venerdì 24 giugno 2016

Recensione: VILLETTE di Charlotte Bronte



Villette mi ha  accompagnato per diverse settimane e terminarlo mi ha messo una certa nostalgia, forse in virtù di quella sorta di "affezione" (letteraria, s'intende) che si crea con personaggi con i quali trascorriamo un po' di tempo.

Villette è l'ultimo romanzo di Charlotte Brontë, pubblicato nel 1853, e colpisce il lettore non tanto per la trama in sè, quanto per l'abile penna dell'Autrice nel tracciare la psicologia della protagonista, Lucy, e per l'uso di elementi gotici ed inquietanti per esternare quello che che la stessa soffre interiormente.


VILLETTE
di Charlotte Bronte


Ed. Newton Compton
 trad. M. Hannau Pavolini
508 pp
4.90 euro
2016
Lucy, Villette e la vita nel collegio

Dopo aver vissuto una personale disgrazia famigliare, per un certo periodo la protagonista Lucy Snowe - orfana e sola - vive nella città di Bretton, in casa della propria madrina, la buona signora Bretton.
Lì trascorre diversi anni, a contatto con la signora, conoscendo il figlio adolescente Graham, e giocando con la piccola Paulina de Bassompierre. 
Finchè non giunge per la nostra taciturna e un po' passiva Lucy, il momento di spiegare le ali in cerca di un'occupazione che la renda economicamente indipendente.
Lasciata la casa della madrina, Lucy trova temporaneamente lavoro presso la signora Marchmont, anziana e ammalata; quando questa muore, Lucy si ritrova di nuovo sola e bisognosa di un nuovo impiego.

Lucy si rivela da subito una donna dal carattere volubile: determinata ma allo stesso tempo così conscia di essere sola al mondo da venire non di rado sopraffatta dalla tristezza.
Nonostante ci appaia così fragile e spaurita come un uccellino, in lei arde una fiammella di determinazione, un carattere non privo di volontà e caparbietà, proteso verso la speranza:

"... anche se l'indomani la nube dei dubbi sarebbe stata fitta quanto oggi; più urgente ancora sarebbe diventata la necessità di agire; più vicino il pericolo (della miseria totale); più duro il conflitto (per l'esistenza)."

Decide di recarsi prima a Londra e poi di prendere una nave per "Labassecour" (potremmo localizzarlo con il Belgio) pur non parlando una parola di francese.
Dopo l'arrivo nella immaginaria capitale di Villette, Lucy trova lavoro come insegnante presso il convitto per ragazze di Mme Beck e riesce a farsi rispettare come insegnante, nonostante nessuno le dia molto credito, M.me Beck in primis, che non fa che controllarla, spiandone movimenti e frugando di nascosto nei cassetti di Lucy, alla ricerca di chissà quale segreto sconveniente.
Il soggiorno in questa scuola femminile coinvolge involontariamente Lucy in un vortice di avvenimenti a metà tra l'avventura e il romanticismo.

Lucy, il dottore e il professore

Lavorando nell'istituto, Lucy conosce il giovane dottore che visita le fanciulle: l'attraente John, che la tratta con estrema indifferenza, quasi lei fosse invisibile, preso com'è dai propri crucci amorosi verso una delle allieve, la bella ma crudele e civettuola Ginevra, che ha con Lucy uno strano rapporto: la cerca per parlarle, confidarsi, chiedere consigli, ma allo stesso tempo la schernisce, si prende gioco di lei giudicandola fredda, incapace di slanci d'affetto, algida.

Ci fa tenerezza e spesso ci indigna leggere di come la timida e riservata Lucy venga frequentemente trattata come se fosse invisibile, insignificante, il che se da una parte sicuramente provoca in lei della sofferenza, dall'altra le permette di osservare le persone con l'acume e l'attenzione che le appartengono.
La nostra ragazza è consapevole di non aver nulla, e nell'aspetto e nella personalità, in grado di attrarre il prossimo (uomini, in particolare), di piacere, e questo inevitabilmente la fa sentire sempre più sola, depressa, tanto più nei mesi di vacanza, quando la scuola si svuota e lei resta in balia della noia e della solitudine.
E' facile che sopraggiunga, in tali condizioni, una sorta di malessere psico-fisico, che però, per quanto si tratti di una cosa negativa, sarà anche una sorta di spartiacque nella vita di Lucy nell'istituto, perchè cambierà diverse cose.

