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martedì 6 ottobre 2026

Recensione: LA FATTORIA DEGLI ANIMALI di George Orwell



Pubblicato nel 1945, questo romanzo di Orwell, attraverso la storia di animali che si ribellano al dominio degli esseri umani per instaurare un regime basato sull’uguaglianza e sulla parità di diritti e doveri, è un’allegoria di come anche un ideale rivoluzionario possa degenerare in una tirannia totalitaria, esattamente com'è accaduto al comunismo sovietico sotto Stalin.




LA FATTORIA DEGLI ANIMALI
di George Orwell

Feltrinelli
tra. F. Cavagnoli
147 pp
Gli animali della fattoria Manor, stufi di essere sfruttati e comandati dal loro padrone umano Mr Jones, decidono di ribellarsi per creare una propria società, un modo più giusto di vivere e in cui tutti gli animali siano uguali, senza che ci sia chi si senta più in alto e più importante di altri.

A lanciare l'idea di una rivoluzione è Old Major, un maiale con ideali rivoluzionari sinceri che però morirà poco prima di vederla realizzare.

Gli animali riescono nel loro intento e preso il controllo della fattoria, viene steso una sorta di statuto, chiamato I Sette Comandamenti dell’Animalismo e affisso sulla parete del granaio per ricordare a tutti i compagni i diritti, gli obblighi e i divieti da osservare in modo da garantire che regni l'uguaglianza e con essa la pace, la giustizia, la serena cooperazione tra gli animali, impedendo in ogni modo che si torni all'oppressione, al binomio schiavo-padrone.

In essi sono contenuti principi inviolabili, ad esempio non avere nessuno dei vizi degli esseri umani (tipo bere alcolici, dormire nei letti...), o “Qualunque cosa cammini su due gambe è un nemico”, o “Nessun animale ucciderà un altro animale” e soprattutto: “Tutti gli animali sono uguali”.

Purtroppo, quella che sembra a tutti gli effetti una democrazia comincia ben presto a mostrare le prime crepe a causa di alcuni personaggi.
In particolare, ad assumere ruoli di preminenza, ben presto, sono due maiali, Snowball e Napoleon,  anche se il primo viene cacciato attraverso macchinazioni losche ad opera del secondo, che diventa il maiale più importante, il più autoritario, colui che - servendosi dei suoi fedelissimi, come i cani (che fanno da polizia segreta) e altri maiali tipo Squealer - manipola la verità, riscrive le regole e finisce per assumere gli stessi comportamenti e modi di pensare e di vivere degli umani che avevano sostituito.

Alla fine, quindi, ogni utopia e promessa rivoluzionarie si trasformano in una nuova e più subdola tirannia e il nuovo motto sarà: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri".

Nella sua brevità, nella semplicità ed asciuttezza del linguaggio, attraverso un racconto ricco di significati allegorici, Orwell ci mostra come avvenga il passaggio da una condizione egualitaria e finalmente più giusta (frutto di un atto coraggioso di sovversione) ad una contrassegnata da soprusi, prepotenze, torti, tradimenti sfacciati di un ideale originario nobile e deciso collettivamente, e tutto questo triste cambiamento si verifica gradualmente e alternando le manipolazioni - del linguaggio, dei princìpi dell'Animalismo, di revisione della storia per cancellare il passato e riscrivere il presente a favore del nuovo status quo - con l'oppressione brutale ma operata in segreto, di nascosto dalla massa, che non deve avere idea di ciò che accade tra gli animali (i maiali) che si sono autoeletti ai vertici della nuova società.

Una critica alla rivoluzione russa e alla dittatura di Stalin, una favola dai toni amari che ci ricorda con una chiarezza disarmante come il potere possa influenzare e trasformare chi ce l'ha (anche quando ha origini nobili, come un ideale di uguaglianza) ma anche chi lo subisce, che - grazie a propagande e manipolazioni - finisce per abituarsi ad essere comandato.

Ovviamente lo consiglio, un testo sempre attuale, in grado di stimolare molte e profonde riflessioni. 


domenica 4 ottobre 2026

Recensione: LA CANNIBALE di Ryan Green

 

La storia, crudissima e scioccante, della prima donna condannata all'ergastolo in Australia senza condizionale e con l'addendum specifico di “mai scarcerare”.


LA CANNIBALE
di Ryan Green




138 pp



Per leggere questo libro è obbligatorio un disclaimer: va bene solo se vi interessa molto il true crime e se non vi impressionano descrizioni di scene realmente forti e violente.

Questa è la storia vera - sigh! - di un'assassina, non seriale ma brutale e feroce comunque: Katherine Knight (1955).

L'autore, dopo un prologo in cui ci presenta la protagonista in un momento di violenza e follia, ci racconta la vita di questa criminale partendo dai suoi genitori, Ken e Barbara, i quali si fidanzarono (e in seguito si sposarono) dopo aver avuto una relazione adulterina; Barbara, infatti, era sposata con John Roughan (con cui aveva quattro figli, di cui due ancora piccoli), che lavorava nel mattatoio di Aberdeen insieme a Ken.
Apprendiamo di come Barbara fosse infelice della propria vita coniugale e di come si fosse buttata tra le braccia di Ken che si mostrava passionale e sanguigno..., pure troppo, visto che la sua natura da alcolizzato aggressivo venne subito fuori quando i due fuggirono insieme da Aberdeen (la comunità era piccola e puritana, guardava con malevolenza i due peccatori) per andare a Moree: abusi sessuali, botte con calci e pugni, umiliazioni di ogni genere...
Insomma, Barbara non se la passava bene con Ken ma di lasciarlo non se ne parlava: per andare dove e da chi, poi?
Così la coppia ebbe prima due figli maschi e poi due gemelle nel 1955, Joy e Katherine; quando le ragazze avevano 15 anni, la famiglia Knight tornò ad Aberdeen.

L'infanzia e l'adolescenza di Katherine ci vengono narrate con dovizia di particolari ed emerge un contesto famigliare che indicare come disfunzionale è quasi un complimento: oltre al rapporto tra i genitori basato sulle botte e continue mortificazioni, si aggiungono le insidie sessuali ai danni di Katherine all'interno della casa e sua madre - sempre più frustrata ed infelice - che le raccontava dettagli scabrosi della propria vita sessuale con Ken e le confessava tutto il suo disgusto per il sesso, raccomandandole però di accontentare sempre gli uomini in tal senso, giusto per non avere rogne (!?!).

"In casa Knight regnava quel tipo di anarchia spietata che spingeva le persone razionali a difendersi con la violenza, forse persino a mettere in atto mosse preventive contro potenziali aggressori."

Un altro aspetto importante da sottolineare è che Katherine sino a un certo punto è stata una ragazzina tranquilla, ma negli anni della scuola è diventata man mano una selvaggia che bullizzava i compagni; quando poi ha cominciato a lavorare nel mattatoio accanto al padre, le si sono aperte del tutto le porte del sangue, dei coltelli, l'arte dello scuoiamento e del disossamento.

E da quel momento la sua esistenza non ha fatto che ruotare attorno a queste parole chiave.

Le fu diagnosticato (quando andava ancora a scuola) il Disturbo Borderline di Personalità (DBP), e in seguito - nel corso degli anni, di frequente avrà momenti di forte "crisi", in cui metterà in atto comportamenti molto feroci, crudeli, minacciosi, pericolosi per l'incolumità altrui, figli compresi - verranno riscontrate altre problematiche psichiatriche ed eventuali cure non risolveranno la sua condizione, e a farne le spese saranno soprattutto i compagni di vita (ma potenzialmente chiunque lei giudicasse fastidioso, che fosse un vicino di casa o un collega di lavoro).

Alcuni riusciranno - dopo aver rischiato parecchio - a fuggire da quella moglie/compagna assetata di sesso e possesso, tormentata da un demone della gelosia che la faceva impazzire e la induceva a torturare fisicamente e psicologicamente l'innamorato del momento, ma qualcuno purtroppo non c'è riuscito.
Ed è quel qualcuno ad aver reso tristemente celebre la donna di cui stiamo parlando.

John Price è stata l'unica vittima di una furia omicida che solo per pura casualità non ha mietuto altri morti; una ma sufficiente a far guadagnare alla Knight l'etichetta agghiacciante di Lady Cannibal o Hannibal Lectar al femminile, a rinchiuderla dietro le sbarre e a convincere il giudice a buttare la chiave.

Leggere quello che ha fatto al povero Price è dura perché è un tipo di violenza davvero sadica e inaudita.

Green ha scritto un resoconto drammatico e sconvolgente di questa assassina, concentrandosi molto sul contesto in cui è nata e cresciuta, su quanto fosse fragile il suo equilibrio mentale ed emotivo, sul carico di rabbia che le si annidava dentro e che lei sfogava nei modi più terrificanti, sul terrore di essere abbandonata e tradita che le faceva scattare qualcosa dentro per cui poi si abbandonava ad una furia letale, incontrollabile e devastante.

"La rabbia era sempre stata la cosa più facile per lei, fin dalla prima volta che si era lasciata sopraffare. Tutto ciò che vedeva la rendeva sempre più furiosa, ogni persona più ripugnante. Non c'era un solo momento di veglia in cui Katherine non ribollisse di odio e risentimento per ogni creatura vivente intorno a lei. (...) Conosceva la rabbia; poteva fidarsi della rabbia. L'amore, che era sempre stato irraggiungibile, anche quando pensava di averlo trovato, sembrava sempre scivolarle via dalle dita."

