sabato 24 settembre 2022

** RECENSIONE ** IL DUCA di Matteo Melchiorre



Lontano dal caos della città, confinato in una grande e vecchia villa di famiglia, situata in una zona di montagna in cui la vita e lo stesso scorrere del tempo sono scanditi dai ritmi della natura e del bosco, un giovane uomo - ultimo erede di un antico e nobile casato ormai decaduto - cerca di dare un senso al proprio presente attraverso il passato: un passato di famiglia popolato dalle storie dei propri avi, con le loro virtù e le loro malefatte; giorni andati via per sempre di cui egli sente ancora forte il sussurro (e il peso?), ma la vita lo metterà dinanzi alla scelta se ascoltare e far continuare a vivere quelle voci del passato o se metterle a tacere e sentirsi finalmente l'unico padrone del proprio presente e del proprio futuro.



IL DUCA
di Matteo Melchiorre


Ed. Einaudi
464 pp
Lo chiamano scherzosamente "il Duca", ma lui lo sa che è più una presa in giro che una dimostrazione di rispetto per l'appartenenza a una dinastia, i Cimamonte, che ha, ovviamente, perduto ogni privilegio nobiliare.

Riservato e solitario, il Duca (protagonista di questo romanzo) ha deciso di ritirarsi a vita privata nella villa da sempre appartenuta alla sua famiglia e prendere possesso della propria eredità, anche se questo significa abitare in un posto isolato qual è Vallorgàna, un piccolo paese circondato da fitti boschi e dalla "severa e impervia" Montagna, nonché scarsamente popolato, in cui le esistenze dei singoli e delle famiglie scorrono a ritmi sempre uguali, seguendo le stagioni e i lavori da fare nelle proprie terre e nei boschi.

Non è semplice integrarsi in quella comunità di montanari un po' chiusi, diffidenti, restii ad accogliere a braccia e cuore aperti il forestiero, lo straniero, colui che viene da fuori e che non appartiene a quel luogo.
Certo, nel caso del Duca, la sua famiglia appartiene a Vallorgàna, le sue radici affondano lì, in quei boschi, in quella terra umida e selvaggia.
Ma se il Duca dovesse farsi accettare dai paesani in quanto discendente dei Cimamonte, sarebbe meglio deporre ogni speranza!
I Cimamonte non sono mai stati molto amati in Montagna.

Stando da solo nella grande villa (con la sola compagnia dell'anziana Dina, che ha servito in quella casa e che attualmente va a far visita al giovane per aiutarlo in qualche incombenza domestica, come la cucina), il Duca impegna il tempo nei lavori lavori manuali e nello scavare tra le vecchie carte di bis-bisnonni: ad attirare ogni sua attenzione è un antichissimo libro di famiglia, la Chronica Cimamontium e apprendere quante più informazioni sugli avi diventa non solo una delle sue più gradevoli occupazioni, ma anche il crocevia dei suoi pensieri
La lettura di queste scartoffie impolverate e ingiallite, scritte con una grafia praticamente illeggibile, fa sì che egli si interroghi lungamente intorno al senso che può avere, ai suoi giorni, discendere da un casato come quello dei Cimamonte: "antico, potente, ricco, ma che soprattutto costruì la propria fortuna su di un sistema sociale della cui ingiustizia non c’è oggigiorno motivo di dubitare. Nella boiserie si custodiva un mondo che i miei avi tenevano in pugno. Distese di terreni. Torme di fittavoli. Schiere di braccianti. Servitori e fantesche. Disuguaglianze giuridicamente sancite. Scuderie di cavalli. Titoli di rispetto. Codici di comportamento. Tutto un mondo, in breve, nel quale non si discuteva il fatto che i Cimamonte fossero i Cimamonte."

Insomma, il giovane ha tutte le ragioni per credere che i suoi parenti, di cui ormai non restano più neanche le ossa, abbiano signoreggiato e dominato a Vallorgàna e che di essi la gente di quei luoghi non abbia un ricordo poi così nobile, ma che, al contrario, di questa ricca famiglia si ricordino l'arroganza, l'egoismo, la boria, la brama di essere i signori di tutto e su tutti.

Non che al Duca interessi portare avanti l'onore e gli sfarzi del proprio casato, ci mancherebbe, e fino a quando ci si limita a saluti cortesi ma distanti, va già piuttosto bene.

Egli è, anzi, quasi in imbarazzo al pensiero che i suoi avi si siano spesso comportati in modo ingiusto e "sapersi figli di questa stessa ingiustizia e vederla descritta, con verissimo inchiostro, in migliaia di carte" non è facile per lui e comunque non lo induce a compiacersi della condotta degli antenati, alcuni dei quali sono stati davvero dei pessimi individui.

I problemi, in quella landa fuori dal tempo in cui la quiete fa da padrone, iniziano quando un uomo del posto (forse l'unico con cui scambia quattro chiacchiere), Nelso Tabiona, bussa alla sua porta per parlargli di un affare urgente.

Nei boschi della Val Fonda qualcuno ha cominciato a tagliare alberi per prendersi la legna, e questi alberi fanno parte della tenuta dei Cimamonte.
Chi è che sta rubando quintali di legname al Duca?
E va bene che lui per primo non ha ancora una precisissima idea di quanto grande sia l'area boschiva di sua proprietà (in effetti non se n'è mai interessato tantissimo, giusto il necessario), ma da qui a chiudere entrambi gli occhi su ben seicento quintali di legna... assolutamente no! È troppo pure per uno tranquillo e pacifico come lui!

Le parole di Nelso - che da una parte lo avverte perché non si faccia fregare, dall'altra gli raccomanda di non litigare, di non fare storie ma di parlare con calma con chi di dovere - risvegliano nel Duca una smania di possesso fino a quel momento sopita: è il sangue focoso dei Cimamonte che prende a ribollire, pronto a far sentire la propria voce e ad alzarla, se necessario. 

"Non si creda che un Cimamonte si lasci abbindolare. Non si supponga che un Cimamonte subisca e taccia."

Il Duca è intenzionato a difendere la propria persona e i propri beni dalla prepotenza, dalla maleducazione, dagli affronti e dalle ruberie di gente che crede di potergli soffiare da sotto il naso ciò che gli appartiene da tempo immemore.
Presto scopre il nome di colui che ha commissionato il disboscamento che ha coinvolto una notevole quantità di alberi dei Cimamonte: Mario Fastrèda.

Questo signore, ormai più che ottantenne, crede di poter comandare su tutta Vallorgàna, di essere il padrone di tutto, di poter tenere sotto scacco la gente - che lo rispetta ossequiosa e al limite della venerazione -, di poter prendere decisioni a nome di tutti i compaesani e si aspetta che nessuno mai lo contrasti.
Bene, ha fatto male i suoi conti: dal momento in cui si è permesso, con la sua sfrontatezza e insolenza, di oltrepassare i confini delle proprie terre per entrare in quelle del Duca, è come se gli avesse dichiarato guerra.
Anche perché, quando il giovane gli fa notare "l'errore", Fastrèda, con la boria e la sicumera che evidentemente gli son proprie, non solo non ammette di aver sbagliato, ma minaccia il Duca di non mettergli i bastoni tra le ruote, di non alzare la voce in alcun modo perché altrimenti gliela farà pagare: se vuole la guerra, guerra avrà. E finalmente questi Cimamonte, che hanno solo portato dolori e sfruttato la povera gente della Montagna, avranno la lezione che si meritano!

Ha inizio così, da parte del Duca, la decisione di non cedere neanche un ramo a quel Fastrèda, di cui non ha certamente paura e che si merita che qualcuno lo metta al posto suo: c'è da chiamare ingegneri e avvocati? Sarà fatto, gli costasse anche una fortuna!

E mentre Nelso scuote il capo amareggiato, disapprovando l'atteggiamento guerrafondaio del Duca, i paesani lo guardano con sempre maggiore diffidenza, mista ad astio, perché questo nobile decaduto si è convinto di essere chissà chi; le cose peggiorano di giorno in giorno e il Duca si trasforma, agli occhi di quella gente semplice, da straniero a vero e proprio nemico, la cui presenza non può che portare sfortuna a Vallorgàna.

"La calunnia è un venticello, una auretta assai gentile che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente,
Incomincia, incomincia a sussurrar..."
: cosa c'è di più efficace del seminare calunnie e maldicenze su quel Duca arrogante, distruggendone la rispettabilità e la reputazione?
Questo è ciò che comincia a fare quel furbone di Fastrèda, determinato a mettere il rivale alle strette, affinché si senta sempre meno accettato dalla comunità di Vallorgàna e, magari!, si decida a lasciarla.

