mercoledì 14 agosto 2019

Recensione: L'ISOLA DELLE ANIME di Piergiorgio Pulixi



Un bellissimo noir che, attraverso intrecci avvincenti, che sanno sorprendere e coinvolgere il lettore, sullo sfondo di una terra aspra e affascinante insieme, svela i lati più ambigui, tormentati e imprevedibili dell'essere umano.

L'ISOLA DELLE ANIME
di Piergiorgio Pulixi



Ed. Rizzoli
445 pp
2019
"Non tutti i casi di omicidio sono uguali. Alcuni ti rimangono addosso per sempre. Te li porti dentro come cicatrici. Dopo qualche anno smettono di fare male e di attirare la tua attenzione, Diventano parte di te. Il tessuto cicatriziale sbiadisce al punto che finisci per ignorarne la presenza. Ma basta un dettaglio, un profumo, uno guardo o una parola per infettare di nuovo la ferita, per riaprire il vaso di Pandora che quasi tutti gli investigatori si portano dentro. (...) La sete di verità si illanguidisce col tempo, ma non per quelle anime condannate a una notte eterna che in qualche modo spetta a te illuminare. Ѐ il tuo lavoro (...): è quello che sei. (...) La tua condanna. E se provi a dimenticarli, gli spiriti delle vittime ti impediscono di dormire. (...) Sussurrano le tue colpe. Ti accusano di esserti arreso. A lungo andare, ti portano a impazzire, e faresti qualsiasi cosa pur di cacciarli via. Qualsiasi cosa."

Ѐ così: ci sono casi irrisolti che un investigatore, quando li prende a cuore, non riesce ad abbandonare mai del tutto perché è come se tra lui e la vittima (che non ha avuto ancora giustizia) si fosse stabilito un legame intimo che, a lungo andare, si trasforma in una vera e propria ossessione.
Esperienza, questa, che conosce bene l'ispettore Moreno Barrali, la cui vita - ormai agli sgoccioli a causa di un tumore che procede inesorabile, e che si sta impadronendo non solo del suo corpo ma anche della sua mente - è trascorsa cercando di risolvere i due casi di omicidio che gli sono rimasti più di tutti appiccicati addosso.

Siamo in Sardegna, sui monti della Barbagia, e una delle primissime scene cui ci troviamo ad "assistere" è terribile e spaventosa: durante una notte del 1961 un bambino, in compagnia del suo fedele cagnolino, si imbatte nel cadavere di una giovane donna, barbaramente uccisa, e in un uomo, un gigante grosso e minaccioso col volto coperto da una maschera terrificante e il capo avvolto da pelli di caprone.
Il giovanissimo spettatore resta muto e impietrito davanti a una tale visione e lo stesso lettore ne condivide lo sconcerto e il turbamento: chi sono quella povera ragazza e quell'omone con la maschera, dal'aspetto animalesco che mette i brividi e che probabilmente è anche l'assassino?

Passano gli anni e nel 1975 e poi nel 1986 avvengono due omicidi efferati, aventi diversi elementi in comune: due ragazze molto giovani, i cui corpi vengono ritrovati senza vita nei pressi di siti nuragici considerati sacri da tempi antichissimi, sono state trucidate la notte de sa die de sos mortos (la notte dei morti o delle anime) e di loro non si sa niente di niente e, fatto ancor più strano, nessuno ne ha mai denunciato la scomparsa o le ha mai cercate. 
Pantumas. Fantasmi.

Quando Moreno inizia a  lavorare in polizia è molto giovane ed inesperto e se quel primo caso del '75 lo sconcerta, il successivo dell'86 non fa che gettarlo nello sconforto più totale: in lui nascono, e negli anni si acuiscono, numerosi sensi di colpa per non aver saputo risolvere quegli omicidi orribili e dare giustizia (e, ancor prima, un'identità) a quelle povere ragazze uccise senza pietà.

Moreno non rinuncerà mai a indagare personalmente, per cercare di raccogliere quante più informazioni possibili sulle modalità degli omicidi, soffermandosi su tutti quei particolari che possono fornirgli almeno una pista su cui concentrarsi.
Ad essere certa è una cosa: questi cold case sono strettamente legati a culti, riti e tradizioni ataviche che ancora trovano seguito, e solo entrando in questo buio e misterioso universo fatto di leggende e pratiche rituali, che al giorno d'oggi paiono folli e irrazionali ma che comunque risvegliano turbamenti e più di un brivido anche a chi dice di non crederci, è possibile avvicinarsi alla verità.
Ed infatti negli anni Barrali si fa una grande cultura circa i siti archeologici aventi una valenza sacrale, le celebrazioni tribali, i culti di divinità antiche, e questo anche grazie alla collaborazione con alcuni studiosi esperti in antropologia culturale, tra cui il professor Valerio Nonnis.

Ma adesso che la malattia sta prendendo piede e in polizia nessuno più vuol sentir parare di questi casi vecchi e ormai archiviati, chi prenderà il testimone di Barrali per poter continuare a indagare e portare alla luce la verità?

A venire in aiuto al povero e disperato Moreno, ci pensano due colleghe, tanto brave quanto complicate: le ispettrici Mara Rais ed Eva Croce, per ragioni differenti, vengono "sbattute"  nella sezione Delitti insoluti della questura di Cagliari. Quando si viene confinati in questa sorta di limbo, è perché c'è una punizione da scontare, ed infatti la cagliaritana Mara ha subito un'ingiustizia da parte di un superiore e di alcune infami colleghe, che le è costato il trasferimento alla Insoluti.
Eva, invece, viene da Milano e anche lei è stata mandata a Cagliari dopo aver commesso qualcosa che non fa onore a un poliziotto; ma per lei non è un dramma lasciare la sua città per andarsene in un posto lontano, anzi, è forse ciò che le ci vuole per dimenticare la tragedia che le ha segnato l'esistenza, condannandola alla più cieca solitudine.

Le due donne non potrebbero essere più diverse, fisicamente e caratterialmente: Mara è una sarda doc, ruvida, sarcastica, irritante e con la lingua decisamente troppo lunga e pungente (fatto, questo, che le causa non pochi problemi nei rapporti interpersonali); ama vestire bene, è singole - o meglio separata - e ha una figlioletta, che è la sua sola ragione di vita.
Eva è un'investigatrice specializzata in sette e delitti rituali; veste come una metallara, ha origini irlandesi ma cerca di nascondere tutto ciò che riguarda se stessa e il passato; si trincera dietro muri di silenzi, è un tipo riservato, angoloso e diffidente.
Però entrambe, pur stuzzicandosi da subito e pur provando una subitanea reciproca diffidenza, formano una miscela esplosiva, in cui l’irruenza e l'istinto di Rais e l’acume di Croce possono aiutarle ad ottenere buoni risultati.

Relegate in archivio, tra faldoni e fascicoli impolverati di casi non freddi ma congelati, le due finiscono per essere fagocitate dall'incubo di Barrali, che le porta in bilico sul filo del tempo, sospese tra un presente claustrofobico e i crimini di un passato lontano.
I casi del '75 e dell'86 diventano oggetto di un rinnovato interesse quando viene segnalata la scomparsa di una ragazza, Dolores Murgia.
Moreno sente che non è un allontanamento volontario e teme e trema all'idea che la sua scomparsa misteriosa abbia a che fare con il serial killer dei due vecchi casi.
E se davvero l'assassino fosse tornato a colpire?


"Il male non sanato genera altro male, in una spirale infinita"

In attesa di trovare la ragazza, emerge come la stessa frequentasse i neonuragici, una sorta di pseudoreligione i cui adepti sono convinti che i nuraghi siano dotati di poteri terapeutici e mettano in collegamento con le stelle e altri pianeti.
A capo di una tale ed assurda setta - che purtroppo ha il suo bel seguito di fedeli - c'è un brutto ceffo, già noto alle forze dell'ordine: Roberto Melis, un soggetto con qualche precedente e denunce varie a carico, che però finora non è stato mai arrestato.
Potrebbe essere questo santone il nuovo assassino che, scherzando in maniera macabra, sta cercando di replicare gli efferati omicidi del passato?