Sono quelle storie raccapriccianti che ti confermano come spesso  la realtà è più horror di certi romanzi horror.
Per stomaci forti. 


source
Katherine e John


venerdì 2 ottobre 2026

Recensione: L'ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE di Marta Lamalfa



Ambientato nei primissimi anni del 1900, sulla piccola isola di Alicudi, L'isola dove volano le femmine ci racconta un mondo e un modo di vivere arcaici, ritratti nella loro autenticità, nella durezza di una vita fatta di lavori nei campi e poco cibo da mettere nella pancia; un "piccolo mondo antico" ed isolato dove la fame, la superstizione e la miseria non possono soffocare un desiderio profondo di libertà.



L'ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE 
di Marta Lamalfa

Neri Pozza
320 pp
«Io dico che se una sa come volare, qua poi non ci torna».

Il lettore giunge ad Alicudi in un giorno triste.
È il 1903 e la giovane Caterina guarda il corpo freddo e immobile della propria gemella, Maria, morta.

"Guardare Maria le aveva sempre dato il convincimento di sapere come lei stessa era fatta. (...) le dicevano tutti che era spiccicata a sua sorella Maria, e questo solo riusciva a dare al suo corpo una forma. Come farà, adesso che i loro due corpi si sono slacciati? (...) Senza Maria, saprà scegliere, fra i pensieri in testa, quelli giusti e quelli sbagliati? Era lei che glieli sceglieva. Maria. Scompare sotto a un lenzuolo. Gliela tolgono da sotto al naso. Caterina non è pronta a vedersela sfuggire così, all’improvviso. Pensava di avere più tempo."

Senza Maria, Caterina sente di essere incompleta, lasciata sola come una cosa a metà, e anche se adesso può godersi la loro stanza tutta per sé, nulla sarà più lo stesso.

Se l’è portata via un male cattivo e tutti in famiglia – dalla bisnonna Palmira, che non ci vede più bene ma capisce e "vede" meglio di tutti, a Palmira la madre, che aspetta il quarto figlio ma è distrutta dal dolore – pensano sia colpa di Ferdinando, un giovanotto coatto, che sta scontando una pena al Castello di Lipari.

Con l'assenza della sorella, la quotidianità di Caterina s'è ingrigita, ristretta, intristita; oltre alla fatica delle incombenze quotidiane, sulle sue esili braccia pesa anche la fatica dei lavori in campagna.

Suo padre Onofrio Virgona lavora per don Nino, ogni giorno e come un mulo, facendosi aiutare dai figli: Saverio, un ragazzo dalla forte personalità, testardo e che non si tira indietro dall'opporsi al padre quando non ne condivide le idee (anche se ciò significa prendere un sacco di mazzate dal genitore, decisamente poco propenso al dialogo), Caterina (che viene trattata come un maschio quando si tratta di travagghiàri, ma come una femminuccia quando c'è da darle una razione più misera di cibo) e il piccolo di casa (almeno fino a quando non nascerà il quarto) Nardino, che però viene rimproverato aspramente e picchiato dal padre perché ritenuto incapace di fare lavori in cui sono necessarie la forza e la resistenza fisica.

Le giornate di Caterina sono scandite da queste attività, cui si aggiungono la consegna delle acciughe sotto sale e aiutare la mamma e le nonne (tra cui la catananna Palmira, che è la bisnonna, e Caterina, la nonna materna) a fare il pane.

Il pane che possono permettersi non è quello bianco, buono e profumato, bensì uno nero e non proprio piacevole, ottenuto dalle spighe della segale che cresce nell’isola e che ultimamente presenta come dei piccoli corni (da qui "segale cornuta") neri, color carbone, che le donne di Alicudi chiamano tizzonare.

All’inizio non s’erano fidati a mangiare quel pane aspro, ma la fame incombe, non c’è altro per saziarsi e così anche Caterina ingoia pezzi di quel pane duro e scuro sa più di morte che di vita.

E in mezzo a tutto questo gran daffare, uno dei momenti che preferisce è quando può sedersi ai piedi di nonna Palmira ed ascoltarla parlare di storie dell'isola, storie di donne libere, che non si sottomettono agli uomini (padri, mariti, fratelli...) ma che scappano via e volano sull'isola, come streghe, nella notte.
Sono le majare, che ballano nude quando nessuno le vede e che non obbediscono alle regole, ma vivono fuori dagli schemi, come Calòria.

Calòria è una donna nubile, una pescatrice che agli occhi di Caterina è circondata da un'aura di mistero e fascino perché sa cosa dicono di lei le donne e gli uomini dell'isola: che è una majara, una che non copre il capo con il fazzoletto e lavora con la forza di un uomo.

"Aveva però qualcosa che a Caterina piaceva. Una strana accoglienza nel corpo, morbido e col seno troppo abbondante e gli occhi grandi e la fronte larga (...) Era una donna come Caterina non ne aveva viste altre. Che esisteva e basta, come esistevano gli storpi. Come, insomma, una faccenda diversa dalle donne che Caterina poteva diventare."

Caterina è attratta da questa figura femminile e in generale dalle majare, che di certo sono più libere di lei, anche se vengono chiamate streghe.

E se Calòria rappresenta  la libertà femminile in un piccolo contesto che la nega perché intriso di povertà, ignoranza e superstizioni, c'è un altro personaggio che incarna altri ideali, non solo di libertà ma anche di uguaglianza e giustizia sociali.

È Ferdinando, il ragazzo detenuto a Lipari e che la famiglia di Caterina detesta con tutto il cuore perché lo ritiene responsabile della malattia di cui è morta la povera Maria.

Ma Ferdinando non è un uomo qualsiasi: è uno di quelli che "ha fatto le scuole", sa parlare, leggere e scrivere, capisce e sa tante cose, tra cui la rivoluzione.

«Qualcosa ho fatto, sì, non sono stato buono a fare la rivoluzione». «E che è?» «Quando uno vede una cosa che non va bene, allora la vuole cambiare. Io ci ho provato e non ci sono riuscito, e come me tanti poveri cristi. E c’hanno mandato al Castello non per non esserci riusciti, che è una colpa più grave, ma per averci provato».

Ferdinando non è al Castello perché è un criminale ma perché lotta per il cambiamento, per aiutare i contadini, la povera gente, a non accontentarsi di lavorare sotto un padrone (che solitamente si tiene il grosso dei profitti, lasciando lo scarto ai suoi lavoratori, che fanno fatica a mettere il pane a tavola), ma a sognare di slacciarsi da questa "schiavitù", di alzare la voce per pretendere di più perché è giusto che chi sgobba dalla mattina ala sera riceva ciò e quanto merita.

Anche da lui Caterina è affascinata, e non è l'unica, in famiglia; qualcun altro, insospettabilmente, viene ammaliato dai discorsi rivoluzionari di Ferdinando, perché in fondo il sogno di essere più liberi e di migliorare le proprie condizioni di vita ce l'hanno tutti, anche i miserabili che, a fine giornata, sì e no riescono a mettere in bocca un pezzo di pane nero ammollato nell'acqua accompagnato da un'acciuga o una nespola.


Ad Alicudi - "dove gli anni si contano coi guai. Il tempo del colera, della fame, della tisi, del vaiolo: sono le morti scampate (...) a segnare il passo del tempo, che cammina a fatica" - soffia più di un vento: il vento delle streghe che volano libere sorvolando l'isola, forse lanciando malefici e trasformandosi in qualcos'altro; il vento della rivoluzzone... e il vento di chi vede strane visioni, parla coi morti, fa esperienze che hanno dell'incredibile.

È ciò che succede alla giovane protagonista, che a un certo punto viene investita da una sorta di febbre visionaria in questo microcosmo dove il confine tra realtà e immaginazione si fa sempre più labile, tanto più per lei che è, tra l'altro, già segnata dalla perdita della gemella e tormentata dai morsi della fame.

Caterina ha paura di diventare pazza come nonno Pino o di scoprire di essere anch'ella una majara e, cosa forse più preoccupante, di volerlo essere.

"Che una majara non lo devi diventare, come le diceva la catananna, che lo sei e basta. Devi solo capirlo."

In questo romanzo leggerete di donne trattate come serve, destinate solo ad obbedire all'uomo di casa e a tacere - pena schiaffoni in pieno viso - e leggerete anche di povertà, mancanza di istruzione, solitudine, lutti, miseria...; l'unica via che la protagonista ha per cercare di spiccare il volo è affidarsi a dei sogni ad occhi aperti, che le permettano di andare oltre ciò che vede/vive e che le sta succhiando forze, vitalità, sorrisi.
Questi sogni ad occhi aperti, però, non sono semplicemente frutto di una grande immaginazione o dell'infelicità che porta Caterina "a volare di fantasia", tant'è che non coinvolgono soltanto lei, ma anche tanti altri abitanti di Alicudi, e vanno ricondotti ad un fenomeno particolare e documentato storicamente (accaduto negli anni 1903-1905), una serie di eventi che in queste pagine uniscono storia e scienza con leggende, miti, credenze popolari; quale sia questo fenomeno lo spiega la stessa autrice in una nota alla fine del romanzo e tale riferimento a fatti realmente accaduti è un punto di forza della storia, in cui sono ben bilanciate realtà e finzione, ciò che vero, legato alla terra, alla vita di tutti i giorni, con ciò che va oltre le esperienze immediatamente percepite con i cinque sensi, e che coinvolge altre dimensioni dell'essere umano.

Marta Lamalfa ha scritto un romanzo originale, che descrive in modo vivido e viscerale una piccola realtà isolana fatta di rocce scure e dirupi aspri, di ripide mulattiere, di alberi piegati dal vento inclemente; un luogo che ci appare lontano e quindi carico di un fascino quasi primitivo, dove l'austerità di esistenze provate dagli stenti e dal duro lavoro si mescola con un'atmosfera magica, solitaria, imbevuta di leggende, in cui trova terreno fertile il desiderio di sfuggire all'oppressione, di coltivare desideri proibiti e sognare la libertà.