Ma anche il Duca è determinato a non farsi schiacciare i piedi e si impunta perché anche un centimetro delle proprie terre venga rispettato e riconosciuto come suo; certo, un po' si sente frastornato all'idea di mettersi contro una delle figure di spicco del paese e mai avrebbe immaginato di incontrare la discordia in un luogo dove la vita dovrebbe scorrere pacifica e silenziosa come un fiume..., ma tant'è.

Quello, dunque, che era parso a lui (e probabilmente appariva ad un occhio esterno) un luogo magico che ha preservato la propria selvatica e genuina bellezza, dove si può apprezzare la natura con i suoi meravigliosi suoni e silenzi, altro non è che un posto come tanti, dove si deve fare i conti con la rabbia, l'invidia, le ostilità, la malafede, la prepotenza.

Ed è così che la quotidianità del Duca, da sonnacchiosa, noiosa e ripetitiva, assume caratteri decisamente più vivaci; a causa delle calunnie del nemico, la discordia si insinua sempre più, infettando e viziando ogni cosa.

"Quando la discordia germoglia, infatti, qualsiasi ordinaria sciocchezza mette in allerta. Si fiutano insidie in ogni parola. Provocazioni in ogni gesto. Doppiezza in ogni sguardo. E affronti. Tranelli. Trappole. Si finisce col vivere, insomma, come uccelli prigionieri dentro a un roccolo."


Prigioniero. Ecco come si vede, giorno dopo giorno, discussione dopo discussione, il Duca: in prigione, non libero.

"Stavo lasciando che il mondo in cui vivevo mi abitasse. Stavo diventando il mondo che vivevo. Non ero piú io che vivevo in quel mondo, ma quel mondo che viveva in me. Il bosco. Nelso. La Chronica. Fastréda. Il confine. I picchetti rossi e i picchetti gialli. Il lupo. Gli sgarri e i controsgarri. La villa. I miei avi. Vallorgàna. Mi dissi perciò che dovevo quanto prima riprendere in considerazione me stesso e non correre a perdifiato dietro a vicende e questioni delle quali non avevo in realtà la minima esperienza."

Come se gli attriti con Fastrèda non fossero sufficienti a innervosirlo e occupargli ogni pensiero, ad essi si aggiunge il legame che nasce, pian piano e inaspettatamente, con una giovane donna dai capelli neri e dall'aria risoluta e battagliera: Maria.

La donna costituisce una tentazione per il Duca e non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che la ragazza è, nientemeno!, che la nipote di Fastrèda.

Si innesca dunque un rapporto di odi et amo, in cui il Duca cerca in tutti i modi di resistere alle sensazioni che gli suscita la bella Maria, che a sua volta si sente attratta da quell'uomo così singolare e non semplice da capire, in cui risiedono mille contraddizioni e una sorta di affascinante disarmonia che, lungi dall'essere un difetto e una debolezza, si rivela un pregio e una forza.

 

«Tu vivi (...) come in una bolla, in un luogo e in una condizione che si stenta a credere possano esistere. Vivi mezzo nel passato e mezzo in un presente che con il presente ha pochissimo a che fare.


Cosa ne sarà del Duca, del suo orgoglio e delle mille domande, di quella villa un tempo dimora di nobili e che ora rischia di cadergli addosso rovinosamente, di quel bosco che avanza silenzioso e minaccioso verso le case, delle discussioni con quell'odioso di Fastrèda (con cui ha in comune più di quanto creda), della testarda voglia di aver la meglio su di lui, del rapporto con Maria e di ciò che esso potrebbe diventare, se solo entrambi lo volessero?


"Il Duca" è un romanzo che mi ha catturata dal primo istante, permettendomi di appassionarmi subito alle vicende del protagonista, strettamente legate al contesto in cui è collocato, a questa località di montagna in cui le lancette dell'orologio sembrano muoversi più lentamente che altrove, e in cui il passato, le azioni belle e brutte di chi c'è stato prima ancora riecheggiano ed influenzano il presente di chi - come il Duca - si pone con insistenza quasi morbosa all'ascolto di quelle voci antiche.

Mi è piaciuta l'ambientazione: la montagna e il bosco fitto - con i suoi odori forti e tipici, i suoi rumori e suoni, la sua vegetazione e la sua fauna - e il paese, che da un passato florido e movimentato è giunto ad un presente scarno, statico, fatto di poche case e poca gente.

Ho apprezzato e sono rimasta affascinata dal linguaggio, scorrevolissimo e oltremodo piacevole nel suo essere classico, "d'altri tempi", ricercato, elegante, nonché specifico e dettagliato quando si tratta di spiegare e descrivere i luoghi, gli elementi che caratterizzano i boschi, la vita in montagna, gli attrezzi e le attività tipiche di chi ci vive e ci lavora; una narrazione attenta, curatissima, un uso sapiente delle parole (compresi vocaboli di uso non comune), una scrittura accattivante, colta, che non stanca mai, anzi, rende tutto così reale, immersivo, coinvolgente, capace di far percepire al lettore tutta la tensione vissuta anche dal protagonista, in base a ciò che sta vivendo, conoscendo, scoprendo e provando.

Il Duca è un uomo dalla personalità sfaccettata, complessa, che vive quotidianamente dentro di sé il combattimento tra la ragione e l'istinto.

L'istinto gli suggerisce di non farsi pestare i piedi, di tener testa al rivale, di zittire la bocca di chi lo ritiene uno che con la montagna non ha nulla da spartire, mentre la testa di dice che tutto quel marasma di sentimenti negativi, quel suo attaccamento alla villa, alla storia del proprio casato... a cosa lo condurranno?

Nel corso della narrazione, vediamo il Duca maturare, riflettere, valutare, scavare come un archeologo, prima dentro casa, tra le carte dell'archivio e tra gli oggetti degli avi, tra le loro storie e le loro colpe, e poi dentro se stesso.
Mi è piaciuta molto la sua maturazione, quel suo interrogarsi su cosa lo stia aspettando qualora egli resti ancorato a quella villa e a ciò che essa può rappresentare: un guscio ormai vuoto, freddo, sterile, una prigione nuda in cui seppellirsi e rannicchiarsi in attesa di un domani senza grosse novità o, al contrario, un posto da cui ripartire, ricominciare, ormai liberato dalle invisibili catene di ciò che è stato e non è più.

Il mio parere è assolutamente positivo, è un romanzo che mi ha impressionata favorevolmente, per storia e stile. 
Ve lo consiglio!


"Io non penso che tutto quanto ci accada debba essere per forza raro, speciale o prezioso. Molto spesso, o forse il più delle volte, viviamo le cose di tutti. Voglio dire che le nostre esperienze, e soprattutto quelle che si svolgono dentro di noi, 
ci sembrano magari inedite, straordinarie, uniche. Invece non sono che tritume mille volte accaduto e mille volte raccontato."

giovedì 22 settembre 2022

|| RECENSIONE || STORIA PROIBITA DI UNA GEISHA di Mineko Iwasaki, Rande Brown

 

La storia di una delle geishe più famose raccontata dalla sua stessa voce, autentica e sincera, che ci trasporta in una società e in una cultura distanti da noi ma di cui avvertiamo il fascino irresistibile.


STORIA PROIBITA DI UNA GEISHA
di Mineko Iwasaki, Rande Brown



Ed. Newton Compton
trad. A.Mulas
318 pp

Masako Tanaka è solo una bambina di cinque anni quando la sua vita prende un corso particolare, tanto faticoso quanto affascinante.
È una figlia amata dai suoi genitori, che stravedono per lei e mai si sognerebbero di lasciarla andare lontana dalla famiglia.
Ma è ciò che accadrà, loro malgrado. 
I figli sono tanti e non è semplice mantenerli e tirarli su tutti e bene, così alcune delle figlie femmine più grandi vengono mandate a studiare per diventare delle geiko ("donna d'arte") presso la casa per geishe, nel quartiere di Gion Kobu di Kyoto.
Per una serie di circostanze, l'anziana Madame Oima (direttrice della casa per geishe) si ritrova a "corteggiare" i genitori della piccola Masako, insistendo perché lascino che la piccola intraprenda il cammino per diventare anch'ella una geisha: è così bellina, sveglia, anche se un po' schiva e solitaria, ma sicuramente ha tutte le caratteristiche per diventare una magnifica danzatrice, Madame ne è convinta.
E poi per lei gli anni passano e deve assolutamente trovare una futura geiko che erediti la okiya, la casa per geishe che dirige con successo.