Eva e Mara dovranno imparare a fare squadra e a misurarsi con i rituali di una remota e selvaggia religione che potrebbe avere i suoi lunghi tentacoli ancora ben attivi nel presente.

Contemporaneamente alle ricerche portate avanti da Mara ed Eva, conosciamo i Ladu, una famiglia residente nella Barbagia superiore; si tratta di una comunità chiusa in se stessa, che ancora crede fermamente nei riti pagani, nel culto della terra e in tante usanze e superstizioni considerate sacre e vòlte a ingraziarsi le antiche divinità affinché benedicano il loro lavoro, i raccolti, le greggi e, in generale, le famiglie, e se per avere il loro favore c'è bisogno di versare sangue, così sia.
Hanno un loro modo di parlare (un sardo antico, incomprensibile a chi non è della loro comunità), di concepire i ruoli famigliari; al di sopra di tutti ci sono gli anziani, che si sentono responsabili del destino dei membri della famiglia e, se decidono qualcosa, essa va eseguita senza fiatare.
In particolare, conosciamo Bastianu, un omone forte, devoto ai culti e alle tradizioni degli avi, e suo figlio Micheli, ancora molto giovane, che si troverà combattuto tra la fedeltà al proprio "clan" (con tutto ciò che questo significa a livello di scelte e sacrifici) e il, fino a un certo punto mai espresso, desiderio di poter avere una vita diversa, più luminosa, aperta, felice, ricca di possibilità, lontana dalla comunità agropastorale in cui è nato e che lo limita terribilmente.

Cosa lega i Ladu all'indagine condotta dalle due sbirre?

Arrivare alla scoperta della verità non sarà affatto semplice, soprattutto perché diventerà via via chiaro che non ci si può fidare di tutti, in polizia: e se tra loro ci fosse una talpa, una spia?

"...la verità non è mai qualcosa di complesso.La verità è sempre estremamente banale, semplice".

Per ottenere i risultati sperati - capire chi sia l'uomo da individuare e fermare, e cosa ne sia stato della povera Dolores -, le due ispettrici devono capire il modo di ragionare dell'uomo che stanno cercando, e questo obiettivo diventa l'incubo, anzi la maledizione, non solo di Eva, Mara e lo stesso Barrali, ma anche di tutti i loro colleghi che mettono anima e corpo in questa indagine, che si prospetta ricca di sorprese, di piccole e graduali conquiste che possono, man mano, rivelarsi degli abbagli, e che giunge alla fine regalandoci il colpo di scena finale che, nel suo essere amaro e drammatico, chiude inevitabilmente il cerchio.

Anche questa volta - dopo Lo stupore della notte (RECENSIONE) - lo scrittore sardo Piergiorgio Pulixi non sbaglia un colpo: il contesto - questa Sardegna aspra, selvatica, ricca di pratiche ancestrali e poco note (tanto più a chi è "di fuori") - è descritto in modo magistrale, tanto che ci sembra di trovarci di fronte ad un vero e proprio personaggio, a una grande dea dalla bellezza sovrumana, a volte spaventosa ma senza dubbio affascinante, in cui tanto i luoghi antichi, quanto i silenzi stessi che li pervadono, sono carichi di sacralità, di storia, e davanti ad essi l'uomo non può che sentirsi piccolo e nutrire profondo rispetto.

I capitoli, brevi e incisivi, sono come delle istantanee, degli scatti fotografici precisi dell'ambiente naturale e umano; l'Autore sa di cosa sta parlando perché è la sua terra, la sua gente, e quest'appartenenza si "respira", si sente tutta e fa sì che ogni descrizione e ogni dettaglio, lungi dal rallentare il ritmo narrativo, si sposi perfettamente con lo sviluppo degli eventi; il lettore, quindi, non viene solo piacevolmente "intrattenuto" dalle movimentate e appassionate vicende che coinvolgono i personaggi, ma sente l'incanto e l'attrattiva della cultura e della "memoria della terra", si lascia suggestionare da questa Sardegna di cui Pulixi ci racconta, con dovizia di particolari, riti pagani, tradizioni, usi e costumi che affondano le proprie radici in tempi lontanissimi ma che ancora esercitano il loro oscuro fascino.

Ma non è solo l'ambientazione a intrigarci, bensì anche la dimensione umana; i personaggi sono ben tratteggiati, a cominciare dalle due donne protagoniste - Eva e Mara - così agli antipodi come carattere, vissuto, aspetto fisico, eppure accomunate da un'intelligenza spiccata, da una evidente sensibilità e passione verso il proprio lavoro, in special modo verso le vittime che pretendono giustizia.
Una sensibilità che possiede, a mio avviso, l'Autore stesso verso l'universo femminile, adottandone il punto di vista (come già con Rosa Lopez nel precedente romanzo) in modo naturale, mai forzato, anzi restituendocene complessità, contraddizioni, fragilità, voglia di riscatto, bisogno di perdonarsi per poter ricominciare a vivere.

Non mi resta che consigliare questo bellissimo noir, scritto in modo egregio, con intrecci sempre avvincenti, che sanno sorprendere e coinvolgere, svelando i lati più ambigui, tormentati e imprevedibili dell'essere umano.

martedì 13 agosto 2019

Mini-recensioni film: MANUEL (D. Albertini) - UN BACIO (I. Cotroneo)



Ogni tanto torno a parlarvi dei film che mi capita di guardare ^_^
Quelli di oggi sono tutti e due "made in Italy" e con al centro i giovani e la dura realtà con la quale sono costretti a confrontarsi.



MANUEL



Regia di Dario Albertini, con Andrea Lattanzi, Francesca Antonelli, Renato Scarpa, Giulia Elettra Gorietti, Raffaella Rea.
Il film ha ottenuto 1 candidatura ai Nastri d'Argento.



Manuel ha diciotto anni e vive da alcuni anni in un istituto per minori privi di sostegno familiare, in seguito all'arresto della madre Veronica.
Adesso che è maggiorenne può lasciare la casa famiglia e cercare di farsi una vita, ma la libertà conquistata ha un sapore meno dolce del previsto.
Eh sì perché trovare una propria collocazione nel mondo dal quale è stato allontanato di forza, e che nel frattempo è andato avanti senza di lui, è tutt'altro che semplice.

Da subito capiamo che Manuel è un bravo ragazzo, altruista, un gigante buono che se può ti dà una mano prima ancora che sia tu a chiedergliela.
Ma questo ragazzone alto e magro, è terribilmente solo, e fa una gran tristezza e tenerezza insieme vederlo mentre vaga per le strade del suo quartiere desolato.

Manuel è tormentato da quelle speranze che non osa nutrire e dalle tante paure che lo attanagliano e, mentre cerca di lasciarsi l'adolescenza alle spalle e diventare un adulto responsabile, si ritrova a dover prendere una decisione non indifferente per uno che, alla fin fine, è cresciuto senza padre e madre, tra educatori ora gentili ora facilmente irritabili.
Quando va a trovare sua madre in carcere, la donna manifesta il desiderio di tornare indietro e ricominciare da capo.
Ma l'orologio del tempo non è possibile riportarlo indietro, per cui non resta che guardare avanti e l'avvocato della mamma dice esplicitamente al ragazzo che ella potrebbe ottenere i domiciliari ma a una condizione: che lui dimostri di essere una persona matura e responsabile e di sapersi occupare della madre, facendosene carico così che il giudice le conceda il tango agognato spiraglio di libertà. 

Immaginatevi questo ragazzone taciturno e spaesato, appena uscito da un istituto per minori, in cerca di un lavoretto con cui mantenersi, che si ritrova con la possibilità sì di riavere la madre in casa ma... a quale prezzo?
Manuel deve dimostrare - all'avvocato, all'assistente sociale, e, non ultima, a sua madre... - di essere un uomo capace di assumersi una responsabilità enorme..., forse troppo gravosa per lui, che in fondo deve ancora imparare cosa significhi stare al mondo?
Sarà in grado di prendersi questo impegno senza perdere la propria libertà e senza mettere a rischio quella, molto precaria, della madre, che vede in questo figlio una sorta di àncora di salvezza?