Molto bello, lo consiglio; è una lettura che ti trasporta totalmente in quegli anni e in quel luogo, e a questo contribuisce tanto il linguaggio usato dall'autrice - semplice, con parole ed espressioni volutamente "elementari" e anche dialettali -, legato fortemente alla terra in cui la storia è ambientata, e lo stesso si può dire dei suoi personaggi, maschi e femmine, o della natura intorno: tutto è così "terreno", naturale, concreto ma, al contempo, teatro di qualcosa di visionario.



mercoledì 30 settembre 2026

Recensione: L'ULTIMA CRIPTA di Fernando Gamboa



Un'avventura che parte dall'Honduras, passa per Barcellona per poi approdare nel Mali, nel deserto del Sahara, in Messico...  alla ricerca di un antico tesoro che potrebbe essere appartenuto ai Templari.



L'ULTIMA CRIPTA
di Fernando Gamboa



463 pp
trad. E.MArcangeli,
F.R. Tana
Ulises Vidal lavora come istruttore subacqueo e, durante un’immersione nelle acque cristalline di Utila, in Honduras,  fa una scoperta che darà una svolta determinante al suo prossimo futuro: rinviene una campana di bronzo che, dall'aspetto, pare essere molto, molto antica...

Per togliersi il dubbio, una volta giunto a Barcellona, a casa, decide di contattare un caro e vecchio amico di suo padre (deceduto), il professore Eduardo Castillo, esperto di Storia Medievale.

Analizzando la scoperta e parlandone insieme, i due giungono ad una straordinaria conclusione: davanti a loro non c'è una campana qualunque, bensì un reperto risalente al XIV secolo, di origine templare, sepolto nel fondale da più di un secolo prima della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.

Ulises e il prof quasi non credono possibile un colpo di fortuna del genere, ma sembra proprio che quella scritta presente sulla campana - MILITES TEMPLI - rimandi proprio al leggendario Ordine dei Poveri Soldati di Cristo, meglio conosciuti col nome di Templari, appunto.

"...l’Ordine del Tempio venne creato nel 1118 (...) accumulò tanta ricchezza e potere che Filippo IV di Francia e Papa Clemente V, mossi dall’avidità, ordirono un complotto per impadronirsi di tutti gli averi dei Templari, nascondendosi dietro assurde accuse di eresia, e come conseguenza di ciò, tutti i membri vennero perseguitati e arrestati, o perfino assassinati, nel settembre del 1307 – disse sottolineando la data -, mettendo così fine in modo rapido e brutale all’Ordine del Tempio."

Nasce così un'idea tanto incredibile quanto allettante: capire se quella campana abbandonata nel fondo del mare possa portarli dritti dritti al fantomatico tesoro dei Templari, ma non potendo tuffarsi solo loro due alla ricerca di una tale antica fortuna, sono costretti a rivolgersi a un professionista (con cui Vidal ha lavorato in passato): John Hutch, un ambizioso cacciatore di tesori, un tipo senza scrupoli che dispone di imbarcazioni, uomini e attrezzature all'avanguardia, adatte per effettuare questo tipo di scavo.

Entusiasta ed intrigato dall'idea di imbarcarsi (letteralmente e non solo) in una avventura unica nel suo genere, Ulises convince uno scettico prof a fidarsi ed affidarsi alle capacità e competenze professionali di questo Hutch, che però non brilla proprio per gentilezza e simpatia.

I due entrano a far parte dell'equipaggio della Midas capitanata dall'arrogante Hutch, e nella traversata conoscono Cassandra, una giovane archeologa subacquea di origine messicana, tanto bella quanto travolgente e piena di fervore per il proprio eccitante lavoro.
Tra i due giovani nasce quasi immediatamente una bella affinità, che inizialmente è un'amicizia sincera, un rapporto di stima e fiducia che si diverrà rilevante soprattutto quando il viaggio non darà i risultati raggiunti e fare squadra potrebbe rivelarsi un'ottima idea.

Giunti, infatti, nel punto in cui Ulises aveva trovato fortuitamente il reperto, pare non ci sia nient'altro da portar su... Niente che faccia pensare che in quei luoghi sia avvenuto il naufragio di almeno una nave che portasse un carico di gioielli, pietre preziose e reliquie religiose.

Corrucciato e deluso, Hutch mette fine alla spedizione.

Eppure, Castillo, Ulises e anche Cassie non si rassegnano alla sconfitta e riprendono le ricerche sulle orme dei Templari e, tra consultazione di libri e mappe, ed appassionati confronti con altri esperti di storia, per i tre ha inizio un vero e proprio viaggio che definire avventuroso è quasi eufemistico: dalla Spagna fino agli abissi dei Caraibi, dal deserto del Sahara alla foresta messicana, questi tre antieroi non si risparmiano, divenendo protagonisti di una serie di straordinarie esperienze che li condurranno alla scoperta di un enigma storico celato per millenni e che potrebbe cambiare radicalmente una delle convinzioni più radicate ed importanti della storia dell'umanità...

I tre affronteranno tantissimi ostacoli, vivranno situazioni al limite, la loro vita sarà in pericolo non poche volte, anche perché verranno intercettati da una vecchia conoscenza che farà di tutto per prendersi i meriti di quella che sembra essere una scoperta storico-archeologica sorprendente.


Questo romanzo è un mix di avventura, suspense e thriller storico ed archeologico, con un ritmo incalzante, uno sviluppo narrativo sempre ricco di colpi di scena e sorprese, dove i pericoli mortali sono in agguato dietro ogni angolo. 
I protagonisti sono coraggiosi, incoscienti, determinati, ottimisti, instancabili, arguti, e ciascuno porta il proprio imprescindibile contributo alla ricerca del tesoro e dei misteri legati ai Templari: Ulises ci mette positività, impegno, entusiasmo, convinzione, agilità fisica e mentale, capacità di risolvere i problemi e di uscir fuori dai guai con trovate geniali e un tantino avventate; Castillo, acuto e colto, è un esperto e grande conoscitore del Medioevo e, pur di affiancare gli amici in quest'avventura, metterà alla prova molte volte il proprio fisico di uomo (anagraficamente) maturo; e poi c'è Cassandra, che si ritrova a seguire questi due matti in giro per il mondo, coinvolta anch'ella dal medesimo spirito di scoperta, e la donna si rivelerà fondamentale grazie alle proprie competenze di archeologa e a una grande capacità intuitiva.

Mi è piaciuta molto la penna di Gamboa: trascinante, vivace, fresca, carica di umorismo, ricca di dettagli storici, capace di stuzzicare l'interesse del lettore verso il mistero, l’azione e l'esplorazione dell’ignoto.

Ho incominciato a leggere questo romanzo per quella curiosità che da sempre nutro per la Storia, il Medioevo e i Templari; se devo trovare un neo è nell'enigma finale in cui convergono tutti gli sforzi e le ricerche dei protagonisti: l'ho trovata una scelta narrativa "alla Dan Brown", un po' sensazionalistica e che non mi ha convinta del tutto, però è un gusto assolutamente personale.

Il finale è sospeso nel senso che nell'ultima pagina c'è un gradito colpo di coda dell'autore, che mette voglia di proseguire con i prossimi volumi della trilogia, L’Ultima Città Perduta e L’Ultima Rivelazione.

martedì 29 settembre 2026

Recensione: FINCHÈ MORTE NON CI SEPARI di Freida McFadden



Millie Calloway è a un passo dal convolare a nozze con il suo Enzo.
Ma quel giorno sembra iniziare sotto una cattiva stella...


FINCHÈ MORTE NON CI SEPARI
di Freida McFadden

Newton Compton
68 pp
trad. G. Lupieri
Millie Calloway è giunta in una fase della propria (turbolenta) esistenza in cui può dirsi serena, felice, appagata e positiva verso il futuro.

È fidanzata con un uomo sexy, meraviglioso, pieno di premure, forte e rassicurante - l'italiano Enzo Accardi - ed è a un passo dal diventare sua moglie.

Tutto troppo bello per essere vero, tanto che a Millie sembra strano che non intervengano ostacoli e improvvisi problemi a impedire che lei diventi la signora Accardi.

Ed infatti qualcosa di spiacevole avviene e la paura di Millie è che si tramuti in una terribile realtà.

La mattina del matrimonio, ecco che diverse telefonate minatorie le ricordano che là fuori, nel mondo al di là del modesto nido d'amore condiviso con Enzo, c'è qualcuno che la odia.

Qualcuno cui lei ha rotto le cosiddette uova nel paniere, molto probabilmente salvando una donna, bisognosa d'aiuto, da un legame sentimentale infelice e tossico.

Il lettore lo sa bene, se ha letto i precedenti libri - Una di famiglia e Nella casa dei segreti - che Millie si dà molto da fare (supportata da Enzo) per aiutare povere donne indifese e abusate a scappare da partner violenti, possessivi o anche proprio palesemente disturbati.

Consapevole di questo, Millie sa che potrebbe avere lasciato qualche nemico dietro di sé e magari tale nemico è intenzionato a chiederle il conto per i suoi servizi non richiesti.

Proprio oggi che deve andare a sposarsi col suo vestitino azzurro?
Proprio oggi che dovrebbero arrivare i suoi genitori, in occasione del matrimonio?

Eh già, proprio oggi più di una cosa andrà storta e, acquattato, c'è un losco figuro desideroso di rovinare il giorno più bello di Millie ed Enzo e di rendere fin troppo concrete le belle parole "finché morte non ci separi".

Si tratta di un racconto, così breve da non poterlo definire "romanzo breve" perché non fai in tempo a leggere la prima frase che già è terminato.
L'autrice ha voluto portarci al matrimonio della protagonista, ricordarci che per la stessa non c'è un attimo di pace e anticiparci qualche pagina del successivo romanzo della serie.