Inizialmente la piccola non accetta l'idea di lasciare mamma e papà per andare a vivere da questa signora anziana, che pure è tanto gentile e affabile; quando la vede arrivare, va a nascondersi nell'armadio, impaurita.
Ma è solo questione di tempo e la bimba, a furia di frequentare la casa per geishe, finisce per sentirsi a proprio agio in quel mondo, fatto sì di infinite regole, orari, studio, disciplina..., ma anche di balli meravigliosi, raffinati ed eleganti. 
Mineko ieri e oggi

E poiché a lei piace tanto ballare ed è portata, non può che accettare la proposta di "zietta Oima" e restare a vivere nell'okiya, lasciando (con gran dolore) la casa paterna.
Viene quindi adottata e diventa Mineko Iwasaki.

Inizia per lei una lunga e impegnativa formazione, fatta di quotidiane ed estenuanti lezioni per apprendere antichi passi di danza, per imparare a suonare gli strumenti della tradizione e per acquisire tutti i segreti di quel cerimoniale rigido e severo che rende le geishe maestre di etichetta, eleganza e cultura.
Il suo caratterino determinato, testardo e schietto, viene fuori da subito e questo fa sì che spesso venga ripresa dagli insegnanti, che però vedono in lei molto potenziale.
Ed infatti la bambina cresce impegnandosi tantissimo nello studio, non si concede distrazioni, dedica ore alla danza e alle altre discipline essenziali per divenire la migliore danzatrice del Giappone.

E ci riesce: Mineko Iwasaki diventa infatti la geisha più brava, ricercata e corteggiata di tutto il Paese.

Le sue qualità, la caparbietà, l'impegno costante, la serietà nell'affrontare ogni compito ed esibizione, il suo essere forte e fiera, faranno sì che si immerga completamente in quel mondo in cui si respira arte, compostezza, austerità; un microcosmo tutto al femminile in cui le donne - giovani e meno giovani - sono tenute a interagire rispettando ruoli e responsabilità, aiutandosi a vicenda, cercando di allacciare amicizie, complicità, ma questo non toglie che - come in tutti gli ambienti professionali e in cui si condivide una quotidianità - nascano anche attriti, litigi, invidie e dispetti.

Per diventare una geisha ci sono degli step, ognuno dei quali è caratterizzato dalle proprie specificità circa kimono, acconciature, trucchi, tipi di danze da imparare, cerimonie e riti cui partecipare, compiti più o meno "umili" o importanti, insomma è un universo complicatissimo e ricco di tanti dettagli, tradizioni, parole, gesti, rituali, abiti ecc.

Io ne ero a digiuno e devo dire che è stato interessante entrare nella vita della protagonista e leggere non soltanto la sua personale esperienza di artista e danzatrice, che l'ha coinvolta dai cinque ai ventinove anni (il debutto come danzatrice maiko avvenne a quindici anni), ma proprio tutto ciò che contrassegna quest'antica tradizione, che è molto articolata e mossa da tante regole.

Diventare una geiko non richiede solo l'apprendimento di passi di danza o di gesti per la cerimonia del té, ma anche una vocazione di tipo "morale", nel senso che è un percorso anche interiore, di crescita personale; una donna che aspira a diventare geisha ("artista") deve lavorare molto su sé stessa, sul proprio carattere, sugli istinti e i desideri personali per modellarli su quelli propri del ruolo della geisha, che oltre a intrattenere con i balli tipici della tradizione giapponese, deve anche saper fare conversazione, giochi e quant'altro serva per far star bene i clienti, la cui privacy dev'essere sempre garantita e difesa.
Mineko e Charles

Questi ultimi sono generalmente uomini, ma in realtà può trattarsi anche di coppie (marito e moglie) e, seppur meno frequentemente, di famiglie.
Si tratta per lo più di persone altolocate, benestanti, dagli imprenditori ai politici, agli uomini d'affari; la nostra bella e talentuosa Mineko ha avuto l'opportunità di incontrare personalità politiche importanti, come Kissinger, principe Carlo (oggi re Carlo III) e la stessa regina Elisabetta.

Se vi chiedete se tra geishe e clienti si instaurassero relazioni "intime", la risposta è semplice: la geisha
non è una prostituta, ma un'artista, una danzatrice tenuta a seguire rigidi protocolli; non viene pagata per assecondare le "voglie particolari" dei clienti, il che però non esclude né che un cliente possa provarci né  che possa sinceramente "affezionarsi" in modo particolare ad una geisha, che richieda sempre lei e che tra i due, prima o poi, nasca una relazione sentimentale, e magari si arrivi anche al matrimonio.
Solitamente, se ci si sposa, è difficile che si prosegua la carriera da geisha, ed è ciò che succede a Mineko.

Ella ha avuto una relazione importante con un attore famoso in quegli anni (anni '60-'70), che però era sposato e - come spesso accade - prometteva di lasciare la moglie ma erano solo chiacchiere; più tardi, la giovane donna incontra un uomo che diventa suo marito e la relazione con lui coinciderà anche con la decisione di abbandonare la propria sfolgorante carriera di geisha di successo per vivere - finalmente! - come una "semplice" donna, forse non più famosa e super corteggiata ed impegnata... ma libera.

Seguiamo di anno in anno Mineko e il suo percorso umano e artistico, la vediamo crescere, smussare lati spigolosi del proprio carattere, ingoiare rospi, trattenere le lacrime, ne ammiriamo la forza di volontà, i sacrifici, la bravura e, non ultimo, il suo provare a cambiare qualcosa di quel mondo chiuso e severo, provare a "svecchiarlo" per preservarlo, per evitarne, o anche solo rimandarne, la fine.
Purtroppo i suoi sforzi non otterranno risultati e Mineko uscirà da quella realtà comunque tanto amata.

È un'autobiografia molto dettagliata, che immerge il lettore in questa cultura millenaria, nelle
tradizioni giapponesi legate alla figura della geisha dandogli un sacco di informazioni, chiarendo i significati delle parole, le innumerevoli regole di comportamento, i vari ruoli e gerarchie all'interno dell'okiya, le fasi del percorso di studi per avanzare nella carriera, insomma non gli viene nascosto nulla, anzi, la protagonista/narratrice racconta tutto con calma, meticolosità, senza essere pedante, anzi con eleganza, ironia e leggerezza, raccontando la sua vera storia, in risposta a quella narrata - non proprio fedelmente - da Arthur Golden in "Memorie di una geisha".

Lettura adatta a chi ama la cultura giapponese e vuol saperne di più (e meglio) sulla figura affascinante ed esotica della geisha attraverso la storia di Mineko Iwasaki.

martedì 20 settembre 2022

I MIEI ULTIMI ACQUISTI IN LIBRERIA

 

Ultimi ingressi nella mia libreria :))

I primi due sono un regalo di compleanno ^_^



LE VERITÀ SEPOLTE
di Angela Marsons


Ed. Newton Compton
trad. N. Giugliano
384 pp
Quando, durante uno scavo archeologico, vengono rinvenute alcune ossa umane, uno sperduto campo della black country si trasforma improvvisamente nella complessa scena di un crimine per la detective Kim Stone. 
Non appena le ossa vengono esaminate diventa chiaro che i resti appartengono a più di una vittima. 
E testimoniano un orrore inimmaginabile: ci sono tracce di fori di proiettile e persino di tagliole da caccia. 
Costretta a lavorare fianco a fianco con il detective Travis, con il quale condivide un passato che preferirebbe dimenticare, Kim comincia a investigare sulle famiglie proprietarie e affittuarie dei terreni del ritrovamento. 
E così, mentre si immerge in una delle indagini più complicate mai condotte, la sua squadra deve fare i conti con un'ondata di odio e violenza improvvisa. 
Kim intende scoprire la verità, ma quando la vita di una sua agente viene messa a rischio, dovrà capire come chiudere al più presto il caso, prima che sia troppo tardi.