Manuel, come dicevo, fa una grande tenerezza in quanto è un giovanotto che, benché sia dovuto crescere più in fretta di tanti suoi coetanei ed è sicuramente più maturo dell'età che ha, resta comunque un diciottenne che ancora deve comprendere il proprio posto nel mondo e al quale viene chiesto di accollarsi un fardello da adulto verso colei che, in quanto genitrice, avrebbe dovuto crescerlo quand'era tempo.

E' inevitabile che, per quanto il ragazzo voglia bene alla madre e desideri aiutarla, senta al contempo una certa ansia all'idea di dover dimostrare di essere affidabile, di essere un uomo capace di fare delle scelte più grandi di lui all'interno di un mondo al quale lui per primo deve abituarsi.

Mi è piaciuto questo film perchè nella sua semplicità, ci regala personaggi genuini, spontanei, collocati in un contesto di periferia romana opprimente e malinconico insieme; è un racconto di formazione che convince perchè autentico, ti fa vivere la storia come se fossi lì con il protagonista, e Andrea Lattanzi, attraverso un'efficace interpretazione, sa bene come prendere su di sè la complessità del suo personaggio e restituircene, in ogni gesto e singola espressione facciale, le tante emozioni, le paure, le ansietà, i momenti di scoramento ma anche la forza d'animo.


UN BACIO


Regia: Ivan Cotroneo, con Rimau Grillo Ritzberger, Valentina Romani,  Leonardo Pazzagli, Simonetta Solder, Giorgio Marchesi, Susy Laude, Thomas Trabacchi.


Tratto da un racconto scritto dal regista stesso, Un Bacio è un film che si immerge in tematiche attualissime e gettonatissime: l'adolescenza, il bullismo, l'omofobia, i rapporti difficili tra genitori e figli.
Argomenti fritti e rifritti, potremmo dire: sì, vero, ma a mio avviso Cotroneo li affronta equilibrando serietà e leggerezza, con un risultato che personalmente io ho gradito molto e che mi ha fatto sorridere e commuovere.

I protagonisti sono tre amici, tre adolescenti che frequentano il medesimo liceo in una piccola città del nord est: Lorenzo, Blu e Antonio.

Lorenzo è orfano di entrambi i genitori e viene adottato da una coppia molto comprensiva, empatica ed aperta (Renato e Stefania); è gay e non ha alcun problema ad esternarlo, nel modo di vestire, nel pitturarsi le unghie e nei modi di fare.
Purtroppo a scuola il ragazzo è preso di mira da alcuni soggetti della classe, che lo sfottono sfacciatamente.
Lorenzo è intelligente, ha ottimi voti ed è un tipo aperto, solare, ironico, ha sempre la battuta pronta e sogna ad occhi aperti di essere accolto ed amato da tutti - compagni, squadra di basket dell'istituto, professori...

Blu è la sua compagna di banco, è molto carina e non va d'accordo con nessuno in classe, soprattutto con tre delle ragazze più popolari del liceo, che spargono voci cattive su di lei, dipingendola come una ragazza facile e "disponibile". Blu ha un ragazzo, Giò, che studia all'università a Milano e che conosciamo verso la fine del film.

E poi c'è Antonio, tanto riservato, bravo nella pallacanestro anche se da molti considerato un po' "lento"; ha preso ad isolarsi dopo la morte del fratello maggiore e sente che i suoi genitori avrebbero preferito fosse lui a morire piuttosto che il figlio prediletto.

Tutti e tre questi ragazzi hanno molte cose in comune: hanno sedici anni, sono compagni di classe, emarginati e bullizzati per ragioni differenti, hanno ciascuno una famiglia che li ama.

I tre scoprono che insieme sono una forza, la loro amicizia si consolida ogni giorno di più, e diventano inseparabili, divertendosi come matti e infischiandosene delle cattiverie dei coetanei, perchè loro tre, uniti, possono salvarsi a vicenda.
L'amicizia vera è l'unica cosa che conta e che è in grado di salvarci dalla solitudine, dalla disperazione, dai problemi in famiglia, dalle delusioni.

Blu, Lorenzo ed Antonio vogliono solo essere sereni, trovare la strada della loro singola, particolare, personale felicità.
E questa meravigliosa amicizia sembra essere un grande aiuto per tutti e tre.
Fino a quando non arriva il momento di scontrarsi con realtà inevitabili: i meccanismi di attrazione e innamoramento, la paura di essere giudicati dagli altri, la consapevolezza di aver fatto, senza volerlo davvero, qualcosa di sbagliato che finisce per pesare come un macigno...

E tre sedicenni possono non essere preparati ad affrontare queste problematiche, non sapendo reagire con equilibrio e non riuscendo ad aggrapparsi a quel legame sincero che si è formato tra loro e che i pregiudizi esterni rischiano di aggredire e lacerare.

L'amicizia tra Blu, Antonio e Lorenzo resisterà ai cattivi venti che soffiano su di loro o essi si lasceranno travolgere?

Anche questo film mi è piaciuto molto perchè arriva al cuore, emoziona, fa arrabbiare, commuove: Lorenzo è un'esplosione di vitalità, fanno sorridere i suoi euforici sogni ad occhi aperti (in cui lui è acclamato e venerato da tutti) e non può che stare simpatico; di Antonio percepiamo tutta la malinconia, la sofferenza per questo fratello che non c'è più e rispetto al quale lui si sente di valere meno; Blu è in conflitto con la madre aspirante scrittrice e deve portare un doppio e ingiusto fardello: le cattiverie che circolano su di lei e il rendersi conto di essere stata trattata come un oggetto.

Tre adolescenti di cui ci viene mostrato il proprio piccolo cosmo, le fragilità, i timori, le speranze, i sogni, la voglia di vivere, di amare e di essere amati e apprezzati; belle le canzoni che fanno da cornice alle vicende e in particolare quella della scena finale, che mi ha lasciato un bel groppone.


lunedì 12 agosto 2019

Recensione: TRADITI E CONSEGNATI ALLA MORTE di Emilia Anzanello



Le vicende avventurose e drammatiche di un gruppo di soldati tedeschi appartenenti alla 3. SSPanzer Division Totenkopf che, alla fine della seconda guerra mondiale, si sono visti traditi dagli americani e consegnati alle truppe sovietiche, andando così incontro ad un tristissimo destino dal quale in pochi usciranno vivi.



TRADITI E CONSEGNATI ALLA MORTE
di Emilia Anzanello



Streetlib
547 pp
Tra le pagine di questo corposo romanzo viene scostato il velo su alcuni avvenimenti storici di cui non si parla molto e che forse non in tanti conoscono (io stessa non avevo mai approfondito l'argomento): quando l'8 maggio 1945 la Germania si vide costretta a firmare la resa incondizionata, anche la 3. SSPanzer Division Totenkopf, ormai priva di mezzi, di armi e con soli 6000 uomini, dovette obbedire a ordini provenienti dall'alto e deporre le armi, accettando di aver perso la folle guerra iniziata dal Fuhrer.
L'esercito dei Totenkopf si consegnò così agli Americani, che avevano assicurato ai comandanti tedeschi che le truppe sarebbero state trattenute quali prigionieri di guerra e trattati quindi secondo le convenzioni di Ginevra.

In realtà i soldati americani "giocarono sporco" e tradirono i soldati tedeschi: dopo averli tenuti prigionieri in un campo provvisorio, senza cibo né acqua, li consegnarono tutti ai Sovietici - che li reclamavano quali criminali di guerra - consapevoli di mandarli a morte, ma del tutto indifferenti alla loro sorte.


"Sul finire del mese di settembre del 1945, quello che restava dei soldati della Totenkopf, poco più di 3000 effettivi in tutto, molto meno della metà degli uomini di cui era in origine composta la Divisione, al momento della capitolazione, venne messa in marcia verso i campi di prigionia."

Da quel momento, per le truppe Totenkopf ha inizio un vero e proprio viaggio all'inferno: dopo aver assistito all'esecuzione sommaria di tutti gli ufficiali superiori, i superstiti sono costretti ad affrontare la terribile marcia fino a Odessa, a viaggiare su carri merci, a trascorrere quasi due anni in un monastero (dove subiscono, tra le altre cose, ore di durissimi interrogatori da parte dei russi) e infine a rimettersi in marcia fino ai campi di prigionia, dove vivranno per anni in condizioni orribili, con scarso cibo, obbligati a ore e ore di lavoro massacrante nella foresta.