Carino e l'ironia di Millie è sempre piacevole.
Serie The Housemaid

1- UNA DI FAMIGLIA
2 - NELLA CASA DEI SEGRETI 
3 - LA DONNA DELLA PORTA ACCANTO

domenica 27 settembre 2026

Recensione: HARRY POTER E LA CAMERA DEI SEGRETI di J.K. Rowling


Ritorniamo nella Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, con un Harry Potter le cui gesta (ha sconfitto il terribile Voldemort, vendicando la morte dei suoi genitori) lo hanno reso ancora più famoso.
Ma le minacce non sono mica terminate: un nuovo e terribile incantesimo incombe sulla scuola e colpisce i compagni di Harry uno dopo l'altro.
Un incantesimo che sembra legato a un antico mistero racchiuso nella tenebrosa Camera dei Segreti. 



HARRY POTER E LA CAMERA DEI SEGRETI
di J.K. Rowling



Salani
trad. S. Bartezzaghi,
M. Astrologo
336 pp
Abbiamo lasciato Harry Potter al termine del suo primo anno scolastico nella fantastica Hogwarts, in procinto di tornare per le vacanze estive a Privet Drive, presso gli antipatici zii Dursley.

Zio Vernon, zia Petunia e il cugino Dudley sono, se possibile, ancora più cattivi e odiosi di prima e cercano in tutti i modi di far sentire Harry un ospite più che sgradito, trattandolo malissimo e cercando di umiliarlo.

Ovvio che il ragazzino non veda l'ora di poter fare rientro nella scuola di magia e rivedere Ron, Hermione e gli altri ragazzi con cui si è trovato bene nei mesi precedenti!
Certo, è inevitabile che sia anche un po' triste perché nessuno gli ha mai scritto per sapere come se la passava dagli zii, ma ben presto scopre la ragione di questo silenzio.

Mentre è ancora in casa Dursley, infatti, Harry riceve la visita di Dobby, un elfo domestico che lo avverte di non tornare a Hogwarts perché un grave pericolo lo attende. 

Inoltre Dobby ha intercettato le lettere dei suoi amici proprio per scoraggiarlo a tornare a scuola, e quando Harry rifiuta di ascoltarlo, l'elfo provoca un incidente con la zia Petunia per farlo punire dai Dursley.

Fortunatamente, Harry viene salvato da Ron Weasley e dai suoi fratelli gemelli (Fred e George), che lo portano via a bordo della Ford Anglia volante del padre Arthur, gli offrono ospitalità e, quando è il momento, tornano tutti a scuola!

E qui incontrano vecchi e nuovi personaggi, come il vanitoso professore di Difesa contro le Arti Oscure Gilderoy Allock; tra i nuovi studenti c'è la giovane Ginny Weasley, sorella minore di Ron, segretamente infatuata di Harry.

Tra lezioni più o meno noiose, insegnanti pesanti e severi, partite di quidditch mooooolto movimentate, litigi con Draco Malfoy, a rendere ancora più vivace la vita a Hogwarts ci pensa una serie di misteriosi ed inquietanti eventi che cominciano a verificarsi e che fanno riferimento a dei sinistri avvertimenti e ad una presunta Camera dei Segreti, che è stata aperta. 

Le minacce si concretizzano quando alcuni a scuola vengono pietrificati.

In questo secondo capitolo, Harry deve fronteggiare dei nemici insidiosi, attorno ai quali esistono delle leggende, che qualche professore vuol far passare per raccontini senza fondamento ma che in realtà hanno del vero.

Il maghetto scopre altre abilità che non sapeva di avere e che potrebbero farlo passare per un "traditore" agli occhi dei suoi compagni di Grifondoro; non solo, ma viene a conoscenza - attraverso la lettura di un diario magico, fino ad allora nascosto - di un personaggio di nome Riddle e di una vecchia storia che coinvolse il buon Rubeus Hagrid e che, in passato, ne ha macchiato la reputazione.

I fatti precipitano quando una studentessa viene rapita e toccherà ad Harry neutralizzare un professore impostore, salvare la ragazzina sequestrata nella Camera dei Segreti, arrivando a scoprire come e chi l'ha riaperta, dando inizio a tutti quei guai.

Non è difficile immaginare che all'origini di tutto ci sia sempre lui, il nemico numero 1 di Harry Potter, bersaglio principale di quell'oscuro signore che prova in tutti i modi ad annientare il maghetto con gli occhiali, il quale sa come difendersi e attaccare, uscendone sempre vincitore.

Anche questo secondo romanzo della saga su HP è piacevolissimo da leggere, scorre velocemente ed è appassionante; la Rowling sa come miscelare, sovrapporre e armonizzare  elementi della vita reale quotidiana con altri fantastici, creando così un mondo in cui non c'è una separazione netta tra umani ed esseri magici, ma anzi una fusione, un incrocio; del resto, un esempio su tutti è costituito dal fatto che tra gli studenti di Hogwarts ci sono sia maghi puri  che figli mezzo sangue, i cui genitori sono misti - uno babbano e l'altro mago -, e questa caratteristica sarà un elemento importante nello sviluppo delle vicende.

La narrazione è accattivante anche perché c'è quell'atmosfera leggera, quasi da fiaba, che però a un certo punto si colora di sfumature più misteriose e quindi intriganti; tutti i personaggi hanno delle peculiarità che li rendono più o meno simpatici e io, a questo giro, ho sorriso molto con il professor Gilderoy Allock, che definire narcisista egoriferito è un complimento.

Vien voglia di proseguire, sì sì.

martedì 22 settembre 2026

Recensione: RE BIANCO di Juan Gómez-Jurado



Con Re bianco si chiude la trilogia Regina Rossa: è l’ultima corsa contro il tempo di Antonia Scott, la più impossibile, la più disperata, dove a rischiare sono molte persone,  comprese quelle a cui tiene maggiormente.



 RE BIANCO
 di Juan Gómez-Jurado 



Fazi ed.
Trad E. Tramontin
400 pp
«Spero che tu non ti sia già dimenticata di me. Giochiamo?».

Con questo sibillino ed inquietante messaggio si chiude Lupa nera e incomincia Re bianco: quando Antonia Scott lo riceve, non ha dubbi su chi glielo abbia mandato.
Sempre lui, il suo nemico numero 1, colui che ha distrutto la sua famiglia, la vita sua e del suo amato Marcos: Mr. White.

E la posta in gioco è alta perché a rischiare è il collega e amico Jon Gutierrez, che è stato rapito proprio da quell'essere diabolico di White, il quale ha architettato un "gioco" criminale pericoloso, letale, che metterà alla prova il self control di Antonia.

Dal momento in cui un malandato Jon viene ritrovato, scatta un terrificante conto alla rovescia: Antonia e il collega hanno solo tre ore di tempo per completare una serie di prove praticamente impossibili (esse concernono la soluzione di alcuni crimini mai davvero risolti) e poter così salvare Jon, prima che un ordigno - posto nel corpo dell'ispettore - esploda.

Jon ed Antonia sanno che vincere contro White è praticamente impossibile perché lui sembra (anzi, è) sempre un passo (ma forse anche più di uno) davanti a loro; li anticipa, ne prevede le reazioni, i ragionamenti, i comportamenti, le deduzioni.
Del resto, Mr White è di certo un individuo super astuto e tanto malefico... ma egli sa bene che il suo avversario - Antonia Scott - è tra le persone più intelligenti al mondo e che è, in virtù delle proprie capacità, assolutamente in grado di risolvere i suoi "enigmi" intrisi di sangue e crudeltà.

E poi Antonia non ha soltanto un Q.I. altissimo; lei è anche mossa dal desiderio sincero di salvare delle vite umane, di dare il proprio contributo alla giustizia e di catturare "i cattivi", e White e Sandra ne sono degni rappresentanti.

Senza considerare che se perde questa battaglia, la sua esistenza sarà nuovamente sconvolta, stravolta e lei si ritroverebbe a perdere un'altra persona cui vuol bene, cioè quel gigante buono di Jon, portatore non sano di una bomba incorporata.

La prova alla quale il nemico per eccellenza sottopone Antonia e Jon si suddivide in diverse "tappe", ciascuna delle quali corrisponde a un delitto sanguinoso e irrisolto (anche là dove sembra che una soluzione l'abbia avuta, ufficialmente); se risolvono il primo caso, passano al secondo ma più tempo perdono nel risolverne uno e più si avvicina l'ora X in cui "la bomba Jon" potrebbe scoppiare.

E se Antonia è spaventata all'idea di vedere il proprio amico maciullato sotto i propri occhi, figuriamoci quanta paura abbia Gutierrez in persona!
Scott e Jon sono costretti a "giocare" secondo le regole e le condizioni del malvagio burattinaio che tira i fili e capiscono che l'unica loro speranza è cercare di sfidare White sul campo dell'intelligenza, della deduzione logica e in questo sicuramente Antonia è fenomenale: la sua invidiabile capacità di osservare una scena (del crimine) e di trarre da particolari apparentemente insignificanti o invisibili delle informazioni preziose, delle piste e delle ipotesi affidabili, è qualcosa che White non solo riconosce ma, in fondo, stima, e proprio perché sa quanto sia brava Antonia che i suoi giochini sono di difficile soluzione.

Scott e Jon devono correre letteralmente contro il tempo e dovranno tirare fuori tutto il coraggio, l'incoscienza, l'ingegno di cui sono capaci, ma anche lasciarsi guidare da quello che è ormai divenuto il loro legame: non più solo lavorativo, ma una vera e propria amicizia, fatta di battute, sguardi e gesti di complicità, litigate e scherzi, momenti di silenzio, collaborazione e fiducia totali.