STORIA PROIBITA DI UNA GEISHA
di Mineko Iwasaki, Rande Brown


Ed. Newton Compton
trad. A.Mulas
318 pp
Mineko è una bambina schiva e solitaria quando alla tenera età di cinque anni viene allontanata dalla sua famiglia: l'anziana Madame Oima, direttrice di un' okiya, una casa per geishe di Kyoto, ha infatti deciso di farne la propria erede. 
Così per Mineko comincia una lunga e impegnativa formazione: estenuanti lezioni per apprendere antichi passi di danza, per imparare a suonare gli strumenti della tradizione e per acquisire tutti i segreti di quel cerimoniale rigido e severo che rende le geishe maestre di etichetta, eleganza e cultura. 
La ragazza s'immerge nello studio e non si concede alcuna distrazione, pur di realizzare il suo unico grande sogno: essere la migliore danzatrice del Giappone. 
E gli sforzi non saranno vani: Mineko Iwasaki diventa infatti la geisha più brava, ricercata e corteggiata di tutto il Paese. 
Testarda e fiera, si muove a proprio agio in un mondo che non ammette ribellioni, fino a quando, un giorno, decide di infrangere le regole austere sulle quali è fondata tutta la sua esistenza. 
Coraggiosa e intraprendente, abbandona le convenzioni che non le hanno permesso di vivere in maniera autentica e sceglie di tornare a essere semplicemente una donna. 

Con eleganza, ironia e leggerezza, Mineko ci accompagna attraverso le trame e i segreti di una cultura millenaria, restia a svelarsi, osando strappare il velo di pudore che da sempre avvolge un universo frainteso. La vera storia di "Memorie di una geisha" raccontata dalla voce autentica della protagonista.

LA PSICOLOGA
di B.A. Paris


Editrice Nord
trad. M.O. Crosio
384 pp
Alice ha appena acquistato una casa a un prezzo vantaggioso; dopo essersi trasferita scopre che la precedente proprietaria è stata uccisa due anni fa, proprio in quella casa. 
Dapprima turbata da quella rivelazione, a poco a poco Alice inizia a interessarsi sempre di più alla storia della donna, una psicologa sua coetanea, e non perde occasione di chiedere informazioni ai vicini. Con suo grande sconcerto, però, tutte le persone che fino a quel momento l’avevano accolta con calore e gentilezza si chiudono in un silenzio ostinato. 
Come se ciò non bastasse, Alice comincia a notare delle stranezze – finestre aperte che era sicura di aver chiuso, oggetti spostati di pochi centimetri – e in lei si fa sempre più forte la sensazione di essere osservata.
E si rende conto che c’è qualcosa di oscuro nascosto tra le pieghe di quella comunità apparentemente perfetta e che frugare nei segreti degli altri potrebbe rivelarsi fatale...

 


domenica 18 settembre 2022

LIBRI IN USCITA NEL MESE DI OTTOBRE



Cari lettori, oggi vi segnalo alcuni libri che mi piacerebbe accogliere in casa mia :-D

Voi che ne pensate?  Le loro trame catturano il vostro interesse?
Sono romanzi in uscita nel prossimo mese.


Un romanzo di formazione dark, una fiaba nera, una storia di Resistenza.

IL TEMPO DELL'ODIO
di Antonio Lanzetta


La Corte Ed.
224 pp
19,90 euro
USCITA
7 OTTOBRE 2022
Cilento, estate del 1943. Il quattordicenne Michele vive con la madre e le sorelle in un casolare isolato. 
Un giorno, di ritorno dal lavoro nei campi, vede una camionetta di fascisti sulla strada che lo porta a casa e si nasconde in mezzo ai cespugli. 
Mentre le donne urlano disperate, Michele viene scoperto e per non essere ucciso è costretto a scappare nel bosco. 
Questo evento non solo segna la fine dell’adolescenza e l’incontro con la brutalità e la violenza, ma è l'inizio, per lui, di un viaggio iniziatico all’insegna della vendetta, dell’odio e del desiderio di trovare le sorelle che sono state rapite. 
Ferito e sconvolto, viene accolto da una vecchia vicina che lo cura offrendogli un nascondiglio e scopre che anche altre ragazze del paese stanno sparendo. 

Chi si cela dietro tutto questo e che fine fanno le vittime? 
Sono i giorni che precedono lo sbarco degli alleati a Salerno e i nazisti sono fuori controllo. 
Sono loro i responsabili? 
Michele si unisce a un gruppo di briganti, guidati da un uomo misterioso che si fa chiamare Teschio, che gli mostrerà il loro particolare codice criminale e gli insegnerà il valore dell’onore. 
Insieme a loro scoprirà una terribile verità.


******


Una metafora magnifica e struggente di come le comunità all'apparenza avanzate ignorino l'ingiustizia più palese. 
Un perfetto capolavoro distopico, che racconta il coraggio di vivere in tempi bui con il cuore intatto. 
E un testamento prezioso sul potere intramontabile dell'amore, della letteratura e della speranza.


I NOSTRI CUORI PERDUTI
di Celeste Ng

Ed. Mondadori
348 pp
20 euro
USCITA
11 OTTOBRE 2022
Bird ha dodici anni e vive a Cambridge, Massachusetts, con suo padre, un ex linguista ora impiegato nella biblioteca universitaria di fronte a casa. 
Sua madre, Margaret, una poetessa di origini cinesi, li ha abbandonati quando lui aveva solo nove anni in circostanze misteriose, dopo che una sua poesia è diventata il manifesto dei dissidenti contro le leggi in vigore. 
Leggi autoritarie, volte a preservare "la cultura e le tradizioni americane", a bandire i libri o le forme d'arte non allineati, e a "ricollocare" i figli dei soggetti sovversivi. 
In questo clima di paura, Bird sa che non deve fare domande; è cresciuto rinnegando sua madre e le sue poesie, ma quando riceve una lettera al cui interno c'è un foglio cosparso di minuscoli gatti disegnati, capisce che si tratta proprio di un suo messaggio in codice. Inizia così l'affannosa ricerca per ritrovarla. 
Partendo dalle storie che lei gli raccontava da piccolo, attraverso una rete clandestina di bibliotecari che aiuta le famiglie dei bambini rapiti, Bird approda a New York, dove la sua vita potrebbe cambiare per sempre.



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Una serie di splendide storie raccontate dalle voci intime di personaggi complessi, Lily King esplora con eleganza il desiderio, la perdita e l’inesorabile spinta verso l’amore. 
Romantica, piena di speranza, brutalmente onesta e capace di costruire interi mondi in pochi tocchi, l’autrice si conferma una delle più grandi narratrici del nostro tempo.



Fazi Ed.
trad. M. Gini
214 pp
18 euro
USCITA
11 OTTOBRE 2022


CINQUE MARTEDÌ D'INVERNO
di Lily King

Una ragazza di quattordici anni scopre cosa vuol dire sentirsi attratta da un uomo, ma l’uomo è quello sbagliato; un libraio scontroso, dopo aver vissuto molto tempo in solitudine, affronta l’imbarazzo dell’avvicinarsi a una donna e ritrova l’amore grazie all’aiuto della figlia adolescente; un ragazzino sensibile tocca con mano la libertà quando per la prima volta trascorre una vacanza senza i genitori; due vecchi compagni di stanza al college, che non si parlano più in seguito al coming out di uno di loro, si rivedono dopo anni, ma troppe cose sono cambiate. 

Quelli dipinti in queste pagine sono rapporti tenuti insieme da fili sottili che però si rivelano indistruttibili, incontri dall’esito sempre imprevedibile, dove vengono sostenute conversazioni difficili, smascherate grandi insicurezze – soprattutto maschili –, compiuti sconvolgenti atti di violenza da vecchi e nuovi amici.

venerdì 16 settembre 2022

16-18 settembre 1982. SABRA E SHATILA, IL MASSACRO SENZA COLPEVOLI



Quarant'anni fa, tra il 16 e il 18 settembre 1982, all'interno del campo profughi palestinese di Shatila, situato nel quartiere di Sabra, alla periferia ovest di Beirut, ebbe luogo un eccidio brutale e agghiacciante: tra i 1500 e i 3.000 palestinesi furono uccisi dalle falangi cristiano-maronite e dall’esercito del Libano del Sud, con il sostegno e la complicità di Israele, che aveva invaso il Libano per la seconda volta. 

La guerra, iniziata nel giugno del 1982 su suolo libanese e condotta da Israele per combattere l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) guidata da Yasser Arafat, stanziata ormai in Libano dal 1948, raggiunse il suo apice all’inizio del mese di settembre. 
Dopo l’attentato dinamitardo al neoeletto Presidente del Libano Bashir Gemayel, le forze israeliane, alleate del governo libanese, occuparono Beirut Ovest. 
Il generale dell’esercito israeliano Ariel Sharon decise di chiudere ermeticamente i campi profughi e di mettere cecchini sui tetti di ogni palazzo. Niente e nessuno poteva entrare nei campi.

Tre lunghi giorni di massacri: migliaia di rifugiati palestinesi indifesi - donne e anziani, tanti, troppi bambini -, stuprati, torturati, uccisi, con l’esercito israeliano a impedire la fuga dei civili. 