La vita in questi lager sovietici è ai limiti dell'umana sopportazione e l'autrice ci racconta di come centinaia e centinaia di camerati, durante tutto quel tempo, siano morti progressivamente, e chi all'inizio era sfuggito ai colpi delle mitragliatrici americane, successivamente è stato fatto fuori da quelle sovietiche, o ancora ucciso da stenti, fame, sete, malattie e sfinimento.

Ogni soldato è morto sognando e sperando di ritornare in patria per riabbracciare i propri cari ma a pochi di loro - meno di un centinaio! - è stato concesso il privilegio di sopravvivere e tornare a casa, diversi anni dopo la fine del conflitto.

Il racconto dei fatti storici riguardanti il destino dei soldati di questa divisione, la loro permanenza nei campi di prigionia in Russia e la relativa odissea di sofferenza che li decimò lentamente, uno dopo l'altro, è arricchita dai racconti delle vicende personali di alcuni di essi.

Conosciamo più da vicino, ad es., Ulrich, il cui pensiero è sempre volto alla compagna e al figlio che attendono il suo ritorno, e per questo tenterà la fuga; e poi altri altri loro camerati, ciascuno con i propri sogni, le proprie speranze, le stesse ideologie, uomini come tanti, ai quali non è mai stata concessa voce per farsi ascoltare, ma che hanno anch'essi la propria personale storia da raccontare; soldati che hanno combattuto per la propria patria e per i propri ideali fino all'ultimo, e che per la fedeltà alla Germania hanno continuato a soffrire anche dopo la fine della guerra.
Ma uno dei personaggi principali è sicuramente il giovane Fabian Gruber, che si arruola poco più che diciottenne; quando diviene un prigioniero dell'Armata Rossa, deve fare i conti con le indicibili condizioni in cui sono costretti a vivere e lavorare lui e i suoi amici; a comando del lager c'è una donna, la dottoressa Zoryana, che quando riceve la comunicazione di dover gestire il lager in cui saranno rinchiusi i prigionieri della divisione Totenkopf, ne è estremamente soddisfatta e non vede l'ora di poter sfogare il proprio odio verso quei miserabili tedeschi tiranneggiando su di loro.
L'astio nei confronti di questi soldati non è solo frutto della propria fiera appartenenza al vittorioso popolo sovietico, ma ha origini più personali e risalenti a pochi anni prima: lei stessa, in passato, si è ritrovata prigioniera di un gruppo di soldati Totenkopf e due di essi hanno commesso un'azione infame verso di lei: per una notte intera è stata violentata e da quello stupro è nato un bambino, il suo dolce Aleksandr, che lei ha lasciato alle cure dei propri genitori per poter seguire la carriera militare.
La donna ricorda bene i cognomi dei due vigliacchi che l'hanno violentata, e uno di questi se lo ritrova tra i prigionieri: si tratta proprio di Fabian, che a quel tempo aveva soltanto 19 anni e che fu il primo ad abusare della donna.

Zoryana sente montare dentro di sè un tale odio feroce da non desiderare altro che vendicarsi, e così fa di tutto per colpire sia il suo stupratore che i suoi camerati.
Ma la donna non ha preventivato che i suoi desideri femminili, il suo bisogno di dare e ricevere amore, protezione, di accarezzare un uomo e di lasciarsi andare tra le sue braccia, non tengono conto degli ideali politici, religiosi, etnici: l'amore supera tali barriere e ben presto il suo cuore passerà dall'ostilità e dalla vendetta più profonde a sentimenti opposti, di tenerezza e affetto verso il giovane Fabian.

Dal canto suo, il soldato si sente colpevole e in debito verso la donna per la violenza di quattro anni prima, e un po' per questo e un po' per altre ragioni (egoistiche ed altruistiche insieme), accetterà di diventare l'amante di Zoryana, illudendola quanto basta circa i propri sentimenti.

Del resto, cosa non si è disposti a fare pur di garantire un po' di cibo in più e meno crudeltà per sè e per i propri camerati? 
E se Zoryana dovesse capire che Fabian non l'ama ma si serve di lei per trarne vantaggi personali, come potrebbe reagire? Il suo amore ossessivo verso il bel tedesco potrebbe ritrasformarsi nuovamente nel cieco odio iniziale?

Come andrà a finire tra i due amanti, lo lascio scoprire a chi vorrà intraprendere questo viaggio leggendo il libro; vi dico solo che quando si ama si è capaci di gesti inaspettati di grande generosità e sacrificio, e spesso ci si rende conto dell'amore ricevuto quando è troppo tardi...

Il filone narrativo con al centro Fabian e Zoryana si evolve in base agli eventi che si susseguono, per poi proseguire con le peripezie personali e famigliari dell'ex-soldato  anche negli anni successivi al lager; la sua storia si incrocia con quella di un suo superiore di Divisione, tale Wilhelm Tanne, ed entreremo anche nella vita di quest'uomo e nelle vicende concernenti lui e i suoi cari.

Il romanzo è, dunque, diviso in due parti: nella prima si narra della sofferta e durissima prigionia dei soldati nel lager, nella seconda di come alcuni di essi abbiano ripreso in mano la propria vita dopo essere sopravvissuti a quella comune esperienza.

Si passa da una narrazione più cupa e triste ad una più "leggera", se vogliamo anche romantica, in cui non mancano scene, di famiglia e di coppia, tenere, serene, di amore e passione.
La componente dell'eros è presente, e non poco, anche nella prima parte, a proposito del complicato rapporto tra Zoryana e Fabian, e se all'interno di un lager il sesso assume contorni meno dolci e più "animaleschi", diverso è quello vissuto, con consapevolezza e maturità, tra le mura domestiche, come tra il buon Wilhelm e la sua bella moglie MariaAnna.

E' un romanzo che ci accompagna lungo un percorso difficile in cui assistiamo all'annientamento e all'umiliazione dell'essere umano ad opera dei suoi simili (la guerra non può che abbrutire l'uomo, facendo emergere il peggio che è in lui) ma anche alla capacità che c'è in questi soldati di "rinascere", trovando la forza (alla quale si aggiunge, non di rado, un pizzico di "fortunata casualità") di non soccombere e, in seguito, di ricostruirsi un'esistenza dignitosa, senza mai dimenticare le cicatrici che certe esperienze hanno prodotto in loro.
Tutto è alterato, durante la guerra, a cominciare dalla percezione dell'altro: il nemico da torturare/ammazzare è personalmente un estraneo, che non mi ha fatto nulla e che, in altre condizioni, non detesterei, ma in guerra merita il mio odio "semplicemente" perché dall'altra parte della barricata. 
Sono alterati gli ideali, i valori che guidano tanto un popolo quanto i componenti di un esercito, che si macchiano di crimini e azioni ignobili che forse, in condizioni "normali", non commetterebbero...
Ciò che alla fine viene fuori da questo libro, che racconta episodi forti e drammatici, è l'umanità che caratterizzava, e non ha mai abbandonato, questi soldati che erano uomini come tutti, che hanno cercato di conservare, a tutti i costi, la propria dignità, il proprio orgoglio patriottico, il senso di lealtà verso i propri camerati, lo spirito di sacrificio.

Pur essendo un libro con un numero di pagine consistente, la lettura scorre agevolmente, favorita sia dallo stile fluido dell'Autrice (di cui ho molto apprezzato le conoscenze storiche), sia dall'interesse scaturito dalla materia narrativa in sè e da come è sviluppata; c'è un buon equilibrio tra la scrupolosa descrizione dei fatti storici (che infatti non eccede mai e non c'è il rischio di trovarsi davanti a un'asettica lezione di storia) e quella squisitamente narrativa, in cui si dà molto spazio alle interazioni tra i personaggi, alle complicate dinamiche che nascono tra loro, da cui emerge la loro personalità e l'evoluzione delle stesse nel corso degli eventi.
In particolare, le figure femminili spiccano per il carattere determinato, la tenacia, la forza interiore, la chiarezza di idee e obiettivi, l'abnegazione, la capacità di Amare il proprio uomo oltre tutto, scavalcando debolezze, mancanze, e restandogli accanto per sostenerlo sempre e fino alla fine.