Antonia Scott sa che potrebbe affidare la propria vita a Jon Gutierrez e che lui rischierebbe la propria per proteggere e salvare la collega.
E viceversa.

Questo ultimo capitolo mi è piaciuto molto, forse è quello che preferisco fra i tre, e la lettura per me si è rivelata davvero avvincente; il ritmo è vivace, da serie tv (del resto, la serie c'è), la narrazione è ricca di sequenze di azione molto dinamiche; la tensione è sempre piuttosto alta e sale ancor di più in certi frangenti, non mancano i colpi di scena; ogni capitolo termina in modo tale da spingerti a leggere il successivo.

Essendo ormai alla resa dei conti, vengono a galla (attraverso flashback) le origini e gli oscuri segreti alla base del programma "Regina Rossa"; veniamo a conoscenza di alcuni dettagli dell'evento che ha cambiato per sempre la vita di Antonia, apprendiamo qualcosa in più sulla misteriosa Sandra; ecco, forse su White avrei desiderato che ci si soffermasse di più ma ok, c'è da accontentarsi; i traditori, in questa storia, non mancano e scoprirne l'identità è stata una sorpresa a metà, nel senso che comunque certi dubbi su alcuni personaggi li avevo già.

Il rapporto tra i due protagonisti l'ho adorato, perché Antonia Scott e Jon Gutierrez sono talmente diversi da costituire una splendida coppia; l'ironia di Jon - che sbatte meravigliosamente contro l'innata incapacità di Antonia di comprenderla - mi ha fatto sorridere più di una volta, soprattutto quando sopraggiungeva in frangenti in cui in realtà non ci sarebbe stato molto da ridere, ma lui è così, è capace di sdrammatizzare nonostante possa scoppiare da un momento all'altro.

Concludendo, questo romanzo mi ha convinta e ha confermato il mio parere positivo su tutta la trilogia.


martedì 15 settembre 2026

Recensione: UNA TRANQUILLA CITTÀ DI PROVINCIA di Maurizio Mos



Città di Borghetto è una di quelle cittadine in cui solitamente non succede mai nulla, ma a spezzarne la quiete ci pensa l'omicidio di una donna.
A capo delle indagini c'è il vicequestore Giulio Tiburzi, il cui infallibile intuito gli suggerisce che quella morte violenta non è che una triste tessera di un puzzle ben più vasto ed intricato, una vera e propria rete di ricatti e speculazioni.



UNA TRANQUILLA CITTÀ DI PROVINCIA 
di Maurizio Mos


248 pp
15.98 euro (cart,)
La trentasettenne Daniela Renati viene trovata uccisa nella sua villetta di Città di Borghetto e a rinvenirne il corpo senza vita è il suo amante, Mauro Geraci. 

Su di lui convergono inevitabilmente anche i primi sospetti, ma perquisendo l'abitazione della vittima cominciano a venir fuori altri nomi, altri possibili sospettati.

Sotto gli occhi del vicequestore e della sua eccellente squadra, si palesano via via foto e materiali che fanno capire qualcosa della vita dell'affascinante signora Renati.

La donna era uno spirito libero, con un matrimonio alle spalle e con accanto più uomini con cui intesseva relazioni, il tutto in un contesto di giochi ed incontri hard. 

Forse il delitto è maturato in un clima ambiguo, torbido?
O magari c'è un ex-amante mollato e risentito? O un pretendente rifiutato?

Nel recente passato della Renati effettivamente c'è uno spasimante da lei rifiutato, un giovanotto  violento con precedenti per aggressioni. Questi viene fermato e, interrogandolo, Giulio avverte il suo rancore rabbioso verso la Renati ..; tra l'altro, non avendo un alibi, pare davvero il sospettato ideale.

Eppure Tiburzi sente che quell'assassinio non è maturato "semplicemente" per una questione di gelosia o avances finite a vuoto, e a rafforzare questa idea è il ritrovamento di un'agenda della Renati - in cui figurano i nomi di persone importanti in quella città - e di foto di catastali e di schizzi di edifici.

Tiburzi non si accontenta di risposte facili e scontate, né di tenere in carcere il primo sospettato che gli passa sotto il naso, ma continua a ragionare, a sviscerare tutti gli aspetti del caso, a individuare le persone coinvolte e nei giochi hard di gruppo a casa di Daniela e nell'ambito di affari illeciti.

Il rischio di pestare i piedi di diversi potenti è concreto; quella è gente disposta anche a far fuori testimoni scomodi, "...perché loro erano persone importanti, vivevano in un mondo tutto loro in cui tutto era lecito, avevano soldi e amicizie, potevano fare quel che volevano."

Ma Giulio Tiburzi non è disposto a ritrarsi di un millimetro e, grazie al supporto dei suoi ispettori,  accumula una serie di fondamentali indizi che inchiodano non solo l’assassino della Renati - benché questi abbia avuto la scaltrezza di costruirsi un alibi - ma anche altre persone coinvolte.

Insomma, il caparbio Tiburzi è pronto a scoperchiare un vaso di Pandora che apre le porte ad una querelle giudiziaria senza precedenti nella cittadina, che avrà non poche conseguenze.

Ci sarà chi proverà ad ostacolarlo e a mettergli i bastoni tra le ruote ma il vicequestore andrà fino in fondo a questa storia, riuscendo a trovare il bandolo della matassa e a rimettere ogni tassello al posto giusto.

Il romanzo di Maurizio Mos è un giallo poliziesco a tinte noir che unisce una ben costruita indagine (l'autore si sofferma molto sui momenti in cui Tiburzi e collaboratori ragionano insieme, si fanno domande stimolandosi a trovare risposte e a fare ipotesi, a riflettere partendo da documenti, fotografie, annotazioni) e un minuzioso lavoro investigativo con un protagonista (il vicequestore Tiburzi) che cattura la simpatia del lettore per le sue abilità investigative, per l'intuito, per la determinazione e la passione con cui si dedica al caso, per l'attenzione posta non solo ai fatti, necessari per capire e risolvere l'indagine, ma anche alle persone coinvolte e ai legami tra esse; Tiburzi è attento ai dettagli, fiuta gli errori dei possibili sospettati, coglie collegamenti, opera deduzioni, non cede a moralismi e giudizi superficiali, sa lavorare da solo e in gruppo ed è stimato dai suoi sottoposti per questo.
C'è in lui un che di malinconico, sfumatura che emerge nei momenti in cui è solo con i propri pensieri, e il suo modo di lavorare ci rivela sia la sua viva intelligenza, la sua razionalità e le sue abilità logiche, ma anche la sua rettitudine e umanità.

Mi è piaciuto, il linguaggio è chiaro, comprensibile, i dialoghi credibili e realistici, la scrittura è aderente alla realtà delle indagini e al mondo investigativo, e il delitto iniziale conduce verso la scoperta di altri giri ed affari illeciti, che rivelano situazioni di corruzione nell'ambiente edilizio.

Lo consiglio, in special modo agli amanti del genere.


domenica 13 settembre 2026

Recensione: PICCOLI FANTASMI di Gregg Dunnett



Una bambina di dieci anni viene rapita e uccisa; due anni dopo, il suo assassino è ancora a piede libero però il fratellino della vittima dice di sapere chi sia colui che ha tolto la vita a sua sorella Layla.
Deve solo sperare che qualcuno gli creda ma sarà complicato perché a fargli questa importante rivelazione è stata proprio lei...: Layla.

PICCOLI FANTASMI
di Gregg Dunnett



Storm
374 pp
Riprendere a vivere dopo aver vissuto un evento tragico e doloroso come quello dell'assassinio di una figlia e sorella è davvero arduo.

Lo è per i coniugi Jon e Rachel Martin, che hanno perso una figlia ma sanno di avere il dovere di continuare a vivere perché hanno ancora un bambino a cui pensare, Gale; ed è pesante anche per quest'ultimo, che si è ritrovato privato della propria sorella maggiore in un giorno come gli altri, mentre era con lei sulla spiaggia a fare la fila per un gelato.

Layla è stata rapita in un pomeriggio d'estate di due anni prima, mentre fratello e sorella bisticciavano aspettando di comprare il gelato al chiosco sulla spiaggia; la loro madre era rimasta sotto l'ombrellone.
C'era tanta gente quel giorno, di cosa avrebbero mai dovuto aver paura?
Purtroppo a un certo punto si creò un po' di confusione e fu allora che il mostro si avvicinò a Layla e la prese..., rubandola ai suoi cari per sempre.

Il caso di Layla, due anni dopo, rischia di finire tra i cold case.
Non ci sono altre testimonianze utili o aggiornamenti o altro che possa spingere gli investigatori a continuare a spendere soldi, tempo e risorse umane per indagare su un delitto per il quale languono piste, ipotesi, sospetti concreti.

Per evitare che venga archiviato, l'ispettore Kieran Clarke, colui che fin dal primo momento ha diretto le indagini con professionalità, passione e sollecitudine, propone un ultimo disperato tentativo: partecipare al programma televisivo Crimebusters per riportare il caso all'attenzione del pubblico e sperare in nuovi indizi. 

Mentre i coniugi Martin discutono su cosa fare, Gale, il figlio minore, dopo mesi di depressione e isolamento, sembra finalmente stare un po' meglio. 
A contribuire al suo umore è un piccolo segreto che per ora tiene per sé: Layla è tornata da lui.

Sì, Gale sa che è morta, non è né stupido né ammattito (almeno spera...!) ma è così: Layla si manifesta a lui con la sua presenza discreta e rassicurante; inizialmente, quando gli appare, è più trasparente, ma gradualmente l'immagine si fa più nitida e un giorno, improvvisamente, gli rivolge anche la parola. 