L’Assemblea generale dell’Onu definì l’operazione un genocidio con una risoluzione approvata il 16 dicembre dello stesso anno. 
Condanne, nessuna.

Sandro Pertini: “Io sono stato nel Libano, ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. È una cosa che angoscia vedere questo luogo dove sono sepolte le vittime di quell'orrendo massacro e il responsabile di tale massacro è ancora al governo in Israele e quasi va baldanzoso delle azioni compiute. È un responsabile che dovrebbe essere bandito dalla società".


NON DIMENTICARE è un dovere morale, civile, UMANO, come anche chiedere che ci siano verità, giustizia, ammissione di colpa. E arriverebbero comunque con quarant'anni di ritardo.


Riporto qui alcune testimonianze.


Oum Chawki 

«Hanno bussato alla porta di casa. Qualcuno ha detto: “Siamo libanesi, veniamo a fare una perquisizione, cerchiamo armi...”. Mio marito ha aperto la porta, non era particolarmente preoccupato perché non apparteneva a nessuna organizzazione militante. Lavorava al club del golf, vicino  all'aeroporto». 
Oum Chawki racconta di tre soldati israeliani e di un militare delle forze libanesi, le milizie cristiane di destra, che sono entrati in casa, hanno preso i braccialetti di sua figlia, le hanno strappato gli orecchini e le hanno picchiate.

Come altre famiglie palestinesi, quella di Oum Chawki è stata trasportata all'interno dei campi.
«Ci hanno fatto salire su una camionetta che si è diretta verso l'ingresso del campo di Shatila. I militari hanno separato gli uomini dalle donne e dai bambini. Il libanese ha preso i documenti di tre nostri cugini, prima di abbatterli di fronte a noi. Mio marito, mio figlio e altri cugini sono stati portati via dagli israeliani. Le donne e i bambini si sono diretti a piedi verso la Città sportiva. Ai margini della strada c'erano donne in lacrime, che urlavano che tutti gli uomini erano stati uccisi... ».

Chawki riesce a a fuggire con i figli ma il giorno dopo, ben presto, va a cercare informazioni sulla sorte del marito e del figlio. Si dirige verso il quartiere di Orsal, scavalcando centinaia di cadaveri di libanesi, siriani e palestinesi. 

«Erano irriconoscibili. Volti deformati, gonfi... Ho visto 28 cadaveri di una famiglia libanese, fra cui due donne sventrate... Cercavo di riconoscere gli indumenti che indossavano mio figlio e mio marito. Li ho cercati per tutto il giorno. Sono tornata il giorno dopo... Non ho riconosciuto nessun cadavere di gente di Bir Hassan». Oum Chawki ha visto alcuni soldati libanesi scavare le fosse per ammucchiarvi i
cadaveri... Non ha mai ritrovato il marito e il figlio. Ma le è più difficile parlare della figlia,
che è stata violentata... «Penso a tutto questo, giorno e notte. Ho dovuto tirar su da sola i miei figli .... Sono stata costretta a chiedere l'elemosina. Non dimenticherò mai. Voglio vendicare tutto questo. Il mio cuore è dello stesso colore dei miei abiti. Tramanderò tutto quello che ho visto ai miei figli, ai miei nipoti...».


Siham Balkis

«Il massacro è iniziato giovedì verso le 5,30 del pomeriggio. Non ci credevamo... Siamo rimasti chiusi in casa fino al sabato mattina, e non abbiamo saputo granché, se non che giovedì e venerdì un gruppetto di palestinesi e di libanesi aveva tentato di difendersi, ma non erano abbastanza numerosi e le munizioni scarseggiavano. Di notte, abbiamo visto dei razzi luminosi e abbiamo sentito degli spari. Credevamo che gli israeliani volessero soltanto prendersela con i combattenti e trovare le loro armi... Quando è tornata la calma, il sabato mattina, siamo saliti sul balcone e abbiamo scorto un gruppo delle forze libanesi (Fl), accompagnato da un ufficiale israeliano. I libanesi ci hanno gridato di uscire. E noi abbiamo obbedito, seguiti dai loro insulti. L'israeliano aveva un walkie-talkie. Uno dei libanesi glielo ha preso e ha detto: “Siamo arrivati alla fine della zona bersaglio”»

Siham e altre persone sono state portate verso l'ospedale Gaza. I loro accompagnatori hanno radunato i medici stranieri e tutta la gente che si era riparata all'interno dell'ospedale e nelle vicinanze.

«Hanno ucciso una decina di combattenti. Hanno catturato un giovane palestinese in camice bianco che si trovava in mezzo ai medici e agli infermieri, e lo hanno ucciso. Quando hanno radunato tutti - centinaia e centinaia di persone - ci siamo diretti verso l'ambasciata del Kuwait. Le strade erano disseminate di cadaveri. Ragazze con i polsi legati. Case distrutte. Blindati, probabilmente israeliani. I miseri resti di un neonato erano rimasti incastrati nei cingoli di uno dei blindati. Prima di arrivare alla Città sportiva, hanno diviso gli uomini dalle donne. I militari chiedevano ai giovani di strisciare per terra. Quelli che sapevano farlo bene venivano considerati combattenti e sono stati fucilati dai militari delle forze libanesi. Gli altri sono stati presi a calci ...
Ho visto un gran numero di soldati israeliani. Un colonnello israeliano ha detto che le donne e i bambini potevano tornare nelle loro case. In seguito, ho scorto mio fratello salire su una jeep, mentre altre persone salivano sui camion. Sono corsa verso di lui. Invano. Ho sentito un ufficiale dire in arabo: “Questi li consegniamo alle FL. Sapranno farli parlare meglio di noi”». 

Roberto Fisk

"Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare".

Ben Alofs 

Medico olandese che nell'estate del 1982 lavorava a Beirut ovest, all'epoca era assediata dall'esercito israeliano.

"Mentre veniva compiuto il massacro, io lavoravo al Gaza Hospital di Sabra. La situazione era caotica e confusa. Il nostro obitorio si riempì di cadaveri in pochissimo tempo, mentre i feriti venivano trasportati senza sosta. Il 17 settembre fu chiaro che i falangisti di Saad Haddad (assoldati ed armati da Israele) stavano massacrando la popolazione civile. Un bambino di 10 anni fu trasportato agonizzante all'ospedale. Era vivo, ed aveva trascorso tutta la notte sotto i cadaveri dei suoi genitori, fratelli e sorelle. Durante la notte, gli assassini venivano aiutati dagli elicotteri israeliani, che illuminavano i campi con le torce.
Sabato mattina 18 settembre fummo arrestati dai miliziani falangisti di Haddad.
Appena prima di uscire dal campo, vidi un'immagine che resterà per sempre nella mia mente: un grosso cumulo di terra rossa da cui fuoriuscivano braccia e gambe.
Swee, un ortopedico del nostro team, mi raccontò che una mamma palestinese aveva tentato di mettergli tra le braccia il suo figlioletto per tentare di salvarlo, ma il piccolo gli fu strappato di mano e ridato a sua madre. Domenica 19 settembre, tornai a Sabra e Shatila accompagnato da due giornalisti danesi ed un olandese. L'esercito libanese circondava i campi e cercava di tenerne lontani i giornalisti. Riuscimmo ad entrare. Tutti eravamo atterriti dalla ferocia degli assassinii. L'esercito civile libanese aveva cominciato il recupero dei cadaveri non ancora sepolti dai bulldozer. 
Non sapremo mai quanti civili furono effettivamente trucidati durante quei terribili giorni di settembre 1982. Forse 1500? 2000? O più? 
Quando le piogge autunnali iniziarono a cadere, alla fine di novembre, le fogne congestionate inondarono Sabra e Shatila. La congestione era causata in parte dai cadaveri gettati nelle fogne. Altri corpi erano stati sepolti in fosse comuni, coperte da massi che non avrebbero mai dovuto essere aperti, per ordine del governo libanese nella persona del presidente Amin Gemayel, fratello di Bashir. 

Il primo ministro israeliano Begin commentò: "I goyim uccidono altri goyim e accusano gli ebrei".

"Animali a due piedi", definì Begin i palestinesi nel 1982. Eitan li paragonò a "scarafaggi impazziti in bottiglia": questa disumanizzazione dei palestinesi era ed è ancora la causa dell'insensibile noncuranza dell'esercito israeliano verso la vita dei palestinesi."

