Proprio quando si sente più abbandonata e in balia dell'infelicità, il passato fa capolino nel presente regalandole la dolce e rassicurante sensazione di non essere sola: ritornano nel suo oggi la cara signora Bretton e suo figlio Graham, che lei ha riconosciuto nella persona di un giovane che frequenta di sovente il collegio...

E ancora nel collegio, Lucy si trova a scontrarsi spesso con un professore di letteratura, il burbero monsieur Paul, un tipo piccolo, occhialuto, indisponente, ostile agli inglesi, tanto acuto e intelligente quanto provocatore e maschilista. Con lui da subito Lucy intratterrà vivaci schermaglie verbali che, nonostante spesso la rattristino o la facciano infuriare, la faranno anche sentire viva, considerata e apprezzata, finalmente non invisibile.
Per Paul nascerà pian piano il desiderio di essergli amica mentre per qualcun altro Lucy comincerà a provare sentimenti d'amore.

Considerazioni 

Non vorrei andare avanti con la trama per non togliervi il gusto di scoprire tanti altri fatti ed avvenimenti che danno movimento alla storia narrata; vi basta sapere che pagina dopo pagina il lettore verrà sommerso dai pensieri e dalle visioni di una tormentata Lucy, verrà coinvolto in piccole avventure che si arricchiranno di elementi di mistero e quasi surreali (che si chiariranno verso la fine), vedrà la nostra protagonista sempre divisa tra la necessità della Ragione (per evitare di soffrire) e i richiami sensuali ma illusori del Sentimento, cui una parte di lei vorrebbe cedere. A frenarla, la paura (e la consapevolezza?) di non piacere a chi di dovere e di essere guardata dall'oggetto del proprio amore semplicemente con un affetto fraterno.

Le cose cambieranno in  bene per Lucy? Come già accaduto a Jane Eyre, Charlotte darà, a modo suo, alla propria eroina la possibilità di un riscatto, di una concreta felicità, dopo tanta solitudine, disprezzo, senso di inferiorità?

Ci sono diversi elementi che ricordano il succitato capolavoro di Charlotte: la condizione di orfana della protagonista, il suo carattere schivo, timoroso, insicuro ma, al momento opportuno, forte e deciso; la vita in istituto; il rivolgersi direttamente al lettore, come interloquendo con lui; l'introduzione nella narrazione di aspetti ed eventi apparentemente inspiegabili, che si colorano di un che di inquietante, gotico, oscuro, e che danno un tocco di mistero al tutto; la ricchezza di descrizioni di ambienti e persone; la protagonista chiamata ad affrontare molte ostilità prima di scorgere un barlume di felicità; la sensazione, fin troppo forte, da parte della stessa di non avere quasi diritto all'amore.

Come dicevo, le lunghe sequenze e i capitoli dedicati ai momenti di solitudine e alle esperienze al limite delle allucinazioni e del delirio, in cui abbondano le descrizioni dell'ambiente naturale circostante - che assume quasi i contorni di un personaggio a sua volta, e non di rado ostile -, fungono da rappresentazione esterna delle tempeste interiori della protagonista, capace di passare dall'autocontrollo e dalla passività a sbalzi d'umore e crisi nervose, prostrazione e profonda tristezza.

Rispetto a Jane Eyre, ho trovato questo romanzo più prolisso, lento in molti punti e con diverse sequenze narrative meno coinvolgenti; inizialmente, la traduzione mi convinceva poco, poi però l'ho trovato man mano un po' più scorrevole. 
Le pagine finali sono ambigue, come se Lucy  volesse lasciare il lettore libero di immaginare il finale, lieto o tragico è a sua discrezione.

Per concludere, è un classico che merita di essere letto per la finezza e la ricchezza psicologica, la cura dei dettagli, la capacità di creare intrecci e ambientazioni suggestive, dal forte contenuto e significato simbolici.



9. Un classico 

4 commenti:

  1. In questi ultimi mesi ho un po' trascurato la lettura dei classici e "Villette" mi sembra un ottimo libro per recuperare. La tua analisi, impeccabile come sempre, mi ha incuriosita e non vedo l'ora di conoscere Lucy :)

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    1. se ti piacciono i classici e lo stile della Bronte, penso potrebbe piacerti!!

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  2. Ciao Angela, della Bronte ho letto "Jane Eyre" e mi era piaciuto molto, ho conosciuto quest'altro romanzo grazie a te e, sa da un lato mi incuriosisce, dall'altro "temo" i punti più lenti...

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    1. eh sì, può essere un motivo che non invoglia a leggerlo, lo capisco, ci sono classici che proprio non sono riuscita a mandar giù per la stessa ragione

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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