Gale ha adesso la stessa età di sua sorella quando è morta (dieci anni) ma sa che i morti non tornano né possono parlare con i vivi, per cui si convince di essere vittima di una sorta di proiezione del suo subconscio: il dolore per la morte efferata di Layla, la sua assenza, il fatto che le manchi... evidentemente si manifestano così, in lui, che crede di vederla perché è ciò che vorrebbe, cioè averla ancora accanto, parlarle e ascoltarla.

Eppure, Layla sembra essere davvero lei e, testarda e determinata com'era in vita, dimostra al perplesso fratello di essere un fantasma; non ha più un corpo come prima (non può ad es. abbracciarlo), fluttua nell'aria e passa attraverso le porte di casa ma ciò che conta è che il suo spirito (se così si può dire) c'è e lei è lì perché deve chiedere un aiuto a Gale: trovare il suo assassino. 

Ovviamente Layla non ne conosce il nome ma può raccontargli - per quanto rivivere i terribili giorni del sequestro e quello ancora peggiore del momento della morte sia fonte di grande angoscia - dei particolari che possano servire a rintracciarlo, senza contare che lei ricorda il volto dell'assassino.

Gale vuole con tutto il cuore trovare il mostro ma c'è un problema: chi può credere alle parole di un bambino e della sua sorella fantasma? 

Ma Gale non demorde e, se non può dire esplicitamente ai genitori o alla polizia "Layla mi ha rivelato che...", beh, vorrà dire che si inventerà qualche particolare o andrà egli stesso in cerca degli indizi fornitigli dalla sorella.
 
Uno di questi è molto particolare e potrebbe rivelarsi cruciale: il mostro (dopo aver adescato Layla con una scusa per certi versi banale) le confidò di possedere due serpenti e che desiderava portarla nella propria casa per mostrarglieli. E quei serpenti c'erano realmente, Layla li aveva visti.

Quante persone posseggono dei serpenti in casa come animali domestici, dalle loro parti?

L'idea è quella di recarsi nell'unico negozio in città che vende animali (tra cui rettili) per vedere se sia possibile ottenere dei nominativi; pur non riuscendo a sbirciare alcun nome, Gale e Layla (che riesce ad essere "presente" solo se c'è Gale, che per lei è una sorta di anello congiunzione tra la propria dimensione e quella terrena) riescono a captare l'indirizzo di un uomo che ha acquistato dei serpenti.

Attraverso un sotterfugio, Gale si reca in quell'abitazione, scontrandosi con il proprietario, un uomo dallo sguardo freddo, inquietante, cattivo...: non ci sono dubbi, è sicuramente lui il rapitore e il killer di Layla, lei è convinta di ciò che ha visto e vissuto.

Ma quando - dietro le suppliche del figlioletto, disperato e caparbio - i due perplessi genitori decidono di esporre la teoria di Gale all'ispettore Kieran Clarke, c'è il primo e tesissimo colpo di scena, che non vi esplicito ma vi dico che sarà il fulcro attorno al quale si svolgerà il resto della storia.


Scoprire che il killer è una persona molto vicina ai Martin sconvolge tutto e tutti; ovviamente, i genitori - dopo lo sgomento iniziale - rifiutano di credere che quella sia la verità, in quanto l'individuo accusato da Gale è al di sopra di ogni sospetto.

Anche Gale è lì lì per vacillare davanti all'opposizione dei grandi, se non fosse che lui vede ciò che essi non possono vedere: Layla, i suoi occhi, le sue espressioni angosciate, il terrore che la fa tremare tutta al ricordo delle atrocità subite per mano di quell'essere che lei sa essere il colpevole.

E va inchiodato, assolutamente.
Non solo per amore della verità, per dare definitivamente pace alla famiglia e mettere un punto a una storia lacerante (il dolore per la perdita non andrà mai via, ma che almeno venga lenito dalla consapevolezza che chi ha commesso un crimine paghi), ma anche perché Layla non può restare in questa sorta di limbo, di non-vita sospesa tra l'aldiquà e l'aldilà, bensì deve poter andare "dove l'attendono".

Da quando l'assassino capisce che, in un modo che non immagina, Gale Martin è arrivato a lui e che quindi potrebbe fargli saltare ogni copertura, inizia una corsa folle per impedire al ragazzino di arrivare a tutta la verità.

Manipolatore, calcolatore, cinico, in bilico tra la lucida euforia che pervade un killer affamato di vittime da torturare e l'apparente calma di chi si sente in una botte di ferro, il mostro fa di tutto per sviare ogni sospetto da sé, per anticipare eventuali mosse degli investigatori, per confondere i Martin, e sembra in effetti essere sempre un passo avanti a tutti.

Ma l'amore tenero e genuino che unisce Gale e Layla, unito alla tenacia di un'agente di polizia che non osa sognare di diventare detective pur avendone le qualità, apriranno un varco via via sempre più grosso per arrivare al mostro. 


Commovente, ricco di colpi di scena e tensione emotiva, Piccoli fantasmi è un thriller psicologico che mi ha tenuta incollata, nonostante io non ami moltissimo il paranormale, e qui inevitabilmente c'è perché la co-protagonista è una fantasmina che si muove invisibile per casa e che sceglie un famigliare quale destinatario di un messaggio, in questo caso di una vera e propria missione.

Non è niente di nuovo, anzi, il romanzo ricorda, in molti passaggi e caratteristiche, opere come Amabili resti, Ghost (film anni Novanta, lo dico per i più giovani 😜) o Il sesto senso, ma mi è piaciuto molto ugualmente perché è toccante, suscita rabbia, tenerezza, struggente malinconia al pensiero di una giovane vittima che cerca in tutti i modi di fare arrestare il proprio assassino, e lo fa coinvolgendo un'anima innocente e pura come lei.

Una caccia al mostro vista con gli occhi di due bambini, cui si alterna anche la prospettiva dello stesso omicida, che agisce spinto da una crudeltà, da una personalità spietata e da  un'assenza paurosa di empatia da far rabbrividire.

Il ritmo diventa più serrato da un certo momento in poi e viene creata molta suspense quando riprendono le indagini e procedono tra depistaggi e nuovi sospetti.

Una lettura che mi ha presa tanto e mi ha commosso il pensiero che Gale possa in fondo rappresentare tanti di noi che, di fronte alla perdita di una persona cara, forse, si ritrovano a desiderare di sentire la voce di chi non c'è più per potergli dare un ultimo saluto.

Mi sento di consigliarlo, in particolare se vi piace il genere, il mix thriller/paranormal e se avete voglia di farvi coinvolgere emotivamente.


venerdì 11 settembre 2026

Recensione: QUATTRO PRESUNTI FAMILIARI di Daniele Mencarelli



Con grande acume, un pizzico di umorismo nero e soprattutto con la finezza psicologica che lo contraddistingue, Daniele Mencarelli ha scritto un noir che mette a nudo i peccati di personaggi pieni di fragilità, esseri umani macchiati da errori e cadute, appesantiti da sensi di colpa, in balia della parte più oscura e ambigua di sé stessi.
Ma persone altresì bisognose di pace, di una possibilità di riscatto che li liberi dal male che, troppo spesso, si annida dentro di loro, come dentro ciascun uomo.



QUATTRO PRESUNTI FAMILIARI 
di Daniele Mencarelli


Sellerio Ed.
304 pp
Quando uno scheletro, con su qualche brandello di pelle, viene rinvenuto nei boschi attorno al paese di Norma, in provincia di Latina, né il maresciallo Damasi né l’appuntato Circosta possono immaginare in quale situazione surreale stanno per infilarsi.


I poveri resti sono finiti nella macchia molti anni prima e a salvaguardarli ci hanno pensato le particolari condizioni ambientali e forse un pizzico di "fortuna" o di fatalità.

Fatto sta che adesso bisogna capire a chi appartengono, da quando sono lì, cosa è successo al proprietario di quei tristi resti e contattare eventualmente i famigliari.

Per adesso, in attesa che vengano aperte formalmente le indagini, il maresciallo ordina a Circosta - giovane appuntato senza tante pretese né evidenti qualità, ma con una sincera quanto insaziabile voglia di fare esperienza e acquistare credibilità agli occhio dello stimato superiore - di convocare i parenti stretti di tre donne scomparse tempo prima e di cui le famiglie fecero denuncia, con la speranza che tra essi ci siano i cari della persona (che si appura essere una donna) i cui resti sono stati casualmente ritrovati.

E così, quattro presunti familiari vengono convocati: tra loro chi avrà lo stesso DNA recuperato dallo scheletro?

A presentarsi sono quattro persone: i coniugi Marino, la signorina Parrino e un giovanotto di nome Lucio Marino.
I primi hanno perso una figlia (Assunta), la Parrino una sorella (Isabella) e Lucio la propria madre, una tossica di nome Linda, la cui sparizione non destò - rispetto alle altre due - molto clamore o preoccupazione.


Tutti loro vorrebbero poter forre fine ad anni di strazio, sofferenza, a quel tempo di angoscia eternamente sospeso e senza risposte che ha accompagnato gli anni di assenza del proprio congiunto, finito a ingrossare le file degli scomparsi di sui è smarrita ogni traccia.
Forse per uno di loro è giunto finalmente il momento di mettere un triste ma definitivo punto al proprio martirio e potersi concedere il "lusso" di piangere il proprio caro e magari seppellirne ciò che n'è rimasto.

"...quella vacanza a spese del comune di Latina poteva rappresentare la fine di un incubo rimasto in sospeso per anni e anni. Le loro tre denunce di scomparsa si chiusero, come di norma, a distanza di dieci anni con una sentenza di morte presunta. O si è morti o si è vivi. Non c’è via di mezzo. Non c’è niente di meno presunto della morte. La legge tenta di mettere pezze ai destini più infami con parole che fanno ridere, o piangere, a seconda dei punti di vista."