Siti consultati:

- Le monde diplomatique, settembre 2002



Libri sui massacri di Sabra e Chatila:

- Amnon Kapeliouk, Sabra e Chatila. Inchiesta su un massacro, 1982;
- Genet a Chatila, testi riuniti da Jérôme Hankins, Babel, 1992;
- I fantasmi di Sharon. Il massacro dei palestinesi nei campi di Sabra e Shatila
- Sabra and Shatila di Abraham Weizfeld




giovedì 15 settembre 2022

** Segnalazioni noir/thriller **


L'estate sta finendo... ma i gialli e i thriller vanno bene in tutte le stagioni, no? ^_-

E allora eccomi qui a proporvi qualcosina che spero troviate interessante: una trilogia tutta in giallo, ideale per quei lettori amanti del noir che hanno voglia di immergersi senza interruzioni nelle tre appassionanti indagini del "Becchino", tutte ambientate a Genova negli anni '50. In pratica, tre romanzi da leggere tutta d’un fiato... naturalmente sospeso!

La seconda segnalazione è il romanzo della scrittrice messinese Eliana Camaioni: Nessun Dorma, pubblicato dalla casa editrice Algra Editore, un thriller ha un ritmo incalzante e personaggi travolgenti che saranno coinvolti in una storia ricca di mistero e suspense.



IL MANDANTE
La prima indagine del “Becchino”
di Maria Teresa Valle



Genova, 1950. 
La guerra è finita da pochi anni e Genova sta cercando di ritrovare la sua normalità.
Il commissario capo, Damiano Flexi Gerardi, soprannominato il Becchino per via del suo abbigliamento cupo ed elegante e per il suo carattere schivo, durante il regime fascista ha esercitato il suo ufficio in Sardegna; tornando al commissariato di Prè, ritrova il vicecommissario Bonvicini, con cui c’è una ruggine di vecchia data, e un giovane ispettore, Silvio Marceddu, con cui invece simpatizza subito. 
Viene subito chiamato in causa per il delitto di un modesto sarto di abiti ecclesiastici. Nessun testimone, nessun indizio e, apparentemente, nessun movente. 
Un secondo delitto, vittima la tenutaria di una casa chiusa, Margherita Papi, seguito dalla scomparsa altre due persone, complicano ulteriormente le indagini. 
Ma le difficoltà non finiranno qui; altre complicazioni e nuovi personaggi lo aspettano. 
Il commissario, oppresso dalla rupofobia e dalla afefobia, tormentato da un amore impossibile, ostacolato dal questore, arriverà alla fine a scoprire un’amara verità.



COLPEVOLE DI INNOCENZA
La seconda indagine del “Becchino”

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Convinto dal questore a ritirare le dimissioni e ad accettare un caso difficile e delicato, il commissario Damiano Flexi Gerardi si trova a indagare sulla morte di due piccole ospiti dell’orfanotrofio di C.M. Da chi e perché sono state uccise due bambine innocenti? 
Non è facile per un uomo poco socievole come lui avere a che fare con un gruppo di suore capeggiate da una madre superiora agguerrita e granitica come un generale. 
Diversi soggetti sono sospettabili. Ma qual è il movente? 
Le indagini si complicheranno ulteriormente per avvenimenti personali e delittuosi che turberanno l’animo di tutti. 
La soluzione arriverà portando con sé la consapevolezza che nessuno è innocente.


GENOVA
Una pallottola per il “Becchino”



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È il 1952 e Genova si appresta ad accogliere un importante avvenimento: la Venticinquesima Adunata Nazionale dell'Associazione Nazionale Alpini. 
Damiano deve occuparsi dell'organizzazione e della realizzazione del servizio di sicurezza dell'evento, sostituendo all'ultimo momento un collega ammalatosi gravemente. 
Il commissario preferirebbe di gran lunga occuparsi dell’omicidio di un suo parente, ma non può. 
Il caso è affidato al collega Alfredo Dominici, di cui il “Becchino” non ha nessuna stima. 
Intanto, vengono a galla nuovi omicidi; il Becchino crede siano tutti collegati da un unico movente e da un solo assassino, mentre il collega Dominici sostiene si tratti di casi distinti tra loro. 
Chi avrà ragione? Ce la farà il commissario Gerardi a trovare l'assassino e, contemporaneamente, a gestire il raduno degli alpini?


L'autrice.
Maria Teresa Valle nata a Varazze (SV), risiede attualmente a Genova. Sposata, ha due figli e tre splendidi nipoti. Laureata in Scienze Biologiche ha lavorato per molti anni in qualità di Dirigente Biologa all’Ospedale San Martino di Genova. Per Fratelli Frilli Editori ha pubblicato: La morte torna a settembre (2008, anche in edizione economica per la collana “Liguria in Giallo”), Le tracce del lupo (2009 anche in edizione economica per la collana “Liguria in Giallo”), Le trame della seta. Delitti al tempo di Andrea Doria (2010, anche nella collana “Super pocket in giallo” e distribuiti con il quo- tidiano “Il Secolo XIX”), L’eredità di zia Evelina. Delitti nelle Langhe (2012, ha fatto parte della collana “Noir Italia” pubblicata dal “Sole 24 ore”), Il conto da pagare (2013 tradotto in Spagna col titolo Adjuste de cuentas per “Terapias Verde”), La guaritrice. Piccoli sospetti (2014), Burrasca. Delitto al liceo Chiabrera (2015), Maria Viani e le ombre del ’68 (2016), I ragazzi di Ponte Carrega (2017), Delitto a Capo Santa Chiara (2018) e Il mandante (2019). Su soggetto del gruppo Neverdream (Progressive Rock) ha scritto The Circle la storia noir del loro ultimo concept album. CD e libro sono scaricabili gratuitamente dal sito www.neverdream.info. Ha pubblicato inoltre svariati racconti in molte antologie, tra cui Apro gli occhi premiato al 36° Premio Gran Giallo della Città di Cattolica.




NESSUN DORMA
di Eliana Camaioni


Algra Editore
292 pp
18 euro
Un testamento, due ex compagni di liceo, tre date e una catastrofe in arrivo che minaccia la città dello Stretto.
Solo dieci giorni per evitare l’irreparabile. Tutto ha inizio quando Alianna Braschi, archeologa e direttrice del Museo di Messina, viene designata fra gli eredi di tale cavalier Alfonso Ricciardi, a lei sconosciuto, assieme a Marco Stagnoli, sua ex fiamma al liceo, ora professore di fisica ad Harvard. 
Ma sin dall’apertura della busta l’eredità apparirà più complessa di un semplice lascito: Ricciardi affida a lei e Stagnoli il  completamento con urgenza dei suoi studi, la cui chiave sta tutta in un testo lacunoso chiuso a Venezia in una cassetta di sicurezza. 
Studi misteriosi tanto quanto la sua morte, sulla quale viene chiesto ai protagonisti di far luce. Da quel momento il ritmo sarà serrato: dagli studi di Alfonso emergerà l’imminenza di un evento catastrofico, che “in un sol modo e in un sol luogo i nubendi sacri potranno fermare”. 

La narrazione a due voci, che si alterneranno per tutto il romanzo, consegna al lettore i due mondi paralleli di Marco e Alianna, mettendolo a parte anche delle verità che reciprocamente i due protagonisti si nascondono. Con conseguenze imprevedibili.

L'autrice. 
Eliana Camaioni, classe 1973, critico letterario e blogger. Dottore di ricerca in Filologia, ex docente di Latino e Greco, studiosa di misteri delle civiltà antiche. Collaboratrice della rivista Letteratitudine, è suo il blog #unminutodilibri per il giornale Messina Today. Ha pubblicato Di verità non dette (2007), Il legame dell’acqua (2008), L’amoretiepido (2014); ha vinto nel 2012 il Premio Terremoti di Carta col racconto Senza paracadute e nel 2015 il Premio Osservatorio Città di Bari con la sceneggiatura teatrale Caffè macchiato. Trascorre buona parte del suo tempo fra studi di sciamanesimo e la campagna che le è cara, nella città dello Stretto in cui è nata.

martedì 13 settembre 2022

[[ RECENSIONE ]] IL CIELO È DEI VIOLENTI di Flannery O'Connor



Il giovane Francis cresce all'ombra di un anziano prozio che si crede profeta del Signore e che, per questo, sente di avere una missione sulla terra, volta a purificare gli occhi di chi non vuol vedere la volontà divina. Alla morte del vecchio, sarà Francis a prendere su di sé l'onere di mettere in pratica il suo volere ed è intenzionato a farlo, costi quel che costi.