Presupposto fondamentale per leggere questo libro che in tanti potrebbero ritenere "scomodo": sforzarsi di mettere un po' da parte pregiudizi e preconcetti e, se si ama la Storia, cercare di conoscere anche quella parte di essa che non compare nei libri di scuola, ma che anzi forse fin troppo volutamente viene celata o minimizzata; e questa è una necessità che prescinde dai colori politici e dalle proprie ideologie.
Io, in merito al nazionalsocialismo, resto della mia idea (che credo sia nettamente all'opposto di quella dell'Autrice), ma ciò non toglie che mi piaccia conoscere il punto di vista e le argomentazioni di chi la pensa diversamente da me.

Non lasciatevi spaventare dalla mole: la prosa, a mio modesto avviso, è piuttosto scorrevole e gli intrecci creati sanno destare l'interesse del lettore.

N.B.: "Traditi e consegnati alla morte" è il seguito di “Erano Knochensturme” (trama).

domenica 11 agosto 2019

Il "Padre nostro" detto da Dio



Hai pensato come Dio direbbe il "Padre nostro"? O meglio, il "Figlio mio".


Figlio mio, che stai nella terra e ti senti preoccupato, confuso, disorientato, solo, triste e angosciato.
Io conosco perfettamente il tuo nome e lo pronuncio benedicendolo, perché ti amo, e ti accetto così come sei.

Insieme costruiremo il mio Regno, del quale tu sei mio erede e in esso non sarai solo perché Io sono in te, come tu sei in me.

Desidero che tu faccia sempre la mia volontà, perché la mia volontà è che tu sia umanamente felice.

Avrai il pane quotidiano. Non ti preoccupare. Però ricorda, non è solo tuo, ti chiedo di dividerlo sempre con il tuo prossimo, ecco perché lo do a te, perché so che sai che è per te e per tutti i tutti i tuoi fratelli.

Perdono sempre le tue offese, so che le commetterai, però so anche che a volte è l'unico modo che hai per imparare, crescere e avvicinarti a me, alla tua vocazione. Ti chiedo solo, che in egual modo, perdoni te stesso e perdoni coloro che ti feriscono.

So che avrai tentazioni e sono certo che le supererai.

Stringimi la mano, aggrappati sempre a me, ed io ti darò il discernimento e la forza perché ti liberi dal male.
Non dimenticare mai che ti amo da prima che tu nascessi, e che ti amerò oltre la fine dei tuoi giorni, perché sono in te, come tu sei in me. 

Che la mia benedizione scenda e rimanga su di te sempre e che la mia pace e l'amore eterno ti accompagnino sempre.

Solo da me potrai ottenerli e solo io posso darteli perché Io sono l'Amore e la Pace.



Fonte



sabato 10 agosto 2019

Le mie prossime letture (agosto 2019)



Due romanzi che leggerò a breve.

Il primo è di un autore di cui diversi anni fa mi è stato consigliato La simmetria dei desideri: ho finalmente deciso di leggere non questo ma un altro suo romanzo, incuriosita anche dalla notizia che da "Tre piani" Nanni Moretti ha tratto ispirazione per un film (QUI).

TRE PIANI di Eshkol Nevo (Ed. Neri Pozza, trad. O. Bannet e R. Scardi, 253 pp, 17 euro).

In Israele, nei pressi di Tel Aviv, in una tranquilla palazzina borghese di tre pian, con parcheggio
ordinatissimo, piante perfettamente potate all’ingresso, regna la pace assoluta.
Eppure, dietro quelle porte blindate, la vita non è affatto dello stesso tenore.
Al primo piano vive una coppia di giovani genitori, Arnon e Ayelet, la cui unica figlioletta, Ofri, non di rado viene affidata alle cure degli anziani vicini in pensione. 
Ruth e Hermann sono persone educate e gentili, giunte in Israele dalla Germania; un giorno Hermann, che da tempo mostra i primi sintomi dell’Alzheimer, «rapisce» Ofri per un pomeriggio, scatenando una furia incontenibile in Arnon, convinto che dietro quel gesto, in apparenza dettato dalla malattia, si celi ben altro.
Al secondo piano Hani, madre di due bambini e moglie di Assaf, costantemente all’estero per lavoro, combatte una silenziosa battaglia contro la solitudine e lo spettro della follia che, da quando sua madre è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico, non smette mai di tormentarla. Un giorno Eviatar, il cognato che non vede da dieci anni, bussa alla sua porta e le chiede di sottrarlo alla caccia di creditori e malintenzionati con cui è finito nei guai. Hani non esita a ospitarlo e a trovare cosí un riparo alla sua solitudine. Salvo poi chiedersi se l’intera vicenda non sia un semplice frutto dell’immaginazione e dei desideri del suo Io.
Dovra, giudice in pensione che vive al terzo piano, avverte l’impellente bisogno di dialogare con il marito defunto e per farlo si serve di una vecchia segreteria telefonica appartenutagli. Ritorna in tal modo sul passato suo e di suo marito, sul loro ruolo di genitori rispetto al figlio Arad...

Sorto da una brillante idea narrativa: descrivere la vita di tre famiglie sulla base delle tre diverse istanze freudiane – Es, Io, Super-io – della personalità, Tre piani si inoltra nel cuore delle relazioni umane: dal bisogno di amore al tradimento; dal sospetto alla paura di lasciarsi andare.

L'autore.Eshkol Nevo è nato a Gerusalemme nel 1971. Dopo un'infanzia trascorsa tra Israele e gli Stati Uniti ha completato gli studi a Tel Aviv e intrapreso una carriera di pubblicitario, abbandonata in seguito per dedicarsi alla letteratura. Oggi insegna scrittura creativa in numerose istituzioni. Oltre a Nostalgia (2014), in classifica per oltre sessanta settimane e vincitore nel 2005 del premio della Book Publisher's Association e nel 2008 a Parigi del FFI-Raymond Wallier Prize, per Neri Pozza ha pubblicato: La simmetria dei desideri (2010), Neuland (2012) e Soli e perduti (2015).



Il secondo libro è di uno scrittore che ho già avuto modo di leggere, con "Le lacrime di Nietzsche" (RECENSIONE).

LA CURA SCHOPENHAUER di Irvin D. Yalom (Ed. Neri Pozza, trad. S. Prina, 440 pp, 18 euro).

.
Julius Hertzfeld è un brillante professore di psichiatria presso l’università della California, bravo terapeuta, uomo prestante che non dimostra i suoi sessantacinque anni.
Purtroppo, però, gli è stato appena comunicato, con fredda e brutale sincerità, che ha poco più di un anno di vita. Un anno, anzi, di «buona salute», come ha detto con amara ironia Bob, l’amico dermatologo, almeno finché il male non si manifesterà in altre parti del corpo.
Che fare quando la vita spensierata termina di colpo e il nemico si materializza in tutta la sua terrificante realtà? Diventare saggi, rimuovere le distrazioni, rinunciare all’ambizione, al prestigio, al plauso, e distaccarsi da tutto e da tutti come insegna il Buddha?
Oppure, come insegna Nietzsche, «consumare la propria vita» e «morire al momento giusto»?

Julius Hertzfeld non ha dubbi: sa esattamente come trascorrerà il suo anno finale. 
Continuerà a occuparsi dei suoi pazienti e a cercare di ridestare, nella terapia di gruppo, il sentimento della vita dentro di loro. E soprattutto, continuerà a dedicarsi al suo paziente più ostico: Philip Slate, che ha votato la propria energia vitale alla fornicazione e che ora sostiene di aver scoperto una terapia Schopenhauer, una cura che proviene dal pensiero stesso del filosofo tedesco.
Come può un uomo come Slate, che si è talmente alienato da se stesso da non aver mai pensato di guardare dentro a nulla, appassionarsi davvero al pensiero dell’autore del Mondo come volontà e rappresentazione?