Secondo gli ordini del maresciallo, ad occuparsi dei quattro presunti familiari è l'appuntato Emanuele Circosta, che accompagna gli ospiti nel ristorante-pensione della signora Garvan (amica di Damasi), e che sarà impegnato ad organizzare il prelievo del loro DNA nei locali dell’ospedale civile per compararlo con quello del cadavere.

Da questo momento, i quattro presunti familiari sono costretti a condividere tempe e spazi nell'attesa dei risultati del DNA, ciascuno sperando di essere il macabro vincitore di questa cupa lotteria.

Nel susseguirsi di ore, giorni e notti, il clima fra i quattro oscillerà tra una gelida indifferenza e una tensione affilatissima, che in non poche occasioni sfocerà in veri e propri tafferugli verbali... e anche fisici.

"...nessuno aveva realmente valutato la mole di follia e disperazione covata dai presunti familiari della vittima. Non erano civili, erano bombe, mine antiuomo..."


C'è chi ha crisi isteriche, chi soffre di una malattia mentale, chi mette le mani addosso al proprio coniuge, chi si prende di nascosto dosi esagerate di morfina, chi testimonia di telefonate intercorse con il congiunto scomparso (presumibilmente morto) in collegamento diretto dal Purgatorio..., insomma non si respira un'aria tranquilla e più di una volta Circosta e la sgomenta signora Garvan devono tenere a bada le bizze di questi quattro individui, evidentemente molto scossi e sotto pressione dal punto di vista psicologico ed emotivo, il che è senza dubbio comprensibile.

Purtroppo, però, Circosta (che non è propriamente un ragazzino, ha passato i trenta) non sempre si mostra pronto e professionale nel fronteggiare i momenti di crisi, il che gli fa guadagnare le ramanzine di Damasi che, pur rimproverandolo duramente, gli fa capire che vuole fidarsi di lui, che lo ritiene un carabiniere serio, dalla promettente carriera e che spera di non restare deluso.

Ma anche Emanuele si percepisce così?

Il protagonista e narratore, Circosta, è un uomo complesso e semplice allo stesso tempo; è semplice perché fondamentalmente è una brava persona, un carabiniere tranquillo, con buone intenzioni, che crede in ciò che fa e la violazione delle regole non è un'abitudine per lui ma un'eccezione; complesso perché - ahilui - l'eccezione c'è, si chiama Liberati ed Emanuele non sa come liberarsi della tirannia psicologica che questi ha nei suoi confronti.

Liberati è un brigadiere (quindi un superiore di Circosta) ed è uno di quei carabinieri che decisamente sporcano la divisa, la disonorano con comportamenti, scelte, opere e omissioni che non solo non gli fanno onore ma costituiscono dei soprusi, degli abusi di potere, dei reati...

Circosta fa spesso coppia con lui e ormai ha imparato a conoscerlo: Liberati è un bullo, un prepotente, un essere volgare e cinico che si fa rispettare (o meglio, temere) dai colleghi perché sa essere aggressivo, minaccioso, privo di morale e di scrupoli, "un bandito debosciato che sfrutta la divisa per fare quello che dovrebbe impedire agli altri"; fare appostamenti con lui significa andare incontro ad esperienze non proprio edificanti ed una in particolare creerà un prima e un dopo nel rapporto tra  brigadiere e Circosta, il quale ha sempre avuto verso l'altro un atteggiamento remissivo, da zerbino, accettando passivamente insulti sarcastici, schiaffi, ordini discutibili, sino ad arrivare a una notte in cui entrambi rischieranno grosso...

Ma da quella notte, qualcosa comincia a cambiare ed Emanuele sarà costretto a guardarsi dentro, a individuare le proprie lacune, i propri errori, la propria ignavia e la paura verso Liberati, e domandarsi che razza di carabiniere e, prima ancora, che genere di uomo vuole essere.
Ad aiutarlo in questo momento cruciale c'è l'esempio di un uomo e di un carabiniere retto e onesto qual è Damasi e ci sono anche loro, i quattro presunti familiari - "individui masticati dal destino, più morti che vivi" -, che con i loro problemi, le baruffe, le urla e i litigi, i loro silenzi colpevoli e le loro paure, gli daranno modo di interrogarsi su sé stesso, sulla propria mediocrità e superficialità alla quale, però, non deve convincersi di essere destinato ma, al contrario, da esse può affrancarsi ed essere qualcosa di diverso e migliore.


"Quattro presunti familiari" è un romanzo che mi è piaciuto davvero molto perché si serve dell'elemento giallo (il mistero dello scheletro ritrovato e la sua identità) per esplorare con profondità complesse dinamiche umane e sociali.

Daniele Mencarelli l'avevo già conosciuto ed amato con Tutto chiede salvezza, Fame d'aria e La casa degli sguardi, e anche in quest'opera egli conferma il proprio stile diretto, realistico e introspettivo. 

La narrazione spazia tra azione e introspezione, per cui vi sono segmenti riflessivi ma anche situazioni movimentate e complicate, i dialoghi sono vividi e dinamici, il linguaggio è  diretto ed essenziale e tutto conferisce autenticità a ciò che viene narrato e in particolare ai personaggi.
Si dà molta importanza alle sfumature emotive e psicologiche e tanto il protagonista quanto gli altri uomini e donne che gli ruotano attorno sono delineati in tutta la loro complessità interiore, attraverso gesti, atteggiamenti, sguardi, parole che ce li restituiscono nella loro frangibile umanità, sospesi tra la speranza e la disperazione.

Nessuno di essi è completamente positivo o negativo, ma ciascuno ha il proprio bagaglio di colpe, rimorsi, insicurezze e desideri di riscatto; lo stesso Emanuele Circosta è un uomo pieno di paure, disagi e dubbi morali, costantemente alle prese con i propri limiti e fallimenti. 

Ritroviamo alcuni elementi tipici del noir, come l'atmosfera un po' cupa, c'è un'indagine ma, più che l'aspetto poliziesco, contano la dimensione esistenziale, le dinamiche relazionali e sociali, gli sbagli, i tormenti e i segreti.

Il risultato è una lettura intensa e coinvolgente che mi sento di consigliare assolutamente.


mercoledì 9 settembre 2026

Recensione: DEMELZA di Winston Graham (la Saga di Poldark #2)

 

Il secondo volume della saga di Poldark è incentrato sul personaggio di Demelza, la moglie di Ross Poldark, una donna dal cuore generoso, dal carattere vivace e determinato e  dallo spirito indomito e indipendente; attorno a questa coppia, si agitano fermenti sociali molto turbolenti che gettano ombre sulla loro serenità.


DEMELZA
di Winston Graham


Marsilio Ed.
492 pp
trad. M.Parolini,
M.Curtoni
Siamo in Cornovaglia, negli anni tra il 1788 e il 1790. 

Ross Poldark, infischiandosene delle convenzioni sociali, ha preso in moglie la figlia di un rozzo minatore, la bella Demelza Carne, scandalizzando così l’alta società locale. 

"Demelza era completamente diversa, cresciuta nella sporcizia, in mezzo agli ubriaconi, una ragazzina randagia che si era arrampicata sulle spalle della sorte per sbirciare nei salotti di chi era migliore di lei: vivace, grezza, volubile, tutte le sue azioni e i suoi sentimenti sempre dettati dall’istinto."

La giovane moglie ne è consapevole e vorrebbe in ogni modo dimostrare la propria buona volontà di inserirsi a pieno titolo tra la gente ricca di Nampara, e infatti si sforza di imparare le buone maniere di una signora raffinata, anche se non è semplice conciliare questo mondo fatto di pettegolezzi, sorrisi ipocriti e smancerie con quello, povero e semplice, da cui proviene.

Il battesimo della piccola Julia (che nasce all'inizio del romanzo, con un parto tutt'altro che semplice per la mamma) offre a Demelza l'occasione di dare una festa nella loro tenuta, anzi due feste, una per i signori e le signore amici dei Poldark, e un'altra per la gente semplice, per i contadini del posto; ma purtroppo uno sgradevole imprevisto rovina parte dei piani di Demelza, che però non si abbatte a lungo e, passando oltre le ingiuste critiche sprezzanti di chi la ritiene un'arrampicatrice sociale, non cessa di tentare di adattarsi ai modi di fare degli aristocratici, anche se il suo carattere impulsivo e schietto fa sì che spesso si ritrovi a gestire situazioni che possono mettere in imbarazzo non solo lei ma anche Ross.

"Eppure loro due, anche se così uniti e intrecciati nei pensieri e nelle emozioni, erano comunque entità uniche e autonome, e così sarebbero rimasti a dispetto dei tanti sforzi fatti per colmare ogni distanza."

Lui l'ama con dolcezza e ammirazione, mostrando molta comprensione per il carattere frizzante e imprevedibile della consorte, assecondandone il più possibile i desideri, conscio di quanto lei ci tenga a renderlo orgoglioso, ma le preoccupazioni del capitano Poldark vanno ben oltre le mura di casa: egli è totalmente preso dalla notevole crisi economica in cui versa il distretto e che andrà via via peggiorando.

L’industria del rame è sull’orlo del collasso a causa di banchieri senza scrupoli, tra cui figura lo sgradevole "nemico", George Warleggan. 
 