IL CIELO È DEI VIOLENTI 
di Flannery O'Connor



Ed. Minimun Fax
trad. G. Cenciarelli
240 pp

George Rayber e Francis Tarwater sono zio e nipote (Francis è figlio della defunta sorella di Rayber) e hanno in comune una condizione, legata alla loro infanzia: sono cresciuti con uno zio (Mason) a dir poco stravagante che li ha battezzati (dopo averli rapiti alla famiglia), spinto da un folle fanatismo religioso e convinto di aver ricevuto la chiamata dal Signore di andare in giro per le strade di questo mondo perduto nel peccato a battezzare povere anime disgraziate e destinate alla perdizione eterna. 

Crescendo, Rayber si è staccato dall'irrazionale influenza dello zio Mason, ha maturato nei suoi confronti un aspro disprezzo ed è diventato un maestro elementare, un adulto che segue con convinzione le orme della ragione e della scienza, e non quelle incerte e indefinite della fede; ha sposato un'assistente sociale, la quale però lo ha mollato con un figlio da crescere.
Il figlio in questione è un bimbetto dai capelli biondissimi (bianchi, praticamente) e affetto da ritardo mentale.

A sua volta, Francis è stato portato via dalla casa di Rayber (che lo aveva accolto dopo che il nipote era rimasto orfano) quand'era piccolino ed è stato allevato ed educato da zio Mason, sempre convinto di essere un profeta dell'Eterno in stile Antico Testamento.

Mason ora è un ultraottantenne e la fissa di battezzare per far nascere altre persone a nuova vita non l'ha abbandonato, anzi.
Ha un'ultima missione da compiere e cascasse il cielo se non la porterà a compimento: battezzare un altro membro della famiglia, vale a dire Bishop, il figlio deficiente di Rayber.
Se c'è da rapire il marmocchio pur di versargli qualche benefica goccia in testa, che rapimento sia.

Certo, gli anni passano e la "vecchia signora" s'avvicina, ma Mason non si preoccupa: se dovesse morire prima di aver battezzato Bishop, sarà il giovane Francis (suo unico e discepolo e futuro profeta) a farlo al posto suo.
Dopotutto, a differenza di Rayber, Francis è rimasto in casa sua e Mason non ha esitato a sparare al maestro, quando questi ha provato a riprendersi Francis.

Ora il nipote ha quattordici anni, è un ragazzetto burbero, scontroso, taciturno, sempre con la fronte aggrottata e un cappellaccio sul capo a coprirgli quella testolina gravida di tanti e cupi pensieri.

Francis è venuto su ascoltando le folli storie raccontategli dal vecchio prozio, che gli ha sempre parlato male di Rayber, ed infatti il ragazzino detesta lo zio maestro e non prova che risentimento (perché non ha fatto di più per sottrarlo a Mason?) e ostilità verso di lui.

Quando il "profeta" anziano muore mentre è seduto a far colazione, il profeta giovane ne brucia il corpo assieme alla casa.
Solo e arrabbiato, Francis Tarwater va dal maestro, che lo ospita a casa propria quando apprende (con sollievo) della morte del vecchio pazzo.

Rayber esulta dentro di sé: finalmente Mason non c'è più e con lui sono morti anche i suoi irrazionali e sciocchi insegnamenti sulla religione, su Dio e il battesimo. Ora può prendere con sé il giovane nipote e educarlo, dargli ciò che finora gli è stato negato, avvicinarlo alla civiltà, alla vita sociale, all'istruzione (visto che Francis, fintanto che è stato nella casa sperduta nei boschi con il prozio, ha condotto un'esistenza isolata e selvatica) e soprattutto estirpare dalla sua giovane mente tutte le idee malsane e fanatiche instillategli dallo zio (che sarebbe stato meglio nel manicomio in cui, per un po', era stato ricoverato) e avviarlo sulla luminosa via della ragione, della scienza, del sapere.
Tutte cose che purtroppo non può fare con Bishop, il cui scarso intelletto non permette di apprendere granché...

Ma il suo ottimismo da insegnante in cerca di un allievo volenteroso da plasmare si scontra con la realtà: Francis lo odia, lo disprezza, lo ritiene un rammollito, un debole (l'handicap uditivo da cui Rayber è affetto è, per il ragazzo, motivo di scherno), che si è allontanato dalla giusta via della redenzione (nella quale si era avviato grazie al battesimo forzato da parte di Mason a sette anni) per ritrovarsi con un figlio brutto e idiota che, tra le tante disgrazie, non è neppure battezzato!

Rayber capisce che il nipote, benché tanto giovane, ha la stessa mentalità del vecchio e la sua testa è completamente inquinata dagli insegnamenti religiosi; non solo, ma Francis si è messo in testa di far sua la missione di Mason: battezzare il piccolo Bishop.

In realtà, il ragazzo da una parte vorrebbe trovare il coraggio (e l'opportunità, visto che Rayber controlla il figlio affinché non resti solo con Francis e questi non lo battezzi) di sottoporre al sacramento quel cugino scemo e ritardato, dall'altra prova sentimenti di repulsione verso tutti e non riesce ad interagire con le altre persone, se non aggredendo e rispondendo in modo sgarbato, rifiutando ogni minimo contatto fisico.

Non riesce a comunicare con Rayber, che pure si sforza di essere comprensivo (non è colpa del nipote se è così chiuso e fissato con la religione: è colpa del vecchio pazzo, che gli ha fatto il lavaggio del cervello!) e paziente, di non lasciarsi provocare dalla maleducazione di quel nipote selvaggio e incattivito.
Non riesce a guardare negli occhi il piccolo Bishop che, al contrario, si affeziona inspiegabilmente a quel nuovo inquilino, vorrebbe abbracciarlo, lo segue ovunque vada... ma viene scacciato in malo modo da un Francis nervoso, scostante, che non vuol essere neppure sfiorato.
Non riesce neppure a fare i conti con i propri elementari bisogni: non ha cura del proprio corpo né di ciò che indossa, e non riesce a mangiare, pur avvertendo i morsi della fame. Vuole tirar fuori il marcio che Mason gli ha infilato dentro a forza ma non è disposto a sostituirlo con null'altro; anche il fatto di aver accettato la missione del prozio (battezzare Bishop a qualunque costo) non ha nulla a che fare con una fede pura o con un vero convincimento personale, tant'è che non ha alcuna voglia neppure di frequentare altri con cui condividere la fede.

È come se Francis odiasse non solo gli altri, ma prima di tutto sé stesso; a tenerlo vivo sono emozioni e stati d'animo negativi, che lo divorano e lo rendono sempre arrabbiato e pronto a commettere anche gesti sconsiderati pur di portare a termine ciò che si è prefisso.
C'è solo una "persona" con cui riesce a dialogare ma non è reale: è una sorta di amico immaginario, un forestiero, che gli parla, lo provoca, gli fa domande invadenti, cerca di convincerlo a fare delle cose invece che altre. 

Tra il maestro e il nipote ha inizio una guerra senza esclusione di colpi, nella quale il razionale Rayber cerca in ogni modo di riportare Francis alla ragione e alla normalità, di insegnargli qualcosa di utile a vivere in questo mondo (e a non pensare a quell'altro mondo, popolato da esseri spirituali e superstizioni irrazionali) mentre nella mente del ragazzo continuano a risuonare gli insegnamenti di Mason.

Deluso e frustrato, il maestro dovrà combattere contro l'ossessione di Francis di voler battezzare Bishop; certo, non credendo nella sacralità del gesto, Rayber potrebbe accontentarlo e lasciarglielo fare, convinto com'è che nulla cambierebbe nell'esistenza dell'inconsapevole bambino, che ritardato è e ritardato resterebbe; ma per lui è una questione di principio: nulla che abbia a che fare con le idee di quello zio pazzo e fanatico deve varcare la soglia di casa sua.
Lui se n'è liberato (anche se Francis è convinto del contrario e non fa che ripeterglielo, con soddisfazione e cattiveria) ed è intenzionato a liberare anche il nipote, che è ancora giovanissimo e può essere aiutato.

Francis odia quello zio senza carattere e quel suo figlio senza cervello, ma non li lascia, resta in casa loro, segue Rayber nelle sue attività e intanto il pensiero di fare qualcosa al povero Bishop (non necessariamente battezzarlo, anzi, Francis cerca di non cedere a questa oscura tentazione) continua a mulinargli in testa.
Riuscirà ad averla vinta? O sarà Rayber a trascinare quel ragazzetto sporco, intrattabile e spigoloso verso la civiltà e la ragione?

