchiudere "i pazzi" e a dimenticarli tra quelle mura.

La narrazione procede con uno stile volutamente frammentario (come se ci trovassimo davanti tanti scatti fotografici, che di volta in volta mettono a fuoco una storia, un personaggio, un aneddoto ben preciso) tra descrizioni cliniche e professionali rese con una penna asciutta, e osservazioni intrise di emozioni, pensieri personali, che denotano come chi scrive non sia neutrale, distante dalla complessa realtà raccontata, ma anzi la conosca in prima persona e la "senta" a 360 gradi.

Leggetelo se vi interessa e volete avvicinarvi all'argomento delle condizioni dei "pazzi" nei manicomi del dopoguerra, in special modo delle donne sole, rese più fragili da condizioni famigliari intrise di povertà, ignoranza, bigottismo, mentalità patriarcale, del manicomio come luogo di reclusione che finiva per isolare ed annullare l’individuo.

Confesso di aver avuto il desiderio di leggerlo dopo la visione della fiction Rai "Le libere donne", con Lino Guanciale; preciso che la fiction di per sé mi è piaciuta ma che in seguito alla lettura di questo diario romanzato di Tobino, mi sono resa conto di quanto il prodotto tv si ispiri ad esso ma ovviamente aggiunga tanta roba assolutamente inventata; detto ciò, mi è piaciuto molto perché è un testo tra i più importanti antecedenti la legge Basaglia (1978) ed è profondamente umano, guidando il lettore nelle stanze della follia, dove risiedono uomini e donne che somigliano a fiori che nessuno, da fuori, vuol vedere, pur essendo i matti - come tutti gli esseri umani - «creature degne d'amore».

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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