A peggiorare l'atmosfera sociale si aggiunge il malcontento dei minatori, sempre più affamati e arrabbiati come possono esserlo coloro che hanno la pancia vuota e vedono i "padroni" ingrassare sempre più.
Insomma, la situazione è come una pentola a pressione pronta a esplodere e Ross, da sempre mosso da principi di giustizia, equità e giustizia, decide di sfidare i ricchi e i potenti, anche se questo significa mettere in serio pericolo la propria stabilità economica e, di conseguenza, famigliare.
L'uomo si imbarca, segretamente, in un progetto che mira a fondere e vendere il rame a prezzi equi,  sfidando il monopolio dei Warleggan, ma purtroppo la situazione è troppo complessa e potrebbe sfuggirgli di mano.

Mentre fuori casa Ross è impegnato con rame, carbone, banchieri spietati e minatori incattiviti, la bella Demelza si dedica alle questioni famigliari..., provocando involontariamente non poche incomprensioni.

Ma Demelza, per quanto giovane e inesperta di tutto ciò che ha a che fare con la vita, le relazioni e il buon nome della gente benestante, ha davvero un cuore d'oro e vorrebbe vedere chi ama felice.
Anche quando commette un errore, dietro non v'è malizia o avventatezza, ma solo una bontà esplicitata forse con poca razionalità, col rischio quindi di combinare guai.

Ed è ciò che accade quando prende a cuore la felicità di Verity, la cugina di Ross e sorella di Francis (sposato con la bellissima ed elegante Elizabeth): convinta che la donna non sia felice di essere la zitella di casa e che il suo cuore ancora batta per Andrew Blamey (il lupo di mare con coi ha avuto un legame sentimentale osteggiato dai Poldark), si dà da fare per organizzare un incontro fra i due ex (?) innamorati, così che possano capire se tra loro è davvero finita o se l'amore cova ancora sotto la cenere della lontananza.

Tale ingerenza, se porta gioia nei giorni grigi della dolce Verity, fa calare nubi scure sulla famiglia, creando ostilità tra i due cugini, Ross e Francis, ostilità che toccheranno pure gli affari, peggiorando le cose su diversi fronti.

Sullo sfondo di non pochi problemi di carattere sociale ed economico, si muovono diversi personaggi, accanto ai protagonisti e in qualche modo ad essi legati: leggiamo così di tradimenti finiti male (molto male), di ingiuste detenzioni cui seguono morti altrettanto ingiuste, di tentativi a vuoto di raddrizzare ciò che è storto, di gente disperata che è disposta a tutto pur di non morire di stenti.

L'atmosfera complessiva del romanzo resta sempre su toni cupi, foschi, ci sono pochi "raggi di sole" ed è principalmente Demelza a dare luce nonostante intorno ci siano un sacco di difficoltà e suo marito sia spesso stanco emotivamente per i troppi pesi da portare.

L'altruismo sincero della donna verrà fuori anche nell'ultima parte della storia, aprendo le porte ad avvenimenti drammatici, psicologicamente devastanti e dolorosi per lei e il marito.

Eppure, in un mare di dolore, Demelza resta in piedi e mostra una tempra incredibilmente tenace.

"C’era qualcosa in Demelza che l’avrebbe sempre condotta verso la felicità. Ross ringraziava Dio che fosse nata così e non sarebbe mai cambiata. Qualunque cosa il destino avesse in serbo per lei, avrebbe sempre messo tutta se stessa in ciò che amava, cercando di migliorarlo in ogni modo, non si sarebbe mai risparmiata..."


Mi è piaciuto questo secondo capitolo della saga, per tante ragioni: mi piacciono il periodo storico e l'ambientazione, mi piace Ross Poldark - così maturo e centrato, dalla personalità strutturata e solida, dai valori inscalfibili, eppure allo stesso tempo appassionato e sanguigno, capace di slanci e atti di coraggio (condito con un pizzico di imprudenza) che lo portano a schierarsi dalla parte di chi subisce ingiustizie anche quando potrebbe rimetterci personalmente; mi cattura la penna di Graham, per me ottimo narratore, che arricchisce il racconto dei fatti con brevi ma efficaci descrizioni  di persone e luoghi.

Amo il paesaggio, questa brughiera della Cornovaglia che in queste pagine ho avuto modo di ammirare e "vivere" grazie a una scrittura che mi ha trascinata dentro la storia, che mi ha fatto sentire lì con i personaggi; questi ultimi - tanto i principali quanto i secondari - sono tratteggiati con grande umanità, nei dialoghi realistici quanto nei comportamenti, nelle loro azioni più nobili come in quelle più deprecabili.

Il ritmo narrativo è per lo più dilatato, placido, con momenti più vivaci, sino ad arrivare agli ultimi capitoli, più intensi e movimentati.

Sono contenta di aver ripreso questa saga e mi propongo di proseguirla, magari andando a ripescare anche la serie tv, visto che dopo Jamie e Claire Fraser sono rimasta orfana 😢

domenica 6 settembre 2026

Recensione: HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE di J. K. Rowling

 

Nel primo capitolo della celeberrima saga fantasy per ragazzi, Harry è un orfanello in balia di una coppia di zii burberi e odiosi, che l'hanno cresciuto nascondendogli una verità importantissima: Harry Potter non è un ragazzino qualsiasi, bensì è il figlio unico di due potenti maghi e la magia è anche il suo destino, il portale per una vita che si preannuncia decisamente avventurosa.


HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE 
di  J. K. Rowling


Salani Ed.
trad. M. Astrologo
cur. S.Bartezzaghi
308 pp
Certi destini sono incisi sul corpo e per Harry è quella cicatrice a forma di saetta sulla fronte a renderlo un predestinato e a permettere che avvengano strani fenomeni senza che egli lo voglia o se ne renda conto, come quello di farsi ricrescere in una notte i capelli inesorabilmente tagliati dai perfidi zii. 

Orfano di entrambi i genitori, all'età di un anno Harry Potter viene affidato alle cure (che tali non saranno...) degli zii Vernon e Petunia Dursley (sorella della madre di Harry), i quali hanno un figlio, Dudley.

Harry non è felice con i parenti: essi lo trattano con malagrazia, senza affetto e premure, che sono tutte per il capriccioso e sciocco Dudley, che detesta il cugino e gli fa crudeli dispetti ogni volta che ne ha l'occasione.
Harry veste con gli abiti dismessi del grasso Dudley, dorme nel sottoscala e insomma la sua breve esistenza sinora è stata all'insegna del mainagioia.

Ma sulla soglia degli undici anni qualcosa comincia a cambiare.

Un giorno, il ragazzino comincia a ricevere lettere inaspettate, che però vengono prese prima da Vernon, che le strappa in modo che il nipote non sappia chi gliele manda né cosa c'è scritto.
Ma le missive aumentano in modo spropositato e ignorarle diventerà difficile, sino a quando non viene a far visita ad Harry un certo Hagrid, che dice di essere il guardiacaccia della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, che poi è il mittente di tutte le lettere finora inviate al ragazzino.
Inoltre, rivela a quest'ultimo di essere un mago e figlio di due eccellenti maghi, che tra l'altro sono stati uccisi e lo stesso Harry ha rischiato di essere ucciso dieci anni prima dalla medesima mano, che appartiene a Voldemort, un mago tanto potente quanto malvagio, il cui nome nessuno pronuncia per via della paura che provoca.
Ma miracolosamente sopravvisse all'attentato, riportando solo la famosa cicatrice.

In pochi giorni, quindi, Harry scopre di sé e della propria famiglia cose inimmaginabili, incredibile ed eccitanti, che lo immettono in una nuova dimensione, una fase assolutamente diversa della propria vita.

Appreso che ad Hogwarts lo aspettano come studente del primo anno, Harry lascia finalmente i Dursley e con il simpaticissimo e leale Hagrid si prepara per l'ingresso nella scuola (ricevendo in dono la civetta Edvige), per poi partire alla volta di quella che per mesi sarà la sua nuova casa.
Durante il viaggio, incontra alcuni studenti come lui, tra cui l'antipatico Malfoy e soprattutto coloro che diventeranno i suoi migliori amici, Hermione Granger, una ragazza molto intelligente, promettente maga,  ligia alle regole e un po' saputella, e Ron Weasley.

Da questo momento ad Harry (e a noi lettori) si apre un mondo magico, fantastico, popolato da gufi portalettere, scope volanti, cioccorane, caramelle di tutti i gusti (se ti va bene, al sapore di cavolini di Bruxelles, ma può pure capitarti "gusto vomito"), ritratti che scappano; qui la magia è ovunque ed è l'unica dimensione possibile, il che rende anche il lettore parte integrante di questo universo ricco di sorprese, avventure, scherzi, lezioni strampalate, esercizi di magie con scope e bacchette, ricette di pozioni, partite di Quidditch, mantelli invisibili...

Hogwarts è un mondo affascinante, sfavillante e divertente, popolato da numerosi personaggi pittoreschi e indimenticabili, che ruotano intorno al vivace protagonista, colorando le sue giornate in cui non c'è posto per la noia.


Tutti gli studenti della scuola vengono suddivisi e smistati in quattro "case" (Serpe Verde, Grifondoro, 
Tassorosso, Corvonero); Harry entrerà a far parte, con Hermione e Ron, di Grifondoro, con la responsabilità di accumulare punteggi, e scoprirà quanto è facile perdere punti ogni volta che si commette un'infrazione, e soprattutto se ci sono professori pignoli e dispettosi come il professor Piton, che sembra detestare il giovane Potter per ragioni che il ragazzino non comprende.
Ma ci sono anche insegnanti bravi e, su tutti, c'è l'eccentrico preside, Albus Silente, che si rivelerà prezioso per Harry, rivelandogli informazioni importanti sulla sua famiglia.

Che dire? Io non sono amante del genere fantasy e il fatto che sia per ragazzi mi attirava ancora meno, ma riconosco che è stata una lettura molto molto carina, piacevolissima, divertente e sempre dinamica.

Prossima tappa: il primo film della serie, ispirato a questo.
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