L'autore.
Irvin D. Yalom insegna psichiatria alla Stanford University e vive e svolge il suo lavoro di psichiatra a Palo Alto, in California. Neri Pozza ha pubblicato molti dei suoi bestseller: La cura di Schopenauer (2005), Le lacrime di Nietzsche (2006), Il problema Spinoza (2012), Il dono della terapia (2014), Sul lettino di Freud (2015), Creature di un giorno (2015), Il senso della vita (2016) e Fissando il sole (2017).

venerdì 9 agosto 2019

Ricordando Toni Morrison



Il 5 agosto ci ha lasciati una delle più stimate scrittrici contemporanee: Toni Morrison, la prima donna afroamericana a vincere il premio Nobel per la letteratura.

  • Chloe "Anthony" Wofford nasce a Lorain, Ohio, il 18 febbraio 1931. Seconda di quattro figli, i suoi genitori, con le loro rispettive famiglie d'origine, si stabilirono nella città di Lorain (per anni importante centro siderurgico) sul lago Erie. Morrison è cresciuta durante la Grande Depressione degli anni '30, un periodo di gravi difficoltà economiche. Suo padre ha sostenuto la famiglia svolgendo anche tre lavori contemporaneamente per diciassette anni.
  • L'infanzia di Toni è stata era piena di folklore, musica, rituali e miti afroamericani; in famiglia c'era pure chi usava spesso visioni e segni per predire il futuro. Lo storytelling ha avuto una parte importante nella vita nella famiglia Wofford e il raccontarsi storie era un'attività amata tanto dai bambini quanto dagli adulti; la Morrison era convinta che questo amore per la narrazione fosse essenziale per non dimenticare le proprie radici e il proprio posto nella comunità d'appartenenza. La scrittrice ha usato moltissimo i suoi ricordi d'infanzia quando ha incominciato a scrivere. Il suo mondo reale, quindi, è spesso raccontato nei suoi romanzi.
  • Una volta imparato a leggere, Toni passa il tempo col naso infilato nei libri; quando inizia il liceo, comincia ad approcciarsi alle opere di grandi autori come Jane Austen, Tolstoj, Flaubert; a colpirla è in particolare il modo in cui questi scrittori avevano saputo ritrarre il mondo in cui vivevano, ciò che per loro era famigliare.
  • Nel 1949 Morrison frequenta la Howard University di Washington per studiare l'inglese; in questi anni decide di farsi chiamare Toni (all'età di 12 anni, secondo The Guardian, si convertì al cattolicesimo e prese il nome battesimale Anthony, da cui poi il nomignolo Toni) perché le persone di Howard avevano difficoltà a pronunciare il nome Chloe.
    fonte
  • Ad Howard diviene membro di una compagnia teatrale che presentava spettacoli sulla vita delle persone afroamericane. Dopo la laurea, Toni consegue il master in inglese presso la Cornell University di Ithaca, New York, e insegna per due anni alla Texas Southern University di Houston, per poi tornare alla Howard University sempre come insegnante.
  • Ad Howard Toni incontra Harold Morrison, un giovane architetto della Giamaica, anch'egli insegnante. La coppia si sposa nel 1958 e ha due figli, Harold (noto anche come Ford) e Slade; divorzia nel 1964. 
  • Nel 1968 Morrison si trasferisce a New York City, dove continua a lavorare (dal 1963) come montatrice per la Random House, fino a diventare redattrice - l'unica donna afroamericana a svolgere tale mansione in questa compagnia. 
  • Morrison ha iniziato a scrivere il suo primo romanzo, The Bluest Eye (1970), mentre faceva parte di un gruppo di scrittori alla Howard University. E' la storia di una ragazza afroamericana che desidera che i suoi occhi siano blu e si adattino a un'immagine diversa della bellezza. 
  • Sula (1974), secondo romanzo, è stato nominato per un National Book Award e anche Song of Solomon (1977) vince altri premi. Con Beloved (1987) ha vinto il Premio Pulitzer nel 1988; si tratta di una storia sulla vita dopo la schiavitù ed è considerato il suo capolavoro.
  • Riceve un premio Nobel per la letteratura nel 1993 e nel '98 viene realizzata la versione cinematografica di "Beloved", interpretata da Oprah Winfrey e Danny Glover.
  • I romanzi di Morrison si caratterizzano per la loro intensità emotiva, per l'accento posto sulle relazioni umane; i suoi personaggi cercano di capire la verità sul mondo in cui vivono; le tematiche presenti includono il bene e il male, l'amore e l'odio, la bellezza, l'amicizia e la morte. Le sue storie sono ambientate sullo sfondo della cultura afroamericana.
  • Nel 1999 pubblica il suo primo libro per bambini, The Big Box; suo figlio Slade ha collaborato alla stesura. Il libro mostra i modi in cui gli adulti, seppur con le migliore intenzioni, a volte blocchino l'indipendenza e la creatività dei bambini.
  • Nel 2001 a Toni Morrison è stato assegnato un National Arts and Humanities Award da Bill Clinton, che durante la cerimonia di premiazione ha affermato che Toni Morrison era "entrata nel cuore dell'America".
  • Il presidente Barack Obama, che le ha consegnato la medaglia presidenziale per la libertà nel 2012, ha definito la scrittrice come un "tesoro nazionale", la cui scrittura ha rappresentato "una bella e significativa sfida alla nostra coscienza e alla nostra immaginazione morale." 
  • Nel 2010 suo figlio Slade muore per un cancro al pancreas.
  • Il figlio maggiore di Morrison, Harold Ford Morrison, è architetto alla Princeton University.
  • Muore all'età di 88 anni, dopo una breve malattia.

AVETE LETTO QUALCOSA DI QUEST'AUTRICE?
IO ANCORA NO, MA POSSIEDO "AMATISSIMA"
E CONTO DI LEGGERLO QUANTO PRIMA.


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mercoledì 7 agosto 2019

Recensione: PIANO CONCERTO SCHUMANN di Paola Maria Liotta



Tra queste pagine, intrise della magia che solo la musica sa  creare, conosciamo l’intrigante storia di una talentuosa pianista di fama internazionale,  la cui esistenza verrà sconvolta da una particolare proposta di lavoro e da un prestigioso regalo la cui provenienza è avvolta nel mistero.



PIANO CONCERTO SCHUMANN 
di Paola Maria Liotta


Ed. Il Seme Bianco
168 pp
15.90 euro

«Anche nelle passioni più forti, da cui si lasciava irretire, credeva che risiedesse il segreto del suo unisono con il pianoforte. Quale sfida, quando lo strumento diventava duttile ai suoi voleri e ai suoi sensi, compenetrandosi della sua stessa sostanza eterea! Così sparivano ai suoi occhi la terra e tutta l'umana sofferenza...»

Fiamma Fogliani è una giovane donna che ha il privilegio di vivere della propria passione: la musica.
È infatti una pianista di fama internazionale che sa incantare tutti non soltanto col suo innegabile talento ma anche con la classe, il fascino e l'intelligenza che la contraddistinguono.

Vive insieme alla sua gatta Camelia a Londra, seguita dalla sua efficiente e materna agente Emma e sotto le premurose attenzioni dell’amica Paulette.
Pur non vivendo più con la famiglia, ne sente tutto l'appoggio morale e la vicinanza, in quanto i suoi genitori hanno sempre fatto sì che la loro bambina potesse trovare tra i tasti bianchi e neri del pianoforte la propria strada, dandole modo di studiare e di diventare la bravissima artista che oggi è. Anche se Fiamma è  molto impegnata con lezioni e concerti, trova sempre il tempo per contattare i propri genitori, soprattutto per informarsi con costanza sulla salute precaria della mamma.

Intanto la sua carriera non fa che avanzare ed essere via via più luminosa, e a darle ancora più slancio si aggiunge una inaspettata e gradita collaborazione: qualcuno d'importante - la cui identità per ora non le viene svelata - l'ha scelta come solista nel Piano Concerto Schumann, opera da lei molto amata; a dirigere l'orchestra sarà il direttore Albert Marni, tanto affascinante quanto richiestissimo e apprezzato in tutto il mondo.
L'esecuzione dovrà avvenire al cospetto di un pubblico selezionato e l’incasso sarà devoluto a favore di un principato del Vicino Oriente devastato dalla guerriglia.