"Il cielo è dei violenti" è considerato il capolavoro della scrittrice statunitense Flannery O'Connor (1925-1964) e in queste pagine l'autrice racconta la storia di una famiglia spezzata, divisa da convinzioni di fede non sane, fondamentaliste, le quali - lungi dal seminare e far crescere affetto, comprensione, protezione, amore - generano divisioni, rapimenti, costrizioni, manipolazioni, rabbia e odio.

Lo stesso Rayber, che pensa di essere un adulto scolarizzato e "illuminato" dalla ragione, ha la sgradevole percezione di essere diviso in due e che in lui coabitino un "sé violento" e uno "razionale"; vorrebbe convincersi di essere fuggito indenne dalle grinfie di quel vecchio zio ossessionato dalla religione, ma in realtà cova dentro di sé le conseguenze di quel rapporto famigliare nefasto; questa dualità piena di contraddizioni la replica anche nel suo legame con il proprio figlio, Bishop: lo ama eppure ci sono momenti in cui non lo sopporta e vorrebbe non esistesse.

La sensazione di avere un'anima divisa in due è presente anche in Francis Tarwater, che non si sente chiamato da Dio a fare un bel nulla, ma semmai indotto dall'uomo che l'ha cresciuto a portare avanti la sua missione; egli sente da una parte la voce insidiosa di quello zio profeta e dall'altra quella ancora più insidiosa e terribilmente seducente dell'amico invisibile (il diavolo?), che non gli dà dei buoni consigli.

La O'Connor non prende in giro la religione (descritta comunque nella sua versione più fanatica, irragionevole e aggressiva) ma ci racconta di come essa influisca sulla psicologia dei suoi personaggi, generando in loro violenza e persino follia.

Che ci siano episodi di violenza è chiaro sin dal titolo, che nell'originale è "The violent bear it away" e riprende un versetto del Vangelo di Matteo: "Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli è preso a forza e i violenti se ne impadroniscono" (cap. 12, v.11): bimbi rapiti o usati dagli adulti per fini non sempre nobili o spirituali, omicidio, stupro, incendi.
 
I romanzi che in qualche modo ruotano attorno al tema fede-religione vs ragione mi interessano sempre molto e la scrittrice pone l'aspetto religioso (lei era cattolica) alla base di questa storia; mi piace il modo realistico e vivido con cui descrive le ambientazioni (campagna, sud degli Stati Uniti) e i personaggi, i quali non sono perfetti, tanto meno sono "in odor di santità", neppure quelli convinti di esserlo e che nominano sempre Dio, Gesù e la Bibbia: il vecchio Mason non ha tutte le rotelle a posto ed è stato in manicomio; Francis ha problemi di natura emotiva e cova dentro molta rabbia e rancore; Rayber è diventato sordo a un orecchio e porta l'apparecchio acustico; Bishop è mentalmente ritardato. Sono esseri umani fragili, problematici, alienati, grotteschi.

Consigliato a chi ama le storie con personaggi difficili, disadattati, che faticano a stare al mondo e che vorrebbero trovare un qualche conforto e guida (o redenzione?) in qualcosa di superiore, che sia la religione o la ragione.

lunedì 12 settembre 2022

LIBRI NEI LIBRI (#16) ** Gli anni della leggerezza **



Nel leggere un libro mi piace far caso ad alcuni dettagli, come i luoghi, le canzoni o i libri citati.
Nel corso della lettura dell'ultimo romanzo recensito, Gli anni della leggerezza, mi sono imbattuta in diversi titoli di libri; ve ne menziono alcuni.





Fatemi sapere se li conoscete e/o li avete letti!
Anche voi fate caso ai titoli e agli autori citati nei libri che leggete? 


LA CITTADELLA di Cronin (Bompiani, trad. M. Bartocci, 560 pp).

«Ho riportato nella "Cittadella" tutto ciò che penso della professione medica, delle sue ingiustizie, 
della sua retrograda ostinazione antiscientifica, dei suoi imbrogli... Sono stato testimone io stesso degli orrori e delle disegueglianze ritratte nella storia. Non è un attacco contro persone singole, bensì contro un intero sistema.»

Un classico tragico e intenso, pieno di senso morale e impegno civile, vivo e attuale. Una vicenda ricca, affascinante e umanissima riconosciuta da subito come il capolavoro dell'autore.
In quello che è considerato il capolavoro di Cronin viene dipinto un affresco dell'ingiustizia sociale, della miseria corruttrice e dell'arroganza del potere attraverso la storia del dottor Manson. 
Il suo piccolo grande mondo racchiude i sentimenti e le vite della gente che lavora e che soffre sullo sfondo di una regione brulla e inospitale come il Galles degli anni dell'industrializzazione e della modernizzazione del Regno Unito, che portavano con sé profonde contraddizioni sociali.


IL VELO DIPINTO di W. Somerset Maugham (Adelphi, trad. F. Salvatorelli, 234 pp).  ** RECENSIONE **

Che ragione poteva avere l’incantevole Kitty – occhi splendenti, capelli alla garçonne – per sposare il gelido e poco amabile dottor Fane – batteriologo alle dipendenze del governo inglese – se non il puro panico? 
Panico, soprattutto, di fronte alla prospettiva di deludere la madre, implacabile tessitrice di brillanti matrimoni.

Non meraviglia allora che Kitty cada subito vittima del sorriso ammaliatore dell’uomo più popolare di Hong Kong, Charlie Townsend, a sua volta regolarmente sposato.


ASSASSINIO NELLA CATTEDRALE di Thomas Eliot (Rizzoli)
Thomas Beckett, arcivescovo di Canterbury, viene assassinato per mano di quattro cavalieri inviati dal re Enrico II. 
Il teatro del delitto è la cattedrale, ma il vero dramma che l'autore racconta è quello che si svolge nella coscienza di Beckett, impegnato a difendere i propri convincimenti di fronte a un mondo che gli impone la rinuncia di tutto ciò in cui crede.



L'ASCESA DELL'F6 di Wystan Hugh Auden e Christopher William Bradshaw Isherwood (Ed. Tararà, trad. C. Ciccarini, 198 pp)

Dramma in due atti, in prosa e in versi, la fabula del dramma è relativamente semplice: alcune prominenti figure pubbliche (Sir James Ransom, Lady Isabel Welwyn, il Generale Dellaby-Couch, Lord Stagmantle) progettano una spedizione alpinistica per raggiungere la vetta dell'F6, montagna situata sul confine tra il Sudoland britannico e il Sudoland ostniaco, per motivi politici, in quanto i nativi sono convinti che il primo a scalare quella montagna infestata da demoni sarà signore di entrambe le parti del Sudoland, e gli ostniaci stanno già preparando l'ascesa. 
Micheal Ransom, fratello di Sir James, viene incaricato di condurre la spedizione, ed accetta, pur recalcitrante, per amore della sfida e perchè convinto dalla madre, della quale è succube. 
Tutti i suoi compagni tranne uno muoiono durante la scalata, e anche Ransom perisce nel momento in cui compie la sua missione e incontra sua madre in un'ultima visione allucinatoria.


VILLETTE di Charlotte Brontë (Newton Compton, trad. M. Hannau Pavolini, 508 pp)**  RECENSIONE **

Orfana e sola, Lucy ottiene un posto presso un collegio femminile nella città di Villette, dove spera di 
lasciarsi finalmente alle spalle le difficoltà del passato e iniziare una nuova vita. 
Ricco di elementi autobiografici, il romanzo ci regala il ritratto di un'eroina estremamente moderna, sensibile e combattiva, animata da una passione travolgente che la rende viva, reale. 
L'espediente del doppio, la lucidità d'introspezione, le molteplici sfaccettature dei personaggi, il loro modo di evolversi e definirsi gradualmente e con estrema precisione man mano che la vicenda si snoda, rendono "Villette" un piccolo gioiello della letteratura ottocentesca.


IL PROFESSORE di Charlotte Brontë (Fazi Ed., gratis con KINDLE UNLIMITED.
 
William Crimsworth racconta in prima persona la sua storia: uomo sensibile e colto, fugge da un lavoro pesante e competitivo nella zona industriale dello Yorkshire e si trasferisce in Belgio per insegnare presso un istituto femminile. 
Qui conosce Frances Henri, studentessa indigente e particolarmente dotata della quale poco alla volta si innamora, corrisposto. 
Ma la coppia non avrà vita facile: saranno infatti molte le avversità che i due dovranno affrontare – a cominciare dall’aperta ostilità dell’astuta direttrice della scuola – prima di riuscire a coronare il loro amore.





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