La bellissima notizia entusiasma Fiamma, che ha già suonato in passato con Albert e ne conosce sia la l'elevatura artistica e professionale che il grande carisma da lui emanato e che l'ha sempre affascinata.

Il pensiero di rivedere Albert viene accantonato quando Fiamma ritrova una vecchia conoscenza: Sergio Martini, figlio di una famiglia molto amica dei Fogliani; egli è ormai un chirurgo affermato e i due non si vedono da diversi anni. Entrambi sono diventati un uomo e una donna impegnatissimi con i rispettivi lavori e rivedersi è per loro un'esperienza travolgente, perché entrambi si lasciano sedurre l'uno dal fascino dell'altra.

Sergio resta a bocca aperta nel notare come la dolce pianista sia oramai una donna molto bella, seducente nella sua semplicità e raffinatezza; dal canto suo, Fiamma resta colpita positivamente dai modi gentili e cortesi dell'avvenente dottor Martini.

I due si sentono molto attratti reciprocamente e lui non esita ad iniziare un discreto corteggiamento: la simpatia sbocciata così spontaneamente potrebbe sfociare in qualcosa di più?

Per quanto sia indipendente e costantemente piena di impegni nel mondo della musica, Fiamma sente la necessità di un legame con un uomo che le dia quell'amore e quel senso di protezione che lei ha respirato in famiglia, attraverso i suoi amati genitori.

Certo, non è facile conciliare i loro due lavori e le loro esistenze differenti con una relazione stabile....; ma poi, chi le assicura che Sergio voglia davvero impegnarsi con lei?

Ciò che Fiamma non immagina è che la sua vita, già sempre ricca di cose da fare e delle incredibili emozioni che le dona ogni giorno suonare il pianoforte e perfezionarsi sempre più in questo strumento, sta per ricevere ulteriori scosse e brividi.

Rivedere Albert Marni è per lei fonte di gioia e la fa sentire euforica l'idea di poter suonare in un'orchestra da lui diretta, ben conoscendo le competenze dell'uomo, dal quale si sente molto attratta; e se lui non fa che manifestarle apertamente tutto il trasporto che prova in sua presenza, a sua volta la giovane donna prova un piacevole turbamento anche soltanto incrociando il suo sguardo intenso.
Cosa le suggerisce il cuore?  Quale nome sussurra: Sergio o Albert?

Come se non bastasse, ad aggiungere altro pepe ci pensa la cara amica Paulette, che le fa dono di un oggetto di prestigio: un antico strumento musicale, una spinetta che pare essere originale e di antica fattura.

Sarà proprio questo regalo tanto prezioso a dare una svolta movimentata  alle vicende narrate, che si tingono di "giallo": dietro la spinetta, infatti, si nasconde una storia misteriosa… e conoscerla potrebbe essere importante per evitare che qualcosa di spiacevole accada durante la tanto attesa serata in cui dovrà essere eseguito il Piano Concerto Schumann.

Questo romanzo è un vero e proprio inno alla bellezza e alla magia della musica, al suo potere nel risvegliare emozioni e sogni; ci mostra, attraverso la sua attraente protagonista, quanto sia gratificante e coinvolgente vivere inseguendo le proprie aspirazioni e i propri talenti, che richiedono però non solo passione, ma soprattutto studio, sacrifici, disciplina.

Fiamma è una pianista affermata, una donna indipendente che, grazie alla propria tenacia e alle proprie capacità, ha saputo aprirsi una strada nel mondo della musica, ricavandone grandi soddisfazioni, senza per questo montarsi la testa e perdere di vista le cose importanti, come la famiglia, l'amicizia e l'amore.

L'autrice ha costruito una storia che sa suggestionare il lettore immergendolo in un mondo in cui la musica, con le sue pause e i suoi ritmi, le sue sinfonie, regna indiscussa ed è raccontata con uno stile attento, ricercato, elegante, poetico e armonico; a uno stile così curato, in cui ogni parola è carica di intensità e musicalità, si affianca il fascino della personalità di Fiamma - dolce e forte allo stesso tempo - e delle situazioni emozionanti e intricate in cui è coinvolta.

Una lettura davvero piacevole, di cui ho apprezzato sia il contenuto della narrazione che l'aspetto formale, stilistico, la scelta di usare in modo consapevole un linguaggio forbito (assolutamente adeguato all'universo musicale e ai personaggi che gravitano in esso) e sensibile nei confronti dell'arte. 



martedì 6 agosto 2019

Il papavero: piccole curiosità




"Lo sai che i papaveri son alti alti...."

Il papavero rosso (così come il papavero da oppio), per via delle sue caratteristiche blandamente sedative e antispasmodiche, soggetto all'influenza di Saturno, è stato considerato il simbolo della pigrizia, della misantropia e della mollezza di carattere.
In passato, il fiore di papavero veniva anche usato per rappresentare la fedeltà:  si prendeva un suo petalo e, dopo averlo posato sul palmo della mano, si colpiva con un pugno: se si sentiva un rumore come di schiocco voleva dire che non c'erano corna in vista e l'amato/a era fedele.


Significato e leggende.

La tradizione mitologica narra che Demetra, dea delle messi e dei raccolti, disperata dopo la perdita della figlia, riuscì a trovare conforto solo bevendo infusi di papavero.
Ed infatti, oltre ad essere simbolo di semplicità, questo fiore rappresenta anche la consolazione.


Storia.

Sin dall'antichità sono state riconosciute al papavero proprietà terapeutiche ed eccitanti.

Gli Egizi lo utilizzavano come antidolorifico, mentre in Grecia, essendo i semi del papavero considerati portatori di salute e forza, gli atleti ne bevevano una pozione energizzante prima delle gare a base di miele e vino.

L'uso del papavero da oppio come droga dilaga nell'Europa dopo la Rivoluzione Industriale e si diffonde fra artisti ed intellettuali come Baudelaire, Byron e Dickens.



fonti consultate: http://www.elicriso.it e letteratour

lunedì 5 agosto 2019

Recensione: IL CUORE NERO DI PARIS TROUT di Pete Dexter



Pete Dexter ci racconta una storia drammatica in cui il crimine non è che il triste e cinico riflesso di una società malata, che sembra non dare alcuna importanza alla distinzione tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, tra il bene e il male.



IL CUORE NERO DI PARIS TROUT
di Pete Dexter

Ed. Einaudi
trad. S. Negrini
312 pp
14.90 euro
2005
"Certa gente cerca sempre di sembrare ciò che non è (...) Magari riesce a convincerti e certe volte se ne convince lei stessa. Poi un bel giorno le succede qualcosa che la costringe tutto d'un colpo a dimostrare che è ciò che finge d'essere. E perde completamente il senso della realtà…"

Siamo negli anni successivi alla seconda guerra mondiale e a Cotton Point (Georgia) bianchi e neri convivono, tra pregiudizi e discriminazioni razziali più o meno evidenti.

Rosie Sayers è una ragazzina di colore di quattordici anni che un pomeriggio viene morsa da una volpe, fatto preoccupante in quanto, stando alle voci che passano di bocca in bocca in paese, quella primavera pare che le volpi abbiano contratto la rabbia.
L'incidente le accade tornando da una commissione affidatale dalla madre, che l'ha mandata a comprare dei proiettili al negozio del signor Trout, un commerciante tanto ricco quanto scontroso, che incute timore alla giovanetta; a dire il vero, non solo a lei...

"Quell'uomo fa paura a chiunque abbia un po' di buon senso."

Trout intimorisce un po' tutti, per il suo essere costantemente burbero, incattivito, allergico alla felicità e ai sorrisi, incapace di manifestare anche la più piccola forma di gentilezza.

Quando torna a casa ferita alla gamba e senza proiettili (li ha persi scappando dalla volpe), sua madre la caccia via di casa, dandola come cameriera a un brutto ceffo che non esita a maltrattarla da subito.
In soccorso della povera Rosie arriva un angelo custode, un donnone (anch'ella di colore) di nome Mary McNutt, tanto grossa quanto affabile e gentile, che si impietosisce e prende con sè, in casa propria, la giovane Rosie.
Mary ha diversi figli, tra cui Henry Ray, un giovanotto un po' irruente e incline a cacciarsi nei guai, che un giorno decide malauguratamente di acquistare un'auto nuova da Trout.

Il negoziante è molto rispettato in città, essendo un bianco benestante, che lavora sodo e si fa i fatti propri; ha una moglie (Hanna, ex insegnante) ed è un americano perbene come tanti.
L'uomo non è amico di nessuno ma fa affari con tutti, neri compresi, anche se con loro è ancor meno tenero che con i suoi "pari"; ai poveri neri della città offre denaro in prestito, prendendo soldi dalla cassaforte nella stanza sul retro del suo negozio, e pretende che tutti paghino come da accordi.

Purtroppo il giovane e sciagurato Henry Ray ha un piccolo incidente con la macchina presa da Trout, la quale gli costa un migliaio di dollari e che lui ha promesso, dietro stipula di un contratto scritto e firmato, di pagargliela a rate mensili; quando si accorge che la macchina è mezza scassata, il ragazzone perde le staffe e la riporta da Paris, lasciandogliela nei pressi del negozio e urlandogli che non ci pensa proprio a pagargliela.

Per Trout è l'inizio della guerra: nessuno può permettersi di pensare di fregarlo e farla franca, tanto meno un inutile negro.
Così, dopo averlo minacciato, pochi giorni dopo, in compagnia di un ex-poliziotto, tale Buster Devonne - noto per essere una testa calda -, va a casa dei McNutt per esigere il pagamento da Henry; lui non c'è e i due uomini, armati, se la prendono con il fratello minore, Thomas, e le due donne presenti in veranda, Mary e Rosie.

Paris Trout entra deliberatamente in casa altrui e, pensando di difendere i propri diritti, ha la pretesa di ristabilire l’ordine naturale delle cose con una pistola in mano, costringendo così i neri a stare al loro posto con l'uso della violenza.
Cosa accade quel pomeriggio in casa McNutt?
Nella baruffa che si crea tra i presenti, un dato di fatto emergerà dirompente: vengono sparati dei colpi di pistola che feriscono Mary e Rosie; quest'ultima muore dopo pochi giorni in ospedale.

Paris viene accusato di omicidio e questa tragedia infiamma gli ambigui sensi di colpa di un’intera comunità, divisa davanti all'improvviso e drammatico evento.

Trout si difende e, senza provare il benché minimo rimorso, si dimostra ottusamente convinto di aver agito secondo ciò che la ragione e il proprio senso di giustizia gli hanno suggerito: lui voleva soltanto prendersi i suoi soldi; è colpa sua se questi neri sono dei ladri che pensano di poter prendere in giro un rispettabile bianco?

A difendere Trout c'è Harry Seagraves, un bravo avvocato che, nonostante cerchi di assolvere degnamente il compito di difendere il proprio assistito, non può fare a meno di restare sconvolto dinanzi al cinismo e all'imperturbabilità di un uomo che davvero nasconde un cuore nero, un'anima marcia, assolutamente priva di sensibilità e mostruosamente persuasa che la vita di una persona di colore valga meno di quella di un bianco

La tranquilla vita nella cittadina viene quindi stravolta dalla morte di Rosie, presumibilmente per mano di Trout, che fornisce la propria personale versione dei fatti.
Tutti sono costretti da questo evento a guardarsi dentro, a scavare nel proprio cuore e a fare i conti con  loro stessi e con i propri radicati pregiudizi razziali, che se in condizioni "di pace" sembrano qualcosa di normale, in condizioni straordinarie come queste esplodono in tutta loro brutalità.

L'avvocato Seagraves è turbato e in fondo porta avanti malvolentieri la difesa dell'imputato, provando per lui una naturale ed inevitabile avversione: Trout è sgradevole sotto tutti i punti di vista. E' borioso, maleducato, malignamente astuto, violento, prepotente, crede di poter fare e dire ciò che vuole senza accettare di essere contraddetto; se si infuria, tira fuori la pistola dalla tasca e con essa minaccia, anche senza dir nulla.

A inquietare e confondere ancora di più l'avvocato ci pensa Hanna Trout, l'infelice moglie di Paris; entrando in casa Trout attraverso i suoi occhi, conosciamo un ulteriore aspetto nero e cupo di quest'uomo, che sembrerà pure - agli occhi superficiali e indifferenti delle persone in vista nella società - un tipo stimabile, ma che in realtà è capace di gesti mostruosi e maligni verso la moglie, che tiene unita a sè in un rapporto di sudditanza psicologica.

Forse questo triste episodio potrà costituire la spinta giusta per la donna affinché si allontani da questo matrimonio privo di dolcezza e amore, che la sta inaridendo e spegnendo ogni giorno di più?
Hanna scopre di avere, da qualche parte nascosta dentro di sè, un coraggio che non ha mai tirato fuori da quando ha fatto l'errore di sposare Paris.
Ad aiutarla legalmente c'è il giovane avvocato Carl Bonner, alle prese con i propri piccoli problemi matrimoniali e con la sensazione di sentirsi un estraneo nella cittadina che l'ha visto crescere.

Paris Trout sarà riconosciuto colpevole per i reati commessi e, in primis, per la morte della povera Rosie Sayers? Si renderà conto delle proprie colpe e si ravvederà?

Con una narrazione incisiva ed essenziale, da abile cronista, Dexter ci racconta una storia cupa, in cui gli eventi e i personaggi coinvolti si incamminano verso un crescente vortice di violenza e degenerazione morale al quale sarà difficile sottrarsi.

L'azione incresciosa di un bianco da tutti giudicato "perbene" mette in crisi il resto della cittadinanza, che è alquanto apatica e annoiata al pensiero dell'assassinio di una ragazzetta nera che nessuno conosceva, e in più non sa come giudicare l'uomo che è, a differenza dei neri, "uno di loro". E' davvero colpevole Paris Trout, o semplicemente voleva prendersi ciò che era suo?
Possibile che si faccia tutto questo clamore in città per due nere coinvolte in un tafferuglio privato sfortunatamente finito male?

Paris Trout dovrà essere giudicato per il suo crimine in un processo in cui tutti – l’avvocato, il giudice, la giuria, ogni pacifico abitante della sonnecchiosa città del Sud degli Stati Uniti – scopriranno che il suo è un mondo terribile, con tantissimi angoli oscuri, sconosciuti a tutti, dominati da orgoglio e brutalità, passioni e violenza, sopraffazione e illegalità. 

Ma alla fine non è soltanto Trout a dover essere esaminato, bensì ogni persona di Cotton Point, col suo perbenismo ipocrita, il suo essere portatore nell'animo di un modo di pensare ed essere profondamente razzista, reso ancor più grave dal non voler accettare che esso è sbagliato.

Dexter è spiazzante per la sua onestà, l'assoluta lucidità e pungente franchezza con cui solleva il coperchio su ciò che si cela dentro "i sepolcri imbiancati", nelle case e nella testa di questa gente ammodo che vigliaccamente si nasconde dietro pregiudizi e indifferenza. 
"Il cuore nero di Paris Trout" avvince come un giallo, impressiona e convince per la maturità e profondità con cui l'autore sa fare psicologia senza perdersi in speculazioni introspettive e sequenze riflessive, ma attraverso i dialoghi e le azioni che coinvolgono i suoi vulnerabili e volubili personaggi.


Da questo romanzo è stato tratto l'omonimo film (1991), con Dennis Hopper.

domenica 4 agosto 2019

Io, noi, gli altri



C’era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città del Medio Oriente.

Un giovane si avvicinò e gli domandò:
“Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?”
L’uomo rispose a sua volta con una domanda:
“Come erano gli abitanti della città da cui venivi?”
“Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là”.
“Così sono gli abitanti di questa città!”, gli rispose il vecchio saggio.

Poco dopo, un altro giovane si
avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda:
“Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?”
L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda:
“Come erano gli abitanti della città da cui vieni?”.
“Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!”.
“Anche gli abitanti di questa città sono così!”, rispose il vecchio saggio.

Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: “Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?

“Figlio mio”, rispose il saggio, “ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui.
Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell’altra città,troverà anche qui degli amici leali e fedeli.
Perché, vedi, le persone sono ciò che noi troviamo in loro".



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